Con Mordenti tra i detenuti del carcere di SanVittore

FOTO REPERTORIO DI CARCERI PER VOTO SU INDULTO

Insane Asylum

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Le esperienze profonde e interessanti, nella vita, ti capitano per caso, oppure te le vai a cercare. In questo caso è stato un poco di entrambe le cose.
Tempo fa stavo rientrando a Torino in compagnia dell’amico scrittore Maurizio Blini. Eravamo stati a un festival letterario insieme e si stava chiacchierando; lui mi parlò di una sua presentazione al carcere di San Vittore. Io gli dissi che la cosa mi sarebbe piaciuta molto e che, se ne avessi avuta l’occasione, lo avrei fatto volentieri anch’io. Maurizio mi assicurò che ne avrebbe parlato alla persona responsabile per gli incontri all’interno del penitenziario.
E così, con grande emozione, ho ricevuto questo invito molto particolare. Premetto che non avevo mai messo piede in un carcere, se non in quello delle Nuove, qui a Torino, che però è diventato un luogo sociale dove si espone l’arte. Fa ancora una certa impressione, questo è vero, ma è diventato una specie di monumento. Vi manca ciò che rende una prigione un luogo davvero terrificante: il fattore umano.
Ho pensato parecchio a questo evento, prima che si verificasse. Ho cercato di immaginare cosa avrei trovato, quale ambiente, che tipo di persone, l’atmosfera che avrei avuto intorno. Ero anche un poco spaventato. Nei giorni precedenti l’incontro mi sono stati chiesti i documenti, ho dovuto seguire una procedura, ricevere un permesso. E ho chiesto al mio editore di recapitare alla direzione del carcere un certo numero di copie di Pessime scuse per un massacro, il romanzo che avrei presentato. Poi è arrivato il giorno, proprio l’altro ieri. Avrei voluto scriverne prima, ma è stata un’esperienza di tale intensità da costringermi a una sorta di apnea per ripensarla e rielaborare le mie sensazioni.
Man mano che il portone del carcere si avvicinava la mia ansia aumentava, mi sentivo piccolo e indifeso, tipo quando entri in una grotta buia e non sai cosa ti aspetterà al fondo. Poi, subito dopo l’ingresso, la gentilezza del personale mi ha molto calmato. Ho consegnato la carta d’identità e depositato in un armadietto il telefono e altre robe. Io utilizzo come netta pipe un bossolo di fucile 7,62 Nato e mi hanno subito detto che non lo avrei nemmeno potuto avere in tasca. Il posto giusto dove portarlo.
C’erano avvocati che entravano e uscivano e l’atmosfera somigliava un po’ a quella della caserma. Sono passato attraverso il metal detector, poi la dottoressa che si occupa degli incontri nella biblioteca del carcere mi ha prelevato e abbiamo cominciato ad attraversare cancelli a sbarre, aperti da vecchie chiavi di ottone.  Vi garantisco che ritrovarsi in quell’edificio circolare al centro del penitenziario, dal quale si dipartono i vari raggi, ti mette abbastanza a disagio: Primo raggio, secondo raggio, terzo raggio, eccetera, e ti rendi conto che è tutto vero. Ovunque  vedi vagare un’umanità dall’aria fiacca e segnata. Se non fosse per le divise blu, tra detenuti e secondini non ci sarebbe alcuna differenza.
IMG_2154L’atmosfera è cupa, l’ambiente trasandato. Ti chiedi perché, avendo a disposizione 1500 persone costrette a rimanere lì dentro, l’amministrazione non sia in grado ridipingere i muri cercando di dare a corridoi e celle un’aria meno opprimente. La solita mancanza di fondi, immagino.
Il primo contatto è avvenuto nella biblioteca, grande e carica di volumi. Con le persone che se ne occupano abbiamo subito cominciato a parlare di libri, di scrittura e della difficoltà di farsi pubblicare. Potrà sembrare una frase retorica, ma a un certo punto ho dimenticato dove mi trovavo. I miei interlocutori erano gentili, educati e competenti. Uno dei due ha già vinto alcuni premi letterari con i suoi  scritti. Sta cercando di arrivare a un’editore e mi piacerebbe potergli dare una mano. Potevamo essere in qualsiasi altro posto, al bar, in una libreria, in mezzo alla strada, invece lui doveva rimanere lì dentro per non so quanto altro tempo. E non ho nemmeno idea di cosa abbia commesso per meritarlo, non gliel’ho chiesto.
La dottoressa che mi accompagnava – in un romanzo di quart’ordine la chiamerebbero “il mio Virgilio” – credo si faccia in quattro per dare qualcosa in più a questi ragazzi, per rendere meno penosa la loro permanenza in quel luogo. Prima di me sono passati molti altri autori. Lei é una persona minuta, carina, che ha una parola gentile per tutti. Attraversando i bracci è stata interpellata diverse volte e le sue risposte sono sempre state cortesi. Il gruppo che ho incontrato era piuttosto eterogeneo, dai giovani con la cresta di gel a uomini di mezz’età, con i capelli grigi e l’aria per bene, che ti domandi cosa diavolo possano aver combinato per finire in quel purgatorio. Perché di una sorta di purgatorio, si tratta, un posto dove i principali sentimenti che percepisci sono l’attesa e la rassegnazione.  Sono arrivati alla spicciolata, sedendosi attorno a me in un silenzio imbarazzato.
A un certo punto ho cominciato a raccontare di me, di ciò che ho fatto nella vita e di come sono arrivato alla scrittura. Poco alla volta la tensione si è dissolta e il monologo è diventato una chiacchierata. Li ho visti sfogliare il mio libro e ho pensato che, forse, l’ultima cosa cha avevano voglia di leggere fossero storie di poliziotti. Invece le domande sono state tante e la chiacchierata è andata avanti per oltre un’ora. Uno di loro, in particolare, mi ha colpito, un uomo dall’aspetto usurato, stanco, tatuato su ogni centimetro di pelle delle braccia e delle dita, uno che, ho pensato, se lo incontri di notte in un vicolo ti prende una sincope. E, invece, un paio delle domande più interessanti me le ha fatte lui. C’era anche un ragazzo magrebino, con l’accento francese e il viso scuro. Sembrava uscito dritto, dritto da un romanzo de Les italiens. Credo di avergli fatto venire nostalgia di Parigi dove ha ancora dei parenti.
Alla fine eravamo tutti d’accordo: leggere è la più formidabile forma di evasione, più dello scrivere, più di qualsiasi altra cosa che non sia la libertà. Ho intitolato questo post “Insane Asylum” per via di una canzone dei Detroit Cobras che mi piace molto e perché non c’è altro modo di definire posti del genere. Quando abbiamo finito, alcuni di loro mi hanno chiesto la dedica sul libro. Ho scritto che era stata una bella mattinata in compagnia di amici. Forse ho esagerato, ma in
quel momento mi è sembrato che fosse così.
La dottoressa mi ha accompagnato a vedere la legatoria che alcuni detenuti hanno messo in piedi con l’aiuto di una associazione buddista. L’impressione più forte che ho avuto è stata quella del tempo che non passa mai, né per loro, né per i secondini che, alla fine, sono carcerati pure loro. È un ritorno a scuola, una specie di infanzia nella quale un uomo fatto, grande e grosso, deve chiedere anche il permesso per andare in bagno.
Poi mi ha riportato all’uscita. Li rivedrò la settimana prossima, perché questi incontri con gli autori prevedono due momenti. Forse avranno letto il romanzo e ne parleremo, oppure conoscerò persone nuove. Mentre camminavo verso piazza Filangieri, l’altra volta, ero un po’ intimorito, adesso non vedo l’ora che arrivi il momento di ritornare. Credo che porterò gli altri miei romanzi per la biblioteca, vedere quanto sono cazzoni i miei poliziotti li dovrebbe divertire.
Lasciando un luogo del genere pensi che d’ora in avanti righerai bello dritto e, soprattutto, ti rendi conto che tu te ne stai tornando a casa mentre loro devono rimanere chiusi là dentro. È una sensazione che ti schiaccia per terra.

Zara

Les italiens invadono Genova

Mercoledì 11 aprile, La Feltrinelli

Ebbene sì, per la prima volta dall’inizio di questa faccenda, Pierre Mordenti e i suoi italiens fanno un’incursione nella città di quel tipo che ha scoperto l’America.
Il sottoscritto, che ne riporta più o meno fedelmente le avventure ascoltate di prima mano dalla voce del commissario più sbrindellato di Francia, vi parlerà di loro. Vite, sentimenti, paure, problemi, gioie e tormenti, nulla vi sarà nascosto.
Mordenti, Servandoni, Coccioni, Cofferati e Santoni vi saranno raccontati senza veli, nella loro umana fragilità. Un’occasione che solo un demente si perderebbe. Per un pomeriggio, il porto di Genova si affaccerà sulla Senna, si sentirà il profumo delle baguettes e soffierà il vento che, di solito, spazza i quais. Pessime scuse per un massacro, la quarta avventura dei flic di origine italiana, sarà dissezionata e gettata sul tavolo per un’indagine approfondita.

