La Donna di Troppo Diventa un eBook su iTunes

La storia di Zara Bosdaves

Questo è il link, signore e signori:

Link

Da oggi è possibile scaricare gratuitamente l’eBook  che accompagna il romanzo La Donna di troppo. Un’avventura interattiva alla scoperta della protagonista, Zara Bosdaves, del suo passato, dei luoghi in cui si svolge il romanzo e, modestamente, del suo autore (chi ride del ritratto si becca un pugno sul mento). Vi sitrovano anche i primi due capitoli del romanzo.
L’eBook è ottimizzato per l’iPad e si potrà scaricare dall’iBookstore. Le altre librerie online avranno solamente il pdf.

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«Scrivendo un racconto ambientato nel Veneto, Enrico Pandiani si è “imbattuto” in un personaggio avvolgente e seducente: Zara. Una donna forte e fragile allo stesso tempo, che ha preso e impacchettato la sua vita per trasferirsi a Torino, città in cui, un anno esatto dopo il trasferimento, inizia la storia narrata nel suo nuovo romanzo, La donna di troppo».

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«In questo libro illustrato, disponibile esclusivamente in digitale, viene raccontata la storia di Zara Bosdaves, la protagonista de La donna di troppo, il primo capitolo di una formidabile serie noir, dalla sua nascita fino al trasferimento da Vicenza a Torino, città moderna, cosmopolita e violenta, in cui si muovono i protagonisti del romanzo.»

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Questo esclusivo eBook interattivo, ottimizzato per iPad, è ricco di contenuti inediti, tra cui:

•        La storia illustrata e a colori di Zara Bosdaves, con le immagini
       e i testi di Enrico Pandiani.

•        L’immaginario racconto dell’incontro tra Zara
       e il suo creatore.

•        Una mappa interattiva di Torino con i dieci luoghi
       più significativi della città e didascalie in pop up.

•        Una ricca fotogallery con immagini scattate
       dallo stesso Pandiani.

•        Un’esclusiva intervista all’autore.

•        Le prime venti pagine del romanzo.

E, dulcis in fundo, la versione digitale del romanzo, in vendita dal 24 aprile, sarà in offerta lancio a 5,99€ (invece di 11,99€) fino al 1 maggio.

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Una donna, una città, una storia: 3 giorni all’uscita

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Zara sta per arrivare

Ci sono momenti in cui solo una forza d’animo non indifferente e un valido addestramento possono tirarti fuori da una situazione senza uscita. Riuscire a rimanere lucidi in questi frangenti è difficile, ma sai che un unico, piccolo sbaglio può essere l’ultimo. La sola cosa che devi avere in mente è che ne vuoi uscire senza un graffio, camminando con le tue gambe. E per ottenere questo è necessario che il tuo avversario rimanga sul terreno. A volte non esistono alternative, devi fare una scelta: o tu o lui. E non ci sono dubbi, è meglio lui.

Torino, aprile 2013

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La donna di troppo: ecco la copertina.

Copertina

Una collana quasi nuova

La donna di troppo sarà il secondo romanzo in uscita da Rizzoli per la collana La Scala Noir, una branca de La Scala, la collana di punta dell’editrice. Nuova veste grafica, dunque, più “noir”, dove i colori acidi si mescolano alle ombre e a una sorta di retino che richiama le foto di cronaca nera. La tela del dorso, tipica della collana da cui ha origine, sarà grigia, come le atmosfere e le sensazioni che scaturiscono dal romanzo.
Ecco la sinossi de La donna di troppo:

Solo un anno fa Zara Bosdaves poteva imbattersi in un cadavere senza altra preoccupazione che affidarlo ai colleghi della Scientifica. Non doveva filare via, allora, ripulendo in maniera frettolosa quello che poteva aver toccato, e pensando a cosa diavolo dire alla polizia. Era lei la polizia.
Adesso Zara fa la detective privata: ha raccolto la sua vita, l’ha impacchettata e si è trasferita a Torino dove, oltre all’agenzia d’investigazioni, è titolare insieme al compagno François di uno dei locali più popolari della città. E ce la sta mettendo tutta per adattarsi al suo nuovo lavoro, ma pedinare mariti traditori non è proprio il massimo che una donna come lei – una che pratica l’aikido, che sa dove colpire e dove far male – possa desiderare. Fino a quando non le viene affidato l’incarico d’indagare sulla scomparsa del figlio di un importante industriale, quest’ultimo morto in circostanze sospette in un incidente d’auto. Zara allora dovrà fare i conti con torbidi affari di famiglia, con gente disposta a tutto pur di arrivare lassù, oltre la nebbia; dovrà misurarsi con la violenza, con il dolore. E trovarne la cura. Ma dal sangue non si può guarire, e a lei non resterà altro da fare che seguirlo. Per scoprire dove porta.
Con questo romanzo, Enrico Pandiani si conferma un maestro del noir, disegnando una Torino crudele e inattesa, che di giorno ti seduce e di notte ti pugnala, e la sua nuova, travolgente protagonista. Bosdaves è arrivata, ruvida e passionale. E non saprete resisterle.

