La quarta inchiesta: Mordenti indaga…

Vecchie armi, vecchi cassetti.

Come dice Mordenti, le armi stanno al poliziesco come le mele stanno alla Tarte Tatin. E infatti eccole che saltano fuori. Potrebbe essere una pista, potrebbe anche non esserlo. Però vale la pena vedere dove questa Luger può portare les italiens.

….Ha tirato giù dalla libreria un paio di grandi raccoglitori neri prima di sedersi all’altro capo della scrivania. Si è rigirato la Luger tra le mani appuntandosi su un post-it giallo alcuni dei numeri incisi nell’acciaio.
….«Tanto per cominciare, vi posso dire che quest’arma era in dotazione alla Wehrmacht. L’aquila con la svastica che si trova sul fianco destro vicino alla canna lo attesta senz’ombra di dubbio.»
….Ha preso il foglietto e ha spulciato le buste di plastica del primo raccoglitore. Si è fermato circa a metà delle pagine. «Dunque» ha detto, «è stata fabbricata dalla DWM, Deutsche Waffen und Munitionsfabriken, nel 1939.» Mi ha guardato da sopra le lenti degli occhiali. «Lo specifico perché molti modelli venivano prodotti dalla Simson, dalla Krieghoff, dall’arsenale di Erfurt e dalla Mauser. La bachelite delle guancette è in ottime condizioni e il metallo ha mantenuto più o meno il novanta per cento della brunitura originale.»
….Con una lente ha osservato il fianco destro. «Dev’essere rimasta in un cassetto per un mucchio di tempo, la molla dell’estrattore è piuttosto arrugginita.» Ha fatto scattare il giunto a ginocchio e ha sbirciato dentro la canna con uno strumento da otorinolaringoiatra. «La rigatura è buona ma la manutenzione lascia molto a desiderare. Dopo aver sparato l’ultima volta non è stata pulita.»

Le armi de les italiens: Akdal Ghost

La pistola della Mezzaluna

L’Akdal Ghost TR01 è una pistola semi-automatica compatta disegnata e prodotta dalla Ucylidiz Arms (Akdal Arms) in Turchia. Evidentemente la madama turca aveva bisogno di una nuova berta e l’Akdal, senza farselo dire due volte, ha preso una Glock 17 e l’ha scopiazzata quasi spudoratamente. Difatti condivide con la sorella austriaca diverse caratteristiche.
La Ghost TR01 è stata progettata per supplire al bisogno di una pistola per il personale della sicurezza e per le forze di polizia piuttosto che per un uso militare. Pare, infatti, che i militari turchi preferiscano usare la Yavuz 16, un aggeggio scopiazzato, tanto per cambiare, dalla Beretta, che ha la stessa aria goffa, ha passato incredibilmente le prove di affidabilità, è in servizio presso diversi regimenti, eccetera eccetera.
La TR01 è stata messa sul mercato nel 1990 e non dev’essere proprio così male se ancora oggi stanno li a costruirla.

Seduti ai quattro lati di un tavolo nel confortevole salotto di quella specie di rifugio antiatomico siamo rimasti in silenzio per qualche momento. Ancora non riuscivo a credere di avere Calogero Vastedda davanti a me, anche se non sembrava molto in vena di confidenze.
«Lei non sa nulla, commissario» ha detto con un lieve dolcissimo accento siciliano, «mi ha trovato, è vero, ma questo la lascia esattamente al punto di partenza.»
«So più cose di quanto lei creda» ho detto giocherellando con la Akdal Ghost calibro 9 che avevo trovato sulla libreria. Dopo averla scaricata l’avevo posata sul tavolo in mezzo a noi. «Per cominciare so che lei e Gustave avete deciso di farvi un lavoretto per conto vostro senza dirlo al ai vostri amici. Loro lo hanno saputo e vi ha messo quella donna alle calcagna.»
«Quale donna?» ha domandato fingendo curiosità.
Il posto offriva ogni tipo di confort: libri, liquori, una grande televisione, una cucina perfettamente attrezzata e una camera da letto nella quale mi sarei chiuso volentieri con la mia collega per una mezz’oretta di relax.
«Andiamo, Calogero, lei ha paura» ho detto sventolandgli sotto al naso l’automatica turca, «e questa pistola me lo conferma. So che la conosce bene, se la lasciassi girare per Torino le farebbe la pelle senza batter ciglio. Per sua fortuna l’abbiamo trovata prima noi.»
Ha fatto spallucce fissandomi con un sorriso. Aveva fascino da vendere l’amico, era uno di quegli uomini che rimangono belli fino alla tomba. «Guardi, io non ho proprio nulla da dire, né a lei né ai suoi colleghi italiani. Non sono nemmeno sicuro che abbiate in mano qualcosa per trattenermi più a lungo delle formalità del caso, quindi la prego di non insistere.»
In cambio di un sopportabile ronzio, il generatore elettrico nascosto sotto il laboratorio della villa garantiva luce e aria pulita. Probabilmente il gasolio non sarebbe durato in eterno, ma i bisogni di Vastedda erano pochi e l’amico sembrava piuttosto fatalista.
(Da
Lezioni di tenebra, terza inchiesta de les italiens, edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse. Febbraio 2011)