Genova, Mercoledì 11 aprile
alle ore 18:00 presso la libreria La Feltrinelli
Via Ceccardi, 16
Enrico Pandiani presenta
Pessime scuse per un massacro (Rizzoli, 2012)
Interviene la giornalista Paola Tavella

Mordenti e il Fatto Quotidiano

Recensione di Giovanni Ziccardi
Uscita il 14 febbraio 2012 su Saturno, supplemento culturale de Il Fatto Quotidiano

Pessime scuse per un massacro

Ho letto il nuovo giallo dello scrittore torinese Enrico PandianiPessime scuse per un massacro, senza conoscere, prima, le vicende del gruppo di poliziotti francesi “Les italiens” (guidato dal Commissario Mordenti) che già si erano sviluppate nei tre romanzi che lo hanno preceduto: Les italiensTroppo piombo eLezioni di tenebra. Mi sono, comunque, subito trovato “a casa”, grazie all’indipendenza della trama e all’innegabile capacità dello scrittore di tratteggiare con cura, senza lasciare alcuna curiosità insoddisfatta, i caratteri dei personaggi e i dettagli dei luoghi che si trovano ad attraversare.Pessime scuse per un massacro ha, a mio modesto avviso, quattro pregi evidenti. Il primo è la precisionedelle informazioni (quasi “lezioni di balistica”, mutuando un’espressione di Mordenti) nel momento in cui, durante la vicenda, entrano in scena pistole, fucili, bombe a mano, altri tipi di armi, munizioni e avvenimenti storici spesso correlati a contesti di guerra. Il secondo aspetto interessante è una caratterizzazione dei personaggi che non sconfina mai nell’eccesso, ma che riesce a connotare questi poliziotti (e i soggetti in cui si imbattono) mantenendo un registro “medio” che è, però, più che sufficiente per rappresentarli, per molti versi, come dei perdenti (ma simpatici) o come elementi problematici e “asimmetrici”. Il terzo punto è che, nel momento in cui si parla di noir (inteso come atmosfera noir), be’, in queste pagine il noir c’è davvero, senza però scimmiottare i grandi maestri di tanti anni orsono bensì disegnando ex novo atmosfere da pioggia sui marciapiedi e da profumo di proiettili. Il quarto pregio, infine, è che anche la trama tiene: è ampia, ricca di colpi di scena, si estende per un periodo di tempo molto lungo (sino ad arrivare a questioni correlate alla resistenza francese) senza però annoiare quel lettore spaventato da “salti” storici troppo frequenti.

La prima caratteristica di Pandiani, l’attenzione ai dettagli, è quella che apre il libro poco prima dell’entrata in gioco dei protagonisti, con una scena (subito) molto movimentata che ruota attorno a una vecchia mitragliatrice Browning calibro .50 della seconda guerra mondiale e al killer che la utilizza. La mitragliatrice che battezza il romanzo fa già comprendere che le armi (nuove, vecchie, di contrabbando) e le sparatorie saranno il filo conduttore di tutta la storia.

Il gruppo di poliziotti, con diverse competenze, che seguiranno il caso e che condivideranno non solo paure ma anche momenti di vita quotidiana, è molto variegato, e per ogni persona Pandiani enfatizza una o due caratteristiche che sono più che sufficienti per definirla bene.

Tutti i toni, nonostante le sparatorie e le deflagrazioni frequenti, sono tenuti molto bassi e cupi, adatti agli ambienti descritti. Non ci sono mai grandi amori ma approcci spesso goffi e situazioni problematiche (che si concludono con un rifiuto o con un abbandono), non si lavora mai in un ufficio ideale ma in ambienti tesi per le continue grane con i superiori, i problemi con i colleghi e l’ingerenza della politica, e anche i rapporti di amicizia, in questo quadro, non sono mai “puliti”: o vengono recuperati dopo decenni o sono sempre molto fragili e condizionati dagli eventi. La camicia è un po’ sporca, il vestito stazzonato, il calzino spaiato, il capello scompigliato «Lo specchio mi ha rimandato un’immagine di me stesso che mi ha spaventato. Spettinato, livido, la barba lunga e le occhiaie. La camicia sembrava l’avessi addosso da una settimana», i sogni sono imbarazzanti e la gaffe è sempre in agguato.

Anche le idee politiche sono poche ma chiare «La democrazia ha sempre il suo prezzo, anche quando te la infilano su per il culo a forza di calci e somiglia tanto al regime che intende sostituire». Ciò rende la storia sempre imprevedibile e mai banale ma, soprattutto, credibile. Il panorama tutto attorno lo definirei “instabile”: può cambiare improvvisamente di registro a causa, sì, di un proiettile vagante, ma anche per colpa di un wurstel coi crauti mal digerito o di un hangover smaltito male.

Uno degli aspetti più gustosi di questo libro è il fatto che non solo il “passato” (come si diceva: resistenza in territorio francese, famiglie sterminate da nazisti e traffico d’armi) sia inserito nell’atmosfera noir, ma anche il presente, di solito ben poco adatto a contesti così classici. Ebay, a un certo punto, diventa un ambiente perfettamente simile e integrato con quello che circonda i poliziotti «Ebay non è più la figata di una volta. Come tutte le buone idee ha finito per corrompersi diventando una specie di grande magazzino dove i negozi sono più numerosi delle aste. Prezzi allineati e venditori che si inventano ogni genere di porcata per alzare la posta». Gli stessi paesaggi sono noir e ostili (“C’era un solo fottutissimo ponte per passare la Senna, l’unico nel raggio di cinquanta chilometri, così abbiamo dovuto fare un giro della madonna”).

È bello, e mi è piaciuto, questo modo di scrivere che cala un velo di noir su tutto ciò che circonda il protagonista o, meglio, che interagisce coi caratteri senza bisogno di eventi eclatanti, di paesaggi eccezionali, di sesso gratuito o volgarità, ma solo grazie a tanto umore nero, a problemi quotidiani e a sparatorie che, in un certo senso, scandiscono il ritmo della trama.

Sembra di assistere a uno di quei film gialli francesi dove piove dall’inizio alla fine della pellicola, o di leggere qualche giallo ambientato a Marsiglia. Scritto, però, da un autore italiano.

Giovanni Ziccardi è docente di informatica giuridica all’università di Miliano. È in libreria con il recente L’ultimo Hacker  (Marsilio, 2012), che unisce le competenze professionali nel mondo del cyber crimine alla narrativa. In passato ha pubblicato, oltre a un certo numero di monografie, libri e articoli scientifici, anche il precedente Hacker, sempre per Marsilio.

Jeu de rapprochements

La mia carissima amica Catherine, dopo aver letto Troppo piombo, ha lavorato sulla figura molto complessa di Gaspar Wendling, il miserabile giornalista al quale sono dovuti gli accadimenti più raccapriccianti nella vicenda del romanzo.
Wendling non lo vediamo che in un’occasione, per il resto lo sentiamo soltanto nominare. Ma siamo testimoni della sua vigliaccheria e assistiamo alla miseria della sua condizione di uomo debole, avido e privo di principi.
Lo scritto di Catherine è un gioco di accostamenti sulla figura del gaspard, il topo di chiavica, da cui Wendling pare proprio prendere il suo nome.

Gaspar Wendling de Troppo Piombo : un personnage de littérature
Par Catherine Beaunier

On le voit peu. On en parle beaucoup. Celui à cause de qui tout arrive.
Son nom… un symbole : Gaspardus du sanskrit Gathaspa, celui qui vient voir.
Wendling fourre son nez partout, dans la merde de préférence.
Gaspard, surnom donné au rat.
Gaspard-le rat qui, à l’instar des gaspards du film de Pierre Tchernia vivant dans les sous-sols de Paris, évolue dans l’ombre et le glauque (le lugubre, le sinistre, le sordide).
En effet, à ce nom surgissent à l’esprit les égouts, les cachots, les immondices, la peste. L’avarice.

Troppo Piombo: Nous y sommes allées de mille euros chacune que nous lui avons donnés. L’idée de Gaspar était de rassembler un groupe de délinquants de ses amis qui auraient fait passer à Nadège une petite heure de pure terreur.

Wendling est bien un rat. Aussi âpre au gain, ambitieux, cynique, froid, calculateur et délateur que son homonyme de La Fortune de Gaspard de la Comtesse de Ségur; parfois lui aussi troublé par de vagues remords.
A la lecture très descriptive et glaçante de la présence nocturne dans les ex Ateliers Felissi de Nadège d’abord, puis de Daphnée et bien sûr à chaque fois du funeste Gaspar Wendling (seul moment du livre où on le voit et l’entend directement), comment ne pas penser au poème à l’atmosphère cauchemardesque d’Aloysius Bertrand Gaspard de la nuit et à sa mise en musique par Ravel dont la noirceur évoque la mort.

Extraits de Un Rêve d’Aloysius :
Il était nuit… une abbaye aux murailles lézardées par la lune- une forêt percée de sentiers tortueux- et le Morimont* grouillant de capes et de chapeaux.
Ce furent ensuite… le glas funèbre d’une cloche auquel répondaient les sanglots funèbres d’une cellule- des cris plaintifs et des rires féroces dont frissonnait chaque fleur le long d’une ramée- et les prières bourdonnantes des pénitents noirs qui accompagnent un criminel au supplice.
Ce furent enfin…un moine qui expirait couché dans la cendre des agonisants- une jeune fille qui se débattait pendue aux branches d’un chêne- et moi que le bourreau liait échevelé sur les rayons de la roue.