Torino, aprile 2013

Zara

Una donna, una città, una storia: 10 giorni all’uscita

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Torino nel terzo millenio

Dimenticate l’esoterismo, la magia, le madamine, i gianduiotti e tutti quei ridicoli luoghi comuni su Torino. Venite a conoscere quella vera, dura e luminosa, la Torino multietnica dove la vita scorre nei grandi viali, nelle piazze, nei vicoli, lungo il fiume e sulla collina. Una città a più livelli, piena di sorprese, di gente di musica e di colori, dove il giorno ti incalza e la notte può trascinarti nel buio più profondo. Come un labirinto dove l’allegria si mescola alla disperazione, e la passione può diventare sofferenza, questa città non ha nulla da invidiare alle altre grandi città del noir. Ha, forse, qualche cosa in più.

Torino, aprile 2013

Zara

Una donna, una città, una storia: 17 giorni all’uscita

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Un’avventura in bianco e nero

Carezzare i suoi capelli biondi, lunghi e spettinati, ti fa ricordare che, quella sera a Padova, sono stati il primo particolare di lei ad averti colpito. Stavate prendendo un aperitivo e nella luce tiepida che andava spegnendosi tra le colonne del Caffè Pedrocchi, ti era sembrata così fragile, così carina. Hai addirittura provato il desiderio di fartela su quel tavolino, in mezzo a bicchieri e noccioline, davanti a tutti. Una donna bianca, bella, sola, e tu, nero come il tuo passato e senza un futuro.

Torino, aprile 2013

Zara

Una donna, una città, una storia: 24 giorni all’uscita

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Il fascino dei posti oscuri

Muri scrostati, legno marcio, odori sgradevoli che si mescolano a quello della tua paura. Ti muovi tra calcinacci e spazzatura e l’unico suono che senti è il battito del tuo cuore: tum, tum, tum… Ti pulsa nel cervello e rallenta i tuoi riflessi. Avanzi nel buio cercando di non fare rumore, vorresti scomparire, ma l’umidità che viene fuori da quelle pareti antiche ti riporta alla realtà, ti riempie la gola impedendoti di respirare. Echi distanti ti dicono che non sei sola, ma chi ti sta cercando non ha intenzione di aiutarti.

