La Donna di Troppo Diventa un eBook su iTunes

La storia di Zara Bosdaves

Questo è il link, signore e signori:

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Da oggi è possibile scaricare gratuitamente l’eBook  che accompagna il romanzo La Donna di troppo. Un’avventura interattiva alla scoperta della protagonista, Zara Bosdaves, del suo passato, dei luoghi in cui si svolge il romanzo e, modestamente, del suo autore (chi ride del ritratto si becca un pugno sul mento). Vi sitrovano anche i primi due capitoli del romanzo.
L’eBook è ottimizzato per l’iPad e si potrà scaricare dall’iBookstore. Le altre librerie online avranno solamente il pdf.

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«Scrivendo un racconto ambientato nel Veneto, Enrico Pandiani si è “imbattuto” in un personaggio avvolgente e seducente: Zara. Una donna forte e fragile allo stesso tempo, che ha preso e impacchettato la sua vita per trasferirsi a Torino, città in cui, un anno esatto dopo il trasferimento, inizia la storia narrata nel suo nuovo romanzo, La donna di troppo».

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«In questo libro illustrato, disponibile esclusivamente in digitale, viene raccontata la storia di Zara Bosdaves, la protagonista de La donna di troppo, il primo capitolo di una formidabile serie noir, dalla sua nascita fino al trasferimento da Vicenza a Torino, città moderna, cosmopolita e violenta, in cui si muovono i protagonisti del romanzo.»

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Questo esclusivo eBook interattivo, ottimizzato per iPad, è ricco di contenuti inediti, tra cui:

•        La storia illustrata e a colori di Zara Bosdaves, con le immagini
       e i testi di Enrico Pandiani.

•        L’immaginario racconto dell’incontro tra Zara
       e il suo creatore.

•        Una mappa interattiva di Torino con i dieci luoghi
       più significativi della città e didascalie in pop up.

•        Una ricca fotogallery con immagini scattate
       dallo stesso Pandiani.

•        Un’esclusiva intervista all’autore.

•        Le prime venti pagine del romanzo.

E, dulcis in fundo, la versione digitale del romanzo, in vendita dal 24 aprile, sarà in offerta lancio a 5,99€ (invece di 11,99€) fino al 1 maggio.

Zara

Una donna, una città, una storia: 3 giorni all’uscita

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Zara sta per arrivare

Ci sono momenti in cui solo una forza d’animo non indifferente e un valido addestramento possono tirarti fuori da una situazione senza uscita. Riuscire a rimanere lucidi in questi frangenti è difficile, ma sai che un unico, piccolo sbaglio può essere l’ultimo. La sola cosa che devi avere in mente è che ne vuoi uscire senza un graffio, camminando con le tue gambe. E per ottenere questo è necessario che il tuo avversario rimanga sul terreno. A volte non esistono alternative, devi fare una scelta: o tu o lui. E non ci sono dubbi, è meglio lui.

Torino, aprile 2013

Zara

La donna di troppo: ecco la copertina.

Copertina

Una collana quasi nuova

La donna di troppo sarà il secondo romanzo in uscita da Rizzoli per la collana La Scala Noir, una branca de La Scala, la collana di punta dell’editrice. Nuova veste grafica, dunque, più “noir”, dove i colori acidi si mescolano alle ombre e a una sorta di retino che richiama le foto di cronaca nera. La tela del dorso, tipica della collana da cui ha origine, sarà grigia, come le atmosfere e le sensazioni che scaturiscono dal romanzo.
Ecco la sinossi de La donna di troppo:

Solo un anno fa Zara Bosdaves poteva imbattersi in un cadavere senza altra preoccupazione che affidarlo ai colleghi della Scientifica. Non doveva filare via, allora, ripulendo in maniera frettolosa quello che poteva aver toccato, e pensando a cosa diavolo dire alla polizia. Era lei la polizia.
Adesso Zara fa la detective privata: ha raccolto la sua vita, l’ha impacchettata e si è trasferita a Torino dove, oltre all’agenzia d’investigazioni, è titolare insieme al compagno François di uno dei locali più popolari della città. E ce la sta mettendo tutta per adattarsi al suo nuovo lavoro, ma pedinare mariti traditori non è proprio il massimo che una donna come lei – una che pratica l’aikido, che sa dove colpire e dove far male – possa desiderare. Fino a quando non le viene affidato l’incarico d’indagare sulla scomparsa del figlio di un importante industriale, quest’ultimo morto in circostanze sospette in un incidente d’auto. Zara allora dovrà fare i conti con torbidi affari di famiglia, con gente disposta a tutto pur di arrivare lassù, oltre la nebbia; dovrà misurarsi con la violenza, con il dolore. E trovarne la cura. Ma dal sangue non si può guarire, e a lei non resterà altro da fare che seguirlo. Per scoprire dove porta.
Con questo romanzo, Enrico Pandiani si conferma un maestro del noir, disegnando una Torino crudele e inattesa, che di giorno ti seduce e di notte ti pugnala, e la sua nuova, travolgente protagonista. Bosdaves è arrivata, ruvida e passionale. E non saprete resisterle.