Dans Troppo Piombo, lieux inquiétants aussi : La nuit.
Les bâtiments sombres d’une vieille usine abandonnée et délabrée avec ses machines rouillées, ses ferrailles, ses ordures, les fenêtres sales et cassées comme des bouches édentées, béantes dans l’obscurité (on pense aux monstrueuses gargouilles du Moyen-Age).
La banlieue en une période de troubles, avec des groupes de jeunes qui errent sans but. Atmosphère tendue, voitures en flamme, lueurs d’incendies, bruits d’émeutes, de sirènes.
Dédalle de ruelles
Endroit mal éclairé : une vingtaine de bougies puis trois ou quatre.
Le viol, l’horreur infligé à Daphnée. La réflexion de Gaspar W. aux voyous: Regardez dans quel état vous avez mis cette pauvre fille… mais son esquive.

Daphnée eut envie de vomir, de ne plus sentir la douleur, de ne plus rien sentir… Elle rampait et pleurait…Les tôles lui avaient griffé la peau et avaient lacéré ses vêtements. 

A notre Gaspar Rabelais aurait pu dire:
Science sans conscience n’est que ruine de l’âme.
Comme le célèbre brigand provençal Gaspard Bouis de Besse, il désire faire fortune par ruse, malice et séduction. Il finira lui aussi fait comme un rat, non pas écartelé par la roue et décapité – à chaque époque sa méthode – mais achevé sur un tas d’immondices par un justicier sadique.

*  Place Morimont a Digione, dove avvenivano le esecuzioni con la ghigliottina

Intervista su Nero Café

Un intervista pubblicata dal blog Nero Café sul numero 2 della rivista Knife.
L’intervista è a cura di Francesco G. Lo Polito

Partiamo dalla domanda forse più abusata, quella che tormenta ogni autore dalla notte dei tempi. C’è chi scrive per sedurre il mondo, chi per desiderio di fama e gloria, chi per condividere la sua visione estetica, chi per tante altre ragioni. Perché scrive Enrico Pandiani? E come vive la scrittura?
Sostanzialmente scrivo perché sono un grafomane, perché mi piace raccontare, perché mi permette di evadere da una quotidianità nonostante tutto ripetitiva. Non sono un gran parlatore, mi piace piuttosto ascoltare quello che dicono gli altri. Del resto, ogni volta che apro bocca offendo qualcuno o mi ci metto a litigare. Quindi preferisco star zitto. E scrivo. Sono io il primo a godere delle cose che vengono fuori dalla mia testa, mi piace rileggerle, modificarle, anche se alla fine ho sempre bisogno di qualcuno che mi dica se funzionano o meno. E naturalmente mi fa molto piacere che coloro che leggono i miei romanzi si divertano e passino qualche ora piacevole immersi nelle storie che racconto; senza di loro non sarebbe che un esercizio sterile. La scrittura mi rilassa, mi tranquillizza, mi sistema i bioritmi, almeno per ora non mi preoccupa mai. A parte leggere, è la cosa più coinvolgente che mi capiti di fare con il cervello.

Lei è definito spesso, oltre che scrittore per passione, grafico per necessità. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna per chi nota l’aspetto visivo della sua scrittura, ricorda le sue prove sulla rivista Orient Express, e segue sul suo blog il lavoro che c’è dietro le copertine dei suoi libri. Viene da pensare che le due vocazioni siano in realtà molto più legate di quanto sembri a prima vista. In che modo?
Penso che anche la grafica racconti delle storie, soltanto lo fa in maniera diversa dalla scrittura. Dietro l’impaginazione di una rivista o l’illustrazione di una copertina c’è un processo mentale non troppo differente da quello della scrittura. Anziché una serie di parole, si mettono in fila immagini e segni dando in questo modo una chiave di lettura a chi ne fruisce. A seconda di quanto siano riusciti, un impaginato o un disegno possono coinvolgere o lasciare del tutto indifferenti. Così come può capitare di mollare un libro alla decima riga perché la scrittura non ci piace, si può chiudere una rivista o una brochure perché la grafica è brutta o malfatta. Sono entrambi processi creativi, spesso molto legati tra loro, ma la scrittura è forse più intima e coinvolgente. L’aver disegnato per anni storie a fumetti credo mi abbia dato un certo amore per la descrizione visiva, per la scansione veloce, soprattutto nelle scene d’azione, e per la sintesi. Non ho infatti una grande passione per i thriller troppo lunghi.

Parliamo un po’ del commissario Mordenti e dei suoi Italiens. Come sintetizzerebbe il nucleo attorno a cui nascono le storie di questa squadra di poliziotti della Brigata Criminale di Parigi?
Mordenti, Servandoni e Coccioni sono il residuo di un nucleo originario. Sono i sopravvissuti a una specie di guerra quotidiana, gli eredi dell’idea di qualcuno che non c’è più. Sono loro la squadra de les italiens. Quello che cerco di rendere nei miei romanzi è il loro essere una specie di famiglia dove Alain è il vecchio saggio, Jean-Pierre il figlio scavezzacollo e Michel il giullare sempre di buon umore. Forse la storia trita e ritrita dei tre moschettieri, ma con un côté sentimentale tutto loro e un cameratismo in qualche modo di sinistra. Il loro lessico, il non essere né francesi né italiani, la loro goliardia un po’ intellettuale e l’insofferenza per l’autorità e per il potere costituito sono ciò che li fa essere i miei personaggi. Leila, Didier e gli altri flic sono un po’ come i parenti stretti, fanno parte del gruppo ma non ne condividono la storia e il dolore. Vedere questi caratteri emergere romanzo dopo romanzo, sentire che i lettori ne parlano come di persone reali incontrate qualche minuto prima, è un’esperienza che mi lascia senza fiato. Nella stesura di una trama, la maggior parte del tempo la concentro sui personaggi, su ciò che si dicono, su quello che fanno e sulle loro emozioni.

L’ambientazione francese dei suoi romanzi è parsa ad alcuni insolita e ad altri, che hanno colto una certa somiglianza tra Parigi e la sua Torino, logica e coerente. Mi domando però cosa sia questo qualcosa d’indefinito che fa di Parigi uno scenario perfetto per qualsiasi storia e, nel suo caso, per dei romanzi noir. Come lo descriverebbe?
Parigi è un’arma a doppio taglio, una bella donna che ti seduce per tradirti non appena le volti le spalle. Capita che i miei romanzi arrivino in finale ai premi di scrittura ma, salvo un’unica eccezione, il fatto che si svolgano in Francia si rivela perdente; c’è sempre qualcuno che ne ha scritto uno, che so, sulla naja e alla fine vince lui. Scherzi a parte, non so se Parigi abbia alcunché di indefinito, probabilmente sì, ma al di là del fascino indiscutibile è una città nella quale io mi perdo volentieri. Nonostante i quattro milioni di turisti all’anno, esistono ancora molti posti nei quali si può vagare in solitudine cercando l’ispirazione. Puoi scoprire ogni volta luoghi nuovi, scorci meravigliosi, spazi così grandi da mozzare il fiato. Più di una volta mi è capitato di dover inventare una scena solo per poterla ambientare in un luogo che mi era piaciuto in maniera particolare. Con Torino i punti di contatto sono certamente molti; in piccolo forse, ma la somiglianza c’è. Vicoli strettissimi, grandi corsi, aperture inaspettate, molto verde e il fiume che attraversa la città. Ha in più una bellissima collina e la corona delle montagne che la circonda.

Si dice che per uno scrittore è impossibile frequentare per molto tempo gli stessi personaggi senza investire in loro una buona parte di se. A parte Jean-Pierre Mordenti, a quale si sente più legato? Chi potrebbe essere il protagonista di una storia tutta sua?
Più che una frequentazione, alla fine si tratta di una vera e propria convivenza. Mi capita molto spesso di ragionare sui miei personaggi ventiquattr’ore al giorno, soprattutto quando sto lavorando a un nuovo romanzo, vale a dire quasi sempre. Sono loro la parte che mi interessa di più, c’è quindi il bisogno costante di dedicare loro le mie attenzioni, di pensare a quello che faranno, a cosa si diranno, come si trarranno d’impiccio o che piega prenderà la loro storia. Naturalmente entrano in gioco i miei gusti, le mie passioni, le cose che mi piacciono di più, le cose che ho letto e delle quali, loro, tendono ad appropriarsi piuttosto spesso. Di sicuro Mordenti è il mio punto focale, è lui che determina la piega che prenderà il romanzo, lo stato d’animo che ne verrà fuori e la quantità di tensione che legherà tra loro i vari personaggi. Però il mio preferito è Servandoni, la colonna portante della squadra, quello calmo, riflessivo, con più esperienza. È anche il personaggio nel quale tendo di più a identificare me stesso e di sicuro il più adatto per una storia tutta sua.