Torino, aprile 2013

Zara

Con Mordenti tra i detenuti del carcere di SanVittore

FOTO REPERTORIO DI CARCERI PER VOTO SU INDULTO

Insane Asylum

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Le esperienze profonde e interessanti, nella vita, ti capitano per caso, oppure te le vai a cercare. In questo caso è stato un poco di entrambe le cose.
Tempo fa stavo rientrando a Torino in compagnia dell’amico scrittore Maurizio Blini. Eravamo stati a un festival letterario insieme e si stava chiacchierando; lui mi parlò di una sua presentazione al carcere di San Vittore. Io gli dissi che la cosa mi sarebbe piaciuta molto e che, se ne avessi avuta l’occasione, lo avrei fatto volentieri anch’io. Maurizio mi assicurò che ne avrebbe parlato alla persona responsabile per gli incontri all’interno del penitenziario.
E così, con grande emozione, ho ricevuto questo invito molto particolare. Premetto che non avevo mai messo piede in un carcere, se non in quello delle Nuove, qui a Torino, che però è diventato un luogo sociale dove si espone l’arte. Fa ancora una certa impressione, questo è vero, ma è diventato una specie di monumento. Vi manca ciò che rende una prigione un luogo davvero terrificante: il fattore umano.
Ho pensato parecchio a questo evento, prima che si verificasse. Ho cercato di immaginare cosa avrei trovato, quale ambiente, che tipo di persone, l’atmosfera che avrei avuto intorno. Ero anche un poco spaventato. Nei giorni precedenti l’incontro mi sono stati chiesti i documenti, ho dovuto seguire una procedura, ricevere un permesso. E ho chiesto al mio editore di recapitare alla direzione del carcere un certo numero di copie di Pessime scuse per un massacro, il romanzo che avrei presentato. Poi è arrivato il giorno, proprio l’altro ieri. Avrei voluto scriverne prima, ma è stata un’esperienza di tale intensità da costringermi a una sorta di apnea per ripensarla e rielaborare le mie sensazioni.
Man mano che il portone del carcere si avvicinava la mia ansia aumentava, mi sentivo piccolo e indifeso, tipo quando entri in una grotta buia e non sai cosa ti aspetterà al fondo. Poi, subito dopo l’ingresso, la gentilezza del personale mi ha molto calmato. Ho consegnato la carta d’identità e depositato in un armadietto il telefono e altre robe. Io utilizzo come netta pipe un bossolo di fucile 7,62 Nato e mi hanno subito detto che non lo avrei nemmeno potuto avere in tasca. Il posto giusto dove portarlo.
C’erano avvocati che entravano e uscivano e l’atmosfera somigliava un po’ a quella della caserma. Sono passato attraverso il metal detector, poi la dottoressa che si occupa degli incontri nella biblioteca del carcere mi ha prelevato e abbiamo cominciato ad attraversare cancelli a sbarre, aperti da vecchie chiavi di ottone.  Vi garantisco che ritrovarsi in quell’edificio circolare al centro del penitenziario, dal quale si dipartono i vari raggi, ti mette abbastanza a disagio: Primo raggio, secondo raggio, terzo raggio, eccetera, e ti rendi conto che è tutto vero. Ovunque  vedi vagare un’umanità dall’aria fiacca e segnata. Se non fosse per le divise blu, tra detenuti e secondini non ci sarebbe alcuna differenza.
IMG_2154L’atmosfera è cupa, l’ambiente trasandato. Ti chiedi perché, avendo a disposizione 1500 persone costrette a rimanere lì dentro, l’amministrazione non sia in grado ridipingere i muri cercando di dare a corridoi e celle un’aria meno opprimente. La solita mancanza di fondi, immagino.
Il primo contatto è avvenuto nella biblioteca, grande e carica di volumi. Con le persone che se ne occupano abbiamo subito cominciato a parlare di libri, di scrittura e della difficoltà di farsi pubblicare. Potrà sembrare una frase retorica, ma a un certo punto ho dimenticato dove mi trovavo. I miei interlocutori erano gentili, educati e competenti. Uno dei due ha già vinto alcuni premi letterari con i suoi  scritti. Sta cercando di arrivare a un’editore e mi piacerebbe potergli dare una mano. Potevamo essere in qualsiasi altro posto, al bar, in una libreria, in mezzo alla strada, invece lui doveva rimanere lì dentro per non so quanto altro tempo. E non ho nemmeno idea di cosa abbia commesso per meritarlo, non gliel’ho chiesto.
La dottoressa che mi accompagnava – in un romanzo di quart’ordine la chiamerebbero “il mio Virgilio” – credo si faccia in quattro per dare qualcosa in più a questi ragazzi, per rendere meno penosa la loro permanenza in quel luogo. Prima di me sono passati molti altri autori. Lei é una persona minuta, carina, che ha una parola gentile per tutti. Attraversando i bracci è stata interpellata diverse volte e le sue risposte sono sempre state cortesi. Il gruppo che ho incontrato era piuttosto eterogeneo, dai giovani con la cresta di gel a uomini di mezz’età, con i capelli grigi e l’aria per bene, che ti domandi cosa diavolo possano aver combinato per finire in quel purgatorio. Perché di una sorta di purgatorio, si tratta, un posto dove i principali sentimenti che percepisci sono l’attesa e la rassegnazione.  Sono arrivati alla spicciolata, sedendosi attorno a me in un silenzio imbarazzato.
A un certo punto ho cominciato a raccontare di me, di ciò che ho fatto nella vita e di come sono arrivato alla scrittura. Poco alla volta la tensione si è dissolta e il monologo è diventato una chiacchierata. Li ho visti sfogliare il mio libro e ho pensato che, forse, l’ultima cosa cha avevano voglia di leggere fossero storie di poliziotti. Invece le domande sono state tante e la chiacchierata è andata avanti per oltre un’ora. Uno di loro, in particolare, mi ha colpito, un uomo dall’aspetto usurato, stanco, tatuato su ogni centimetro di pelle delle braccia e delle dita, uno che, ho pensato, se lo incontri di notte in un vicolo ti prende una sincope. E, invece, un paio delle domande più interessanti me le ha fatte lui. C’era anche un ragazzo magrebino, con l’accento francese e il viso scuro. Sembrava uscito dritto, dritto da un romanzo de Les italiens. Credo di avergli fatto venire nostalgia di Parigi dove ha ancora dei parenti.
Alla fine eravamo tutti d’accordo: leggere è la più formidabile forma di evasione, più dello scrivere, più di qualsiasi altra cosa che non sia la libertà. Ho intitolato questo post “Insane Asylum” per via di una canzone dei Detroit Cobras che mi piace molto e perché non c’è altro modo di definire posti del genere. Quando abbiamo finito, alcuni di loro mi hanno chiesto la dedica sul libro. Ho scritto che era stata una bella mattinata in compagnia di amici. Forse ho esagerato, ma in
quel momento mi è sembrato che fosse così.
La dottoressa mi ha accompagnato a vedere la legatoria che alcuni detenuti hanno messo in piedi con l’aiuto di una associazione buddista. L’impressione più forte che ho avuto è stata quella del tempo che non passa mai, né per loro, né per i secondini che, alla fine, sono carcerati pure loro. È un ritorno a scuola, una specie di infanzia nella quale un uomo fatto, grande e grosso, deve chiedere anche il permesso per andare in bagno.
Poi mi ha riportato all’uscita. Li rivedrò la settimana prossima, perché questi incontri con gli autori prevedono due momenti. Forse avranno letto il romanzo e ne parleremo, oppure conoscerò persone nuove. Mentre camminavo verso piazza Filangieri, l’altra volta, ero un po’ intimorito, adesso non vedo l’ora che arrivi il momento di ritornare. Credo che porterò gli altri miei romanzi per la biblioteca, vedere quanto sono cazzoni i miei poliziotti li dovrebbe divertire.
Lasciando un luogo del genere pensi che d’ora in avanti righerai bello dritto e, soprattutto, ti rendi conto che tu te ne stai tornando a casa mentre loro devono rimanere chiusi là dentro. È una sensazione che ti schiaccia per terra.

