Teaser n. 6 del nuovo romanzo

5 febbraio 2010 di lesitaliens

I personaggi del romanzo Troppo Piombo.

Yasmine Benaïssa

Yasmine è una giornalista del quotidiano Paris24h, una donna magrebina sottile e pepata. La sua rabbia si rivolge verso coloro che deridono i diversi, che si sentono superiori per il colore della propria pelle. È una donna determinata e caparbia che affronta la vita con i pugni e non ama nascondere i propri sentimenti.
Il suo fascino femminile è mescolato al carattere forte e mascolino e alla maniera diretta di dire le cose che pensa.
Il commissario Jean-Pierre Mordenti e il suo socio Servandoni si troveranno a un bivio incontrando Yasmine. Solamente la sua gattina la può levare dai guai, ma ci vorranno molti grattini sulla pancia.
Ecco un breve ritratto di Yasmine tratto dal mio prossimo romanzo.

«Perché perdete tempo a cercare l’assassino di quella stronza?»
Mi sono voltato verso la voce profonda che aveva appena pronunciato quelle durissime parole. La donna mi stava davanti reggendo un plico di giornali tra le braccia. Yasmine Benaïssa, piccola e pepata come un bastoncino di cannella. Stava dritta come un fuso sui suoi centosessanta e rotti centimetri di altezza. A ogni suo movimento una bolla di capelli ricci ondeggiava come gelatina sopra la sua testa.
«L’ha per caso ammazzata lei?» ha detto Alain.
Lo ha fissato con aria di sfida sorridendo sarcastica. «Se fossi stata io, lo urlerei ai quattro venti. Diventerei molto popolare qui dentro.»
Era un bel tipo, in riunione non ci avevo fatto caso. Quei suoi occhi scuri e penetranti ti passavano da parte a parte come due proiettili di ossidiana. La bocca, d’altro canto, era un capolavoro di ingegneria labiale. Aveva un’aspetto soffice e performante.
«Abbiamo avuto questa impressione» ho detto, «pare che Thérèse non fosse molto amata in redazione. Si direbbe che anche a lei la sua morte non faccia né caldo né freddo.»
Ha fatto una smorfia sprezzante. Aveva zigomi alti che disegnavano la curva morbida e seducente delle guance. In un film su Spartaco avrebbe avuto la parte della schiava ribelle.
«Era una puttana arrogante, xenofoba e razzista» ha detto, «piena di odio e frustrazione. E non perdeva occasione per umiliare chi le capitava sotto tiro.»
«Xenofoba e razzista?» ha detto sorpreso Alain.
«Proprio così» ha detto Yasmine, «con noi che non siamo bianchi come il latte riusciva a essere particolarmente spiacevole. Era una donna cattiva.»
«Con qualcuno in particolare?»
«Con me, con Nadège Blanc e con quel suo tirapiedi un po’ checca… Con tutti quelli che non erano scattanti o non le andavano a genio. Aveva sempre qualche scortesia in serbo per quelli come noi.»
«Capisco» ha detto Alain mettendosi una Caporal fra le labbra. «Pensa che possa essere stato uno di loro?»
Ha fatto spallucce. «Non si può fumare qui dentro» ha detto. «Io non penso nulla. Volevo solo chiarire le cose. Magari ve l’hanno descritta come una santa donna.»
Servandoni s’è tolto la sigaretta di bocca, l’ha guardata un attimo e se l’è ficcata nella tasca del paletò
(…)
«Dov’era l’altro ieri sera verso le undici?» le ho chiesto guardandola dritta negli occhi.
Ha sorriso facendo un movimento leggero con il capo. «Ero a casa mia» ha detto. «Ho guardato un film in Dvd mentre lavoravo a un articolo sul terzo mondo.» Mi ha squadrato piegando il capo da un lato. «Un film di kung fu, vado pazza per quella roba.»
Alain sembrava divertirsi. «C’è qualcuno che lo può confermare, madame?» ha chiesto.
«Madame… che carino» ha detto lei. Poi ha finto di pensare per qualche attimo appoggiandosi un indice lungo e sottile sulla guancia. «Beh, c’era la mia gattina» ha detto alla fine. «Se le fate i grattini sulla pancia sono sicuro che vi confermerà ogni cosa.»
(Troppo piombo, di Enrico Pandiani. In uscita  per Instar Libri, marzo 2010)

Enrico Pandiani sul blog Liberidiscrivere

1 febbraio 2010 di lesitaliens

Enrico Pandiani parla del suo romanzo Les italiens e sparla di sé stesso

http://liberidiscrivere.splinder.com/post/22162230/%3A%3AIntervista+con+Enrico+Pandia

Il blog Liberidiscrivere è una pagina web che i veri appassionati della letteratura non possono permettersi di non frequentare. Decine di interviste ad autori, giovani e meno giovani, provenienti da tutto il mondo.
Parlano di sé, della propria vita e delle proprie opere. Raccontano i metodi, i pensieri, i divertimenti che portano a scrivere un romanzo. Le domande sono intelligenti e stimolanti, mai uguali ma piuttosto cucite ad arte per ogni singolo autore.
Liberidiscrivere è un salotto dove i lettori possono incontrare i loro autori preferiti e dove gli scrittori si possono conoscere più a fondo. È anche una sala di lettura dove si può passare il proprio tempo scorrendo informazioni e leggendo recensioni di qualità.
Da oggi sono felice di esserci anch’io.

http://liberidiscrivere.splinder.com

Giovanni Tesio recensisce «Les italiens»

22 gennaio 2010 di lesitaliens

La Stampa –Torino Sette
12 luglio 2009, pagina 56
Di Giovanni Tesio

Più di un “buon vecchio noir”

S’intitola «Les italiens» l’esordio letterario del torinese Enrico Pandiani, edito da Instar Libri

