Pessime scuse per chiamarsi Babar

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Un elefantino con ottant’anni sul groppone

Album BabarÈ Cécile, la moglie di Jean de Brunhoff, la persona che ha dato origine al personaggio di Babar. La giovane signora Brunhoff ha l’abitudine di raccontare lunghe favole ai suoi due figli, Laurent e Mathieu. Tra queste, una narra le avventure di un piccolo elefante che, fuggendo nella foresta per scappare ai cacciatori, arriva in una cittadina dove finisce per vivere e vestirsi come gli uomini. Ritornato nella sua terra, al volante di un’automobile, vi porta, da buon figlio della colonizzazione, i benefici e gli splendori della civiltà. Per questo, viene incoronato re degli elefanti.
Ai due ragazzi questa storia della madre, una pianista, piace talmente da farli corre a raccontarla al padre, pittore di professione. A Jean viene allora l’idea di creare un libro illustrato da utilizzare in famiglia. Il fratello di Jean, Michel de Brunhoff, e il cognato, Lucien Vogel, entusiasti dell’opera, decidono di pubblicarla in grande formato per le Éditions du Jardin des Modes, con il titolo La storia di Babar il piccolo elefante. Siamo nel 1931, all’epoca dell’ Exposition Coloniale Internationale di Parigi.
brunhoff_ma6301.1_06-07Questo straordinario personaggio diventa subito popolarissimo, con ben quattro milioni di esemplari venduti pima del 1939, anno nel quale l’editore Hachete ne acquista i diritti. Per giunta, cosa raramente avvenuta inprecedenza, il personaggio di Babar diventa popolare perfino negli Stati Uniti. Dal 1940 al 1949, Francis Poulenc ne realizza uno spettacolo musicale per recitazione e piano, orchestrato più tardi da Jean Françaix. Insomma, per l’elefantino è un vero trionfo.
Alla morte del padre, nel 1937, tocca a Laurent de Brunhoff proseguire le avventure di Babar che nel 1969 verranno in fine adattate anche per la televisione francese. In seguito, nel 1985, Laurent de Brunhoff si trasferisce negli Stati Uniti e due anni più tardi affida alla Clifford Ross Company l’incarico di gestire le licenze e i diritti di sfruttamento del personaggio.
La famiglia Brunhoff, che aveva intanto donato alla Biblioteca Nazionale Francese alcuni disegni preparatori dei primi tre album, grazie all’acquisizione dell’opera completa da parte della prestigiosa istituzione, vede finalmente la consacrazione di Babar in Francia.

pandianimassacroesecCi siamo spostati verso il centro del piazzale. Il sole caldo del pomeriggio ricopriva quella carneficina di una morbida luce dorata. In un altro momento sarebbe stato piacevole.
Al fondo della strada le transenne della madama tenevano lontani giornalisti e curiosi. C’erano già due enormi furgoni della televisione con le paraboliche sul tetto. Un paio di frullini della stampa volteggiavano alti nel cielo come avvoltoi. Dall’altra parte del viottolo una collinetta pareva incoronata da un boschetto di querce e piccole betulle. Tra gli alberi i tizi della scientifica sembravano fantasmi.
«Lassù c’è l’arma» ha detto Lemaître. «L’ha mollata qui, si vede che non gli stava in tasca.»
Ha gorgogliato una risatina, poi ci siamo avviati e siamo saliti fino in cima, Lemaître, Rouxel, Servandoni, io e un altro paio di sbirri. La Browning calibro .50 era enorme, scura, cattiva, stava acquattata sotto le piante come un gigantesco insetto. Sul terreno erano sparsi un centinaio di bossoli. Il nastro era esaurito.
E c’era Babar.
«Cosa diavolo è quello?» ha chiesto Servandoni.
«Lo ha lasciato il killer» ha detto uno della scientifica.
Mi sono avvicinato. Era una figurina di resina dipinta. Il vestitino verde, la camicia bianca, il cravattino rosso e la coroncina gialla sulla testa. Babar in tutto il suo tenero splendore. Non sembrava per nulla impressionato dallo spettacolo che aveva davanti.
«Qualcuno è in grado di datare la mitragliatrice?» ha chiesto Delphine.
Uno dei fantasmi della scientifica si è pizzicato il mento un paio di volte prima di parlare. «È un modello della Seconda guerra mondiale» ha detto, «una delle prime Browning M2 Heavy Barrel, la cosidetta Ma Deuce, la Mammina. Nonostante i settant’anni, lo stato di conservazione è perfetto. Manco l’avessero tenuta in salotto.»
«Manderemo tutto a Parigi» ha detto Lemaître. «Loro dovrebbero riuscire a ricostruire il percorso di questo aggeggio.»
Mi sembra una buona idea» ha ammesso Alain. «Scoprire come ha fatto ad arrivare fin qui potrebbe essere interessante.»
«Imparerai che qui in campagna abbiamo le scarpe grosse e il cervello fino» ha detto Jean-Luc con un sorriso. Ha radiografato Rouxel più a lungo di quanto sia consentito dall’etichetta. Lei non ha battuto ciglio.