Chi ha disegnato la Akdal Ghost si è premurato di renderla qualitativamente ergonomica dotandola di un’impugnatura confortevole e ben bilanciata e di un sacco di altre caratteristiche che si è trovato belle pronte sui blueprint della Glock. L’arma utilizza un meccanismo a corto rinculo di canna tale e quale la Glock 17, basato sul sistema Browning, nel quale la canna si innesta sulla slitta tramite una singola aletta che entra nella finestra di espulsione. La pistola utilizza un percussore pre-armato che diminuisce il carico di lavoro sul grilletto. In soldoni, per sparare un colpo non c’è bisogno di essere l’incredibile Hulk ma basta sfiorare il grilletto con una leggera presione. Una roba tipo del genere. Non so a che diavolo serva se non ad aumentare le probabilità di spararsi da soli.
La Akdal Ghost è dotata di una serie di sistemi di sicurezza che servono appunto a prevenire spari accidentali o scaricamento indesiderato dell’arma. Questi includono una sicurezza sul grilletto, una sullo spillo del percussore, un indicatore di cane armato, uno di pallottola in canna, eccetera eccetera. Il caricatore bifilare contiene quindici pallottole calibro 9×19. Le tacche di mira sono fisse ma una rotaia Picatinny può essere sistemata davanti al ponticello del grilletto per montre un mirino laser.
Il fusto dell’arma è in polimeri mentre la canna, d’acciaio, ha sei rigature destrorse.
Siccome quasi ogni dettaglio interno e parecchio somigliante a quelli della Glock, nell’interesse della scienza o della stupidità, uno potrebbe essere portato a credere che i vari componenti, che so, la canna per esempio, siano intercambiabili. Ovviamente non è così. Ma asciugate le lacrime e consolatevi, l’Akdal vi costerà sicuramente meno.

La terza inchiesta: Quale copertina?

Finito la terza inchiesta de les italiens, mentre il romanzo se ne stava lì a riposare raffreddandosi in attesa di future molteplici riletture, cambiamenti, editing e quantʼaltro, ho cominciato a pensare quale potesse essere la copertina. La storia, anche se condita con la consueta ironia e abbondante humour, è piuttosto cupa e tocca argomenti piuttosto perversi.
Per questo, in seguito, finita il primo abbozzo di copertina, un’altra immagine più forte ed esplicita della prima ha cominciato a frullarmi in testa cercando di convincermi che sarebbe stata anche meglio della prima. Questi sono i procedimenti che ho seguito per realizzare le due copertine.
Io penso di avere ormai deciso, ma mi piacerebbe sentire qualche altra opinione in proposito. Avanti con la prima.

Cliccando sulle foto le si può ingrandire.

La prima versione della copertina

Nel romanzo uno dei personaggi chiave è questa donna perfida, crudele, unʼassassina a pagamento che maschera il proprio volto con un foulard di seta nera e porta una parrucca di capelli rossi. È un personaggio che mi affascina, quindi ho pensato che la copertina di Lezioni di tenebra potesse essere sua. Lʼho immaginata mentre puntava una pistola sulla sua prossima vittima guardandola con occhi gelidi al di sopra del bordo del foulard che le copre il viso.
Per prima cosa mi sono buttato su internet e ho cercato la foto di una donna mascherata in questa maniera. Come sempre mi è venuto utile Flickr, un sito di archivio fotografico sul quale si può trovare di tutto. Ma proprio di TUTTO.
E infatti è saltata fuori anche la mia bella mascherata.

Queste due sono tra le più interessanti che ho trovato. Ho deciso che la seconda, come punto di partenza, faceva esattamente al caso mio, mi piacevano i riflessi della seta e la posizione un poʼ strafottente della donna, la testa un po’ piegata, lo sguardo freddo, eccetera. A questo punto serviva la pistola. La mia intenzione era di costruire una specie di Frankenstein facendo un collage di pezzi trovati sulla rete.

Ho trovato la foto che mi serviva, ne ho isolato il braccio con la pistola, poi ho cominciato a montare i vari elementi sulla foto che avevo scelto. La mia cattiva cominciava a prendere forma. Nel romanzo, però, porta una parrucca a caschetto di capelli rossi, quindi anche lʼillustrazione di copertina doveva essere così. Quindi ho cercato altre teste in modo da trovare quella che faceva al caso mio per continuare il collage. Ne è uscita fuori una roba del genere.

A questo punto la composizione non era male e il personaggio cominciava a prendere forma, ma ancora non aveva quellʼaria perversa e cattiva che volevo avesse la mia protagonista. Nel romanzo indossa un impermeabile di vinile nero e inoltre i capelli ancora non mi piacevano. Quindi cʼerano altre ricerche da fare.

Ho trovato due foto per lʼimpermeabile (una mi serviva solo per il braccio) e ho finalmente scovato la pettinatura che volevo. Ho montato il tutto in Photoshop e la mia copertina era pronta per essere disegnata in vettoriale su Illustrator.
Per prima cosa dovevo tracciare a mano su carta da lucido i tratti che poi avrei seguito nel disegno vettoriale dando già quella stilizzazione che le linee di Bézier poi accentuano ulteriormente. Quello che in genere ne viene fuori è una cosa del genere.

Una volta terminato il lavoro di ricalco lo si scannerizza e lo si porta in Illustrator come template. Poi inizia il vero e proprio lavoro di illustrazione al computer. Quello che si ottiene alla fine è lʼillustrazione che comparirà sulla copertina, ossia questo.

Sul programma InDesign ho poi impaginato lʼillustrazione per realizzare la copertina definitiva. Eccola qui.

A questo punto, come sempre, ho inziato a scervellarmi su quale potessero essere i colori della nuova copertina. La gamma è pressoché infinita, bisogna provare finchè non si trova la combinazione giusta. Naturalmente si cerca di fare una copertina che attiri l’attenzione dei possibili lettori in un contesto, quello delle librerie, dove il caos regna sovrano. Ecco alcune possibilità.

Qualche tempo dopo, rileggendo il romanzo, un tarlo ha cominciato a rodermi il cervello. Unʼaltra possibile copertina ha cominciato a girarmi per la testa, una copertina più forte e un pelo più perversa. Mi è venuta voglia di realizzarla per poterla vedere accanto allʼaltra e decidere quale mi piaceva di più. Prossimamente ve ne parlo.