Con Lezioni di tenebra siamo arrivati alla terza inchiesta di Mordenti, che qui tocca il suo lato più oscuro, una sorta di discesa agli inferi, se così si può dire. Sembra quasi che questo stia diventando per lui un gioco al rialzo. Mi è parso di notare atmosfere e temi progressivamente più cupi a partire da Les Italiens, passando per Troppo piombo fino ad arrivare all’ultimo libro. Cosa sta cambiando in Mordenti e in che direzione si muove?
In questo mondo che sta andando a rotoli, dove la democrazia non è più una certezza e tutto quanto ti si sfalda davanti, non mi sembra che ci sia molto da stare allegri. È difficile per me pensare in maniera positiva e questo probabilmente si riflette nei miei romanzi. Mi piace però molto il contrasto tra una storia cupa e l’ironia un po’ cinica che ne frantuma l’oscurità, una buona risata è ancora più piacevole quando è inaspettata. Trovo che in questo momento la gente sia in linea di massima portata all’individualismo, la politica stessa ti impone di farlo, e questo crea un terreno molto fertile per uno che voglia raccontare delle storie. In quanto a Mordenti, beh, il commissario si trovava in bilico tra la figura dello sciupafemmine e quella del ranger solitario, entrambi caratteri che detesto, per questo in Lezioni di tenebra volevo che esplorasse il suo lato oscuro. Gli serviva qualche facciata contro il muro e, soprattutto, doveva consolidare la sua fragilità, se mi passa questa contraddizione in termini, per trovare una solitudine più umana. Questa è la direzione che voglio per lui, una dimensione più reale, dove assieme a cameratismo e divertimento ci siano anche sofferenza, dubbi e malinconia.

Lei ha spesso notato negli autori italiani di gialli e noir un certo eccesso di serietà, quasi di tristezza. Si direbbe che la realtà del nostro Paese in caduta libera non autorizzi l’umorismo. Quali sono i vantaggi dell’ironia in un genere come il noir, e fin dove si può arrivare?
In alcuni romanzi di autori italiani, a prescindere che mi siano piaciuti o meno, ho trovato una certa tendenza all’azione pura e semplice, a un certo compiacimento superficiale della forza bruta, cose che portano a tralasciare gli ingredienti che in un romanzo io amo di più, il sentimentalismo, l’ironia e una buona dose di umorismo. Altri si immergono in storie e atmosfere attorno alle quali si è già letto moltissimo, tentando di dare una nuova verginità a personaggi che difficilmente ne possono avere una. Ne risultano storie tetre, poco credibili e poco coinvolgenti. Del resto ho notato come, al contrario, molti lettori apprezzino queste storie, quindi la mia finisce per essere un’opinione squisitamente personale. A ogni modo immagino sia diventato difficile fare qualcosa di veramente nuovo, il déjà vu è sempre dietro l’angolo. Al contrario, c’è ancora molto spazio per chi si voglia raccontare in maniera personale. Ora dirò una cosa per la quale potrei venire crocifisso: non mi piacciono i romanzi di Jean-Claude Izzo, li trovo troppo melensi e piagnucolosi. Preferisco la secca violenza di Manchette o la graffiante ironia di Malet, i cui personaggi non si piangono addosso. Le storie che preferisco sono quelle non troppo lunghe, con personaggi sfaccettati, a volte fragili, che sbagliano ma sanno ironizzare con humour sui propri errori e sulle proprie debolezze. Non vado matto per il troppo tecnicismo, specie quando trasforma un romanzo in una sorta di documentario e neppure amo i supereroi senza macchia e senzapaura, quelli che sparano con una pistola per mano e che vincono sempre, magari saltando fuori da una buca nella terra profonda tre metri, nella quale il cattivissimo di turno li ha sepolti dopo averli feriti gravemente. L’ironia aiuta a parlare di temi dolorosi e difficili, ma non può nulla contro le esagerazioni alla Tarantino.

In un’intervista fattale dalla scrittrice Marilù Oliva lei ha affermato, a proposito di violenza, che la realtà dei giornali supera ormai la fantasia di qualsiasi scrittore. Solo per fare l’avvocato del diavolo: perché allora scrivere ancora romanzi noir o anche solo realistici, se la vita ormai supera l’arte?
Che sia fisica, verbale o mentale, la violenza è un concetto che ormai viviamo quotidianamente. Si leggono cose sui giornali che fanno accapponare la pelle, che farebbero impallidire la maggior parte degli scrittori di noir. Però, alla fine sono cose crude, fredde, scaturite spesso da motivi banali. Io non sono assolutamente interessato alla cronaca giudiziaria, quando invento una storia parto sempre da un particolare che ha attirato la mia attenzione e sul quale costruisco una trama di fantasia. Cerco naturalmente di rimanere nel limite del credibile, non amo spararle troppo grosse. Voglio che i miei lettori ci pensino su e poi dicano: beh, tutto sommato si potrebbe anche fare. Mi diverte piuttosto far trapelare la cronaca attraverso i giornali che leggono i miei personaggi, magari scherzandoci su e prendendo in giro le notizie. La violenza, invece, è necessaria al genere poliziesco, le mie storie ne sono impregnate, ma mi sforzo perché non diventi mai compiacimento. Bisogna sapersi fermare, basta una parola di troppo per snaturare un’azione rendendola spiacevole e splatter.

Lei ha iniziato con una piccola casa editrice, la Instar, e da poco ha fatto il “salto nel buio” con Rizzoli. Come si vive la scalata ai vertici della grande editoria?
Non mi azzarderei a definirla “scalata”, ancora non ho piantato manco un chiodino nella parete. Il solo fatto che Rizzoli mi abbia cercato e che pubblichino il mio romanzo è già una sensazione indescrivibile. Da lì a fare scalate, credo che la strada sia ancora lunga. Cerco di non pensare al giorno della pubblicazione e di proiettare sul mondo una signorile indifferenza, ma, in realtà, da un lato faccio fatica a contenere l’entusiasmo e dall’altro sono roso dalla tensione. Quello che mi aspetto, uscendo con Rizzoli, è che gli Italiens di Mordenti entrino in migliaia di case e che il mio commissario raccolga un numero sempre maggiore di estimatori. Uno scrittore non è nulla senza i lettori, la loro opinione e i loro consigli sono di estrema importanza. Uno scrittore non è un divo né deve vivere nella sua torre d’avorio, lo scambio con il mondo è essenziale alla sua sopravvivenza. Quindi, la maggior parte delle mie energie viene impiegata a questo fine. Con Instar è stata una bellissima stagione, hanno fatto moltissimo per me e l’amicizia e la riconoscenza che ho con l’editore e la redazione non credo siano state chiuse dietro una porta. Una cosa è certa, per me questo mondo è ancora tutto nuovo e coinvolgente.

Per concludere, la nostra domanda di rito. Enrico Pandiani ha un tavolo prenotato al Nero Cafè. Chi starà aspettando?
Immagino che sul tavolino ci siano quattro bicchieri di Muscadet, quindi non ci sono dubbi, a minuti arriveranno il commissario Sanantonio e gli ispettori Bérurier e Pinaud. Il quarto bicchiere è per me. Nella serie degli incontri impossibili, questo è forse quello che mi divertirebbe di più. Per dirne una, leggendo le loro storie è iniziata la mia passione per la scrittura, e ancora oggi mi sento molto influenzato da ciò che di loro mi è rimasto appiccicato alle dita, il ritmo delle avventure, i dialoghi surreali e le scene platealmente rivoltanti. L’idea di avere davanti a me Bérurier che divora tartine spalmandosele sulla cravatta mi orripila e affascina allo stesso tempo. Per non parlare dello charme maschio, insolente e un po’ cafone di Sanantonio, che chiacchiera infilando le mani su per le gonne della cameriera, o lo spettacolo di Pinuche che si accende il mozzicone di sigaretta dandosi fuoco ai baffi. Sarebbe un gran piacere e sicuramente una serata esilarante.