Torino, aprile 2013

Zara

Una donna, una città, una storia: 10 giorni all’uscita

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Torino nel terzo millenio

Dimenticate l’esoterismo, la magia, le madamine, i gianduiotti e tutti quei ridicoli luoghi comuni su Torino. Venite a conoscere quella vera, dura e luminosa, la Torino multietnica dove la vita scorre nei grandi viali, nelle piazze, nei vicoli, lungo il fiume e sulla collina. Una città a più livelli, piena di sorprese, di gente di musica e di colori, dove il giorno ti incalza e la notte può trascinarti nel buio più profondo. Come un labirinto dove l’allegria si mescola alla disperazione, e la passione può diventare sofferenza, questa città non ha nulla da invidiare alle altre grandi città del noir. Ha, forse, qualche cosa in più.

Torino, aprile 2013

Zara

Una donna, una città, una storia: 17 giorni all’uscita

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Un’avventura in bianco e nero

Carezzare i suoi capelli biondi, lunghi e spettinati, ti fa ricordare che, quella sera a Padova, sono stati il primo particolare di lei ad averti colpito. Stavate prendendo un aperitivo e nella luce tiepida che andava spegnendosi tra le colonne del Caffè Pedrocchi, ti era sembrata così fragile, così carina. Hai addirittura provato il desiderio di fartela su quel tavolino, in mezzo a bicchieri e noccioline, davanti a tutti. Una donna bianca, bella, sola, e tu, nero come il tuo passato e senza un futuro.

Torino, aprile 2013

Zara

Una donna, una città, una storia: 24 giorni all’uscita

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Il fascino dei posti oscuri

Muri scrostati, legno marcio, odori sgradevoli che si mescolano a quello della tua paura. Ti muovi tra calcinacci e spazzatura e l’unico suono che senti è il battito del tuo cuore: tum, tum, tum… Ti pulsa nel cervello e rallenta i tuoi riflessi. Avanzi nel buio cercando di non fare rumore, vorresti scomparire, ma l’umidità che viene fuori da quelle pareti antiche ti riporta alla realtà, ti riempie la gola impedendoti di respirare. Echi distanti ti dicono che non sei sola, ma chi ti sta cercando non ha intenzione di aiutarti.