I colleghi de les italiens: la scientifica

Attenti a dove lasciate le vostre impronte…

Se vi fate un giretto lungo la Senna e passate sull’Île de la Cité, non ci metterete molto a ritrovarvi davanti alla sede della polizia scientifica di Parigi sul Quai de l’Horloge. Siamo sul bordo settentrionale dell’isola, tra il pont au Change e il Pont-Neuf. I laboratori della Polizia Scientifica di Parigi (LPSP) si trovano al numero 3, dove un paio di gendarmi vi impediranno gentilmente, ma con fermezza di ficcare il naso.
Il Quai de l’Horloge venne iniziato nel 1580 e, a causa a diverse interruzioni dei lavori, terminato solamente nel 1611. Inizialmente vi si trovavano botteghe per lo più occupate da parrucchieri. Nel 1738, Mr. Turgot, l’allora prevosto (il magistrato responsabile dell’amministrazione della città di Parigi, con autorità diretta sulle potenti corporazioni e ampia autonomia giudiziaria) fece allargare le estremità del quai in seguito alla demolizione delle baracche addossate al Palais de Justice.
Il commissario Mordenti ci viene piuttosto spesso, al 3 di Quai de l’Horloge. Vi lavorano i colleghi della scientifica Saunière e Guibert.

(…) Le due torri medievali della Conciergerie svettavano sopra di me mentre percorrevo a lenti passi il quai de l’Horloge. I loro tetti aguzzi si stagliavano scuri contro un cielo grigio piombo che sembrava promettere una nevicata con i fiocchi. Avevo dormito male e il mio umore era simile a quello di un elettore due mesi dopo la vittoria del suo partito.
Il pomeriggio precedente l’avevo passato in giro per negozi di calzature. Cercavo un paio di stivali simili a quelli chemi aveva descritto Delarche. Li vendevano dappertutto e ce n’erano per tutte le tasche. Una roba da cowboy ma più tozzi, con la punta rinforzata da una placca d’acciaio, che sul corpo di Thérèse era stata devastante. Il cinghietto attraversava il collo del piede ed era fermato da una piccola fibbia che corrispondeva in linea di massima al segno lasciato sul corpo della donna.
L’ufficio di Saunière affacciava sul fiume a pochi passi dal quai des Orfèvres. Non era chic come dall’altra parte dell’isola, ma il posto era tranquillo e poco trafficato. Ho percorso il marciapiede camminando accanto a una fila di furgoni blu della gendarmeria mentre un vento gelido proveniente dal pont Neuf mi schiaffeggiava il viso. Al numero 3 un piantone rintanato nella garitta di vetro verdino mi ha fatto entrare dopo aver dato uno sguardo distratto alla mia tessera tricolore.
François mi dava le spalle quando sono entrato nel laboratorio. Stava appoggiato a un bancone carico di microscopi, centrifughe e altre cianfrusaglie di cui ignoravo la funzione. Ho dato un colpetto di tosse. Sono passati due o tre secondi prima che si voltasse. Secondo me questi scienziati vivono in differita, quello che succede intorno a loro lo ricevono con un impercettibile ritardo. Forse per aiutare la concentrazione. (da Troppo piombo, 2010)

Il Quai de L’Horloge è conosciuto anche con il nomignolo di les Morfondus, gli intirizziti, a causa della sua piena esposizione al vento del Nord che gela e intirizzisce i poveri pedoni che lo percorrono in inverno.
È in questo angolo spesso deserto di Parigi che nel 1985, in seno alla direzione centrale della polizia giudiziaria, venne istituita la sotto-direzione di polizia tecnica e scientifica. Lo scopo era quello di raggruppare all’interno di un’unica entità ben definita i differenti servizi di supporto all’esecuzione delle indagini di polizia.
La sotto-direzione di polizia tecnica e scientifica partecipa attivamente alla ricerca e all’identificazione degli autori di ogni tipo di crimine. Dà inoltre un grosso apporto in campi d’azione quali le ricerche criminali, i casi di identità giudiziaria, il lavoro d’analisi nei laboratori della polizia scientifica e fornisce il materiale informatico. Assicura anche, nei campi specializzati, la formazione iniziale e continua del personale della polizia nazionale.
Collabora infine ad azioni di cooperazione internazionale nel quadro dell’Interpol e dell’Unione Europea, collaborando alla lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato.
La polizia scientifica è composta da cinque servizi:
• la divisione di logistica operativa
• la divisione di studi, collegamento e formazione
• il servizio centrale d’identita giudiziaria
• il servizio centrale di documentazione criminale
• il servizio informatico e di tracciatura tecnologica
L’istituto nazionale di polizia scientifica comprende inoltre il servizio dei laboratori nei quali è centralizzata la documentazione scientifica, gestisce il budget e coordina l’attività dei cinque laboratori di polizia scientifica e del laboratorio di tossicologia della Prefettura di polizia.
I laboratori della scientifica sono divisi nelle seguenti sezioni:
Balistica, studio delle armi, delle munizioni e delle traiettorie
Biologia, analisi di sangue, sperma, capelli, impronte genetiche.
Documenti e tracce, analisi di documenti falsi e calligrafia
• Incendi e esplosioni, studio di esplosivi e liquidi infiammabili
Fisica e chimica, studio di pitture, residui di sparo, vetri e terre
Stupefacenti, analisi di sostanze chimiche (campioni sequestrati, droga, ecc.)
• Tossicologia, ricerca di tracce tossicologiche da campioni biologici.

Alcuni di questi servizi hanno particolarità piuttosto interessanti. Ci sto lavorando su e pubblicherò in seguito alcuni approfondimenti mirati.

