Troppo piombo: l’incipit

Uno

Aveva cominciato a picchiarla non appena aperta la porta. Calci e pugni di una violenza inaudita. Era crollata. Poi l’aveva rimessa in piedi e l’aveva avvertita: se fosse caduta l’avrebbe colpita ancora. E lei non voleva che lo facesse.
Ma era successo. Due, tre volte, non riusciva a ricordare. Per questo, nonostante la nausea che arrivava a ondate successive, si sforzava di rimanere dritta. L’unica funzione che il suo cervello riuscisse a fare. Le aveva strappato di dosso la camicia da notte e le aveva legato le mani dietro la schiena. L’acciaio delle manette che le mordeva a sangue i polsi non era che un dolore lontano, come spilli spinti in profondità nella carne.
Il calcio in mezzo alle gambe è arrivato improvviso, il dolore un’esplosione di luce che le ha inondato il cervello. È caduta in ginocchio e ha vomitato sul pavimento, conati lunghi e nervosi che non riusciva a fermare.
L’ha lasciata finire, poi l’ha afferrata per i capelli, lei ha dovuto strisciare sulle ginocchia per tenergli dietro.
Altri colpi in testa e nel basso ventre. Il labbro è scoppiato e il sapore del sangue le ha riempito la bocca.Ha notato i guanti di lattice che fasciavano le mani del suo aggressore. Poi un calcio sul seno l’ha gettata a terra.
Ha respirato sangue e aria, il liquido denso le è scivolato in gola. Ha tossito rischiando di soffocare e si è lasciata cadere sulla schiena. Adesso tutto era ovattato attorno a lei, tutto era tranquillo. C’era solo questo ronzio incessante che le attraversava la testa, avanti e indietro, avanti e indietro.
Il suo corpo stava diventando leggero. Il soffitto era una macchia scura che continuava a dilatarsi, il dolore una sensazione lontana, come una sinusoide che si ampliava e restringeva senza fermarsi mai. Non sentiva più nulla.
Il suo assassino le si è seduto sul petto sollevando il passamontagna dal viso con un gesto studiato, poi le ha preso la testa fra le mani. I guanti di lattice erano freschi sulle guance.
I loro sguardi si sono incrociati per un lungo istante. Poco alla volta nei suoi occhi annebbiati si è formato un volto. Le diceva qualcosa, cose lontane, successe tempo prima. Attraverso il velo rosso che le copriva gli occhi ha cercato di metterlo a fuoco. È stato uno sforzo terribile ma ha cominciato a dare i suoi frutti. Lentamente lo ha riconosciuto. Ha quasi sorriso.
Poi c’è stato uno schiocco.

E così, eccoci al lavoro.
Thérèse Garcia era, a quanto si diceva, una promessa del giornalismo al quotidiano Paris24h. Promessa che non avrebbe mantenuto. Qualcuno l’aveva assassinata rompendole il collo dopo averla pestata a sangue. Secondo Delarche, il segaossa della morgue, era morta la sera precedente verso mezzanotte. I vicini non avevano sentito rumori insoliti. Pugni e calci fanno più male che rumore.
«L’ha massacrata» ha dettoDelarche, «prima di ucciderla l’ha quasi ammazzata di calci. Il collo gliel’ha rotto alla fine.» Ha preso la mia testa fra le mani. «Ha fatto così» ha detto.
Mi sono levato prima che lo rompesse anche a me.
Tutte le luci della casa erano accese. Attraverso la porta del salotto si poteva vedere la testa della vittima, il resto del corpo era coperto dal divano.
Philippe Guibert e François Saunière della scientifica stavano facendo i loro rilievi assieme agli altri ragazzi prodigio. Utilizzavano strumenti mozzafiato come cartine tornasole, occhiali a raggi X e il coltellino svizzero di McGiver.
La mattina Garcia aveva bruciato alcuni appuntamenti importanti, così verso sera un collega l’aveva cercata a casa. La porta era socchiusa e Thérèse defunta, di conseguenza aveva chiamato la madama.
A parte il cadavere, i lividi e poche altre cose, sembrava non ci fossero indizi veramente interessanti. Una camicia da notte strappata, in voile color prugna, giaceva abbandonata sul pavimento. Si vedeva l’etichetta, diceva Christian Dior a caratteri eleganti. Roba di lusso.
C’erano anche schizzi di sangue sul parquet e sul muro. Sul montante della porta d’ingresso una mano aveva lasciato una strisciata e delle impronte scarlatte. Botte da orbi.
«È stata violentata?» ho chiesto al luminare.
«Non credo, ma per esserne sicuro devo controllare. Tra le gambe è ridotta troppo male. Chi ha fatto questo macello non la trovava molto simpatica, te lo posso garantire.»
Saunière è venuto da noi con il suo cartamodello bianco addosso e le babbucce usa e getta. Un figurino, come sempre.
«Nel portafoglio della vittima ci sono settecento euro in bigliettoni» ha detto «e nell’armadio della camera da letto è saltata fuori una trousse piena zeppa di gioielli. Tenderei a escludere la rapina come movente.»
«Che altro abbiamo?»
«Philippe ha trovato tracce di talco sulla vittima» ha detto. «Potrebbero venire da un paio di guanti in lattice ma vale la pena fare un esame approfondito. Stiamo rilevando tutte le impronte, anche se dubito che in mezzo ci siano quelle dell’assassino.»
«Nulla di strano?»
«Nulla. Là dentro ci sono solo il cadavere e undici paia di scarpe allineate.»
«Undici paia di scarpe? Che ci dovevi trovare perché fosse strano, un’astronave?»
È tornato borbottando in salotto.Mi sono tolto sciarpa e cappotto e li ho gettati sulla ringhiera delle scale.

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