Zara

Parlando de Les italiens

Approfittando del fatto che intanto è uscito il tascabile de Les Italiens (Instar libri 2012) e che dopo quattro anni questo pezzo di antiquariato continua a vendere con mia sorpresa e soddisfazione, riprendo le pubblicazioni sul blog che per mancanza di tempo si erano interrotte.
Lo faccio con una bella e dotta recensione di Mario Moschera, dal suo blog Vintarama. Al di là del piacere di continuare a parlare dei miei personaggi, ve ne consiglio la lettura perché Mario ha toccato punti interessanti della mia narrativa.
Smetto di sbrodolare parole e vi lascio alla recensione.

Dal Noir al Poliziottesco in un solo Respiro

di Mario Moschera (dal blog Vintarama, 26-09-2012)

Per chi di voi avesse dato un’occhiata alla mia classe del 2012, le cose da prendere in considerazione potrebbero essere differenti. Per esempio è da aprile che non trovo buoni dischi da ascoltare. Un po’ è l’effetto Boss, un po’ è che molti album interessanti si apprestano ad uscire solo ora. La seconda cosa interessante, è la totale predominanza di romanzi italiani. Era da un po’ che la tendenza si stava invertendo. Un po’ perché effettivamente, a parte i soliti autori, il mercato non sembrava proporre nulla che potesse essere spassionatamente di mio gusto. Un po’ perché a volte, ho solo voglia di immergermi in un mondo in cui posso identificarmi più o meno completamente. Gli ultimi mesi specialmente sono stati dedicati alle avventure del commissario Jean-Pierre Mordenti, impiegato alla brigata criminale di Parigi. Creato dalla penna di Enrico Pandiani, che ha un blog su wordpress niente male, il commissario è la voce narrante di una serie di romanzi intitolati idealmente les italiens. Protagonista è appunto una brigata criminale composta quasi esclusivamente da italo francesi, e così voluta dal suo fondatore per i metodi un po’ sbrigativi e bislacchi, ma efficaci dei figli degli emigrati. E da torinese, il senso di essere un esule Pandiani in un modo o nell’altro deve averlo vissuto. Ora, fermo restando che secondo me ambientare un noir o, come in questo caso, un poliziottesco, fuori dai patri confini mi sa molto di semplice escamotage per rendere subito più fighi i tuoi personaggi (vuoi mettere indagare nelle banlieu di Parigi invece che nelle zone industriali di Sesto?), e che farli francesi invece che yankee mi odora di intellighenzia, deve dire che il primo ciclo di romanzi (tutti usciti dal 2007 al 2011) sono appetibili e con l’inusitata capacità di tenerti attaccato al libro pagina dopo pagina.