Le armi de les italiens: Manurhin MR 73

Il revolver made in France

La Manurhin MR 73 è un revolver a singola e doppia azione francese messo in produzione nel 1973 e fabricato inizialmente dalla Manurhin negli stabilimenti di Mulhouse. Si tratta del primo revolver costruito in Francia dal 1892. Il progetto è stato sviluppato per rispondere alla domanda di una pistola a tamburo da parte della Polizia Nazionale e della Gendarmeria, in particolar modo per le unità speciali. Nel 2008 è uscito nelle sale cinematografiche il fil di Olivier Marechal MR 73, con Daniel Auteuil e Olivia Bonamy.
Esistono due versioni di questa pistola, una in calibro 357 magnum e una in calibro 9mm Parabellum. Il peso va dagli 860 grammi al chilogrammo a seconda della lunghezza della canna (3, 4 e 5,25 pollici). Il tamburo porta sei colpi.
L’acciaio del castello e del tamburo provengono dalle acciaierie Aubert & Duval. Le camere del tamburo sono realizzate per tornitura. Secondo il costruttore possono teoricamente accettare un sovraccarico superiore a due volte la potenza delle munizioni.
La rigatura e le finiture della canna sono ottenute per martellatura a freddo. Stando ai documenti d’armeria della Gendarmeria Mobile di Maison Alfort, numerose MR 73 dei GIGN (le teste di cuoio della Gendarmeria) hanno sparato più di 150.000 cartucce con la sola sostituzione della molla principale.

All’uscita di una cantina i cui muri erano ricoperti di grafiti multicolori la fila si è nuovamente fermata.
Ombra ha azionato la pompa del suo schioppo mettendo una cartuccia in canna. Si è allontanato da noi per raggiungere gli sbirri in testa alla fila. Patornay ci si è avvicinato.
«Ci siamo» ha bisbigliato «ci troviamo sotto l’edificio.» Mi ha indicato una scala di cemento che s’arrampicava nella penombra oltre la porta della cantina. «Saliamo da quella parte e procediamo piano per piano, non so se mi spiego.»
Servandoni ha estratto la sua Manurhin con canna da tre pollici e ha controllato i proiettili nel tamburo. Io ho sfilato la Colt dalla fondina. Schiocchi metallici dappertutto, l’orchestra stava accordando gli strumenti.
Davanti, qualcuno ha sollevato un braccio e ha fatto un paio di segni. La fila s’è rimessa in moto attraversando il pavimento di cemento a passi lenti. La scala era ampia e ripida. Due rampe portavano al piano terra, altre due al primo piano e così via. I ballatoi erano di legno e affacciavano sulla tromba delle scale.
Gli uomini di Chantonna hanno preso posizone, le armi puntate verso l’alto, mettendosi in modo da difendere tutto il perimetro.
L’avanguardia ha ricominciato a salire le scale con cautela. Servandoni e io ci siamo accodati. Superato il piano terra abbiamo proseguito verso il paradiso. Coccioni era più avanti con Ombra e Chantonna. Patornay li ha raggiunti facendo i gradini due alla volta.
Io non avevo nessuna fretta. I posti bui non mi sono mai piaciuti, specialmente quelli in cui stanno nascosti diciotto individui pronti a riempirti il culo di piombo. Gli sbirri che mi stavano davanti erano armati fino ai denti, pieni zeppi di tecnologia e indossavano giubbotti antiproiettile. Non vedevo la necessità di mettergli fretta o di fare il primo della classe. Alain, al mio fianco, sembrava pensarla esattamente come me.

(Anticipazione da un futuro romanzo de les italiens)

Un tamburo specifico permetteva di sparare, con la Manurhin 73, proiettili calibro 9mm Parabellum (calibro .355/.356) una munizione solitamente utilizzata nelle pistole semi automatiche. Tale insolito accessorio permette il tiro di addestramento con munizioni meno costose di quelle calibro .357 Magnum. Ma l’utilizzo di pallottole 9mm Parabellum mostrò presto una serie di limiti pratici, per esempio l’estrazione dei bossoli e il caricamento tattico dell’arma. Inoltre, nel tiro sportivo, faceva passare la MR 73 dalla 4a alla 1a categoria, essendo le 9 Para, per la legge francese, munizioni da guerra. Per questo, dall’inizio degli anni ’80, la produzione è stata limitata al calibro .357 Magnum.
Da trent’anni quest’arma è utilizzata dai Gruppi d’Intervento della Gendarmeria Nazionale (GIGN) che dai Gruppi d’Intervento della Polizia Nazionale (GIPN) e dall’USP lussemburghese. Nel passato, la Manurhin 73 è stata anche in dotazione al RAID, un’unità anti-terrorismo della polizia francese, ai gruppi d’intervento della polizia spagnola (GEO) e al GEK Cobra (Gendarmerieeinsatzkommando) della gendarmeria austriaca.
È un revolver potente e ben costruito che nulla ha da invidiare alle più celebri e fighette sorelle americane.

“Cinema da Denuncia” per Troppo piombo

Troppo piombo

Recensione di Alessandro Baratti
cinemadadenuncia.splinder.com

Enrico Pandiani, Troppo piombo, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 311, € 14,50

Parigi, 15 dicembre. Rimpiazzati i caduti dell’operazione Chamberat con due acquisti di collaudata affidabilità, la squadra degli italiens si mobilita per un nuovo caso: Thérèse Garcia, caposervizio della cronaca cittadina al quotidiano Paris24h, è stata uccisa nel suo appartamento da qualcuno che l’ha massacrata freddamente per mezz’ora e poi le ha spezzato il collo, lasciando accanto al corpo undici paia di scarpe perfettamente allineate. Capitanati dal commissario Jean-Pierre Mordenti, les italiens si lanciano in un’indagine che li porterà a carambolare tra la redazione del giornale, piccoli trafficanti d’armi che bazzicano il Forum des Halles e relitti industriali della banlieue nord. Mentre il conto dei cadaveri aumenta e il Natale si avvicina, il commissario entra in intimità con Nadège Blanc, redattrice in cronaca cittadina che si occupa di moda. Su tutto una misteriosa sigla che spunta con sospetta insistenza: PPLB.