Torino, aprile 2013

Zara

Un racconto con un po’ di pepe

Con un gesto delicato Saverio scostò i capelli scuri dalla spalla di Francesca. Attraversando le foglie dei grandi alberi del giardino, una chiazza di sole arancione si rifletteva sulla seta candida della vestaglia scivolando pigra tra il collo e l’avambraccio della donna. Lui rimase a fissarla con un sorriso divertito. Sentì il suo corpo fremere sotto le dita e questo lo fece ulteriormente eccitare
Nudo davanti a lei, i muscoli lunghi e armoniosi che sembravano guizzare sotto la pelle abbronzata, Saverio sapeva bene quanto Francesca lo desiderasse. Farla aspettare a lungo faceva parte della sua strategia amorosa, gli piaceva tenerla in costante tensione, affamata ed eccitata come una dea dell’amore. Tra loro il sesso pareva una materia infiammabile e Saverio sapeva come dosare alla perfezione gli elementi per scatenare quell’esplosione che alla fine di ogni amplesso li lasciava esausti, in una nuvola di piacere.
«Saverio…» disse lei in un sussurro tremolante, «sei un mostro, perché fai così? Vuoi vedermi morire?» Gli porse le labbra schiuse, invitanti. «Dai, amore, baciami, non farmi più aspettare, ti prego, ti prego, ti prego…»
Le ultime parole erano state un rantolo soffocato. Invece di rispondere lui le diede un bacio leggero sulle labbra, ignorando di proposito la sua lingua insinuante. Si fece anche più vicino e i loro corpi si sfiorarono. La seta venendo in contatto con la sua erezione gli diede un brivido di piacere. Era morbida come panna e liscia come un liquido denso. Francesca sospirò contro la sua gola, il corpo le tremava in una sorta di frenesia involontaria. Il desiderio l’avrebbe spinta ad abbracciarlo, ad afferrare le sue spalle per sollevarsi lasciandosi poi ricadere, immergendo dentro di sé su quel membro enorme che le piaceva tanto. Ma stare al gioco, assecondare la sua strategia era, forse, ancora più eccitante.
Saverio sciolse la cintura della vestaglia allontanandosi nel contempo da lei di mezzo passo. La baciò sul collo gustandosi il languido lamento che risaliva tremolante la sua gola. Francesca chiuse gli occhi mentre un lungo brivido di piacere ne scuoteva il corpo come una foglia.
«Ah mio dio» sussurrò, «dio, dio, dio… Ti supplico, Saverio, portami sul letto, prendimi, prendimi…»
Di nuovo l’uomo non rispose. Si fece più vicino infilandosi tra i lembi aperti della vestaglia e con studiata lentezza ne sfilò la cintura. Prese i polsi di Francesca e dopo averli portati dietro la schiena cominciò a legarli con la sottile striscia di seta. Adesso i loro corpi si toccavano. La donna gli si strusciava contro gemendo come incantata, gli occhi chiusi e le labbra incollate al petto di lui. Senza guardare, Saverio finì di legarle i polsi dietro la schiena, la baciò ancora sulle labbra strappandole un gemito di piacere, poi scostò i lembi della vestaglia e iniziò a carezzare la sua pelle morbida come raso. Francesca ebbe la sensazione che il cuore le scoppiasse nel petto, dopo un blando tentativo di liberare le mani, premette il proprio corpo contro di lui abbandonandosi del tutto a quella novità così eccitante.
Un respiro affannato le scuoteva il busto e quando Saverio prese fra le mani i suoi seni sodi e cominciò a solleticarne i grandi capezzoli scuri si sentì mancare. Lui dovette sorreggerla e questo le permise di trovarsi con le labbra vicino all’orecchio dell’amante. «Oh ti prego, amore, ti prego, ti prego, ti prego…» ansimò in un soffio la voce arrochita dal desiderio, «Sono tua, amore mio, non farmi aspettare più, ti prego, ti prego, sollevami come sai fare tu, amore… fammi fare la gru, ti prego, la gru, la gru…»
Saverio si godette quel momento amplificandolo fino a rendere il desiderio di Francesca una sorta di smania che soltanto il nastro di seta attorno ai polsi riusciva in qualche modo a trattenere. Si piegò infine sulle gambe e con premurosa perizia la penetrò piano immergendosi a fondo dentro di lei. Poi, con mossa lenta, si rimise dritto e la sollevò dal pavimento reggendola con la sola forza del suo membro.
«Oh sì, sì, sì, sì…» gridò lei tendendosi in uno spasmo di piacere così intenso da farle quasi perdere i sensi, «oh amore mio, che bello… che bello… Non smettere mai, mai…»
Il suo corpo era in uno stato di esaltazione tale che, nonostante Saverio avesse il perfetto controllo della situazione, dovette sorreggerla afferrandola per i fianchi sottili. Con un movimento che pareva quasi un passo di danza si allontanò dalla finestra cercando le labbra avide della sua compagna che baciò con trionfante voluttà.
Sovrastata da un’ebbrezza che le annebbiava i sensi, Francesca strinse i muscoli del pube mentre le sue gambe, sospese nel vuoto, si muovevano lente alla ricerca di una penetrazione ancora più profonda. I polsi impastoiati di seta si contorcevano con poca convinzione dietro la sua schiena, spinti più che altro dal desiderio frustrato di poter stringere fra le braccia quel suo meraviglioso stallone.
Con la leggerezza di un ballerino, Saverio raggiunse il grande letto a baldacchino e vi si lasciò scivolare con grazia sdraiandosi sul corpo morbido e bollente della sua giovane amante. I movimenti convulsi di lei, l’appagamento assoluto che traspariva dal suo sguardo incantato e il piacere che pervadeva ogni centimetro della sua pelle, rendevano reale quel mondo privato del quale lui si sentiva il dolce incontrastato tiranno. La consapevolezza che Francesca mai avrebbe potuto fare a meno della sua arte, lo innalzava a vette fino a quel momento inimmaginabili, dandogli la certezza di avere infine trovato ciò che aveva cercato per tutta la vita.
«Spingi, amore mio, spingi …» mormorò la donna agitandosi nel suo delirio erotico, «così, così, non ti fermare, non ti fermare mai, mai, mai, mai…»
Saverio, che per un momento si era perso nei propri pensieri, riprese l’amplesso con rinnovata passione. Sentì l’orgasmo che come un fiume in piena si preparava infine a risalire dalla profondità del suo essere. Si voltò sulla schiena aiutando Francesca che, con sospiro di soddisfazione, si sedette eccitata sul suo addome. La osservò muovendosi piano dentro di lei, le dita che correvano delicate sui suoi piccoli seni. Pensò che quella femmina straordinaria, impalata così sul suo membro enorme e con le braccia legate dietro la schiena, aveva l’aspetto eccitante di una principessa prigioniera.
Una principessa che in quel momento lui stava trascinando con sé in un abisso di piacere.

Lo sguardo di Francesca si allontanò malvolentieri da quello di Saverio. Erano passate solo due ore da quando avevano fatto l’amore, quel pomeriggio, e a lei pareva di sentirlo ancora dentro di se. Quando posò la mano sul cucchiaio le sue dita ebbero un tremito leggero.
«Grazie Saverio» sospirò con voce forse un po’ troppo dolce, «le tue attenzioni rendono molto piacevole la mia vita in questa casa.»
Lui le fece un inchino. «Il suo piacere è la mia soddisfazione, baronessa» disse con un sorriso.
Si raddrizzò sollevando la zuppiera Wedgewood dalla quale Francesca si era appena servita e con elegante nonchalance raggiunse il padrone di casa seduto all’altra estremità del tavolo. Vedendo il domestico che si avvicinava, il vecchio barone Crézancy-Sancerre piegò il Financial Times e lo posò accanto a sé sul tavolo prima di mettere il tovagliolo sulle ginocchia. Da sopra la montatura d’oro degli occhiali guardò compiaciuto la giovane moglie italiana augurandosi, quella sera, di non addormentarsi sul più bello, come ormai gli succedeva ogni settimana. Poi prese il ramaiolo e cominciò a servirsi il consommé.