Sentii nominare per la prima volta les italiens in una recensione del Mucchio Selvaggio. Si parlava del secondo romanzo del ciclo, Troppo Piombo, e l’idea di una narrativa pulp ambientata in una città europea che non fosse teutonica o svedese mi sembrava una grande fottutissima idea. Corsi subito a reperire i primi due romanzi. Solo che essendo quella, la leggendaria estate del 2010, come molte altre cose, le avventure di Mordenti finirono presto nel dimenticatoio, arrestandosi a circa un terzo del primo episodio. Poi, quest’ anno, per tutta una serie di similitudini, mi sono riavvicinato a quell’edizione dalla grafica spudorata. Per chi si aspetta dei noir a tinte fosche, popolati da nebbia e luci soffuse credo che debba abbandonare il disco di jazz ed il maglione a collo alto. Le avventure della brigata criminale sono spregiudicate, puzzano di sangue e liquidi corporei, condite di tanto sesso e rock’n roll. E se pensate che sia un difetto vi sbagliate. Il cinico e disilluso Jean Pierre è un personaggio tutto di un pezzo, che come tanti sbirri della vita reale ha una donna in ogni porto, e le sue avventure non portano galloni ma cicatrici e ricordi acidi. Personalmente sono affezionato al di lui fidato amico, Alain Servandoni, con la sua inimitabile cacciatora e la pessima abitudine di accedere i cerini sfregandoli ovunque,  Credo che se Sky si dimenticasse per una stagione intera di romanzo Criminale, con il materiale fornito dai primi tre libri (il terzo, Lezione di Tenebra, è leggermente più arzigogolato e barocco, con un finale culminante in una Torino, omaggio appassionato di uno scrittore romantico) avrebbe palinsesti interi da riempire. Invece quasi nessuno si è accorto di questi piccoli gioiellini, infarciti di un immaginario, che è un po’ fumettone d’avanspettacolo, un po’ opera colta. Solo il quarto volume, Pessime Scuse per un Massacro, che sto divorando in questi giorni, ha fatto il grande passo finendo in mano alla Rizzoli. In un’edizione però che somiglia più ad un vecchio almanacco che un romanzaccio cattivo pulp. Eppure ce ne dovrebbero volere di più di simili caratterizzazioni. La Parigi di Mordenti è pulsante di vita ed affamata. C’è la criminalità, ci sono le belle donne, forse è un filino turistica, ma non ti delude mai. é ben lontana dalla metropoli a tinte seppia e dai cieli animati di un altro commissario, lo spalatore di nuvole Jean Baptiste Adambsberg. Nei romanzi della Vargas (che quest’anno non mi ha regalato nulla di nuovo), l’azione lascia il posto al crimine scellerato ma intellettuale, comprensibile a più livelli, ma forse poco concreto.

Eppure, se devo essere sincero, pur su mondi separati, sono convinto che i due Jean debbano per forza essersi incontrati una volta o l’altra. in fondo, bazzicano gli stessi arrondissement.

Farneticazioni de les italiens

«Le armi sono solo strumenti, non hanno potere intrinseco, non hanno proprietà metafisiche. Sono fatte d’acciaio e legno, costruite per svolgere una funzione. Un’arma non ti da più appoggio morale di quanto te ne possa dare un cacciavite. Saperle usare vuol dire saperne fare a meno».