Avevamo lasciato il commissario senza nome degli Italiens seduto al tavolino di un bistrot, intento a sorseggiare Sancerre e seguire con lo sguardo la bellissima Moët Chamberat che usciva dalla sua vita. Lo ritroviamo nell’appartamento di una donna cui è stato spezzato il collo al termine di un pestaggio di rara ferocia. Ma è solo più tardi, presentandosi alla magnetica e felina Nadège Blanc, che il commissario rivela la propria identità: Jean-Pierre Mordenti, nome che evoca almeno altri due J-P: Belmondo, attore incrociato di sfuggita all’entrata della Brasserie Lipp, e Melville, nume tutelare del genere cinematografico polar (il poliziesco-noir alla francese). Spigliatezza di origine italiana e concretezza di sapore alsaziano (non a caso Jean-Pierre e Nadège vanno da Lipp a mangiare la choucroute) sono gli ingredienti che si mescolano alla perfezione nel personaggio di Mordenti, commissario al comando degli italiens “o, più amichevolmente, quelle teste di cazzo degli italiani” (p.14).

Stavolta il sardonico flic deve vedersela con un assassino che sceglie le sue vittime all’interno della redazione del quotidiano Paris24h, giornale fittizio che riecheggia il settimanale Le Nouvel Observateur. Maledettamente imbrogliata, l’indagine gira inizialmente a vuoto inciampando nella diffidente reticenza dell’ambiente giornalistico, finché non salta fuori l’invito a un défilé di moda organizzato il primo ottobre dell’anno precedente da uno stilista magrebino per celebrare la rivolta nella banlieue. Spazio dell’evento: ex Officine Felissi a Saint-Denis. I fatti accaduti in questo luogo un anno prima sembrano collegarsi ai delitti del Paris24h, costituendone il remoto movente. Da questo momento in poi i segni, gli indizi e le tracce si compattano rapidamente rimandando alla figura di Gaspar Wendling, giornalista del Parisien ucciso cinque mesi prima a Clichy. Tra lui, alcune dirigenti del Paris24h, la sfilata nella banlieue e la catena di omicidi in corso la verità inizia a venire a galla.

Alla seconda prova da romanziere, il cinquantatrenne grafico editoriale torinese Enrico Pandiani alza decisamente il tiro, concependo un intrigo poliziesco molto più elaborato e complesso di quello dispiegato nel libro d’esordio. La complicazione dell’intreccio va di pari passo con l’accrescimento delle dimensioni (311 pagine anziché 256), la proliferazione dei personaggi (più di trenta) e la moltiplicazione dei microcosmi che entrano in rotta di collisione (la polizia, la redazione del Paris24h, la banlieue). Ma lungi dallo scadere nella maniera o nel virtuosismo compiaciuto, Pandiani comunica alla narrazione una vitalità tremendamente contagiosa, tornendo ogni psicologia, intagliando ogni particolare, cesellando ogni dettaglio. Alleggerito da un’ironia che non indietreggia di fronte alle situazioni più estreme e ancorato al territorio parigino con la precisione di una Street View a 360°, Troppo piombo sferra attacchi di puro terrore e descrive attentamente procedure scientifiche, ingaggia dialoghi sferzanti e distilla pause riflessive, intavola interrogatori asfissianti e sciorina azioni adrenaliniche. Senza mai perdere un grammo di incisività o sensualità, come testimoniano le incandescenti pagine dedicate agli omerici amplessi di Jean-Pierre e Nadège.

Fotografie, libri, cibo, armi, musica, film: non c’è un solo elemento che entri nel libro come inerte riempitivo. La scrittura di Pandiani carica qualsiasi oggetto chiamato in causa di valori sensoriali e funzionali: le polaroid à la Hockney non solo colgono l’essenza del soggetto ritratto ma servono all’assassino per documentare il suo progetto punitivo, i volumi letti dai personaggi (Lo straniero, La chambre bleue…) non soltanto armonizzano col carattere di chi li sfoglia ma entrano in risonanza coi risvolti umani dell’indagine, le choucroutes di Lipp e i celestiali gelati di Berthillon non si limitano ad appagare il palato dei personaggi ma stringono un patto sentimentale tra loro. Condivisione.

Eppure l’aspetto più suggestivo di Troppo piombo è un altro: spesso il commissario si distacca dai singoli fatti per costruire un quadro d’insieme. Leggendo le sue riflessioni si percepisce una scossa tellurica, il rovello dello scrittore sulle infinite potenzialità dell’intreccio. Quando Mordenti si interroga sui possibili sviluppi dell’indagine, è Pandiani che parla dell’elaborazione del romanzo stesso. In questi vertiginosi punti di fuga, io dell’autore e io del personaggio si fondono indissolubilmente, entrambi alla ricerca di una verità tanto sfuggente quanto impellente: “In quel momento mi sentivo uno di quegli imbecilli che non l’hanno proprio vista mai. Ma non puoi smettere di cercarla perché la vita a volte te lo impone. Ti ci senti invischiato e prendi a girare su te stesso, annaspando nelle congetture e inciampando nei dubbi” (p.82).
Dubbi sui quali, da lettore, è sublime incespicare.

Le armi de les italiens: il Giat Famas

Bullpup, una vipera a ripetizione

Famas è l’acronimo di Fusil d’Assaut de la Manufacture d’Armes de St-Étienne (fucile d’assalto manifattura Armi di Saint-Étienne). Venne progettato alla fine degli anni sessanta. Adottato in via sperimentale dall’esercito francese negli anni settanta, entrò definitivamente in servizio nel 1983.
Dai soldati è familiarmente soprannominato le clairon, la trombetta, ma trovarcisi davanti mentre sputa le sue nespole non dev’essere molto divertente.
Il Famas è un fucile cosiddetto bullpup. In questo tipo di arma,  camera di scoppio, otturatore e caricatore sono alloggiati nel calcio. Questa struttura ha il grande vantaggio di rendere l’arma più corta e leggera, rispetto ad altre della stessa classe (l’M16, per esempio), quindi più facilmente brandeggiabile e trasportabile.