Un racconto con un po’ di pepe

Con un gesto delicato Saverio scostò i capelli scuri dalla spalla di Francesca. Attraversando le foglie dei grandi alberi del giardino, una chiazza di sole arancione si rifletteva sulla seta candida della vestaglia scivolando pigra tra il collo e l’avambraccio della donna. Lui rimase a fissarla con un sorriso divertito. Sentì il suo corpo fremere sotto le dita e questo lo fece ulteriormente eccitare
Nudo davanti a lei, i muscoli lunghi e armoniosi che sembravano guizzare sotto la pelle abbronzata, Saverio sapeva bene quanto Francesca lo desiderasse. Farla aspettare a lungo faceva parte della sua strategia amorosa, gli piaceva tenerla in costante tensione, affamata ed eccitata come una dea dell’amore. Tra loro il sesso pareva una materia infiammabile e Saverio sapeva come dosare alla perfezione gli elementi per scatenare quell’esplosione che alla fine di ogni amplesso li lasciava esausti, in una nuvola di piacere.
«Saverio…» disse lei in un sussurro tremolante, «sei un mostro, perché fai così? Vuoi vedermi morire?» Gli porse le labbra schiuse, invitanti. «Dai, amore, baciami, non farmi più aspettare, ti prego, ti prego, ti prego…»
Le ultime parole erano state un rantolo soffocato. Invece di rispondere lui le diede un bacio leggero sulle labbra, ignorando di proposito la sua lingua insinuante. Si fece anche più vicino e i loro corpi si sfiorarono. La seta venendo in contatto con la sua erezione gli diede un brivido di piacere. Era morbida come panna e liscia come un liquido denso. Francesca sospirò contro la sua gola, il corpo le tremava in una sorta di frenesia involontaria. Il desiderio l’avrebbe spinta ad abbracciarlo, ad afferrare le sue spalle per sollevarsi lasciandosi poi ricadere, immergendo dentro di sé su quel membro enorme che le piaceva tanto. Ma stare al gioco, assecondare la sua strategia era, forse, ancora più eccitante.
Saverio sciolse la cintura della vestaglia allontanandosi nel contempo da lei di mezzo passo. La baciò sul collo gustandosi il languido lamento che risaliva tremolante la sua gola. Francesca chiuse gli occhi mentre un lungo brivido di piacere ne scuoteva il corpo come una foglia.
«Ah mio dio» sussurrò, «dio, dio, dio… Ti supplico, Saverio, portami sul letto, prendimi, prendimi…»
Di nuovo l’uomo non rispose. Si fece più vicino infilandosi tra i lembi aperti della vestaglia e con studiata lentezza ne sfilò la cintura. Prese i polsi di Francesca e dopo averli portati dietro la schiena cominciò a legarli con la sottile striscia di seta. Adesso i loro corpi si toccavano. La donna gli si strusciava contro gemendo come incantata, gli occhi chiusi e le labbra incollate al petto di lui. Senza guardare, Saverio finì di legarle i polsi dietro la schiena, la baciò ancora sulle labbra strappandole un gemito di piacere, poi scostò i lembi della vestaglia e iniziò a carezzare la sua pelle morbida come raso. Francesca ebbe la sensazione che il cuore le scoppiasse nel petto, dopo un blando tentativo di liberare le mani, premette il proprio corpo contro di lui abbandonandosi del tutto a quella novità così eccitante.
Un respiro affannato le scuoteva il busto e quando Saverio prese fra le mani i suoi seni sodi e cominciò a solleticarne i grandi capezzoli scuri si sentì mancare. Lui dovette sorreggerla e questo le permise di trovarsi con le labbra vicino all’orecchio dell’amante. «Oh ti prego, amore, ti prego, ti prego, ti prego…» ansimò in un soffio la voce arrochita dal desiderio, «Sono tua, amore mio, non farmi aspettare più, ti prego, ti prego, sollevami come sai fare tu, amore… fammi fare la gru, ti prego, la gru, la gru…»
Saverio si godette quel momento amplificandolo fino a rendere il desiderio di Francesca una sorta di smania che soltanto il nastro di seta attorno ai polsi riusciva in qualche modo a trattenere. Si piegò infine sulle gambe e con premurosa perizia la penetrò piano immergendosi a fondo dentro di lei. Poi, con mossa lenta, si rimise dritto e la sollevò dal pavimento reggendola con la sola forza del suo membro.
«Oh sì, sì, sì, sì…» gridò lei tendendosi in uno spasmo di piacere così intenso da farle quasi perdere i sensi, «oh amore mio, che bello… che bello… Non smettere mai, mai…»
Il suo corpo era in uno stato di esaltazione tale che, nonostante Saverio avesse il perfetto controllo della situazione, dovette sorreggerla afferrandola per i fianchi sottili. Con un movimento che pareva quasi un passo di danza si allontanò dalla finestra cercando le labbra avide della sua compagna che baciò con trionfante voluttà.
Sovrastata da un’ebbrezza che le annebbiava i sensi, Francesca strinse i muscoli del pube mentre le sue gambe, sospese nel vuoto, si muovevano lente alla ricerca di una penetrazione ancora più profonda. I polsi impastoiati di seta si contorcevano con poca convinzione dietro la sua schiena, spinti più che altro dal desiderio frustrato di poter stringere fra le braccia quel suo meraviglioso stallone.
Con la leggerezza di un ballerino, Saverio raggiunse il grande letto a baldacchino e vi si lasciò scivolare con grazia sdraiandosi sul corpo morbido e bollente della sua giovane amante. I movimenti convulsi di lei, l’appagamento assoluto che traspariva dal suo sguardo incantato e il piacere che pervadeva ogni centimetro della sua pelle, rendevano reale quel mondo privato del quale lui si sentiva il dolce incontrastato tiranno. La consapevolezza che Francesca mai avrebbe potuto fare a meno della sua arte, lo innalzava a vette fino a quel momento inimmaginabili, dandogli la certezza di avere infine trovato ciò che aveva cercato per tutta la vita.
«Spingi, amore mio, spingi …» mormorò la donna agitandosi nel suo delirio erotico, «così, così, non ti fermare, non ti fermare mai, mai, mai, mai…»
Saverio, che per un momento si era perso nei propri pensieri, riprese l’amplesso con rinnovata passione. Sentì l’orgasmo che come un fiume in piena si preparava infine a risalire dalla profondità del suo essere. Si voltò sulla schiena aiutando Francesca che, con sospiro di soddisfazione, si sedette eccitata sul suo addome. La osservò muovendosi piano dentro di lei, le dita che correvano delicate sui suoi piccoli seni. Pensò che quella femmina straordinaria, impalata così sul suo membro enorme e con le braccia legate dietro la schiena, aveva l’aspetto eccitante di una principessa prigioniera.
Una principessa che in quel momento lui stava trascinando con sé in un abisso di piacere.

Lo sguardo di Francesca si allontanò malvolentieri da quello di Saverio. Erano passate solo due ore da quando avevano fatto l’amore, quel pomeriggio, e a lei pareva di sentirlo ancora dentro di se. Quando posò la mano sul cucchiaio le sue dita ebbero un tremito leggero.
«Grazie Saverio» sospirò con voce forse un po’ troppo dolce, «le tue attenzioni rendono molto piacevole la mia vita in questa casa.»
Lui le fece un inchino. «Il suo piacere è la mia soddisfazione, baronessa» disse con un sorriso.
Si raddrizzò sollevando la zuppiera Wedgewood dalla quale Francesca si era appena servita e con elegante nonchalance raggiunse il padrone di casa seduto all’altra estremità del tavolo. Vedendo il domestico che si avvicinava, il vecchio barone Crézancy-Sancerre piegò il Financial Times e lo posò accanto a sé sul tavolo prima di mettere il tovagliolo sulle ginocchia. Da sopra la montatura d’oro degli occhiali guardò compiaciuto la giovane moglie italiana augurandosi, quella sera, di non addormentarsi sul più bello, come ormai gli succedeva ogni settimana. Poi prese il ramaiolo e cominciò a servirsi il consommé.

Torino, luglio 2011

I posti de les italiens: l’Île aux Cygnes

Quella particolare visione dal basso

Al commissario Mordenti e alla sua squadra piace il fiume, quel grande nastro verdognolo che attraversa Parigi scorrendo sempre per di là. Questo mondo parallelo, seconda via di scorrimento della città, li attrae trasportandoli attraverso una visione urbanistica completamente differente. Una visione dal basso verso l’alto, dove la pietra ti sovrasta e tutto scorre più lentamente, anche il tempo.
Le brutture del mestiere si annidano anche tra le sue sponde, nascondono crimini che devono essere scoperti, corpi che si rivelano all’improvviso in tutta la loro crudezza.
Ogni volta che un battello a motore dell Fluv, la polizia fluviale, li trasporta lungo il Front de Seine, la bellezza dei palazzi visti da quella posizione straordinaria si mescola all’inquietudine per ciò che Mordenti e i suoi ragazzi si stanno recando a vedere. Il lato brutto della vita, quello che per un flic della Crim è pane quotidiano.
In Lezioni di tenebra, (Instar Libri, 2011) questo avviene accanto a un luogo di grande fascino e morbida tranquillità, l’Île aux Cygnes.

Ho guardato l’acqua verde del fiume che ribolliva di schiuma allontanandosi dalla poppa del battello. Le nuvole riflesse si ondulavano come deformate dal calore, per poi ricomporsi nuovamente poco più in là. Abbiamo incrociato due grandi bateau mouche che risalivano la corrente in direzione del Vert Galant. Stavo guardando distrattamente la mole color ruggine della Tour Eiffel che sfilava accanto a noi quando Wassim mi ha portato una tazza di caffè fumante.
«Per te, commissario» ha detto con un sorriso.
«Grazie» ho detto, «ne ho proprio bisogno.»
Avevo conosciuto Wassim Bedreddine parecchio tempo prima, in circostanze che avevano messo in pericolo la pelle di entrambi. Sbirro della Fluviale e genero di Servandoni, amava l’acqua e quella visione dal basso che offre la città mentre scorre sopra di te come se appartenesse a un altro universo. «Sul fiume, tutto è più pulito» diceva spesso. Quando gli avevo offerto di entrare nella squadra si era semplicemente rifiutato di lasciare il suo lavoro. Per questo, se c’era bisogno di andare in barchetta sulla Senna, Alain chiamava sempre lui.
«Ci metteremo altri dieci minuti» ha detto, «se ti serve qualcosa, sono là davanti.»
Ha raggiunto Servandoni a prua. Il mio socio stava fumando una delle sue pestilenziali sigarette e intanto chiacchierava con il flic al timone. Il sole stava cominciando a picchiare di brutto ma l’aria del fiume era fresca e piacevole.
Siamo passati davanti alla Maison de Radio France, poi il battello si è infilato nel canale tra l’argine del fiume e l’Île aux Cygnes. Il pilota ha ridotto la velocità lasciando il lungo isolotto a babordo. Superato il pont de Grenelle, ha puntato verso i due prefabbricati galleggianti del Port d’Auteuil.
Sull’argine c’erano sbirri a frotte, in divisa e in borghese. Sciamavano sul lungofiume cercando di avere un’aria indaffarata. Due sommozzatori della Fluv stavano entrando nell’acqua in quel momento, calandosi dalla stretta piattaforma a lato di uno dei piccoli edifici flottanti.
Autopattuglie, furgoni e ambulanze erano parcheggiati sul boulevard con i lampeggianti accesi. In quel marasma ho intravisto la figura del dottor Delarche che aspettava diligentemente la fine dei rilievi ben sapendo che le sue pazienti non sarebbero andate da nessuna parte.
Il collega di Wassim ha ridotto al minimo la velocità, poi, mentre la prua del battello si infilava tra il Poton des Glénans e l’altro edificio, ha frenato invertendo la spinta del motore in un ribollire di schiuma biancastra. L’imbarcazione si è fermata di sbieco contro una balaustra di metallo grigio alla quale Wassim l’ha ormeggiata con una cima bianca.
Un fotografo della scientifica stava riprendendo la scena del crimine, appollaiato su uno dei tralicci che tenevano ancorati i casotti alla riva. I cadaveri erano stati abbandonati contro l’argine di pietra, semisommersi nell’acqua torbida del fiume tra rifiuti di ogni genere. Due donne nude, legate schiena contro schiena per il collo, i gomiti, la vita e le caviglie. Una delle due sporgeva sopra il pelo dell’acqua, l’altra era quasi completamente sommersa.