Questo dice fra sé il commissario Mordenti in un momento di grande tensione dell’ultimo romanzo de les italens, Pessime scuse per un massacro. Quello che succederà subito dopo dipenderà molto da questa massima e dal saperla o non saperla rispettare.
Un’arma non è che un oggetto, quando è posata su un tavolo, scarica, può giusto servire per tener ferma una pila di fogli. Non è molto diversa da un fermacarte. Fintanto che non la si prende in mano.
Io scrivo romanzi polizieschi e ne ho letti tanti, sono sempre stati una mia passione. Non penso che un autore possa scrivere storie di gente che vive con la pistola al fianco se almeno una volta non ne ha tenuta in mano una, non ne ha sentito il peso e non ne ha subito il fascino. Non è esattamente come prendere in mano un telefono o il telecomando della televisione. Nulla ti fa l’effetto di una pistola quando la tieni in mano.
E stiamo parlando di un’arma scarica.
A parte l’aver fatto il militare, c’è un solo altro posto dove una persona qualsiasi può usare una pistola vera e capire cosa significa sparare e cosa comporta: il tiro a segno.
Anni fa ne ho comprata una, ho chiesto un permesso d’acquisto e mi sono regalato LA pistola, quella con la “P” maiuscola: una Colt M1911A1 militare calibro .45. È diversa dalle pistole che si vedono oggi nei film, è sottile, elegante, non è fatta di policarbonato ma di acciaio brunito. È stata costruita dalla Colt nel 1934, ha fatto la Seconda guerra mondiale e in seguito e diventata un oggetto da collezione. Penso sia diventato anche un discreto investimento, essendo completamente originale, il suo valore aumenta col tempo.
E questa è la parte da soprammobile.
Volevo sapere cosa si prova a sparare, volevo che le sensazioni che provano i miei personaggi fossero basate su qualcosa di reale, non soltanto su racconti e supposizioni. Quindi, un bel giorno ho preso la mia Colt e sono andato al poligono di tiro. È solo a questo punto che ho capito cosa sia in realtà una pistola e cosa significhi tenerne in mano un’arma piena di proiettili e pronta a colpire. Non è più un soprammobile ma uno strumento micidiale, in grado di sparare sette colpi calibro .45 in meno di tre secondi. Nel momento stesso in cui infili il caricatore pieno nel calcio dell’arma, ti prende la tremarella. Anche se sei solo, chiuso nella tua cabina di tiro senza nessuno davanti, la mano comincia a tremare. Un attimo prima era ferma, avevi tra le dita un semplice pezzo di metallo. Ora hai una pistola carica, sei pericoloso per te stesso e per gli altri, il tuo batticuore ti dice che potresti uccidere qualcuno. Sarebbe sufficiente una distrazione o un’imprudenza premendo il grilletto.
È una sensazione opprimente, che ti rende insicuro, che ti mette addosso un’agitazione che fai fatica a controllare. Il tremito è così forte che con il primo caricatore a malapena riesci a colpire il grosso bersaglio a venticinque metri di distanza. È solo quando finiscono i colpi e il carrello della Colt rimane aperto che puoi tirare un respiro di sollievo, quando hai di nuovo in mano del metallo inerte.
La prima volta che sono andato a sparare mi ci sono voluti diversi caricatori prima di riuscire a controllare in qualche modo il tiro, riuscendo a fare qualche buco nel cerchio interno del bersaglio. Ma anche in seguito, la pistola carica in mano mi ha sempre fatto paura. Così ho capito che non è facile averne sempre una addosso, che la responsabilità è molto pesante.
Penso che arrivare al punto di portare con naturalezza una pistola ogni giorno della tua vita comporti un addestramento ferreo nei confronti di te stesso. Girare armati dimenticandosi di esserlo non credo sia una cosa da tutti e non credo sia un’attitudine facile da gestire. Una pistola ti attrae, ti chiede di essere presa in mano, di essere maneggiata, guardata, toccata. Il suo fascino fosco è come quello di una sirena e, finché non superi questa attrazione, sarà sempre lei a controllare te.
Non è un caso se in paesi come gli Stati Uniti, dove il diritto di portare un’arma è sacrosanto e sancito perfino dalla costituzione, ogni anno quasi 10.000 persone vengono uccise a colpi di arma da fuoco.

Tutto qui, un paio di pensieri che mi sono venuti in mente mentre scrivevo un brano di uno dei miei romanzi. Il rapporto non passivo che i miei personaggi hanno con la violenza, il modo in cui la subiscono, piuttosto che praticarla, è un particolare della loro personalità su cui mi concentro molto.