Qualcuno ha bussato alla porta, tre colpi violenti
«Polizia!» ha berciato una voce.
Ci siamo guardati. Lui è impallidito. Ho posato il bicchiere sul tavolo.
«Non ti muovere» ho bisbigliato, «vado io.»
Mi sono diretto verso l’ingresso. Hanno bussato di nuovo. «È la polizia» ha latrato qualcuno dall’altra parte. «Aprite questa porta.»
Era una voce che mi diceva qualcosa, ma con l’uscio di mezzo non riuscivo ad appiccicarla a una faccia. Ho aperto e mi sono trovato davanti il viso malaticcio del tirapiedi di Saint-Claude.
«Che diavolo ci fai qui, Delattre» ho sogghignato, «ti hanno trasferito al notturno?»
«Cerchiamo la signorina Chamberat» ha detto Canemorto, «dobbiamo parlarle.» Anche a un metro il suo fiato dava il voltastomaco.
Ho guardato il tipo che gli stava alle spalle. Servizi in borghese, robaccia. Indossava una camicia nera, giacca e pantaloni grigio scuro e niente cravatta. Un Giat Famas F1 a ripetizione gli pendeva dalla spalla appeso a una tracolla.
«Questo è Mayer» ha detto Delattre.
Sono entrati in casa. Moët si era alzato in piedi. L’ho raggiunto vicino al divano. Delattre si è fermato davanti alla libreria, quell’altro, invece, ha fatto due passi verso di noi.
Mi ha puntato il mitra addosso. «Dammi il tuo ferro» ha detto, «siete in arresto.»
«Ehi, che cazzo ti salta in mente?» ha detto Delattre facendo un passo verso di lui.
«Chiudi il becco» gli ha risposto il tipo. «D’ora in avanti la cosa la gestiamo noi, ordini superiori.» Non ha spostato di un millimetro il Famas dal mio ombelico.
«E di che cosa saremmo accusati» ho detto io, «nottambulismo?»
Mi ha fissato con quei due pezzi di ghiaccio che aveva piantati ai lati del naso. «Furto con scasso, danneggiamenti e appropriazione indebita» ha sbuffato. «Per adesso.»
«E che cosa avremmo rubato?» ho chiesto iroso.
Un terzo tipo è entrato dall’ingresso. Aveva in mano una borsa impermeabile, molle, piuttosto voluminosa.
«Questo» ha detto gettandola sul pavimento.
Ha fatto un rumore di ferraglia, come tante lattine vuote che picchiano l’una contro l’altra. All’improvviso avevo la gola secca. Marcava male, questo era lampante. Quei due erano assassini nati, si vedeva lontano un miglio, e avevano il coltello dalla parte del manico.
«Perché non sono stato avvertito?» ha detto Delattre.
Nessuno gli ha risposto. Il tizio in giacca grigia che mi teneva sotto tiro ha mosso impercettibilmente la canna dello schioppo.
«Tira fuori la pistola» mi ha detto, «con la mano sinistra e il calcio in avanti.»
C’era poco da scegliere, ho fatto come mi diceva.
(Les italiens, Instar Libri 2009)

La specifica emessa dall’esercito francese era per un’arma leggera e potente che facesse funzioni di fucile, fucile d’assalto e pistola mitragliatrice, in modo da sostituire con un’unica arma i fucili MAS-49, le mitragliette MAT 49 ed i fucili mitragliatori FM-24/29, tutte armi piuttosto antiquate. Inoltre l’introduzione di un nuovo fucile permise all’esercito francese di adottare il munizionamento NATO calibro 5,56.
A tutt’oggi sono state prodotte sostanzialmente 2 versioni, l’F1, il primo, entrato in servizio in qualche reparto speciale negli anni settanta e Il modello G2, prodotto dalla Giat Industries, disponibile dal 1994. Questa versione si distingue per l’assenza del guardamano del grilletto, sostituito da uno più grande che parte dalla base dell’impugnatura ed arriva fino all’estremità dell’astina, ed una maggiore capienza del caricatore (30 anziché 25 cartucce). La soppressione del guardamano del grilletto è dovuta alla necessità di poter sparare anche con guanti molto spessi.
Il solo svantaggio del Famas è che la versione per destri non può essere usata da un mancino e viceversa. Questo perché l’espulsione dei bossoli avviene all’altezza della guancia di chi spara, quindi un mancino che si trovi ad usare un fucile configurato per destrimano si vedrebbe i bossoli schizzare in piena faccia, oltre al rumore dello sparo giusto vicino all’orecchio. Si registrano incidenti dovuti a questa particolarità, che è in effetti un punto debole dell’arma.
Il rimedio a questo (pesante) inconveniente è dato dalla possibilità d’invertire le posizioni dell’estrattore e della finestra d’espulsione da destra a sinistra e viceversa. Questa ‘modifica’ richiede lo smontaggio dell’otturatore, che diventa ancor più critico se ci si trova in combattimento.

Il flic è scattato sull’attenti, ha fatto un saluto impeccabile e si è precipitato verso i suoi ragazzi. Cinque minuti più tardi stavo attraversando l’androne. Io e tre sbirri armati di Giat Famas abbiamo preso le scale. Altri quattro flic sono saliti dietro di noi. Sui pianerottoli era pieno zeppo di gente in pigiama.
«Avete sentito rumori strani?» ho chiesto a una bambola avvolta in una camicia da notte più inconsistente di un piano quinquennale. Avrei volentieri visitato la sua camera da letto.
«Ci sono stati alcuni colpi» ha detto eccitata, «come lo scappamento di un’auto. È stato circa mezz’ora fa.»
«Rimettete tutti a nanna» ho detto ai flic. «Fate in modo che si chiudano in casa, potrebbe essere pericoloso.»
(Troppo piombo, Instar Libri 2010)

Nella sua configurazione standard può lanciare granate (APAV40 da 40 mm o AC58) o essere equipaggiato con un lanciagranate tipo M203 posto sotto la canna. Le cartucce per questo tipo di tiro sono standard se la granata è munita del dispositivo di ritenzione della pallottola oppure speciali (prive di pallottola). La gittata della granata è di 340 metri max con un’inclinazione della canna di 45°.
Come la maggior parte dei fucili d’assalto moderni ha un selettore di fuoco a tre posizioni: tiro semiautomatico, raffica di tre colpi, tiro automatico.