Torino, luglio 2011

I posti de les italiens: l’Île aux Cygnes

Quella particolare visione dal basso

Al commissario Mordenti e alla sua squadra piace il fiume, quel grande nastro verdognolo che attraversa Parigi scorrendo sempre per di là. Questo mondo parallelo, seconda via di scorrimento della città, li attrae trasportandoli attraverso una visione urbanistica completamente differente. Una visione dal basso verso l’alto, dove la pietra ti sovrasta e tutto scorre più lentamente, anche il tempo.
Le brutture del mestiere si annidano anche tra le sue sponde, nascondono crimini che devono essere scoperti, corpi che si rivelano all’improvviso in tutta la loro crudezza.
Ogni volta che un battello a motore dell Fluv, la polizia fluviale, li trasporta lungo il Front de Seine, la bellezza dei palazzi visti da quella posizione straordinaria si mescola all’inquietudine per ciò che Mordenti e i suoi ragazzi si stanno recando a vedere. Il lato brutto della vita, quello che per un flic della Crim è pane quotidiano.
In Lezioni di tenebra, (Instar Libri, 2011) questo avviene accanto a un luogo di grande fascino e morbida tranquillità, l’Île aux Cygnes.

Ho guardato l’acqua verde del fiume che ribolliva di schiuma allontanandosi dalla poppa del battello. Le nuvole riflesse si ondulavano come deformate dal calore, per poi ricomporsi nuovamente poco più in là. Abbiamo incrociato due grandi bateau mouche che risalivano la corrente in direzione del Vert Galant. Stavo guardando distrattamente la mole color ruggine della Tour Eiffel che sfilava accanto a noi quando Wassim mi ha portato una tazza di caffè fumante.
«Per te, commissario» ha detto con un sorriso.
«Grazie» ho detto, «ne ho proprio bisogno.»
Avevo conosciuto Wassim Bedreddine parecchio tempo prima, in circostanze che avevano messo in pericolo la pelle di entrambi. Sbirro della Fluviale e genero di Servandoni, amava l’acqua e quella visione dal basso che offre la città mentre scorre sopra di te come se appartenesse a un altro universo. «Sul fiume, tutto è più pulito» diceva spesso. Quando gli avevo offerto di entrare nella squadra si era semplicemente rifiutato di lasciare il suo lavoro. Per questo, se c’era bisogno di andare in barchetta sulla Senna, Alain chiamava sempre lui.
«Ci metteremo altri dieci minuti» ha detto, «se ti serve qualcosa, sono là davanti.»
Ha raggiunto Servandoni a prua. Il mio socio stava fumando una delle sue pestilenziali sigarette e intanto chiacchierava con il flic al timone. Il sole stava cominciando a picchiare di brutto ma l’aria del fiume era fresca e piacevole.
Siamo passati davanti alla Maison de Radio France, poi il battello si è infilato nel canale tra l’argine del fiume e l’Île aux Cygnes. Il pilota ha ridotto la velocità lasciando il lungo isolotto a babordo. Superato il pont de Grenelle, ha puntato verso i due prefabbricati galleggianti del Port d’Auteuil.
Sull’argine c’erano sbirri a frotte, in divisa e in borghese. Sciamavano sul lungofiume cercando di avere un’aria indaffarata. Due sommozzatori della Fluv stavano entrando nell’acqua in quel momento, calandosi dalla stretta piattaforma a lato di uno dei piccoli edifici flottanti.
Autopattuglie, furgoni e ambulanze erano parcheggiati sul boulevard con i lampeggianti accesi. In quel marasma ho intravisto la figura del dottor Delarche che aspettava diligentemente la fine dei rilievi ben sapendo che le sue pazienti non sarebbero andate da nessuna parte.
Il collega di Wassim ha ridotto al minimo la velocità, poi, mentre la prua del battello si infilava tra il Poton des Glénans e l’altro edificio, ha frenato invertendo la spinta del motore in un ribollire di schiuma biancastra. L’imbarcazione si è fermata di sbieco contro una balaustra di metallo grigio alla quale Wassim l’ha ormeggiata con una cima bianca.
Un fotografo della scientifica stava riprendendo la scena del crimine, appollaiato su uno dei tralicci che tenevano ancorati i casotti alla riva. I cadaveri erano stati abbandonati contro l’argine di pietra, semisommersi nell’acqua torbida del fiume tra rifiuti di ogni genere. Due donne nude, legate schiena contro schiena per il collo, i gomiti, la vita e le caviglie. Una delle due sporgeva sopra il pelo dell’acqua, l’altra era quasi completamente sommersa.