(Pessime scuse per un massacro, Rizzoli 2012, Best BUR 2013)

Morte mamma BabarLa storia di Babar è particolare, e la racconta lunga su un periodo in cui la Francia era una potenza coloniale. Camminando un giorno in groppa alla madre, il piccolo Babar la vede cadere sotto i colpi di un cacciatore. Fuggendo spaventato nella foresta corre a perdifiato fino ad arrivare in una città dove il piccolo elefante scopre gli uomini, le loro abitudini e i loro costumi. Adottato da una vecchia signora gentile, alla quale si affeziona grandemente, Babar comincia la sua educazione apprendendo le meraviglie della civiltà. Crescendo diventa un elefante molto elegante e raffinato. Guida la macchina, si scappella davanti alle signore, intrattiene con savoir faire gli amici nei salotti.
La vecchia signora soddisfa ogni suo desiderio, ma il giovane elefante si ritrova spesso a guardare fuori dalla finestra pensando con nostalgia alle sue terre. Saranno infine i suoi due cuginetti, Celeste e Arturo, che sono venuti a cercarlo, a convincerlo a tornare nella foresta. Babar porta con se tutto ciò che ha imparato dagli uomini, la gioia di vivere, l’educazione, la raffinatezza. Alla morte del vecchio monarca (muore per un fungo avvelenato di biancaneviana memoria), prenderà il suo posto diventando il re degli elefanti. Manco a dirlo, tutti gli abitanti della foresta si metteranno a parlare francese.
Babar raccontaLa storia è semplice, lineare, buonista e, da allora, Babar incarna la bontà e l’innocenza, ma anche il progresso e quell’idea di portare la civiltà e la conoscenza ai popoli che non ce l’hanno, idea che ha visto negli ultimi duecento anni innumerevoli fallimenti. Con il suo vestitino verde, il cravattino rosso e la buffa corona che porta sul capo, Babar è comunque una figura positiva. La sua gentilezza e la sensibilità imperiale che lo accompagna sono state un punto fermo nell’universo di molto bambini che negli ultimi ottant’anni sono cresciuti leggendo le sue storie .
Per questo, mentre scrivevo Pessime scuse per un Massacro, mi è venuta in mente la sua figura. La disarmante innocenza di Babar, la delicatezza che lo distingue, la serenità della sua vita bella e avventurosa erano gli elementi giusti da contrapporre al dolore e alla feroce crudeltà del personaggio che porta il suo nome. Non si può fare a meno, credo, procedendo nella lettura del romanzo, di notare questa contrapposizione, che diventa sempre più evidente con il procedere della storia. Nel periodo fra la metà degli anni trenta e la fine della Seconda guerra mondiale, del resto, i libri per bambini videro giorni di gloria. Un dignitoso re degli elefanti che governava con giustizia, sostenendo il nucleo famigliare come bene supremo, creava una nota positiva in un mondo ferito e senza riferimenti certi. Nel mondo di Babar gli ostacoli vengono superati, i conflitti sono risolti e il bene comune prevale. Un’epoca penosa poteva così trovare, nel rifugio della famiglia, la forza di tirare avanti aspettando un destino migliore. È anche possibile che un partigiano del Maquis, in quell’universo incerto che è stata la guerra, abbia scelto Babar come nome di battaglia.
Disco babarDel resto, la letteratura per l’infanzia cambia assieme alla cultura che la circonda. La Francia imperiale è ormai estinta; L’ottantasettenne Laurent de Brunhoff vive oggi in America e Babar, vecchietto pure lui, rischia di diventare un volgare prodotto di consumo che vaga per schermi di televisioni, computer e telefoni cellulari. La realtà è che i momenti dolci della sua doppia nascita, con Jean prima e poi con Laurent, rischiano di servire da epitaffio per una cultura dell’infanzia che pare destinata a scomparire.

Torino, febbraio 2013

Babar legge

4 pensieri su “Pessime scuse per chiamarsi Babar

  1. Chiedo scusa se invado ancora.

    Quella della letteratura d’infanzia è una pagina complicatissima. Secondo gli standard attuali i cinquantenni (e i loro genitori) dovrebbero essere tutti dei disgraziati, in quanto la morte è presente ovunque nelle loro letture e riletture: da Salgari a Collodi, per non parlare della frase “To die will be an awfully big adventure” pronunciata da Peter Pan e usata anche come didascalia per un’illustrazione in certe edizioni di un’ottantina di anni fa e più.
    Io sono notoriamente contrario al “correct” anche in questo ambito.

    Il mio Babar con abito verde tre pezzi ha la bombetta e l’ombrello, per la corona guardo a quello in real divisa con tanto di mantello d’ermellino.

    Un saluto a chi come me sta, appunto, con quei libri che sono ovviamente seri perchè giocare è una cosa seria.

    Steg

    http://steg-speakerscorner.blogspot.com/

    • Sono d’accordo con te, la letteratura per l’infanzia è una materia complicata. In parte è stata sostituita da un numero rilevante di orribili cartoni animati di cui i vari canali televisivi proliferano. Anche in questo caso, forse per via della mia tenera età, quando vedo un Disney d’annata di Topolino o Paperino, e ancora oggi godo per la tecnica straordinaria, lo humour attualissimo e le invenzioni che li compongono, mi rendo conto di essere stato un bambino fortunato. Alcune delle serie che vede oggi mio figlio, quando non ti lasciano assolutamente nulla (ed è il caso migliore), sono molto diseducative. Raramente vengono salvate da un pelo di ironia, ma è cosa rara.
      La stupidità, l’arroganza, la volgarità gratuita e la superficialità la fanno da padrone. Anche io sono abbastanza contrario al “correct”, ma so riconoscere quando un fumetto o un cartone è basato sull’intelligenza, e oggi nov è più tanto così. Questa genia di politici che ci ritroviamo, che rubano, corrompono e se ne fregano di tutto, di certo quand’erano bambini non hanno letto I ragazzi della via Pal.

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