L’antica Île des Cygnes nacque dalla fusione di varie isole minori, l’île des treilles, l’île aux vaches, l’île Maquerelle, l’île de Jérusalem et l’île de Longchamp. Nel 1782 vi si fabbricava l’olio di interiora d’animale, l’huile de tripes, che serviva ad alimentare i réverbères, i lampioni della citta.
Verso la fine del XVIII secolo questa lunga lingua di terra che un tempo ospitava la Riserva Reale dei Cigni e sulla quale era solito passeggiare Russeau, venne incorporata alla riva sinistra (oggi vi sorge il Musée du Quai Branly). Proprio di fronte, era stata intanto edificata una specie di diga che seguiva, dritta come una banchina, il corso del fiume. Gradualmente, nonostante di cigni non ve ne fosse manco l’ombra, quest’isola artificiale lunga e sottile conosciuta come Digue de Grenelle, prese il nome di Isola dei Cigni.
Creata nel 1827, l’isola faceva parte del complesso del Port fluvial de Grenelle, realizzato tra il 1824 e il 1829 secondo il piano urbanistico per la plaine de Grenelle. Artefici del prodigio gli imprenditori e consiglieri municipali (la solita pastetta) Léonard Violet et Alphonse Letellier che, con l’aggiunta di una stazione fluviale e con il pont de Grenelle, completarono il progetto.
Lunga 890 metri e larga 11, dal 1878 l’Île aux Cygnes (la nostra) offre in tutta la sua estensione una bellissima promenade racchiusa tra due quinte vegetali, per un totale di 322 alberi di 61 specie differenti. Il posto è molto particolare, lontano dai rumori della città, estremamente piacevole per passeggiare, pensare, flirtare, riprendersi da una depressione o dimenticare il partners che ti ha cornificato l’ultima volta. Vi si possono incontrare coppiette di innamorati, gente che fa jogging, senzatetto che bivaccano in tende colorate o perdigiorno che osservano il fiume. Se vi serve la quiete pressapoco assoluta, questo è il posto che fa per voi.
Percorrendo l’isola si passano ben tre ponti ai quali serve da basamento centrale, il Pont de Grenelle, che taglia la punta occidentale dell’isola e dal quale si può scendere sulla passeggiata tramite una rampa d’accesso, il Pont Rouelle o pont SNCF-Passy-Grenelle che taglia l’isola a metà e il Pont de Bir-Hakeim che ne taglia la punta orientale e che provvede una seconda discesa al fiume.
Durante l’Exposition internationale des arts et techniques del 1937 L’Île aux Cygnes ospitava gli straordinari padiglioni de la France d’Outre-mer, un variopinto insieme di sontuosi edifici che parevano galleggiare sull’acqua. Peccato non esserci stati.
Sulla punta occidentale dell’isola, solenne sul suo piedistallo, si erge la più grande delle due riproduzioni della Statua della Libertà che si trovano a Parigi (l’altra è al Jardin du Luxembourg). Libby Junior si trova sull’isola dal 1886, tre anni dopo l’installazione della sorella più grande nella baia di New York. Si tratta di una fusione in bronzo ottenuta da un modello di studio originale dello scultore Frédéric Auguste Bartholdi. Fin dal 1884 il Comitato degli Americani di Parigi aveva lanciato una sottoscrizione per farne dono alla Francia e il modello originale in gesso alto 11 metri venne inaugurato nel maggio del 1885 in Place des Etats-Unis. La successiva scultura in bronzo, realizzata due anni più tardi nel corso dell’Esposizione Universale di quell’anno, fu trasportata sull’Île aux Cygnes nel giugno 1889 in occasione del centenario della Rivoluzione francese. Venne inaugurata in pompa magna il 4 luglio dal presidente Carnet.
Non è certamente imponente come la sorellona americana, ma è comunque il punto d’arrivo emozionante di una bellissima passeggiata. Giungendo al fondo dell’isola, quando le chiome degli alberi si aprono sul fiume, la presenza oltre l’arcata del Pont de Grenelle di questa figura così conosciuta in un luogo che non le appartiene, è una visione di emozionante bellezza.  In Lezioni di tenebra, al contrario, per l’amico Mordenti rappresenta la fine di una brutta giornata.

L’alcol mi ha dato una bella botta fissando quelle immagini nella mia testa in maniera indelebile. Un odio come quello non lo avevo provato in tutta la mia vita, riuscivo a toccarlo, potevo plasmarlo e dargli forma. Sembrava vivo.
«Non voglio che sui giornali esca una sola parola di questa specie di messaggio» ho detto cupo. «Non voglio nomi, né fotografie. Soprattutto non voglio che circoli il nome di quella troia, vediamo di non farne un personaggio. Fammi il favore di parlarne a Le Normand.»
Alain ha messo una Gauloise tra le labbra e l’ha accesa sfregando un fiammifero sul ponte. Ha soffiato una nuvoletta bianca che si è stemperata nel sole. «Ci penso io» ha detto.
I due cadaveri sono stati adagiati sull’argine. Il fotografo ha ancora scattato qualche particolare della scritta, dei nodi e dei fori di proiettile. Poi le hanno separate. Delarche si è avvicinato per gli esami di rito, mi ha scorto e ha fatto un segno per dirmi che mi avrebbe chiamato più tardi.
Il mio sguardo ha incrociato quello di Bremond che si trovava accanto al dottore. Come padrone di casa, per ora l’indagine competeva al suo commissariato. Ho risposto al cenno di saluto che mi ha fatto, poi ho indicato le due donne. Poi ho indicato Alain e me. Volevo fosse chiaro che si trattava di roba nostra. Ha assentito cupamente con un leggero movimento del capo.
Un paio di flic hanno isolato la zona con dei paraventi mobili per nascondere i corpi alla vista dei curiosi. Delarche ha aperto la borsa e ha cominciato le sue pratiche disgustose.
«Andiamo via di qui» ho detto a Wassim.
Il suo collega ha acceso il motore e tutto lo scafo si è messo a tremare. La cima d’ormeggio è stata slegata, poi il battello ha rinculato staccandosi dalla riva con uno scossone. Mentre mi rimettevo in piedi, l’aria del fiume mi ha schiaffeggiato violentemente la faccia. Mi sono sporto oltre la murata e ho vomitato nell’acqua, due lunghi conati che mi hanno portato via anche lo stomaco.
Alain ha aspettato che mi pulissi con il fazzoletto poi mi ha ridato la sua fiaschetta. Ho bevuto un bel sorso di rum. È sceso bruciando lungo la gola facendo del suo meglio per rimettermi in sesto.
Il timoniere ha compiuto un ampio giro scivolando al di là dell’isola. Siamo passati davanti alla Statua della Libertà, poi abbiamo messo la prua a nord-est e l’imbarcazione ha cominciato a risalire lentamente la corrente.

Nel 2007 l’Île aux Cygnes è diventata uno scalo del porto autonomo di Parigi con un imbarcadero e un posto d’ormeggio.
Percorrerla nella sua lunghezza ci conduce attraverso un paesaggio urbano che mescola il nuovo con l’antico, la pietra con il ferro e l’acqua con il cielo. Osservando le grandi péniches e le chiatte ormeggiate sulle rive della Senna si ha quasi l’impressione di trovarsi sul ponte di una grande barca di pietra che si muove senza tempo lungo la corrente del fiume.

