È piaciuto a les italiens: Jan Costin Wagner

Questa non vuole essere una recensione, non ne sono capace e non mi interessa farne. È semplicemente un insieme di pensieri e commenti su un libro che ho letto e mi è piaciuto, un romanzo che mi ha lasciato delle cose e me ne ha insegnate altre.

Il terzo leone arriva d’inverno
Un romanzo di Jan Costin Wagner
Einaudi, 2010

Kimmo Joentaa, Tuomas Heinonen, Kai-Petteri Hämäläinen, Ari Pekka Sorajärvi, Salme Salonen, Olli Latvala. Sono questi i nomi con cui un lettore si trova a doversi confrontare quando si addentra nel fenomeno del momento: il giallo nordico.
Sono nomi che, a prescindere che il romanzo ti piaccia o meno, fanno si che una vocina nella tua testa ti dica in continuazione «ma che cacchio sto leggendo?»
Io non ne ho letti molti, lo confesso, un paio di Staalesen, due o tre norvegesi, il secondo della famosa trilogia e due romanzi di Jan Costin Wagner editi da Einaudi, Il silenzio (2008) e Il terzo leone arriva d’inverno (2010). Questi ultimi due mi sono assai piaciuti, soprattutto il secondo.
Wagner, scrittore tedesco nato a Langen nel 1972, è riuscito a inventarsi qualcosa di nuovo. Niente serial killers di bambini, niente mamme problematiche, niente sparatorie e nemmeno cadaveri squartati e analizzati da zelanti medici legali. Solamente dei sani polizieschi lenti e riflessivi.
Una sola cosa ci perplette iniziando la lettura e una domanda sorge spontanea: ma perché diavolo Jan Costin ha deciso di ambientare i suoi romanzi in Finlandia? L’unico a poter rispondere a questa domanda è l’autore, ma per ovvie ragioni la cosa non mi sorprende. Perché mai un autore deve per forza ambientare i suoi libri nella propria terra natia? Il mondo è di tutti, quindi è giusto che ci si sposti. Una cosa è comunque certa, la Finlandia è piuttosto in alto, di conseguenza i romanzi di Wagner si possono tranquillamente infilare nel filone nordico.
Il terzo leone arriva d’inverno è un bel romanzo rilassante. La sola cosa che non mi è piaciuta, faccio che dirlo subito, è l’utilizzo del tempo presente in alcuni capitoli nei quali seguiamo i movimenti e i pensieri di un certo personaggio. Questo fa un po’ “maniera”, è una cosa già vista, un’espediente troppo comune e quindi stride, a mio avviso, con la fresca narrazione della storia. Il resto del romanzo è molto piacevolmente scorrevole, sempre sospeso in una delicata malinconia che si direbbe propria di quei luoghi.
Il protagonista, come già ne Il silenzio, è il poliziotto Kimmo Joentaa, sbirro riflessivo, tristanzuolo, e solitario. Già dal romanzo precedente sappiamo che ancora non è riuscito a superare il dolore per la morte della moglie Sanna, avvenuta per malattia alcuni anni prima. Elaborare il lutto, per Kimmo, è impresa tremendamente più ardua del risolvere le sue intricate indagini.
Eppure, contrariamente a quanto avviene ne Il silenzio, dove si strugge per tutto il romanzo straziandosi nel ricordo, questa volta Kimmo inizia le danze con una scopata come si deve. La bella Larissa, giovane prostituta dai modi alquanto folli, entra prepotentemente nella sua vita, tipo la notte di Natale o giù di lì, gli dà una bella ripassata e lo aiuta a mettere palline e angioletti sull’albero.
Ma l’idilio viene bruscamente interrotto dal lavoro. Patrick Laukkanen (fateci l’abitudine, i nomi sono tutti così), medico legale della polizia di Turku, una delle più importanti città finlandesi, viene trovato ucciso a coltellate. Qualcuno lo ha aggredito con una certa furia mentre faceva la sua passeggiata mattutina in sci di fondo. Tempo prima, la vittima era stata ospite in televisione nella celebre trasmissione del giornalista Kai-Petteri Hämäläinen (sic!), una specie di Marzullo finlandese, ma molto più famoso. Al talk show era presente una terza persona, Harri Mäkelä, abilissimo costruttore di finti cadaveri per il cinema.
Manco a dirlo, mentre Kimmo si destreggia tra il ricordo astratto della moglie e le tette molto reali di Larissa, l’assassino gli fulmina pure il secondo. Anche per lui qualche bella coltellata ben data, fuori dalla sua casa laboratorio a Helsinki.
La trasmissione televisiva sembra dunque essere il filo che lega fra loro i due omicidi e Kimmo da bravo sbirro, ci si butta a capofitto seguendo il suo istinto fino alla soluzione finale. Il plot ha quel tanto di romantico e irreale da poter piacere a chi rifugge la cronaca nera nuda e cruda preferendo piuttosto la ricerca psicologica dell’animo umano che porta sempre con sé una certa irrealtà.
La scrittura di Wagner è netta, pulita, a tratti affilata ma mai noiosa. I personaggi, soprattutto i poliziotti colleghi di Kimmo, dei quali vi risparmio i nomi impronunciabili, hanno un loro spessore fatto di determinazione, debolezza, rabbia, vizi, incertezze e un umanità freddina ma tutt’altro che spiacevole.
Il romanzo scorre con incalzante lentezza, calibrata alla perfezione per portare avanti il lettore, appassionandolo al procedere dell’indagine ma senza distrarlo dai movimenti, dai dialoghi e dai sentimenti dei protagonisti. Kimmo Joentaa è una figura piuttosto nuova nel panorama degli sbirri letterari. È un uomo fragile, melanconico, un poliziotto gentile che non alza mai il tono della voce. Il suo carattere riflessivo diventa vincente perché lo salva dal pragmatismo un po’ ottuso dei suoi colleghi permettendogli di vedere e intuire cose che agli altri sono precluse.
La Finlandia è bella e gelida, la sua natura selvaggia è il palcoscenico perfetto per questa storia che va a scavare nel dolore della perdita per trovare l’origine di una violenza alla quale, tuttavia, non dà una giustificazione.
Siccome siamo molto fighi, a un certo punto del romanzo intuiamo chi è l’assassino, ne comprendiamo le motivazioni e nonostante questo Wagner ci porta avanti senza che la nostra curiosità venga meno, perché le cose il furbastro ce le propina con sapiente parsimonia. Le centelliniamo fino in fondo rimanendo comunque mangnetizzati dalla narrazione e assorbiti da una fortissima empatia.

4 pensieri su “È piaciuto a les italiens: Jan Costin Wagner

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