L’antica Île des Cygnes nacque dalla fusione di varie isole minori, l’île des treilles, l’île aux vaches, l’île Maquerelle, l’île de Jérusalem et l’île de Longchamp. Nel 1782 vi si fabbricava l’olio di interiora d’animale, l’huile de tripes, che serviva ad alimentare i réverbères, i lampioni della citta.
Verso la fine del XVIII secolo questa lunga lingua di terra che un tempo ospitava la Riserva Reale dei Cigni e sulla quale era solito passeggiare Russeau, venne incorporata alla riva sinistra (oggi vi sorge il Musée du Quai Branly). Proprio di fronte, era stata intanto edificata una specie di diga che seguiva, dritta come una banchina, il corso del fiume. Gradualmente, nonostante di cigni non ve ne fosse manco l’ombra, quest’isola artificiale lunga e sottile conosciuta come Digue de Grenelle, prese il nome di Isola dei Cigni.
Creata nel 1827, l’isola faceva parte del complesso del Port fluvial de Grenelle, realizzato tra il 1824 e il 1829 secondo il piano urbanistico per la plaine de Grenelle. Artefici del prodigio gli imprenditori e consiglieri municipali (la solita pastetta) Léonard Violet et Alphonse Letellier che, con l’aggiunta di una stazione fluviale e con il pont de Grenelle, completarono il progetto.
Lunga 890 metri e larga 11, dal 1878 l’Île aux Cygnes (la nostra) offre in tutta la sua estensione una bellissima promenade racchiusa tra due quinte vegetali, per un totale di 322 alberi di 61 specie differenti. Il posto è molto particolare, lontano dai rumori della città, estremamente piacevole per passeggiare, pensare, flirtare, riprendersi da una depressione o dimenticare il partners che ti ha cornificato l’ultima volta. Vi si possono incontrare coppiette di innamorati, gente che fa jogging, senzatetto che bivaccano in tende colorate o perdigiorno che osservano il fiume. Se vi serve la quiete pressapoco assoluta, questo è il posto che fa per voi.
Percorrendo l’isola si passano ben tre ponti ai quali serve da basamento centrale, il Pont de Grenelle, che taglia la punta occidentale dell’isola e dal quale si può scendere sulla passeggiata tramite una rampa d’accesso, il Pont Rouelle o pont SNCF-Passy-Grenelle che taglia l’isola a metà e il Pont de Bir-Hakeim che ne taglia la punta orientale e che provvede una seconda discesa al fiume.
Durante l’Exposition internationale des arts et techniques del 1937 L’Île aux Cygnes ospitava gli straordinari padiglioni de la France d’Outre-mer, un variopinto insieme di sontuosi edifici che parevano galleggiare sull’acqua. Peccato non esserci stati.
Sulla punta occidentale dell’isola, solenne sul suo piedistallo, si erge la più grande delle due riproduzioni della Statua della Libertà che si trovano a Parigi (l’altra è al Jardin du Luxembourg). Libby Junior si trova sull’isola dal 1886, tre anni dopo l’installazione della sorella più grande nella baia di New York. Si tratta di una fusione in bronzo ottenuta da un modello di studio originale dello scultore Frédéric Auguste Bartholdi. Fin dal 1884 il Comitato degli Americani di Parigi aveva lanciato una sottoscrizione per farne dono alla Francia e il modello originale in gesso alto 11 metri venne inaugurato nel maggio del 1885 in Place des Etats-Unis. La successiva scultura in bronzo, realizzata due anni più tardi nel corso dell’Esposizione Universale di quell’anno, fu trasportata sull’Île aux Cygnes nel giugno 1889 in occasione del centenario della Rivoluzione francese. Venne inaugurata in pompa magna il 4 luglio dal presidente Carnet.
Non è certamente imponente come la sorellona americana, ma è comunque il punto d’arrivo emozionante di una bellissima passeggiata. Giungendo al fondo dell’isola, quando le chiome degli alberi si aprono sul fiume, la presenza oltre l’arcata del Pont de Grenelle di questa figura così conosciuta in un luogo che non le appartiene, è una visione di emozionante bellezza.  In Lezioni di tenebra, al contrario, per l’amico Mordenti rappresenta la fine di una brutta giornata.

L’alcol mi ha dato una bella botta fissando quelle immagini nella mia testa in maniera indelebile. Un odio come quello non lo avevo provato in tutta la mia vita, riuscivo a toccarlo, potevo plasmarlo e dargli forma. Sembrava vivo.
«Non voglio che sui giornali esca una sola parola di questa specie di messaggio» ho detto cupo. «Non voglio nomi, né fotografie. Soprattutto non voglio che circoli il nome di quella troia, vediamo di non farne un personaggio. Fammi il favore di parlarne a Le Normand.»
Alain ha messo una Gauloise tra le labbra e l’ha accesa sfregando un fiammifero sul ponte. Ha soffiato una nuvoletta bianca che si è stemperata nel sole. «Ci penso io» ha detto.
I due cadaveri sono stati adagiati sull’argine. Il fotografo ha ancora scattato qualche particolare della scritta, dei nodi e dei fori di proiettile. Poi le hanno separate. Delarche si è avvicinato per gli esami di rito, mi ha scorto e ha fatto un segno per dirmi che mi avrebbe chiamato più tardi.
Il mio sguardo ha incrociato quello di Bremond che si trovava accanto al dottore. Come padrone di casa, per ora l’indagine competeva al suo commissariato. Ho risposto al cenno di saluto che mi ha fatto, poi ho indicato le due donne. Poi ho indicato Alain e me. Volevo fosse chiaro che si trattava di roba nostra. Ha assentito cupamente con un leggero movimento del capo.
Un paio di flic hanno isolato la zona con dei paraventi mobili per nascondere i corpi alla vista dei curiosi. Delarche ha aperto la borsa e ha cominciato le sue pratiche disgustose.
«Andiamo via di qui» ho detto a Wassim.
Il suo collega ha acceso il motore e tutto lo scafo si è messo a tremare. La cima d’ormeggio è stata slegata, poi il battello ha rinculato staccandosi dalla riva con uno scossone. Mentre mi rimettevo in piedi, l’aria del fiume mi ha schiaffeggiato violentemente la faccia. Mi sono sporto oltre la murata e ho vomitato nell’acqua, due lunghi conati che mi hanno portato via anche lo stomaco.
Alain ha aspettato che mi pulissi con il fazzoletto poi mi ha ridato la sua fiaschetta. Ho bevuto un bel sorso di rum. È sceso bruciando lungo la gola facendo del suo meglio per rimettermi in sesto.
Il timoniere ha compiuto un ampio giro scivolando al di là dell’isola. Siamo passati davanti alla Statua della Libertà, poi abbiamo messo la prua a nord-est e l’imbarcazione ha cominciato a risalire lentamente la corrente.