In copertina una frase a effetto di un noto collega per l’esordio narrativo di Enrico Pandiani, un torinese che fa il grafico pubblicitario e che ha la passione del poliziesco. La frase è di Giancarlo De Cataldo e fa bella mostra di sé al cuore di una stilizzata sagoma da tiro: «Una boccata d’ossigeno nel buon vecchio noir».
Niente male perché dice tutto o quasi: dice che il «buon vecchio noir» è un genere cui convengono le pacche sulle spalle e dice della boccata d’ossigeno che qui non è data soltanto dalla vivacità dell’autore, ma anche – e di più – dal senso dell’umorismo che attraversa ogni sua pagina.
Il romanzo s’intitola felicemente «Les italiens» (258 pagine, prezzo di vendita euro 13,50) ed è pubblicato dalla torinese Instar Libri, ormai solidamente attestata su un buon regime di qualità.
Les italiens sono dei bravi poliziotti-mousquetaires (Brigata Criminale) che non mancano di estro e di duttilità e che conservano dell’origine la disinvoltura un po’ sfacciata e sbruffona. Insomma dei parigini un po’ speciali, che iniettano nel cartesianesimo indigeno qualche goccia di imprevedibilità, prendendosi delle licenze che fanno simpatia.
Questa volta sono alle prese con un «affaire» nemmeno tanto intricato, ma sorprendente.
Una storia di identità negate, che coinvolgono una malcapitata che si chiama Delphine Quillard; un trans mozzafiato che fa l’artista e si chiama Moët (ma anche qualcosa di più che la storia rivelerà), un’amica gallerista, amante di lui (o di lei? un dilemma che l’io narrante riuscirà a sciogliere), che si chiama Aline Bergerac; Una signora di rango che si chiama Océane (madame Océane  d’Anglas, a dirla intera); Un politico razzista, un verme che lo sostiene, una banda di scagnozzi che lo servono. Ma anche un delizioso nume protettivo che si chiama Papà Simon, un amicoche non tradisce, un capo che sa capire, un poliziotto nero che cita Dante, una serie di comparse che tengono tutte bene il loro ruolo.
Situazioni-tipo, situazioni limite, situazioni incresciose da cui si esce con la mossa del cavallo e la fortunosa prontezza dei predestinati.
Pugni sparatorie agguati trappole insidie carnaccia pesta e spappolata, macelleria assortita a colpi dei più svariati calibri, tregue di letto (magari intinte di salsa plurima), e poi tante citazioni: di film, di canzoni, di battutecollocate in giusti punti di tensione (c’è perfino un gatto che si chiama Chanoine, come quello di Victor Hugo). Grand guignol e spirito aguzzo, dunque, di cui do un esempio solo: «Océane ha aperto una botiglia di Pichon Longueville Comtesse de Lalande, Pauillac 1983. Per sapere tutto il resto, temperatura, cru, eccetera, è meglio se chiedete a James Bond».
Ma sotto sotto, ben avvertibile, anche un sentore di fumo e di cenere che da Philip Marlowe in poi costituisce la forza del genere.
Un’ultima osservazione per questo esordio non precoce (Pandiani ha da tempo scavalcato i quaranta), che consiglio a tutti i lettori intelligenti: la bellezza di Parigi sta lì come un incanto a fare da carta di delizie, tra «droite» e «gauche», vie monumentali e viuzze più segrete, centro e periferie, per accompagnare l’avventura come una dichiarazione di (vero) amore.

I posti de Les italiens: Lipp

15 gennaio 2010 di lesitaliens

La Brasserie Lipp

Leggendo i “polar” di una volta, da San-Antonio in avanti, i due ristoranti di Parigi erano Chez Maxim e la Brasserie Lipp. Maxim era il posto chic per antonomasia, Art Nuveau, cibi raffianti e bel mondo (magari anche Belmondo). Oggi è diventato una catena con succursali a Monte Carlo, Bruxelles, in Cina, in Giappone e in Svizzera. Nei libri non se ne parla più.
Il commissario Jean-Pierre Mordenti, capo della squadra degli italiens preferisce sicuramente Lipp, dove lo portano le affascinanti creature che incontra sulla sua strada.
Proprio di fronte al famoso Café de Flore, al 151 di boulevard Saint-Germain, Lipp è la brasserie per antonomasia, con la sua facciata di legno un po’ sbilenca e la tenda arancione che ne porta il nome.
Si tratta di un tipico locale alsaziano realizzato da Léonard Lipp alla fine del XIX secolo. Dopo essere stato acquistata nel 1920 da Marcellin Cazas, la Brasserie Lipp è diventato uno dei più famosi caffè letterari di Parigi, attualmente frequentato da attori celebri, modelle, giornalisti e uomini politici. Particolarmente interessanti sono le celebri ceramiche colorate che ne costituiscono la decorazione e che vennero realizzate dallo zio e dal padre del poeta Léon-Paul Fargue, che frequentava spesso la brasserie anche in compagnia di altri artisti famosi tra cui Pablo Picasso.
“Siamo una bella squadra. Gaston Brunazzi, Fabio Martini, Bernard Livi, Alain Servandoni, Michel Coccioni ed io. Ci piacciono gli spaghetti e Brassens ma nemmeno la choucroute ci fa troppo schifo. Alla Brigata ci chiamano Les italiens. La squadra degli italiani. Beh, lo eravamo. Adesso Gaston e Bernard erano morti e Martini era fuori combattimento”.

Come dice Mordenti, les italiens amano molto trattarsi bene, oltre agli spaghetti amano la choucroute, e la migliore, a parigi, la si trova sicuramente da Lipp. Carni di maiale finemente affumicate stese su un letto di crauti bolliti insaporiti da gustose bacche di ginepro. Da gustare magari accompagnata da un piattino di celeri remoulade, delizioso sedano rapa tagliato julienne annegato nella maionese con una punta di senape forte. E una bottiglia di vino del Reno.

Le recensioni de La Stampa su Les italiens

14 gennaio 2010 di lesitaliens

La Stampa, 2 giugno 2009 – Pagina 34, sezione Società & Cultura.
Di Bruno Ventavoli.