Le armi de les italiens: la Luger P08

Una vecchia signora che ne ha fatte di cotte e di crude

La Luger P08, talvolta chiamata P08 Parabellum, è una pistola semi-automatica progettata da Georg Luger basandosi sulla Borchardt C-93, che sarebbe lo scherzo della natura qui a sinistra. Venne prodotta dalla casa d’armi DWM (Deutsche Waffen und Munitionsfabriken). Essendo con ogni probabilità la più famosa, la conoscono anche i sassi, la Luger è la pistola più riconoscibile di tutte ed è generalmente associata alla Germania nazista e al ghigno sadico dei suoi gerarchi mentre sparavano in testa a un prigioniero.
Parabellum deriva dalla locuzione latina, presto avallata con piacere da tutte le fabbriche di armi del mondo,  Si vis pacem, para bellum ovvero “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Tale denominazione venne attribuita all’arma in quanto all’epoca l’indirizzo telegrafico della DWM era Parabellum Berlin.
Introdotta per la prima volta nel 1898, è stata prodotta e riprodotta, in versioni da collezione, fino ai giorni nostri. Per fare un esempio, solo nel 1986 la Mauser terminò una serie commemorativa iniziata nel 1969. Venne prodotta in vari modelli con canne di differente lunghezza,10 cm per il modello P08, e anche con calci aggiuntivi. Famosa per la forma ridicola, la versione da Artiglieria con calciolo in legno e caricatore a tamburo.
Come detto in precedenza, la Luger fu resa tristemente popolare come arma d’ordinanza di ufficiali e sottufficiali tedeschi durante la Prima e la Seconda guerra mondiale e nell’intervallo della Repubblica di Weimar. Benché i primi modelli fossero in calibro 7,65 x 21, la Luger è nota per essere l’arma per la quale venne sviluppata la cartuccia 9 x 19 Parabellum, conosciuta anche come 9 mm. Luger.
Essendo una delle prime pistole semi-automatiche, la Luger utilizza un blocco ad alette che mette in funzione un giunto a ginocchio, differente dal funzionamento a slitta tipico di tutte le altre pistole semi-automatiche. Al momento dello sparo, canna e castello arretrano per via del rinculo di una quindicina di millimetri, causando, tramite il giunto a ginocchio l’apertura della camera di scoppio e l’espulsione del bossolo vuoto. Il processo inverso richiude infine il giunto, mettendo un nuovo proiettile in canna. E via discorrendo per otto volte. Il tutto avviene in una frazione di secondo.
Questo meccanismo, piuttosto singolare, pare funzioni assai bene con cartucce di alta potenza, mentre cartucce con cariche troppo basse o insufficienti possono risultare in un malfunzionamento dell’arma. Tipo l’eventuale blocco della culatta, che non riesce a prendere il proiettile successivo nel caricatore, o quello del giunto a ginocchio che rischia di bloccarsi durante l’estrazione del bossolo.
In Pessime scuse per un massacro, il commissario mordenti si troverà tra le mani una di queste pistole. È una Luger P08 che arriva dritta dritta dalla guerra e che ha parecchie cose da raccontare. Una parte di queste, Mordenti le trova da un armaiolo piuttosto particolare.