A proposito di Mordenti

Il y avait le Mouchoir de Cholet.
Et le blanc et fin mouchoir que la dame ostensiblement laissait choir à ses pieds pour que, se précipitant, le gentilhomme le ramasse, le lui tende, la regarde, lui parle.
Il y eut le grand mouchoir à carreaux, noué aux quatre coins pour en faire un béret, étalé sur l’herbe pour y faire un pique-nique.
Il y a le mouchoir du prestidigitateur, en soie de préférence, qui glisse entre ses doigts, disparaît dans sa manche, dans sa gorge, sort de son chapeau, se multiplie en une myriade de petits mouchoirs noués les uns aux autres.
Il y avait le mouchoir des adieux, celui triste des quais, des jetées, que l’on agite jusqu’à ce que la fumée du train ait englouti l’être cher qui s’en va, jusqu’à ce que la corne du navire se soit évanouie au-dessus du petit point appelé je t’aime et qu’alors enfin on portait à ses yeux débordant de larmes douces-amères.
Maintenant il y a Le Mouchoir du Commissaire. Secourable, compatissant ou ironique, toujours prêt à être tendu à une femme éplorée :

Mais qu’est-ce là, dans ma poquette ?
C’est mon vieux mouchoir blanc…si laid,
Je te le donne
… (Théodore Botrel. Le mouchoir rouge de Cholet)

Que n’eut-il vingt fois eu l’occasion de consoler la belle Océane, notre galant commissaire, pour le plaisir d’admirer ses yeux, son nez, ses jambes !
« Elle a recommencé à pleurer doucement. J’ai sorti mon mouchoir. Il n’était pas immaculé comme celui du docteur mais il était propre. Elle l’a pris avec un sourire las mais reconnaissant et a essuyé ses larmes. Elle s’est aussi mouchée. » (Les italiens, chapitre un)
Ce n’est pas pour l’admirer qu’il fit de même avec l’ingrate Camille mais pour mieux la presser encore :
« Padrazzi s’est mise à pleurer tout bas. Je lui ai passé un mouchoir presque propre. » (Troppo piombo, chapitre 9)
Mordenti est un malin. Lui, jamais directement ne s’en sert, mais jamais ne l’oublie, à toute fin utile. Il fait fi du moderne kleenex, de l’impersonnel papier, lui préfère le tissu de nos mères garant de sérieux, de douceur, de durable.
Fasse que toujours il se contente d’éponger les larmes des dames, que jamais il ne soit  Plein de sang, ma mie Annette, et ne devienne si rouge qu’on dirait un mouchoir rouge de Cholet.

I posti de les italiens: I Grands Boulevards

I grandi archi gialli di Ludovico Magno

Spesso il turista si comporta come uno di quei ronzini che trascinano per tutta la vita la loro carrozzella in alcune delle gradi città europee, con dei bei paraocchi che gli permettono di vedere quello che sanno, ignorando stoicamente tutto ciò che non conoscono o di cui non hanno mai sentito parlare. Basta mettergli un secchiello di biada davanti al naso e dargli una pedata nel sedere.
Il turista non si lascia quasi mai trasportare dal venticello, camminando qui e là dove ti porta l’estro, preferisce arrivare in città, spalancare la guida e mettersi in coda per visitare questo, quest’altro, quello e quell’altro ancora. Non si pone nemmeno il problema che ci siano cose non segnalate sulla sua Baedeker che vale magari la pena di vedere. Parigi è piena di posti ignorati, alcuni sono delle solenni minchiate, altri ti lasciano di stucco.
Un giorno di parecchi mesi fa mi trovavo a Parigi con moglie e figlio, moglie che aveva un cantiere in corso e, di conseguenza un’occupazione, e figlio che bramava per fare qualcosa con il paparino suo.
Decidiamo di andare al cinema a vedere non so più cosa, che, per combinazione davano al Grand Rex, cinema di cui avevo sentito parlare e che da tempo bramavo vedere. Siccome ne parlo abbastanza diffusamente qui, al momento lo tralasciamo.
Fatto sta che assieme al pupo mi ritrovo in un posto da urlo. Per la cronaca, questa avventura si svolge nel decimo arrondissément su in alto, nella zona dei Grands Boulevards, dove la gente va in genere a vedere quella puttanata di Musée Grevin delle cere e non si accorge, di regola, del posto strabiliante che gli sta attorno. Ci si arriva con una quantità industriale di metropolitane, qualcuna più in qua e qualcuna più in là, ma anche se dovete fare qualche passo pour y aller, non c’è mica da strapparsi i capelli. Parigi è bella tutta, ogni passo è un oh di meraviglia.
Ad ogni modo, il giorno seguente ho spedito il pargolo in cantiere con la mamma e io sono tornato a passare una mezza giornata gironzolando in quei posti. Stavo scrivendo Lezioni di tenebra e avevo giusto bisogno di un bel posto dove ambientare una delle scene clou.
Le vedettes della zona sono due meravigliosi archi trionfali, quello della Porte Saint-Martin e quello della Porte Saint-Senis. Sono grandi, gialli, imponenti, carichi di storia e di decorazioni. Al contrario degli archi di trionfo canonici sono costruiti parallelamente al corso. Distano tra loro circa duecento metri e sono divisi dal boulevard de Sébastopol che, diventando poi de Strasbourg, forma un’arteria che attraversa la parte alta di Parigi dall’Hôpital Saint-Lazare fin giù alla Senna.
Leggiamoci un pezzetto da Lezioni di Tenebra, la terza esplosiva inchiesta de les italiens, poi vi rompo i coglioni con un po di storia.

Ho aspettato qualche secondo, poi sono uscito dal bistrot per non farmelo scappare. Davanti al teatro non c’era più nessuno, lo sconosciuto era sparito. Ho preso rabbiosamente a calci un pacchetto vuoto di sigarette che qualcuno aveva gettato per terra. Coglione di uno sbirro, se avessi avuto una macchina fotografica, in mezza giornata avrei saputo chi era quell’uomo. Martine me lo diceva continuamente: «Dammi retta, piedipiatti, portati sempre in tasca una di quelle compatte.»
Martine…
Gustave stava camminando a passi spediti lungo boulevard Saint-Denis. Continuava a guardarsi alle spalle come se adesso avesse l’impressione di essere seguito.
Ho attraversato la strada per continuare il pedinamento dal marciapiede opposto, tanto lo sapevo bene dove stava andando. Camminava veloce, ravviandosi continuamente i capelli con aria inquieta. All’altezza dell’arco della Porte Saint-Denis ha attraversato boulevard de Bonne Nouvelle con il semaforo rosso, scatenando un putiferio di clacson. Poi, senza rallentare, è salito a passo svelto su per rue Beauregard.
Non c’era molto passaggio, da quelle parti, così gli ho lasciato un buon vantaggio prima di infilare a mia volta la salita. Sentivo i suoi passi echeggiare davanti a me, sempre più veloci e lontani. Sono arrivato in cima giusto in tempo per vederlo entrare nel portone di casa.
Il sottomarino, un furgone grigio con dipinta in giallo sui fianchi la ragione sociale di una ditta di lavori idraulici, era parcheggiato una decina di metri più avanti. Ho superato il portone e gli sono passato di lato dando due piccoli colpi sulla portiera. Dall’interno altri due colpetti hanno risposto al mio saluto.
Metz aveva fermato la Rénault Scénic sulla pista ciclabile dall’altra parte della strada. Ho percorso rapidamente l’isolato che ci separava e sono montato chiudendomi la porta alle spalle. Mi sono lasciato andare contro lo schienale con un sospiro insoddisfatto.
Constance e Maëlis si sono voltate a guardarmi.
«Pensavamo l’avessi perso» ha detto una. «Che diavolo è successo» le ha fatto eco l’altra.
«Ha incontrato un tizio» ho borbottato, «giù alla Porte Saint-Martin.»
«Uno dello studio?» ha detto Maëlis.
«Macché, mai visto prima. Si sono parlati e Gustave si è messo a fare il diavolo a quattro. Ho paura che ci sia dentro fino al collo, mi sa che aveva ragione lei, tenente.»
«Che cosa si sono detti?»
«Non ne ho la più pallida idea, ero troppo lontano.» Ho abbassato il finestrino per far entrare un po’ d’aria, poi mi sono sfilato la giacca. «Quell’uomo ha cercato di calmarlo, ma Gustave sembrava fuori dalla grazia di dio.»
Cercando di stringere ho raccontato quel poco che avevo potuto vedere. Un camioncino coperto di ruggine e polvere si è fermato davanti al portone di casa Deshayes. Ne sono scesi due uomini che hanno scaricato quattro grandi cristalli dopo averli liberati dall’intelaiatura che li sorreggeva. Da una finestra del secondo piano si è affacciata una signora anziana che li ha salutati. Due minuti dopo gli ha aperto il portone. Scambio di battute, risate, pacche sulle spalle, poi i vetrai hanno afferrato un paio di cristalli ciascuno e sono entrati in casa tutti insieme.

La Porte Saint-Denis e relativo arco monumentale, il più bello dei due, si trova all’incrocio tra la cosa, la rue Saint-Denis (dopo l’arco, rue du Faubourg-Saint-Denis) e i boulevard de Bonne-Nouvelle e Saint-Denis. È vidente che da queste parti il santo andava fortissimo, quasi tutto porta il suo nome.
Per altro, la cosa, la rue Saint-Denis è una delle strade più antiche di Parigi, e pare risalga addirittura all’epoca romana. Era la via che nell’antichità conduceva i pellegrini alla basilica omonima che si trovava fuori dalle mura della città.
Siccome santi e madonne non erano proprio ben visti, nel periodo della Rivoluzione francese, la cosa, la rue Saint-Denis venne chiamata rue deFranciade. Risalendola, cosa per altro piacevolissima da fare a piedi, si arriva dritti dritti alla porta in questione. L’arco di trionfo pare sia stato ispirato dall’arco di Tito a Roma. Siccome Parigi si stava ingrandendo, la cinta fortificata di Carlo V venne sostituita da una sorta di barriera fiscale che si materializzò sotto forma di un muro e di qualche boulevard. Le porte fortificate che risalivano al medioevo vennero così sostitutite da archi di trionfo.
La grande scritta dorata sulla sommità dell’arco, Ludovico Magno, indica che l’arco della Porte Saint-Denis venne eretto, naturalmente a spese della comunità, su ordine di Luigi XIV dall’architetto François Blondel, molto raccomandato a corte e direttore nientemeno che de l’Académie Royale d’Architecture. Dovendo celebrare le vittorie che, stando comodamente seduto a palazzo, il Re aveva avuto sul Reno e nel Franche-Comté venne riccamente e, bisogna dire, magnificamente addobbato dallo scultore Michel Anguier. Due grandi obelischi si elevano ai lati dell’arco, ricoperti di trofei, mentre ai loro piedi due figure sedute, scolpite dai disegni di Lebrun, rappresentano le Province unite. I bassorilievi sopra l’apertura raccontano l’attraversamento del Reno e le figure allegoriche del reno e dell’Olanda vinti sotto forma di una donna afflitta.
Verso la fine del pomeriggio, quando la luce del sole si tinge di arancione, le sue lame di luce rendono questo monumento straordinariamente godibile. Tutta la zona circostante è fantastica, un pezzo della città bello e variegato con piccole vie che si arrampicano in salita, collegate tra loro da piccole scalinate e i grandi corsi dalle fogge più disparate. Magnifico il boulevard Saint-Martin con i suoi marciapiedi rialzati, che dalla Porte Saint-Martin conduce a place de la République.
Interruzione pubblicitaria 🙂