Con il flic di Pandiani, il “noir” è da vedere

Un proiettile entra dalla finestra di un ufficio di polizia e si conficca nella pancia di un flic. Poi un altro, e un altro ancora. Dodici in tutto. Che frantumano oggetti, scheggiano muri, lacerano corpi. La scena dura sì e no una decina di secondi. E occupa l’intera prima pagina di Les Italiens (Instar Libri) il fortunato romanzo noir d’esordio di Enrico Pandiani. Di professione, lui, nella vita fa il grafico editoriale. Un tempo con matite, pennarelli, chine, sapeva trarre disegni stupendi, ora lo fa con il mouse di un computer. Ma l’estro tracima in tutta la sua esuberanza nella scrittura. Perché la forza di questo romanzo poliziesco, che ha il sapore dei grandi noir francesi con Ventura o Delon, da Melville a Malet, sta proprio nella incisiva visività della scrittura. Ogni frase è come la sequenza di un film, la tavola di una graphic novel. Capace di cogliere il dettaglio d’un bossolo, un fiotto di sangue, la fibbia d’un sandalo, ma anche la sensualità d’un corpo in amore. E di ammanettare il lettore fino all’ultima riga d’una vicenda «à bout de souffle», scritta e osservata in prima persona.
Protagonista è un flic parigino che appartiene a una squadra di colleghi, tutti d’origine italiana, compattati dall’amicizia, dal medesimo gusto per spaghetti e Brassens. Un giorno, per un banale scherzo, piombano nell’inferno. Un paio ci lasciano le penne. Uno, il più coriaceo, il più disincantato, decide di andare fino in fondo e capire perché un cecchino professionista ha sparato quei dodici colpi che hanno seminato morte. Troppo innamorato della verità per farsi illudere dalla giustizia. Come tanti sbirri che l’hanno preceduto nella letteratura poliziesca, s’aggira in una Parigi traslucida di glamour e malata di corruzione, estremismo destrorso, volontà di potenza. E come tutti loro, anch’egli inciampa nel calappio dell’eros, attratto da Moet, un’affascinante transessuale, spumeggiante quanto le bollicine dello champagne omonimo. Dopo cadaveri, busse, zigomi fratturati, sparatorie e inseguimenti, arriva la soluzione del caso, che affonda le radici nel marcio di un segreto famigliare.
Un noir di valore, scritto col piglio impertinente dei classici, ma sorprendente come gli amplessi non convenzionali che esplora – provandone non parco godimento – il protagonista. Ancora una volta, per sfuggire dalla banalità dell’oggi, ci viene in soccorso la letteratura di genere. Che di genere non è.

La Stampa – Tutto Libri, 20 giugno 2009 – Pagina 2.
Di Margherita Oggero.

L’esordio di Pandiani. Les italiens in giallo

Les italiens sono tali soltanto per approssimazione: nati in Francia da genitori italiani, della ex patria conservano un’idea affettuosamente d’antan intrecciata con l’immaginario francese: «Eravamo italiani in modo strano, noi italiens, più per cognome che per altro. Lo eravamo in maniera inventata su quel poco che sapevamo dell’Italia o sull’immagine che ce n’eravamo fatta dai film. Luoghi comuni, perlopiù. Un’italianità terribilmente francese, infarcita di atteggiamenti indulgenti alla Lino Ventura e di sguardi languidi alla Yves Montand. Molto incline a sentimentalismi un po’ meridionali e a un certo gusto per l’indolenza».
Nel bell’esordio di Enrico Pandiani Les italiens (Instar Libri, pp. 257) costituiscono, all’interno della Brigata Criminale, una squadra affiatata e solidale, che viene drasticamente ridotta nelle prime due pagine del libro da un cecchino che spara dall’attico di un palazzo di fronte agli uffici del mitico quai des Orfèvres. Spazzati via Brunazzi, Livi e un paio di comparse, in gioco restano lo sbrigativo Coccioni e il sornione Servandoni, più il loro capo, la voce narrante di cui non trapela il nome. Tutto nasce da un equivoco prodotto da uno scherzo, ma a monte c’è ben altro: la protervia criminale di un movimento politico che ha forti agganci col potere. Tocca ai tre superstiti della squadra venirne a capo, e contemporaneamente proteggere la bellissima pungente e ambigua Moet da pericoli mortali. Scrittura veloce e precisa di taglio cinematografico, grazie alla quale sfilano davanti ai nostri occhi il fascino intramontabile di Parigi e la insidiosa complessità delle periferie; dialoghi concisamente efficaci e, grazie a dio, un finale che non scivola nel miele di un’iperdisponibilità posticcia.

Les italiens su cinemadadenuncia.com

11 gennaio 2010 di lesitaliens

Les italiens. “LA” recensione
Splinder: http://cinemadadenuncia.splinder.com/post/20978312/LES+ITALIENS

Questa è la recensione che il mio amico Alessandro ha fatto sul suo blog Cinemadadenuncia, un blog di critica cinematografica e libraria molto interessante e competente.
Consiglio a tutti gli amanti del cinema di fare un giro su questo blog. Ne usciranno intellettualmente molto più ricchi di quanto ne siano entrati.
Alessandro e io siamo diventati amici quando un altro amico mi ha segnalato la sua recensione e io, leggendola, sono rimasto di stucco. Questo è senza dubbio il migliore omaggio che sia stato fatto al mio romanzo. Ecco quello che ha scritto.

Enrico Pandiani, Les italiens, Instar Libri, 2009, pp.256, € 13,50.
Parigi, giovedì mattina di giugno. Un cecchino tempesta di proiettili un ufficio della Brigata Criminale al 36, Quai des Orfèvres, abbattendo una donna che si era presentata a sporgere denuncia e tre poliziotti, due dei quali in forza alla squadra degli italiens, un gruppo formato da sei sbirri di origini italiane. Vistasi la squadra decimata sotto gli occhi, il commissario trentasettenne al comando del gruppo è subito sul piede di guerra, ma il capo della polizia Le Normand gli ordina perentoriamente di occuparsi di Moët Chamberat, una splendida pittrice transessuale di ventiquattro anni a cui, di notte, è stato devastato lo studio. Inizialmente riottoso e recalcitrante, il commissario si trova coinvolto in un’assurda girandola di eventi che lo costringono, insieme alla fascinosa Chamberat, a seminare morti e a scontrarsi coi vertici dell’MNO (Movimento Nazionale Oltranzista) di Léon Lafontaine, “la destra più a destra dell’estrema destra”. Il tiro al bersaglio del cecchino e l’effrazione notturna nello studio della pittrice si riveleranno legati da un filo. Nero.