Mi sono accosciato davanti a una teca che conteneva due mitra Thompson, un fucile mitragliatore BAR e quattro semiautomatiche Colt calibro .45, per le quali avrei potuto dare tutto ciò che possedevo.
….«Quella roba non è in vendita» ha brontolato il patron scorgendo la cupidigia nei miei occhi.
….Ci siamo avvicinati al banco sventolando le tessere come si fa con i fazzoletti alla stazione. Doveva aver visto ben altro perché non ha fatto una piega. «Come posso aiutarvi?» ha detto invece. Puzzava di sudore e di cuccia di cane.
….Ho tirato fuori la Luger dal sacchetto e l’ho appoggiata sul piano di cristallo. Lui l’ha guardata con scarso interesse, poi ha preso una bic e con quella ha fatto fare mezzo giro alla pistola.
….Ha guardato prima Klein, poi me. «Carina, ma non mi interessa. Ne ho un armadio pieno.»
….Si è grattato un punto a caso sotto l’ascella e poi ha scrutato per bene la punta delle dita. All’improvviso è venuto da prudere anche a me.
….«Vede signor Fàbrega» ho cominciato, «quest’arma è stata ritrovata sulla scena di un crimine. Mi chiedevo se lei potesse raccontarmi qualcosa di più sulla sua storia.»
….Questa volta l’ha presa in mano. Ha inforcato un paio d’occhiali tenuti insieme con lo scotch e l’ha guardata per bene.
….«Cosa volete sapere?»
….«Tutto quello che ci può dire.»
….Si è alzato dallo sgabello e ha girato attorno al bancone. «Seguitemi, prego» ci ha invitati.
….Siamo passati nella stanza della roba seria. Era chiusa da una pesante inferriata. Un alto tavolo di metallo stava giusto nel mezzo. Sotto al piano di vetro facevano mostra di sé una ventina di pistole, la maggior parte militari. Tutt’intorno alla stanza erano allineate altre teche e un paio di rastrelliere cariche di fucili e mitragliatori. El Mandorri doveva avere un patrimonio là dentro. In fondo c’era una scrivania con davanti due sedie. L’intera parete di fronte a me era occupata dalla libreria più disordinata che avessi mai visto. Era talmente zeppa di libri e dossier che pareva sul punto di collassare.
….«Ci sarà voluto parecchio tempo per mettere insieme questa collezione» ho detto ammirato.
….«Mio padre lo faceva già prima di me» ha borbottato con una mezza alzata di spalle. «È quasi tutta roba proveniente dalla Francia, sbarco in Normandia, invasione dal Sud, qualcosa dalle Ardenne. Le armi russe le ho trovate per lo più in Germania.»
….Ha tirato giù dalla libreria un paio di grandi raccoglitori neri prima di sedersi all’altro capo della scrivania. Si è rigirato la Luger tra le mani appuntandosi su un post-it giallo alcuni dei numeri incisi nell’acciaio.
….«Tanto per cominciare, vi posso dire che quest’arma era in dotazione alla Wehrmacht. L’aquila con la svastica che si trova sul fianco destro vicino alla canna lo attesta senz’ombra di dubbio.»
Ha preso il foglietto e ha spulciato le buste di plastica del primo raccoglitore. Si è fermato circa a metà delle pagine. «Dunque» ha detto, «è stata fabbricata dalla DWM, Deutsche Waffen und Munitionsfabriken, nel 1939.» Mi ha guardato da sopra le lenti degli occhiali. «Lo specifico perché molti modelli venivano prodotti dalla Simson, dalla Krieghoff, dall’arsenale di Erfurt e dalla Mauser. La bachelite delle guancette è in ottime condizioni e il metallo ha mantenuto più o meno il novanta per cento della brunitura originale.»

Durante la Prima guerra mondiale, la mitragliatrice, visto che ne ammazzava un casino più del fucile, venne trovata molto efficiente nella guerra di trincea. Furono condotti quindi diversi esperimenti per convertire semplici pistole in armi automatiche. Al contrario della Mauser C96, di cui esisteva la versione Schnellfeuer, automatica, la Luger, in versione a raffica, dimostrò di avere una cadenza di tiro eccessiva che portava a diversi inconvenienti, dannosi in combattimento.
Comunque, questa elegante pistola venne costruita per rispondere a esigenze molto precise ed ebbe una lunghissima vita di servizio. L’armaiolo americano William Ruger, trovava così ergonomico l’angolo a 55 gradi della Luger che lo replicò nella sua celebre pistola in calibro .22 Long Rifle
Benchè superata, la Luger è tutt’ora molto ricercata dai collezionisti, sia per il suo particolare design, sia per il filo doppio che la lega alla Germania imperiale e nazista. Ci sono un sacco di nostalgici figli di puttana, là fuori, gente che tiene il ritratto di Hitler appeso in salotto. Purtroppo, anche loro vorrebbero una Luger. Un certo numero di modelli originali saltarono fuori intorno al 1999, quando la Mauser rabastò i propri magazzini e restaurò diverse pistole in occasione del centenario della Luger.
Più recentemente, la Krieghoff annunciò la produzione di 200 esemplari della sua P08 alla modica cifra di circa 15.000 euro cadauno. Ma già durante le guerre mondiali, la Luger era considerata oggetto di gran valore dai soldati alleati che riuscivano a entrarne in possesso. Migliaia furono riportate a casa dai Marines in entrambi i confliti. Un certo colonnello David Hackworth, nelle sue memorie (sicuramente un capolavoro della leteratura) sostiene che ancora durante la guerra del Vietnam, la Luger era molto ricercata come arma da fianco. Insomma una leggenda, anche se letale.
Un’ultima curiosità. Nel 1906 la Luger partecipò con un modello camerato per la pallottola .45 alla gara indetta dall’esercito americano che richiedeva un’arma da fianco in quel preciso calibro e che venne infine vinto dalla Colt con il modello M1911. Di questo modello della Luger esistono alcune foto, ma non se ne conosce il numero di esemplari costruiti. Probabilmente sono inferiori a cinque. Questo ne fa la pistola più desiderata al mondo dai collezionisti di armi, una specie di uccello del paradiso.