Ho raggiunto Michel che arrancava affaticato. Assieme a lui c’erano due giovani flic della Crim.
«Piantiamo tutto» ho detto infilando la giacca, «adesso li imbarchiamo e li portiamo dentro per interrogarli.»
«Così, di punto in bianco?»
«Esatto, fatevi aprire il portone e andate su a prenderli.»
«E per quel cane cosa facciamo?» ha chiesto uno dei suoi accompagnatori.
«Quale cane?» ho chiesto.
«Qualche stronzo ha abbandonato un cane lungo la via» ha detto Coccioni indicando con il pollice alle proprie spalle. «Voglio chiamare la protezione animali per farlo prelevare.»
Mi è preso un bel batticuore, tipo i tamburi della giungla misteriosa.
«Di che cazzo di cane state parlando?» ho rantolato.
«Un botolo bianco e nero» ha detto Coccio,
«Con tutto il culo rosa» ha detto il suo scudiero.
«Andate su da quei due» ho urlato correndo giù per la strada, «e fate venire qualcuno per frugare l’appartamento.»
Al fondo della discesa sono passato accanto al cagnetto bianco e nero. Vedendomi passare di corsa ha abbaiato un paio di volte. La troia lo aveva attaccato a uno di quei paletti di metallo nero che impediscono alle auto di parcheggiare.
Ho aumentato l’andatura sbucando sulla spianata della Porte Saint-Denis. Mi sono guardato intorno; se aveva un’auto, tanti saluti, ma c’era la possibilità che fosse diretta al metro. Ho scavalcato la ringhiera del marciapiede e sono saltato sul selciato sottostante, poi via di corsa verso la fermata Strasbourg-Saint-Denis.
L’ho vista mentre attraversavo il boulevard, una macchia rosa che spariva inghiottita dalle scale della metropolitana. Avevo recuperato un po’ di vantaggio ma da lì ad acchiapparla era tutta un’altra storia. Scendendo a precipizio gli scalini dell’ingresso sapevo già di averla persa. La stazione era piena zeppa di gente che entrava e usciva dalle gallerie. Mi sono fermato un secondo, dovevo ragionare in fretta.
Tre linee, la 9, la 8 e la 4, nemmeno a testa o croce potevo fare. La 9 e la 8 tagliavano in diagonale andando verso le periferie mentre la 4 portava verso il centro. Ho scelto quella.
Scavalcando il tornello con un balzo mi sono fatto di corsa il tragitto fino alla pensilina, direzione Porte d’Orléans. Ho divorato l’ultima scala quattro gradini alla volta, mentre la sirena segnalava la chiusura delle porte. Sono salito sul treno per un pelo, la giacca m’è rimasta presa tra gli sportelli, un piccolo spettacolo extra per i pendolari.
Siamo partiti. Nel vagone nessun impermeabile rosa, ammesso che non lo avesse buttato in un bidone dell’immondizia prima di salire sul treno. La fermata successiva è arrivata in un minuto e mezzo, una stazione enorme, il labirinto perfetto per scomparire in un baleno. Non appena si sono aperte le porte sono schizzato fuori. Ero sudato e il mio cuore andava a mille. La banchina era affollata, gente che saliva sul treno o diretta verso le uscite e le coincidenze. Ho infilato la mano sotto la giacca chiudendo le dita attorno al calcio della pistola e, chino come un cammello, ho percorso il treno nella sua lunghezza.
Era sul terz’ultimo vagone e mi ha colto quasi di sorpresa. C’è stato uno sparo amplificato dalle pareti della galleria, quasi un boato. Il finestrino davanti a me è andato in mille pezzi. Un tizio che avevo di fianco è crollato lungo e tirato senza emettere un suono.

Sempre costruita su ordine di Luigi XIV, è firmata Ludovico Magno pure questa, la Porte Saint-Martin è meno grandiosa dell’altra, ma con i suoi tre archi, due piccoli e uno grande, porta con una certa grazia il suo fascino asciutto ed essenziale. Venne eretta nel 1674 dall’architetto Pierre Bullet, già allievo di François Blondel. Si tratta di na costruzione in pietra calcarea a sbalzo con la sommità in marmo. Le due facciate sono ornate da quattro allegorie a bassorilievo.
Tutto è suggestivo in questo quartiere, vi si trovano pure alcune di quelle antiche gallerie di passaggio che vale veramente la pena visitare. Per i maniaci della cucina francese, esiste nelle vicinanze un posto strepitoso che si chiama le Bouillon Chartier. Lo si trova al 7 di rue du Faubourg Montmartre e si tratta di un’esperienza unica nel suo genere. Se vi piacciono la folla, la buona cucina e spendere relativamente poco, Chartier è il ristorante che fa per voi. Parlando di cifre, dalla sua apertura ai nostri giorni, le Bouillon Chartier ha già attraversato cento anni nei quali si sono succeduti soltanto quattro proprietari.
Aperta 365 giorni all’anno, questa sala è classificata monumento storico dal 1989 (ci hanno messo solo trecento anni ad accorgersi che valeva la pena). Non è dunque un esagerazione presentare Chartier come una vera istituzione della capitale e un condensato dello spirito parigino. Eccellente il famoso bouillon di carne e legumi che un tempo si poteva consumare al bancone pagando quattro soldi.
Insomma alla fine, gira e rigira si finisce sempre con le gambe sotto al tavolo. E con questo mi taccio e do un taglio a tutta questa storia. Ma se, la prossima volta che sarete a Parigi, avrete voglia di passare un mezzo pomeriggio in questi luoghi, di sicuro non ve ne pentirete.

Intervista su Il Sole 24 Ore Nord Ovest

Intervista di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore Nord Ovest (mercoledì 30 marzo, pag. 25)

«I miei personaggi? Nati sul Tgv»

Tre romanzi in tre anni, più di 12mila copie vendute e una saga noir – quella degli «italiens» della brigata criminale di Parigi – destinata a crescere. Tanto che il quarto capitolo delle avventure del commissario Mordenti e della sua squadra, dopo i primi tre pubblicati con la torinese Instar (Les italiens nell’aprile del 2009, Troppo piombo nel marzo 2010 e Lezioni di tenebra lo scorso febbraio), uscirà per Rizzoli. È tutta in ascesa la carriera letteraria di Enrico Pandiani, torinese, classe 1956, grafico per necessità e scrittore per passione.

Ha esordito tardi, ma ora sta bruciando le tappe.
«In realtà ho iniziato a scrivere, quando ero molto giovane, con le storie a fumetti pubblicate su alcune riviste, come il Mago e Orient Express. Poi ho tolto le vignette e sono rimaste le parole».

Come sono nati Les italiens?
«In 25 anni ho avviato una mezza dozzina di romanzi, rimasti a metà, che raccontavano la fuga di due personaggi antitetici: mi interessava il rapporto fra di loro e il tema della tolleranza. A scrivere mi divertivo, e mi diverto, tantissimo, ma lo facevo senza convinzione. Poi ho deciso di provarci davvero: ho scritto la prima pagina di Les italiens su un Tgv di ritorno da Parigi la mattina dell’1 gennaio 2007 e in sette mesi l’ho finito. Ed ero così entusiasta che ho iniziato subito il secondo».

Pensava che Les italiens sarebbe stato il suo romanzo d’esordio?
«Quando l’ho finito sentivo di aver lavorato meglio del solito. Ho fatto leggere il manoscritto a un’amica che ha una piccola casa editrice e lei mi ha incoraggiato. Così l’ho proposto alla Instar e loro non solo hanno deciso di pubblicarlo, ma con il mio romanzo hanno anche inaugurato una nuova collana. È stato stupendo».
E ora il passaggio a Rizzoli.

«È un salto nel buio, anche perché con Instar lavoro molto bene e vorrei continuare a farlo. Ma uno scrittore sogna che le sue pagine siano lette da più persone possibili e con Rizzoli spero che questo accada».

Progetti per il futuro?
«Ne ho una montagna: vorrei scrivere storie a fumetti sulle vicende dei personaggi “minori” dei miei romanzi; mi hanno proposto di fare una trasposizione cinematografica di Les italiens; poi sto lavorando a un libro per bambini con mio figlio, che ha otto anni; vorrei anche scrivere storie per ragazzi. Ma non ho tempo: quello dello scrittore è un lavoro per ricchi scapoli, mentre io ho un lavoro e una famiglia. Per fortuna»