Strepitoso noir d’esordio del cinquantatreenne Enrico Pandiani, grafico editoriale torinese, Les italiens è uno di quei libri che crescono ad ogni pagina: se l’incipit in medias res, crepitante e micidiale, è tutto giocato sull’azione forsennata (tanto da far pensare ai polar di Olivier Marchal), fin dalle pagine immediatamente successive si capisce che il gusto per l’adrenalina non va affatto a scapito delle psicologie e dell’ambientazione metropolitana. Con la sensibilità di un Chandler catapultato nel terzo millennio e con la precisione di una Google Map irrorata di sangue, Pandiani sbozza personaggi esemplari senza neppure il bisogno di dargli un nome (il commissario protagonista non viene mai nominato), disegna inconfessabili tensioni erotiche a fior di pelle (quella tra lo stesso commissario e Moët) e schizza una cartografia urbana che abbraccia Parigi in tutte le sue dimensioni (dall’Ile de la Cité a Ville-d’Avray passando per l’Ile Saint-Germain e le strade e le piazze del centro).

Approccio ad alzo zero, stile diretto ma non sciatto, rigorosa unità di tempo (tutto si svolge tra il giovedì e il lunedì mattina): con queste premesse, enfatizzate dalle complicazioni politiche che subentrano progressivamente, Les italiens racconta la lotta per la sopravvivenza di due soggetti “diversi” (il commissario di origini italiane e la bella transessuale che ignora l’identità dei veri genitori) sullo sfondo di una Francia sempre più sedotta dalle lusinghe xenofobe e da una ferocia competitiva incline a degenerare in vendetta punitiva (quello di commissario alla Crim è un posto molto più ambito di quanto si sia portati a credere). In questa caccia all’uomo in cui il commissario e Moët si trovano coinvolti malgrado loro, i due braccati possono fare affidamento su ciò che resta degli italiens: l’aiuto assicurato dal collega Alain Servandoni e soci è l’occasione giusta per tratteggiare un rapporto di amicizia virile tanto saldo quanto privo di smancerie e per non condannare indiscriminatamente e semplicisticamente l’intera istituzione poliziesca.

Le armi: senza fascinazione, ma mostrando un’eccezionale conoscenza della materia, Pandiani sciorina un vero e proprio arsenale di armi da fuoco grandi e piccole, vecchie e nuove. Mossberg a pompa, Heckler & Koch PSG-1, Izarra Ruby.32 ACP, Bauer calibro .25, Giat Famas, Remington Woodmaster .30-06, Ingram Mac 10: questi alcuni dei modelli che esplodono colpi nelle pagine del libro, non quale semplice vezzo da armaiolo ma come scrupolo realistico che mette ai personaggi l’oggetto giusto al momento giusto. Credibilità.

La musica: Les italiens ha la sua musica interna, la sua colonna sonora personalizzata. Brani musicali eterogenei fanno capolino qua e là: dalla inaugurale Don’t Wait Too Long di Madeleine Peyroux, posta in esergo al libro a mo’ di dichiarazione d’intenti, a Save Me di Aimee Mann passando per Footstompin’ Music dei Grand Funk e Ballad of Cable Hogue dei Calexico, il noir di Pandiani chiede di essere letto ascoltando i brani citati. Valore aggiunto di un libro che sprigiona sì odore di sangue e cordite, ma che all’occorrenza sa piegarsi alla sensualità erotica e all’intimità sentimentale, come nelle brucianti descrizioni degli amplessi e nelle sfuggenti “esplorazioni” di un’attrazione che, pagina dopo pagina, sgretola inesorabilmente i pregiudizi. Un noir superbamente calibrato.