I posti de les italiens: Saint-Germain

L’ombellico di Parigi

Il boulevard Saint-Germain, sulla rive gauche, è uno dei grandi boulevards, e forse il più famoso di Parigi. Una lunga arteria pulsante che si snoda per circa tre chilometri, spalmando i suoi trenta metri di larghezza dal Pont de Sully al Pont de la Concorde.
Saint-Germain inizia dal quai Saint-Bernard sulla Senna, di fronte all’île Saint-Loui nel V arrondissement. Seguendo obliquamente il fiume per qualche centinaio di metri sotto la montagne Sainte-Geneviève, attraversa il VI arrondissement per poi ritornare sulla Senna all’altezza del quai d’Orsay, nel VII arrondissement.
Il boulevard attraversa parecchi quartieri. È la strada principale del Quartiere latino, attraversa il quartiere di Saint-Germain-des-Prés, da cui prende il nome e taglia il faubourg Saint-Germain con i suoi palazzi eleganti descritti da Proust nella Recherche.
È proprio all’angolo di rue Bonaparte che  incontra l’abbazia di Saint-Germain-des-Prés, così chiamata per distinguerla da Saint-Germain-l’Auxerrois che si trova accanto al Palazzo delle Tuileries

Siamo usciti sul boulevard Saint-Germain e abbiamo attraversato rue de Rennes dove c’è quella scultura che sembra il buco dal quale è uscita la talpa gigante.
Il sole era molto caldo. Ho comprato due paia di occhiali neri in un negozietto. Li abbiamo indossati.
Mademoiselle de Rothschild e il suo personal flic.
Si stava bene scendendo lentamente verso Saint-Michel. Mancava parecchio tempo all’ora dell’appuntamento con Servandoni, così ho deciso di passare dall’Île Saint-Louis. Da quelle parti abbondavano i turisti e nessuno avrebbe fatto caso a noi. A Parigi la madama è discreta, ma ha mille occhi. Siamo passati dalla parte in ombra della strada.
Faceva più fresco. Si stava anche meglio.
(…)
Camminare era piacevole, Moët mi indicava le cose veramente importanti del boulevard. Al 143 l’Hôtel Madison dove Malraux passò l’inverno del ’37. Al 166 la Rhumerie, bar spesso frequentato da Antonin Artaud. E al 3 di cour de Rohan, giusto lì dietro, il pezzo forte, l’appartamento che Balthus affittava da George Bataille.
«Ci pensi» ha detto, «lui abitava lì…»
Siamo arrivati al pont de la Tournelle senza che nessuno ci inseguisse. O ci sparasse.

Les italiens, Instar Libri (2009), pagg. 108-109

Attorno a Saint-Germain-des-Pres si trovano alcuni dei locali più famosi di Parigi, il cosiddetto Triangolo d’Oro. Ai tre angoli della strada potete vedere il caffè Les Deux Magots, la Bresserie Lipp, celebre per essere frequentata da personalità politiche e dello spettacolo, e il Café de Flore, uno dei più famosi caffè letterari, dove si incontrano i vincitori del Goncourt, poeti di tutte le generazioni, e per il quale sono passati ideologi della rivoluzione russa e di quella cinese, nonché molte tra le maggiori personalità letterarie francesi. .

Entrando da Lipp sono andato a sbattere contro Jean-Paul Belmondo. Stava uscendo in compagnia di una bionda un po’ attempata. Ha urtato la pistola che avevo sotto la giacca e si è tirato indietro sorpreso. Anche così, tutto scassato e con il bastone, era sempre il vecchio Bébel.
Mentre si allontanava ha alzato le mani e mi ha fatto il suo famoso sorriso con gli occhi obliqui. Poi ha finto di spararmi con la punta delle dita.
«Lo conosci?» mi ha chiesto Nadège.
«Andavamo a scuola insieme» ho detto.
Si è messa a ridere. «Ma smettila, ha trent’anni più di te.»
«Studiava poco» ho detto.
Mi ha preso sottobraccio ridendo e, stringendomisi contro, mi ha spinto attraverso la porta girevole.

Troppo piombo, insatar Libri (2010), pagg. 68-69

Il boulevard Saint-Germain fa parte dei progetti voluti personalmente dal barone Haussmann durante i grandi lavori di trasformazione di Parigi nella seconda metà del XIX secolo. Nel suo studio per la ristrutturazione della viabilità parigina, il boulevard completava sulla rive gauche i tracciati dei grands boulevards che si trovano nella rive droite, e serviva i quartieri centrali sulla riva sinistra nel percorso est-ovest.
L’apertura del boulevard Saint-Germain comportò la demolizione di molte delle antiche residenze del faubourg Saint-Germain e la modifica degli assetti viari preesistenti. Il suo tracciato assorbì la parte orientale della rue Saint-Dominique, mentre i numeri dispari tra rue de Rennes e rue des Saints-Pères corrispondono a un lato dell’antica rue Taranne (oggi scomparsa).
Sul boulevard Saint-Germain si svolsero parte degli eventi del Maggio 1968, con le barricate della Sorbona.
Il quotidiano Paris24h nel quale si svolge buona parte del romanzo Troppo piombo, si trova sul boulevard Saint-Germain proprio davanti alla chiesa di Saint-Germain-des-Pres.