Nel 2007 l’Île aux Cygnes è diventata uno scalo del porto autonomo di Parigi con un imbarcadero e un posto d’ormeggio.
Percorrerla nella sua lunghezza ci conduce attraverso un paesaggio urbano che mescola il nuovo con l’antico, la pietra con il ferro e l’acqua con il cielo. Osservando le grandi péniches e le chiatte ormeggiate sulle rive della Senna si ha quasi l’impressione di trovarsi sul ponte di una grande barca di pietra che si muove senza tempo lungo la corrente del fiume.

Intervista su Il Sole 24 Ore Nord Ovest

Intervista di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore Nord Ovest (mercoledì 30 marzo, pag. 25)

«I miei personaggi? Nati sul Tgv»

Tre romanzi in tre anni, più di 12mila copie vendute e una saga noir – quella degli «italiens» della brigata criminale di Parigi – destinata a crescere. Tanto che il quarto capitolo delle avventure del commissario Mordenti e della sua squadra, dopo i primi tre pubblicati con la torinese Instar (Les italiens nell’aprile del 2009, Troppo piombo nel marzo 2010 e Lezioni di tenebra lo scorso febbraio), uscirà per Rizzoli. È tutta in ascesa la carriera letteraria di Enrico Pandiani, torinese, classe 1956, grafico per necessità e scrittore per passione.

Ha esordito tardi, ma ora sta bruciando le tappe.
«In realtà ho iniziato a scrivere, quando ero molto giovane, con le storie a fumetti pubblicate su alcune riviste, come il Mago e Orient Express. Poi ho tolto le vignette e sono rimaste le parole».

Come sono nati Les italiens?
«In 25 anni ho avviato una mezza dozzina di romanzi, rimasti a metà, che raccontavano la fuga di due personaggi antitetici: mi interessava il rapporto fra di loro e il tema della tolleranza. A scrivere mi divertivo, e mi diverto, tantissimo, ma lo facevo senza convinzione. Poi ho deciso di provarci davvero: ho scritto la prima pagina di Les italiens su un Tgv di ritorno da Parigi la mattina dell’1 gennaio 2007 e in sette mesi l’ho finito. Ed ero così entusiasta che ho iniziato subito il secondo».

Pensava che Les italiens sarebbe stato il suo romanzo d’esordio?
«Quando l’ho finito sentivo di aver lavorato meglio del solito. Ho fatto leggere il manoscritto a un’amica che ha una piccola casa editrice e lei mi ha incoraggiato. Così l’ho proposto alla Instar e loro non solo hanno deciso di pubblicarlo, ma con il mio romanzo hanno anche inaugurato una nuova collana. È stato stupendo».
E ora il passaggio a Rizzoli.

«È un salto nel buio, anche perché con Instar lavoro molto bene e vorrei continuare a farlo. Ma uno scrittore sogna che le sue pagine siano lette da più persone possibili e con Rizzoli spero che questo accada».

Progetti per il futuro?
«Ne ho una montagna: vorrei scrivere storie a fumetti sulle vicende dei personaggi “minori” dei miei romanzi; mi hanno proposto di fare una trasposizione cinematografica di Les italiens; poi sto lavorando a un libro per bambini con mio figlio, che ha otto anni; vorrei anche scrivere storie per ragazzi. Ma non ho tempo: quello dello scrittore è un lavoro per ricchi scapoli, mentre io ho un lavoro e una famiglia. Per fortuna»