La Colt M1911A1 calibro .45

10 gennaio 2010 di lesitaliens

La miglior pistola militare in senso assoluto mai fabbricata

La Colt M1911 calibro .45 è una pistola semi automatica, ad azione singola, a sette colpi contenuti in un caricatore estraibile dal calcio. È possibile portarla con un ottavo colpo in canna, il cane sollevato in posizione di sparo e la sicura inserita (Cocked and locked). Semi automatica significa che non è possibile sparare a raffica, ad ogni colpo il carrello, rinculando, espelle il bossolo vuoto, ricarica il meccanismo di sparo e, ritornando al proprio posto mette una nuova pallottola in canna. Questo avviene ogni volta che si preme il grilletto.
Progettata da John Browning, è stata la pistola d’ordinanza dell’Esercito degli Stati Uniti dal 1911 al 1985. Venne largamente usata nella prima e nella seconda guerra mondiale, in Corea e in Vietnam.
Il progetto di Browning è così tecnicamente perfetto che ancora oggi le pistole denominate Modello 1911A1 vengono costruite nella stessa identica maniera. Sono naturalmente cambiati i materiali, ma il meccanismo è sostanzialmente lo stesso.
Nonostante il grosso calibro il rinculo non è eccessivo e la precisione piuttosto sorprendente. Anche a trenta metri di distanza è difficile non centrare un cerchio di venticinque centimetri di diametro. È una pistola indubbiamente pesante, ma decisamente più sottile rispetto alle semi automatiche che vengono prodotte oggi.
L’arma venne ufficialmente adottata dall’esercito nel 1911, con la designazione di M1911. Le denominazioni muteranno poi nel 1940 prendendo la designazione formale di Automatic Pistol, Caliber .45, M1911 per il modello originale del 1911 e di Automatic Pistol, Caliber .45, M1911A1 per la M1911A1, adottata nel 1924. Inizialmente la produzione di quest’arma fu affidata esclusivamente alla Colt, ma prima del 1914 anche l’arsenale di Springfield fu attrezzato a questo scopo.
L’esperienza maturata sul campo durante il conflitto portò, nel 1924, a piccole modifiche esteriori e il nuovo modello venne denominato M1911A1. Si distingueva per un grilletto più corto, due sgusci sul castello che agevolano l’azione dell’indice sul grilletto stesso, la sede della molla del cane – che costituisce la parte inferiore del dorso dell’impugnatura – più arcuata, lo sperone posteriore dell’impugnatura, facente parte della sicura automatica dorsale, più lungo, il mirino anteriore più largo e la zigrinatura delle guancette senza i rombi a rilievo tipici della prima versione.
Coloro che non hanno famigliarità con il progetto non notano quasi le differenze. Non venne effettuato alcun cambiamento interno e le parti rimangono intercambiabili tra le due versioni.
Con la seconda guerra mondiale la richiesta legata all’arma crebbe notevolmente tanto che, sul finire del 1945, ne erano stati prodotti 1,8 milioni di esemplari, in diversi stabilimenti (Springfield, Ithaca, Singer, Remington). Dopo il 1945, l’arma rimase in dotazione come pistola d’ordinanza ed attraversò la guerra di Corea e quella in Vietnam, fino ad essere utilizzata, solo da alcuni reparti, anche nell’operazione Tempesta nel deserto del 1991. Nel 1985, una commissione dell’aviazione statunitense ha decretato l’adozione di un nuovo modello Beretta, la 92FS calibro 9 mm parabellum.
Il modello in fotografia, una M91911A1 USGI (United State Government Issue), secondo i marchi incisi sul metallo, è stato consegnato dalla Colt all’armeria di Springfield nel 1943. Fa parte di una fornitura di armi (lend lease) all’Unione Sovietica all’alba dell’invasione della Germania. Quasi certamente un’ufficiale russo se l’è venduta dopo la guerra. La pistola porta infatti i punzoni che ne certificano l’affidabilità per il mercato tedesco.

Absolutely the best military pistol ever built

The Colt M1911 is a single-action, semi-automatic, single action, recoil-operated handgun chambered for the .45 ACP cartridge. It carries seven rounds in a butt magazine but can be carried with an eighth round in the breech, the hammer cocked and the safe on (cocked and locked). Semi-automatic means that at any shot, the recoil of the slide pull the fired case off the barrel, recock the hammer and getting back in place put another round in the breech. This happens any time the trigger is pulled.
Designed by John Browning, it was the ordenance pistol of the United States Armi from 1911 to 1985. It was widely used in WWI and in WWII, in Corea and Vietnam. Browning’s design is so technically perfect that still today those pistols going under the name of M1911A1 are built in the same way. Materials are obviously changed, but the machanism is almost the same.
Despite the big caliber, the recoil is not too strong and accuracy of fire is surprising. Even at thirty meters it is hard not to center a target of twentyfive centimeters in diameter. It is undoubtedly an heavy weapon, but quite more slim if compared to those semi-auto pistols built today.
The weapon was officially adopted by the army in 1911, with the name M1911. The name will change formal designation as of 1940 to Automatic Pistol, Caliber .45, M1911 for the original Model of 1911 and Automatic Pistol, Caliber .45, M1911A1 for the M1911A1, adopted in 1924.
In the beginning, only the Colt was producing this weapon, but as of 1914 even the Springfield Arsenal was equipped to do this.
Battlefield experience in the First World War led to some more small external changes, completed in 1924. The new version received a modified type classification, M1911A1. Changes to the original design were minor and consisted of a shorter trigger, cutouts in the frame behind the trigger, an arched mainspring housing, a longer grip safety spur (to prevent hammer bite), a wider front sight, a shorter spur on the hammer, and simplified grip checkering by eliminating the “Double Diamond” reliefs. Those unfamiliar with the design are often unable to tell the difference between the two versions at a glance. No significant internal changes were made, and parts remained interchangeable between the two.
With the beginning of WWII, the demand for this weapon increased considerably, so that as of the end of 1945 1.8 milions of pieces had been produced in several factories (Springfield, Ithaca, Singer, Remington). At the end of 1945 the weapon remaind as the army ordenance pistol, going through the wars of Corea and Vietnam, until being even used, only by special detachments, in the operation Desert Storm in 1991. In 1985, a commission of the US Air Force decreed the adoption of the new model Beretta 92FS caliber 9mm Parabellum.
The model in the pictures, a M91911A1 USGI (United State Government Issue), according with the marks, was delivered by Colt to the Springfield Armory in 1943. Then it was part of a group of pistols lend leased to USSR at the eve of the invasion of Germany. It was probably sold by a Russian officer at the end of the war. The pistol has got the marks that certify the affordability on the german market.

Teaser n. 5 del nuovo romanzo

9 gennaio 2010 di lesitaliens

Scheletri di cemento: la fabbrica abbandonata.

Mi hanno sempre affascinato questi luoghi deserti, sporchi, lasciati arrugginire, grandi cadaveri che non servono più a nulla. Ne ho visitate alcune, qui e là, e hanno tutte la stessa atmosfera, come relitti abbandonati che con i loro resti raccontano tante storie.
Nel prossimo romanzo de les italiens, che si intitolerà Troppo piombo, il commissario Mordenti e la sua squadra di flic indagano su una serie di omicidi nell’ambiente del giornalismo. Nel corso dell’inchiesta dovranno visitare una fabbrica abbandonata i cui muri scrostati avranno molti segreti da rivelare.
Gironzolare per questi enormi edifici è un’esperienza interessante, corridoi scuri si succedono ad ambienti  più luminosi. A volte parte dei macchinari della fabbrica si trovano ancora al loro posto, grandi strutture di metallo che arrugginiscono nella penombra. Sembra quasi di vedere gli operai ancora al lavoro, puoi quasi sentire i loro passi e le loro voci. In realtà, spesso il silenzio è totale. Nelle lame di luce che sciacquano l’ambiente, strappandolo al buio, la polvere si muove lentamente creando fantasmi che rivelano con diffidenza le forme circostanti. I soffitti sono alti, scuri, spesso sostenuti da lunghe file di colonne.
Nel romanzo Troppo piombo ho cercato di rendere queste atmosfere, di descrivere le cose che ho visto. Ho provato ad accompagnare il lettore attraverso quelle stanze spoglie, in mezzo alla sporcizia e ai rottami. Ho tentato di rendere gli odori, le impressioni, lo stupore.

