Day Six: Navigation

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Finalmente in navigazione. In mattinata l’equipaggio ha preparato la nave per il disormeggio. La Vespucci ha perso un po’ della sua aria di rappresentanza per assumere quella di veliero pronto ad avventurarsi sul mare. Verso mezzogiorno è salito a bordo l’ambasciatore italiano a londra, con un piccolo seguito. Saranno ospiti del comandante Pacifici per un lungo tratto sul Tamigi. All’una sono arrivati i rimorchiatori ed è salito a bordo il primo pilota. Se ne succederanno quattro per guidare la nave nei punti critici del fiume. Lasciati gli ormeggi, con manovre molto delicate (In mezzo a grattacieli di vetro è come essere in una cristalleria), l’imponente veliero è stato aiutato a girare su sé stesso per entrare di prua nella chiusa che lo porterà fuori dal West Indian Dock. Un mucchio di gente, stipata sule banchine assiste a questa specie di balletto che si riflette sulle facciate degli edifici. Immagino che la scena abbia qualcosa di memorabile, l’antico che si muove lento in mezzo al massimo possibile del moderno. I londinesi scattano foto e osservano le manovre.
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All’interno della chiusa siamo rimasti ormeggiati per circa un’ora aspettando le condizioni ottimali di marea per entrare nel fiume. Alla fine la barriera si è aperta e noi ci siamo mossi. Entrare nel Tamigi è stata un’esperienza emozionante. È immenso, grigio, vi si riflettono le nuvole di questa giornata nella quale il sole va e viene. I rimorchiatori hanno lasciato i cavi di traino. Finalmente libera, l’Amerigo Vespucci scende verso il mare come una regina. Al suo passaggio suonano le sirene di saluto delle altre navi. I nocchieri salgono a riva e si arrampicano sul pennone per mettere le prime vele, un grande fiocco, una vela quadra e una vela di taglio. Il sole dev’essersi reso conto di ciò che sta accadendo e ci accompagna nel tragitto. Il primo punto difficile è stata la chiusa di marea, formata da una serie di costruzioni dall’aspetto fantascientifico che ne manovrano le barriere. Si passa in mezzo, di misura.
L’ultimo spettacolo si sta preparando. Il Queen Elizabeth Bridge è una strisca sottile che si profila all’orizzonte, sorretta da due piloni e da un intreccio di cavi. Vi passeremo sotto, anche se al centro, il ponte è alto poche decine di centimetri in più dell’albero di Maestra. Ci facciamo sotto, si cominciano a vedere i veicoli che lo percorrono, diventa sempre più vicino. Già il pennone sembra toccare l’arcata di metallo verde, poi gli alberi della nave scivolano senza toccare, anche se dal basso, questo pare impossibile. Pochi secondi e il Queen Elizabeth Bridge è alle nostre spalle. Rimane un’incombenza; a Gravesend, una grande cava di sabbia immagino gli dia il nome, l’ambasciatore e le persone che lo accompagnano, lasciano la nave scendendo una biscaglina stretta e impegnativa. In basso, accostata al fianco della Vespucci li attende la pilotina del servizio fluviale. L’equipaggio li aiuta in questa difficile discesa, poi la piccola imbarcazione si allontana assieme all’ultimo pilota.
Il fiume diventa sempre più largo. Sulle rive distanti si susseguono insediamenti industriali, piccoli villaggi e colline di alberi. Alle nostre spalle Londra si allontana sotto un tramonto straordinario. Le nuvole paiono frantumarsi e i raggi del sole cadono obliqui sulle acque del Tamigi. Forse per l’equipaggio è stata una giornata come le altre, per noi, invece è stata un’esperienza unica e indimenticabile. Siamo diretti verso la foce, trecento miglia di Mare del Nord ci separano da Amburgo. E intanto è scesa la notte.
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