I posti de les italiens: Montmartre

Alla ricerca di un tempo perduto

Montmartre, o la Butte de Montmartre, è il luogo giusto, se siete un po’ arroganti, per poter guardare Parigi dall’alto in basso. Comune piuttosto antico del dipartimento della Senna, venne annesso alla capitale nel 1860. Da allora, buona parte dei suoi edifici abbarbicati sulla collina formano il XVIII arrondissemet. Il resto fa parte del comune di Saint-Ouen. Come accennato in partenza, i suoi 130,53 metri di altitudine sul livello del mare non fanno di Montmartre un concorrente diretto del Monte Bianco ma lo rendono senz’altro il punto topografico più elevato di Parigi (la Tour Eiffel e la Tour Montparnasse, infatti, sono più alte). Vi si accede tramite una funicolare che sembra uscita da un film di fantascienza degli anni ’50 o trascinandosi su per i 222 scalini che portano in cima.
Per i maniaci della storia, Montmartre è stato per lungo tempo un villaggio fuori dalla cerchia muraria della capitale. Manco a dirlo, una delle etimologie ne fa risalire il nome al latino Mons Martis, il Monte di Marte. In epoca gallo-romana, quando Asterix e Obelix visitavano Lutèce, un tempio dedicato a Marte sorgeva difatti sulla collina. Altra brillante ipotesi è quella di Mont du Martyre, Monte del Martirio, poiché Saint-Denis, primo vescovo di Parigi e vittima delle persecuzioni anti cristiane, venne decapitato sulla collina assieme ad alcuni altri fedeli. La leggenda racconta che il sant’uomo, certamente un buontempone, raccolse da terra la propria testa e, tenendola sotto braccio, si fece una bella passeggiata fino al luogo in cui oggi sorge l’omonima basilica, dove si fece infine seppellire. Una delle vie storiche che portano a Montmartre si chiama difatti rue des Martyrs.
Come ben sa Umberto Eco, che ne parla nel suo Cimitero di Praga, Montmartre è stato uno dei luoghi importanti durante la Comune di Parigi nel 1871. L’idea di costruire quell’ammasso di panna montata chiamato basilica del Sacré-Coeur prese inesorabilmente forma dopo la guerra franco-prussiana del 1870. La costruzione venne decretata da un’infelice votazione dell’Assemblea Nazionale il 23 luglio 1873 per «espiare i crimini dei Comunardi» e per rendere omaggio ai numerosi cittadini francesi deceduti durante la guerra.
Le vie di Montmartre si arrampicano su per la collina in una ragnatela confusa e tortuosa. A salire a piedi ci si fa il mazzo, l’orientamento è difficoltoso e non è detto che al primo colpo si riesca ad arrivare dove si voleva. Luoghi di antica bellezza si mescolano a dozzinali attrazioni turistiche e spesso, orrendi negozi di ciarpame assediano luoghi mozzafiato. Tralasciando il Sacré-Coeur, meta di milioni di fotografi della domenica, torme di cinesi che guardano il mondo attraverso lo schermo delle loro macchine fotografiche e altra varia umanità in posa sulla scalinata accanto a finte sculture viventi un po’ patetiche, se volete veramente vivere Montmartre ci dovete andare nei periodi in cui i turisti se ne stanno a casa loro. Momenti rarissimi a Parigi, ma che capita di cuccare. Solo allora, in una maggiore solitudine, la Butte de Montmartre vi svelerà il suo fascino particolare. Posti magici che sfilano uno dietro l’altro.
Place du Tertre, tanto per dirne uno, dove nel 1814, al restaurant de La Mère Catherine comparve per la prima volta la parola “bistro” (presto), coniata dagli esuli russi che abitavano la butte. L’ Eglise St-Jean-de-Montmartre, costruita ne 1901 da Anatole de Baudot, dove, se vi tira vedere quel genere di cose, potete ammirare le tre grandi vetrate policrome disegnate dal pittore dell’Art Nuveau Pascal Blanchard. Le Lapin Agile, in precedenza Cabaret des Assassins, dove si ritrovavano artisti come Alphonse Allais, Caran d’Ache o André Gill, al quale si deve la pitura che dà il nome al locale (Le Lapin à Gill). Le Lapin fu in seguito acquistato dal chansonnier e scrittore Aristide Bruant che accoglieva artisti squattrinati come Picasso, Modigliani e Utrillo.
Prima o poi, trascinando i piedi per la fatica, finirete per trovarvi nella bellissima Place des Abbesses con il suo giardino le botteghe e l’omonima via molto trafficata. Su uno de muri della piazza si trova un grande murale in piastrelle con le parole “je t’aime” ripetute in dozzine di lingue. Se volete far colpo sulla ragazza, quello è il posto che fa per voi. La fermata della metropolitana Abbesses è la più profonda di Parigi; per prendere il treno dovete scendere di una quarantina di metri verso il centro della terra.
È proprio in questa piazza che inizia il terzo romanzo del commissario Mordenti, Lezioni di Tenebra. Tanto per non perdere l’abitudine leggiamoci l’incipit.

Uno.

«Comincia a salire» ha detto, «cerco un parcheggio e ti raggiungo.»
Giunti sotto casa non c’era un posto a pagarlo un milione così Martine aveva fermato la Karmann Ghia davanti al portone. Place des Abbesses era ancora piena di gente.
«Hai una faccia» ha detto.
«Sei di cattivo umore?» le ho chiesto sforzandomi di parlare. «Questa sera sembravi assente.» Un fiotto di nausea mi si è arrampicato su per la gola.
«Non è nulla, sono solamente stanca.»
«Problemi in studio?»
«Mi hanno affidato un paio di contratti importanti, te ne parlo appena starai meglio.»
Ho soffocato un conato. «Nient’altro?»
«Non fare lo sbirro con me, ragazzo» ha riso, «vai a metterti sotto le coperte.»
Sono sceso con la stessa agilità di un ippopotamo che scavalca una staccionata. Nonostante i piedi per terra, la piazza continuava a ruotare attorno a me come un vortice di colori. Ho aspettato che rallentasse prima di chiudere lo sportello. Martine mi ha mandato un bacio sulla punta delle dita.
L’ho guardata partire, poi sono strisciato fino al portone. Ho battuto il codice sul tastierino e sono entrato nell’androne illuminato. Niente ascensore così per trascinarmi fino al terzo piano m’è toccato scalare i gradini aggrappato al mancorrente.
La nausea è una brutta bestia, lo sapeva bene Sartre. Ti s’insinua su per la gola impedendoti di parlare, di muoverti e di pensare, non la puoi combattere, né le puoi resistere.
Sul pianerottolo avvolto dal suono discreto del silenzio ho trovato la porta di casa solo accostata. Ho fatto un respiro profondo. Il mondo si è fermato per qualche istante, poi ha ripreso a girare. Ci mancava l’appartamento svaligiato.
Ho guardato le chiavi che avevo in mano prima di rimetterle in tasca, poi ho spinto il battente. Cassetti aperti, libri sul pavimento, mobili spalancati. Dal soggiorno proveniva una luce fioca. Mi ci sono diretto fermando la parete con una mano per evitare che tutta la casa ricominciasse a girare.
La lampada a piantana accanto al divano era accesa. Qualcosa si è mosso nell’ombra.
Mi sono avvicinato di un passo e una figura è apparsa nel cono di luce. Un metro e settantacinque, impermeabile di vinile nero stretto in vita da una cintura. I capelli erano rossi, tagliati a caschetto. Il resto del viso era nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca.
Una strana pistola ha brillato alla luce della piantana. Era piatta e larga, un’arma che non avevo mai visto. Un fiotto di adrenalina mi ha attraversato le viscere e questo mi ha permesso di fare altri due passi verso di lei.
Lezioni di Tenebra, di Enrico Pandiani. Instar Libri (2011)

Insomma, come tutti i posti troppo famosi, troppo visitati, troppo fotografati, anche Montmartre ha perso parte del suo fascino. Eppure è ancora capace di stupire il visitatore attento, quello che non cerca le false atmosfere di una volta e che sa che i grandi pittori non ci sono più. Dimore meravigiose aspettano solo di essere riscoperte, piccoli giardini di grandi privilegiati si nascondono dietro a muri di cinta che il tempo ha soltanto scalfito. Se siete curiosi e non avete paura che la vostra testa rimanga bloccata tra le stanghe di un vecchio cancello, vedrete case di campagna in piena città, viali alberati che formano prospettive accanto a piccoli boschi tranquilli. Roba da ricchi, direte voi. Temo di sì.
Con poco sforzo potrete allontanarvi dalla folla, ritrovandovi magari su un sentiero tra gi alberi che vi leva il fiato portandovi verso la cima della collina. Quando la vostra lingua toccherà per terra, potrete fermarvi su piccole terrazze dalle quali avrete una vista sublime sui tetti digradanti verso il centro della città. Una pausa al bistrot Le Consulat, sperando che sulla piazzetta non ci siano milleduecento persone per metro quadro, poi, snobbando finti pittori bohemiens, falsi locali tipici e tonnellate di negozietti di ciarpame, possiamo cominciare a scendere, dando ovviamente per scontato che del Sacré-Coeur non ce ne frega un beneamato cazzo.
Ai piedi della sua scalinata, ad ogni modo, si trovano due dei posti più incredibili che mi sia capitato di vedere a Parigi, il magasin Tissus Reine e soprattutto il Marché Saint-Pierre, il tempio dei tessuti a Parigi. Quattro piani in un vecchio edificio bianco dove potrete trovare tutte le stoffe del mondo. Migliaia di colori, disegni, pattern e chi più ne ha ne metta. Aggirarsi in queste grandi stanze, tra massaie francesi, cinesi, africane è un divertimento sopraffino. Se riuscite a uscire dal Marché Saint-Pierre senza una pezza di stoffa vuol dire che il vostro animo è gelido come il pirillo di un esquimese.
Giusto lì di fronte, ai Tissus Reine, sopra ogni banco è esposto un manichino in miniatura addobbato con le pezze in vendita. Sono soltanto tagli di tessuto ma rendono perfettamente l’idea di un vestito. È meno sbalorditivo del Marché Saint-Pierre ma vale comunque un giro.
Se non siete dei lumaconi senza guscio, mentre l’ora volge al desio, una lunga, bellissima passeggiata vi porterà con calma verso il centro. Vedrete la città cambiare colore mentre il sole si ritira, la luce si tingerà pian piano d’arancio per lasciare infine il posto a un’ombra violetta che si arrampica sulle facciate delle case. Sarete stanchi ma felici e nessuno vi impedirà a un certo punto di saltare su un taxi o di infilarvi nella metropolitana. Da qualche parte vi porterà di certo.

Per chiudere, un elenco di tipi famosi che hanno vissuto a Montmartre.
Marcel Aymé, scrittore
Georges Braque, pittore e scultore
Louis-Ferdinand Céline, scrittore
Georges Clemenceau, giornalista, politico, sindaco di Montmartre (1870)
Dalida, Cantante e attrice. Rue d’Orchampt
Dominique Field, liutaio di chitarre classiche
La Goulue, danzatrice al Moulin Rouge
Max Jacob, poeta, romanziere, saggista e pittore francese
Jean Marais, attore e scultore
Georges Michel, detto Michel de Montmartre, primo pittore di Montmartre
Michou, artista e direttore di cabaret
Monique Morelli, chanteuse
Hector Berlioz, compositore
Pablo Picasso, pittore
Fontenay de Saint-Affrique, pittore
Erik Satie, compositore e pianista
Henri de Toulouse-Lautrec, pittore
Tristan Tzara, scrittore
Maurice Utrillo, pittore
Suzanne Valadon, pittore
Vincent Van Gogh, pittore. Stava dal fratello Théo al 54 di rue Lepic
Boris Vian, scrittore, poeta, paroliere, cantante, musicista di jazz
Jacques Prévert, poeta e scenografo. Stesso pianerottolo di Vian, al 6b di Cité Véron