Leila e io ci siamo guardati. Mi ha fatto un cenno con il capo. Abbiamo attraversato il piazzale davanti alla fabbrica mischiando le nostre impronte alle altre già impresse nella neve. Come in un cimitero di dinosauri meccanici, ovunque erano ammassati macchinari enormi. Il peso di quelli sopra schiacciava come focacce quelli che stavano sotto. Tutto era polveroso e sporco. Siamo passati oltre i brandelli del portone e abbiamo percorso l’androne che portava al primo cortile. Alla luce fioca del giorno il posto sembrava meno inquietante di quanto dovesse apparire in piena notte.

I vetri delle finestre erano per la maggior parte rotti. In alto, attraverso l’apertura della volta la neve spinta dal vento entrava a folate isteriche nell’edificio. Avevo l’impressione di essere in un film di fantascienza da quattro soldi; la solita base abbandonata, piena di esseri striscianti che ti succhiano il cervello bevendo Martini dry.
Ci siamo fermati al centro di quello spazio immenso. Faceva meno freddo che all’esterno ma dalla tintarella integrale eravamo ancora lontani. Ai piedi dell’edificio che circondava il cortile si apriva una serie passaggi scuri. Brandelli di attrezzature erano ancora appesi al loro posto lungo le pareti. Probabilmente servivano a convogliare il materiale grezzo che veniva caricato sui camion.
Ho percepito un movimento. Poi due occhi che ci guardavano dalla penombra. Poi un paio di colpi di tosse. (da Troppo Piombo)

Ricordo che girando per la fabbrica abbandonata che poi mi è servita per ambientare parte del romanzo, la cosa che più mi stupiva era la sensazione di desolazione che impregna ogni muro, ogni colonna, ogni strumento. Muoversi in quegli ambienti è un’esperienza opprimente ed esaltante allo stesso tempo. Ogni angolo offre spunti e inquadrature. I particolari ti rimangono impressi indelebilmente nella testa.
Ho scritto Troppo piombo circa un paio d’anni dopo aver visitato la fabbrica, eppure descrivendo il vagabondare dei miei personaggi non facevo alcuna fatica a ricordare ogni ambiente, ogni oggetto come se ci fossi appena stato. Penso che le prime idee per il romanzo mi siano venute allora.
Sono rimaste un po’ di tempo a gironzolare nella mia testa, poi, alla fine, sono uscite.

Skeletons of concrete: the abandoned factory

I’ve always been fascinated by those dirty, deserted places, eaten by the rust, huge useless corpses. I have been visiting a couple of them, one here, one there, and all of them have the same atmosphere, like abandoned relics that tell many stories with their remains.
In my next novel of les italiens, whose title is
Troppo piombo, commissioner Mordenti and his flic’s team have to investigate on a series of murders in the circle of journalism. Sometime during the inquiry, they will have to visit an abandoned factory whose peeling walls have many secrets to reveal to them.
Wandering around these big buildings is an interesting experience, dark corridors and more luminous ambients follow one another. Sometime, huge machinery are still hanging in their places, large metal structures rusting in the shadow. You can steel se the workers still busy, hear their steps and their voices. Actually, the silence is often complete. In the light blades that wash the ambient tearing the darkness, the dust moves lazily creating ghosts that cautiously reveal the surrounding forms. Ceilings are tall, dark, often supported by long lines of columns.
In my novel
Troppo piombo, i tried to render these atmospheres, to describe the things I saw. I made an effort to take the reader through these large empty rooms, amid dirt and wastes. I tried to render smells, feelings and astonishment.

Leila and I looked at each other. With the head she made a signe to me. We crossed the large square in front of the factory mixing our footprints to the other already impressed in the snow. Huge machineries were piled everywhere like in a cemetery of mechanic dinosaurs. The weight of the scraps above was crushing those under them. Anything was dirty and dusty. We passed over the remains of a large door and run through the hall that took to the first courtyard. At the pale light of the day, the place looked less disquieting then it would have been at night. A great part of the glasses in the windows were broken. Above, the snow pushed by the wind blasted restless inside the building through the aperture of the vault. I had the feeling that I was in one of those B Sci-Fi movies; the usual abandoned space base full of crawling monsters drinking some Martini cocktails waiting to eat your brain away.
We stopped in the middle of that huge place. It was less cold than outside, but we were still pretty far from a full sun-tan. At the base of the building surrounding the courtyard there were some dark passages. Shred of equipments were still hanging in their places along the walls. They were probably used to convey the raw material to be loaded on the trucks.
I perceived a movement. A pair of eyes were staring at us. Then a couple coughs.
(From
Troppo Piombo)

I remember that walking around the abandoned factory that i’ve later used to set part of the novel, what amazed me more was the feel of desolation that soak any wall, any column and any tool. Moving in those spaces is an experience both oppressing and exciting. Any corner can give you hints and framings. Any detail remain impressed in your memory in an indelible way.
I wrote
Troppo piombo about two years after visiting the factory, but when describing the moves of my characters inside it was very easy to remember any ambient, any object, as i had just been there.
I think at that time I had the first inspiration for the novel. Ideas roamed around my head for some time, then, in the end, they jumped out.

Escalier A, troisième étage. La “Crim”

7 gennaio 2010 di lesitaliens

La leggendaria Brigata Criminale

La brigata criminale o, come la chiamano in centinaia di film, telefilm e romanzi, la “Crim”, è senza dubbio la più celebre brigata della polizia giudiziaria francese e una delle più famose del mondo.
Erede dei servizi della Sûreté, quella dell’ispettore Cluseau, la Crim è stata creata con un decreto ministeriale il 29giugno del 1912. Ma all’epoca non era che la prima sezione di una brigata più vasta che contava già oltre trecento poliziotti. La seconda sezione era incaricata della repressione dei furti e la terza si occupava di truffe, imbrogli e falsificazione di moneta.
L’atto di nascita ufficiale della Crim, risale dunque al primo dicembre del 1924 con il nome di Brigata Speciale n. 1, ma occupava già i locali nei quali si trova attualmente; terzo e quarto piano, scala A al 36 del quai des Orfèvres. Un indirizzo mitico che ha fatto sognare generazioni di scrittori e cineasti. Uno per tutti, il celeberrimo film di Henry Georges Clouzot 36 quai des Orfèvres nel quale il grande Louis Jouvet interpretava un vecchio ispettore principale alla vigilia della pensione.
Ma il primo a rendere famoso questo edificio grigio e serioso è stato Georges Simenon che, all’epoca, come giornalista di cronaca dell’Intransigeant, saliva frequentemente i 148 scalini ricoperti di vecchio linoleum nero che portano agli uffici della Crim.
L’allora patron della brigata si chiamava monsieur Nicolle e fumava oviamente la pipa. Questo signore, senza saperlo, divenne il modello del commissario Maigret. «Il personaggio del commissario Maigret costituisce d’altra parte uno dei più grandi falsi nella storia della brigata» racconta Maurice Gouny, ufficiale di polizia dal 1946 al 1963 e memoria vivente della Crim, «poichè nei suoi romanzi ha sempre lavorato da solo. Nella realtà, alla brigata criminale non esiste che il lavoro d’equipe.»
Questo non ha naturalmente impedito a Simenon di rendere immortale questa brigata nella quale, nemmeno a farlo apposta, molti dei patrons che si sono succeduti al comando fumavano la pipa.
È stato subito dopo la Liberazione, al fine di evitare una confusione con quelle sinistre brigate collaborazioniste che davano la caccia alla resistenza e agli ebrei, che la Brigata Speciale n.1 è diventata la Brigata Criminale. Il suo primo patron, monsieur Pinault (il cui nome ricorda stranamente il Pinaud di San-Antonio) si è insediato nel famoso “ufficio 315″ il 22 agosto 1944 mentre alla periferia di Parigi ancora si combatteva contro i tedeschi.
Molti altri hanno occupato quell’ufficio dopo di lui. Alcuni di loro sono divenuti Prefetti, come la celebre e bellissima Martine Monteil, autrice dell’interessante best seller Flic tout simplement, altri si sono rifatti un nome in letteratura. Altri ancora hanno terminato la loro carriera all’IGS, l’Inspection Générale des Services,  gli Affari Interni della polizia francese, che viene anche chiamato Il cimitero degli elefanti.
L’elitismo non si trova nei corridoi della Crim, tut’al più un bricciolo di vanteria compare nelle parole dei più anziani. I giovani flic della brigata preferiscono parlare delle condizioni di lavoro oggi molto migliori e, soprattutto del fattore tempo che permette di dedicarsi interamente ad ogni inchiesta. «Noi lavoriamo sulla durata» racconta una investigatrice, «abbiamo la possibilità di dedicarci totalmente a un singolo caso di omicidio, in caso di bisogno, anche per lunghi mesi. alla Crim il tempo non conta, la sola cosa importante è il risultato.» E questo è positivo nel 70% dei casi, un record invidiato dalle polizie di molti paesi.
Un record costato anche parecchio sangue. Ogni primo novembre la Crim onora i propri morti in servizio.

Teaser n.4 del prossimo romanzo

5 gennaio 2010 di lesitaliens

Parigi sotto la neve.

Terminato Les italiens, mi sono trovato in una specie di limbo nel quale non sapevo bene come muovermi.  Quando si finisce di scrivere un romanzo, e per me quella era la prima volta, ti prende una sensazione simile a quella che si prova quando si termina di leggere un libro che ci è piaciuto molto. Dopo un breve periodo di spaesamento hai subito il desiderio di leggerne un’altro. E infatti io avevo una grandissima voglia di cominciare un nuovo romanzo.
Avevo i miei personaggi e una immensa tela bianca sulla quale inventarmi una storia nella quale farli muovere. E una montagna di dubbi. Il più grosso era rappresentato dal personaggio di Moët, la giovane pittrice transessuale che alla fine del primo romanzo si lascia in maniera piuttosto amara con il commissario. Moët è un personaggio che mi è piaciuto moltissimo, mi è piaciuto costruirla, darle un carattere, una vita, i ricordi, i dolori e i piaceri. Così, mi spiaceva molto doverla abbandonare per strada.
Il secondo dubbio era se trovare o meno un nome al protagonista che nel primo romanzo non ne ha uno. Ma intanto dovevo inventare una storia.
Da circa trent’anni, con alcuni periodi di fuga, collaboro con il quotidiano La Stampa. Conosco tante persone all’interno del giornale, giornalisti, poligrafici, impiegati. In tanti anni mi sono fatto un’idea, giusta o sbagliata che sia, di quali possano essere le dinamiche di una vita di redazione. Basandomi sulle mie esperienze personali ho deciso che l’avrei raccontata. In più mi sembrava un ambiente interessante del quale la gente sa poco o nulla. Lentamente si è andata formando una storia che ruotava attorno a un quotidiano parigino, che naturalmente mi sono inventato, all’interno del quale avvengono una serie di omicidi sui quali deve indagare l’equipe degli italiens.
Les italiens si svolgeva in estate, in giro per una Parigi rovente, quindi per questo nuovo romanzo mi sarebbe piaciuto un rigido inverno.  Per giunta, la storia che avevo in testa si prestava ad ad una lenta e inesorabile caduta in un gelo senza fine.
All’inizio ho deciso di provare a mantenere il personaggio di Moët. Siccome verso la fine del romanzo precedente il commissario, tornando finalmente a casa, trovava lo sfratto nella buca delle lettere, ho pensato che all’inizio della nuova avventura lui poteva essersi trasferito in una specie di dependance della bellissima casa di Moët pagandole un modesto affittato. Una specie di convivenza senza implicazioni, tipo che tra i due è rimasto l’affetto, ma si è spenta la fiamma del peccato.
Con questa premessa ho cominciato a scrivere, infoiato come un pazzo e felice come un cane che si rotola su una merda di mucca bella fesca.
Nel frattempo, messo alle strette, dovevo trovare un nome per il commissario. Tutti lo volevano, il mio editore, alcuni lettori e, pare, persino qualche editore straniero. Così, man mano che andavo avanti, accumulavo nomi e cognomi.
Ci voleva qualcosa di accattivante e, naturalmente, nome francese e cognome italiano.
La storia intanto procedeva tra alti e bassi. A volte non ti viene un’idea a pagarla un milione, altre volte non smetteresti di scrivere nemmeno di notte. Per giunta, il racconto stava prendendo uno strano ritmo, molto somigliante alla famosa pallina di neve dei cartoni animati che si trasforma rapidamente in un’enorme valanga. Avvenimenti che si succedevano sempre più incalzanti, scoprendo piano piano una storia terrificante e violenta, all’interno della quale tutti i personaggi venivano trascinati in un gigantesco gorgo gelato.
Ad un certo punto mi sono reso conto che la presenza di Moët nel contesto del romanzo non c’entrava assolutamente nulla. Mi trovavo costretto a far tornare a casa il commissario (che nel frattempo era stato battezzato Jean-Pierre Mordenti) perchè lei potesse comparire e dire qualche battuta. In più, tra una tenerezza e l’altra, mi veniva voglia di farli scopare di nuovo e tutto questo complicava le cose, anche perchè Jean-Pierre intanto si dava da fare su altri fronti. Insomma, mi sono reso conto che la presenza della bella transessuale, anche se solo in versione padrona di casa, era totalmente pretestuosa. Per questo sono stato costretto a levarla di mezzo. Cosa che non solo mi ha pemesso di sveltire l’azione, ma anche di evitare che l’attenzione del lettore venisse distolta continuamente dal filo del racconto.
Comunque aspettatevi pure scintille. Troppo piombo, così si intitolerà il romanzo, è una storia dura, senza vincitori nè vinti, il cui amaro pessimismo è salvato solamente dall’ironia e dal consueto humour de les italiens.

Paris under the snow

When finished the novel Les italiens, i found myself in that sort of limbo in which I did not exactly know how to behave. When you write a novel and you’re through with it, that was the first time to me, you feel the same as when you are through reading a book you loved. After a short moment of despair, you want to start with another one. In fact I starved for writing a new novel.
I had my characters and a huge, white canvas on which invent a new story for them to move in. And an amount of doubts. The greatest of them was reperesented by the character of Moët, the young transexual painter that at the end of the first novel parts from the protagonist in a quite bitter way. Moët is a character I loved very much, I loved building her, giving her a temper, a life, memories, pleasures and pains. Because of this I was unhappy to let her go.
The second doubt was to decide if the protagonist, that didn’t have one in the first novel, should have a name. But meanwhile, I had to invent a plot.
I’ve been working in the Turin’s newspaper La Stampa for almost the last twentyfive years, with some short getaway once in a while. I know many peoples inside the newspaper, journalists, printworkers, employees. In these many years I’ve build my own idea, right or wrong that is, of whic kind of dynamics life can have in an editorial office. I’ve decided to tell that based on my own experiences on the field. Plus i think that people knows little or nothing about it.
Slowly, a story begun to form around a newspaper in Paris, that I obviously invented, where some omicides occur and on which the police team of les italiens have to investigate. The novel Les italiens took place in the Summer, in the streets of a red-hot Paris, so for this new novel I wanted an ice-cold Winter. In addition, the story itself was perfect for a slow, hopeless fall into an endless chill.
In the beginning I thought I could keep the character of  Moët. Since in the end of the previous novel, the commissioner, when he gets home in the end, finds an eviction order in the mailbox, I thought that in the beginning of the new novel he could rent part of the beautiful mansion of Moët outside Paris, paying for it a modest rent. A sort of cohabitation without sexual implications, kind of when there is still affiction, but the passion is gone.
With these premises, I started again writing, strongly aroused and happy like a dog rolling itself in a big, fresh cow shit.
Meanwhile, I was pushed to find a name for the protagonist. Anybody wanted it, my publisher, most of the readers, and even some foreign publishers. So, while I was going on writing, I made out a list of names and surnames.
I needed a strong name, and obviously a French name with an Italian surname.
In the meanwhile, the novel went on with good and bad moments. There are times which you do not have an idea paying gold for it and other times which you could write even the night away. In addition, the story was taking a weird rhythm, something like the small snowball of the cartoons that quickly turns into an avalanche. Events following one another very quickly unveiling a violent and terrifying story, inside which the characters were dragged into a huge, icy maelstrom.
Unfotunately, at a certain point, I realized that in the plot of the novel, the character of Moët was totally unnecessary. I often found myself pushing the protagonist (that in the meantime had been named Jean-Pierre Mordenti) to get back home once i a while just to make her appear and say something. Besides, between a tenderness and the other, i felt I wanted to make them fuck again and this was furthermore complicating things. Even because meanwhile, Jean-Pierre was having some fun with another girl. This is why in the end I was forced to get rid of her. Her presence was slowing the action and was repeatedly taking the attention of the reader away from the plot.
Anyway, expect a lot of sprkles. Troppo Piombo, this will be the title of the second novel, is a tough story with neither victors nor vanquished, which bitter pessimism is only saved by the irony and the usual humour of  les italien
s.