L’auto si è messa in moto. Leila guidava tranquilla, abbiamo attraversato il fiume sul Pont Saint-Michel diretti verso Saint-Germain.
La sede di Paris.24h occupava gli ultimi quattro piani di un palazzo molto chic davanti alla chiesa di Saint-Germain-des-Près.
Paris.24h, il prestigioso quotidiano fondato da André-Jaques Munster de Château-Blamont alla fine degli anni cinquanta. Come foglio liberale aveva un certo seguito a Parigi e diversi affezionati nel resto del Paese. Rappresentando quella parte di elettorato che non vuole cadere troppo a sinistra ma non si vuole nemmeno inclinare troppo a destra, era considerato un quotidiano di una certa influenza.
L’attuale direttore, Hubert Clément, diretto successore del fondatore, aveva una settantina d’anni e, contrariamente al suo nome, era considerato un tiranno duro ed esigente. Pareva che i balletti fossero cosa frequente all’interno della redazione. Tipo che oggi sei caposervizio e domani galoppino.
E magari vai a rompere il collo a quella che ti ha soffiato il posto.

Troppo piombo, insatar Libri (2010), pag. 16

Il romanzo fresco di stampa

Troppo Piombo è stampato.

Finalmente posso tenere in mano il volume, annusarlo, sfogliarlo, guardarlo. Che emozione, che figata, che belli che sono i libri. Soprattutto se sono i tuoi. Finalmente Troppo piombo, la seconda avventura de les italiens, è in dirittura d’arrivo.
E così eccolo qui, bello, compatto, spesso il giusto. L’arancione che si vedeva a video è un poco smorzato dalla carta uso mano della copertina, ma non è male. Pur mantenendo una sua visibilità, il colore ha un che di raffinato, meno squillante del previsto. Il disegno mi piace, fa il suo effetto. L’immagine della bella ragazza di colore con una pistola puntata alla nuca credo faccia venire voglia di leggere la storia, di vedere come andrà a finire. Siamo tutti piuttosto soddisfatti alla Instar Libri.
Troppo piombo sarà in libreria dal 17 di marzo, presto cominceranno gli incontri e le presentazioni. Poi ci sarà il Salone del Libro.
Così ho pensato che una copertina così ganza si prestava per un ingrandimento tridimensionale, tipo quelli di certi film.
Quello che si vede nella foto è il prototipo, fatto con la stampante dello studio e e tagliato a mano. Volevo vedere come veniva fuori e se sarebbe stato d’effetto. Tanto per cominciare mi servirà per chiedere un preventivo.
Quello grande, per le presentazioni importanti e che sarà nello stand al Salone, lo voglio alto un metro. Mi costerà un’occhio, ma magari me lo faccio stampare e poi lo taglio io. Vedremo. In seguito non mi dispiacerebbe farne altre più piccole da portare alle presentazioni.
Intanto sfoglio il mio nuovo romanzo e godo come un riccio.

La copertina di Troppo Piombo

Nadège, la damsel in distress…

Siccome ormai è stata svelata sul sito di Instar Libri, ecco la copertina del mio prossimo romanzo Troppo piombo. Praticamente, il work in progress (debitamente romanzato) che ha portato alla copertina definitiva.
Una volta abbandonata l’idea del revolver con la canna che diventa una stilografica, molto grafica ma fredda come il pirillo di un’otaria, ho ragionato con la mia amica Sandra di Instar e abbiamo pensato che una figura umana di una certa eleganza  avrebbe attirato l’attenzione dei signori uomini richiamando nel contempo quell’atmosfera di moda e giornalismo che si ritrova nel romanzo. Pensa che ti pensa, alla fine ho scelto di rappresentare la protagonista femminile, la bellissima Nadège, giornalista di colore, in uno dei momenti più drammatici della storia. Ecco i primi tentativi:

Per cominciare ho mantenuto il fondo della copertina del revolver-penna, un verdino marcio che m sembrava piuttosto elegantino. Ho trovato una fotografia di una bella ragazza di colore, la pistola che l’assassino usa nel romanzo e un braccio con la mano che impugna una pistola. Ho sostituito la pistola con quella che volevo io, una Frommer Stop ungherese (vedi scheda da qualche parte su questo blog) e, dopo aver trattato le foto in Photoshop,  ho composto il tutto in modo da rappresentare una Nadège rassegnata che viene minacciata da una persona sconosciuta che le punta una pistola alla nuca.
L’effetto non mi dispiaceva, ma c’erano ancora diverse cose che non mi tornavano. Tanto per cominciare il colore di fondo che avrebbe fatto si che il libro si perdesse in qualsiasi scaffale di libreria senza essere notato. Così ho deciso per un arancione più brillante e questo adesso mi soddisfava. Di certo si sarebbe vista.
Ragionando sulla figura di lei, ho pensato che non fosse sufficientemente elegante e che la sua posizione non fosse abbastanza tesa (in origine aveva anche l’occhio aperto). Così ho trovato un occhio chiuso dalle lunghe ciglia e l’ho adattato al viso. Poi, con un taglia e cuci bestiale, ho accentuato la posizione tesa all’indietro della testa dandole un’atteggiamento di rassegnata inquietudine. Volevo anche un aspetto più da silhouette,  così ho trovato un’elegante giacca di raso nero e l’ho adattata alla figura di lei. Altro taglia e cuci. Il risultato era questo qui:
Cominciava a piacermi, anche se le foto trattate erano ancora troppo “fotografiche” e si scostavano parecchio dal sapore disegnato delle altre copertine della collana. Questo sistema di bruciare le fotografie dà sempre dei buoni risultati, se il materiale di partenza è buono,  ma mantiene comunque una i tratti e i dettagli dell’originale. In più la testa era troppo grossa e sproporzionata rispetto al corpo e comprometteva l’aria slanciata e elegante che volevo ottenere.
Non mi rimaneva altro da fare che tirarmi su le maniche e ridisegnare la figura come la volevo io, un insieme di pieni bianchi, grigi e neri che fosse immediato e accattivante. Ho rimesso a posto tutti i miei pezzi in Photoshop per ottenere una base di partenza che mi piacesse, poi ho importato l’immagine in Illustrator e l’ho ridisegnata.
Insomma, per farla breve, ecco la copertina definitiva: