L’intervista sul Mucchio Selvaggio

Questa è l’intervista che Carlo Bordone mi ha fatto per la rivista Mucchio Selvaggio

Numero di novembre 2009

Come nasce la decisione di scrivere un romanzo, e come si è formata la storia di Les Italiens?
Il desiderio di scrivere seriamente credo sia nato un giorno di tanti anni fa quando un mio zio, piuttosto incline alle spiritosaggini, mi regalò un romanzo del commissario Sanantonio, allora di recente pubblicazione in Italia. Sanà è stato per me una specie di fulmine a ciel sereno. Da allora credo di parlare addiritura come lui e ho cominciato a scrivere. Dopo una mezza dozzina di romanzi mai finiti, sono arrivati les italiens. Ho avuto in testa per un bel pezzo quell’inizio fulminante, ma la vera storia è cominciata con l’apparire di Moët. Sulla sua contrastata relazione con il commissario ho costruito man mano il romanzo. Volevo parlare di intolleranza, di razzismo, di preconcetti e di come ancora oggi molte persone non abbia alcun rispetto per quelli diversi da loro. Per dirla come Brassens, «Mais les brav’s gens n’aiment pas que l’on suive une autre route qu’eux…»

L’ambientazione parigina è un tributo al “polar”, oppure deriva da una tua fascinazione personale per la città e la cultura francese? Oppure semplicemente l’idea originaria era quella degli “italiens”,e quindi l’ambientazione era obbligata?
Parigi è sempre stata una meta di famiglia e, per me, un luogo di enorme attrazione. In realtà avevo pensato a Torino, ma poi è saltata fuori la storia della squadra di poliziotti francesi di origine Italiana e così li ho installati al quai des Orfèvres. Parigi è come un insieme di città diverse tra loro, girandola ti sembra di cambiare epoca in continuazione e così non finisci mai di scoprirla. Amo la letteratura e il cinema francesi e conosco molto bene Parigi. Ambientarvi i miei romanzi è un po’ come viverci dentro.

Quali sono gli autori che hanno nutrito la tua passione per il poliziesco? C’è qualcuno a cui ti sei ispirato, in particolare?
Di Sanà abbiamo già detto, poi senza dubbio Simenon ma soprattutto Jean-Patrick Manchette, scoperta tardiva e affascinante. In realtà quello che ho cercato di fare è stato miscelare la forza e la violenza del noir attuale con il sentimentalismo e quel certo romanticismo dei romanzi di Philip Marlowe. Manchette in parte c’era riuscito, ma in maniera forse troppo asciutta. Il mio commissario è un sentimentale disilluso, è indolente, ma sa riconoscere i propri limiti. Non crede in dio, ma crede in maniera ingenua e romantica nell’amicizia e nelle persone.

Certi passaggi della trama, spesso anche lo stile di scrittura, mi hanno ricordato stranamente Pennac. La voce narrante a volte pare un Benjamin Malaussène mischiato a Lino Ventura. Che ne pensi?
Sono entrambi nel mio cuore e nella mia testa. Ventura mi manca da morire e Malaussène è stato una stagione fantastica che si è consumata troppo in fretta. Pennac ha scritto alcuni di quei libri che una volta finiti vorresti dimenticare per poterli leggere di nuovo. Nei miei personaggi, soprattutto in Servandoni, c’è molto Lino ventura, la sua pazienza, gli sguardi, i silenzi e la sua rude sintesi nel parlare. E c’è il fatalismo di Malaussène.

Come vedi il panorama del genere polziesco/noir, oggi? Il tuo romanzo è ambientato nella contemporaneità ma profuma di cinema e di situazioni anni 60/70: dato che la criminalità e la stessa polizia sono cambiati, come credi che il genere possa raccontarne le vicende, oggi?
Ho letto cose recenti e meravigliose di scrittori anglosassoni, noir ricchi di humor e ironia, ingredienti per me essenziali in questo genere di letteratura. E ho sempre in mente il cinema poliziesco americano degli anni ’70. In Italia vedo una tendenza verso il nero triste, senza speranza, tetro e angosciante come le città in cui viviamo. Pur raccontando i fantasmi e le intolleranze della società, ho cercato di far ridere, di ironizzare sulle situazioni e di prendermi in giro. Non credo di aver inventato nulla di nuovo, mi sono solo installato su un binario un po’ arrugginito e ho cercato di dargli una bella lucidata.

Il personaggio di Moet è caratterizzato in modo molte forte, è di quelli che rimangono impressi nella memoria. Nei ringraziamenti dici di esserti ispirato alla vita di una tua amica: puoi raccontarci qualcosa di più?
Amo molto Moët, è lei la vera forza del romanzo. Credo sia un personaggio nuovo e molto, molto forte. Forse ancora inconcepibile in una società come la nostra ma chissà… Mentre costruivo il personaggio ho chattato per mesi con transessuali e travestiti che mi hanno raccontato di sé, qualcuno più volentieri altri meno. Tutte persone straordinarie, intelligenti e spesso molto colte, alcune anche più belle di Moët. Melissa è una conoscenza di Internet. Lei è stata fantastica, mi ha regalato tutta la sua vita, i suoi pensieri, le sue storie. Anche i quadri che descrivo nel romanzo sono ispirati a disegni suoi. Senza di lei Moët non sarebbe stata così reale.

Hai già in testa altre storie, magari con gli stessi protagonisti?
Il prossimo romanzo degli Italiens dovrebbe uscire in aprile. È una storia molto drammatica, in una Parigi invernale insolitamente avvolta da un sudario di neve. Sto anche lavorando a una terza avventura e, assieme a un amico molto in gamba, a una serie a fumetti con altri personaggi.

Nel romanzo citi Calexico, Madeleine Peyroux, Uriah Heep ecc. Qual è il tuo rapporto con la musica?
La musica è costantemente presente nella mia giornata. Nella vita, così come nei romanzi che scrivo, ho bisogno di una colonna sonora. Non ho un genere preferito, la mia passione è ad ampio spettro, con un debole per i Led Zeppelin. Scrivendo ascolto sempre musica. Mi è capitato di inventare alcune situazioni perchè il pezzo che stavo ascoltando me le ha ispirate. Partendo da una canzone di Madeleine Peyroux dolce e nostalgica ho addirittura scritto un intero romanzo sul quale, però, sto ancora lavorando.

English Translation of the Interview.

This is an interview that Carlo Bordone did to me on the music magazine Mucchio Selvaggio (Wild Bunch)
November 2009

How did you happen to write a novel and how did you develop the story of Les italiens?
I believe the desire of seriously writing was born in me one day of many years ago when an uncle of mine, quite inclining to humour, gave me a novel of the commissioner San-Antonio, at the time freshly issued in Italian. Reading San-Antonio was a sort of a lightning that struck me right in the brain. Since then, i think I’m talking as he does and I’ve begun writing. After half dozen never ended novels, Les italiens arrived. I had that all-action incipit in my mind for a long time, but the true story begun when Moët came to my mind. On her difficult relationship with the commisioner I’ve built the entire novel. I wabnted to talk about intolerance, racism, preconceived ideas and about how many people doesn’t have any respect for those different from them. In the word of Brassens, «Mais les brav’s gens n’aiment pas que l’on suive une autre route qu’eux..

Is setting the action in Paris an “ommage” to the “polar” (the French detective novels), or it comes from your personal fascination about that town and the French culture? Or was that of Les italiens an original idea since the beginning and then the setting in Paris was due?
P
aris has always been a family destination to me, a place I’ve always been deeply attracted. In the beginning I thought to set the novel in Turin, but in the end I had in mind this story of a team of the french police whose members were all of Italian descent and so I’ve installed them at the Quai des Orfèvres. Paris is like an ensemble of many different cities. Walking around is like passing repeatedly through different ages and so you neve stop discovering it. I love French literature and movies and I know very well Paris. Setting the action there is like living in that beautiful town.

Which writers fed your passion for the detective novels? Is there somebody that inspired you in particular?
We already talked about San-Antonio, then there sure was Simenon but, above all Jean-Patrick Manchette, a late and surprising discovery. Actually, what i tried to do in my novel is to mix the strenght and violence of the modern “noir” with the sentimentalism and that certain romanticism of the Hard-Boiled novels of Philip Marlowe. Manchette someway managed to do this but he was still too much dry. My commissioner is a disenchanted sentimental, he’s indolent but he knows how to see his own limits. He doesn’t believe in god, but he in friendship and in people in a romantic and naive way.

Some passage in the plot and often the writing style too, reminded me of Pennac. The voiceover narration looks sometime like Benjamin Malaussène mixed with Lino Ventura. What do you think about this?
They are both in my heart and my mind. I miss very much Lino Ventura and Malaussène was an outstanding season that ended too fast. Pennac wrote some of those book you would like to forget just to be able to read them again. In my characters, Servandoni in particular, there is a lot of Lino Ventura, his forberance, the looks, the silences and the rude shyntesis when talking. And there is the fatalism of Malaussène.

How do you see the survey of the noir-detective novels literature today? Your novel is set in a contemporary environment but smells of cinema and situations of the 60es and 70es: since police and criminals are changed, how can a writer tell about what happens today?
I’ve red some recent and wonderful novels by anglo-saxon writers, mysteries rich in humour and irony, in my opinion the principal ingredients in this kind of literature. And I always have in mind the american detective movies of the 70es. In Italy I see a tendency toward an hopeless sadness, gloomy and distressing like the towns we live in. Even when telling about the phantasms and the intolerance of our society, I tried to make the reader laugh, to ironize on situations and to joke about myself. I don’t think I invented something new, I’ve just put myself on an old rusty track and try to give it a good polish.

The cahracter of Moët is built very well. Is one of those character that remain fixed in one’s memory. In the thanks you were inspired from the life of a friend of yours: Can you tell us something more about this?
I’m deeply in love with Moët, she is the real strenght of the novel. I think she is a brand new and strong character. Maybe she’s still inconceivable in our society but who knows… While building up the character i’ve chatted with a number of transsexuals and transvestites that kindly told me about their lives, some more willingly, some other less. They were all outstanding people, intelligent and often very well cultured. Some were even more beautiful than Moët. Melissa is an internet aquaintance. She’s fantastic and gave me her life, her thoughts and her stories. Even the paintings described in the novel comes from the paintings she did. Without Melissa, Moët would have never been there.

Do you still have other novels in mind, maybe with the same characters?
Next novels of Les italiens should be out in march 2010. It is a quite dramatic story, in a winter Paris unusually wrapped in a shroud of snow. I’m also working on a third adventure and, with a skilled friend, on a series of comics with different characters.

In your novel you quote Calexico, Madeleine Peyroux, Uriah Heep, etc. Which kind of relationship do you have with music?
Music is constantly present during my day. In my life as well as in the novels I write, i need a soundtrack. There is no kind of music I prefer, mine is a wide spectrum passion with a penchant for Led Zeppelin. I always listen at music while writing. I sometimes happen to invent a situation because the music i’m listening to inspired it to me. Starting from a song by Madeleine Peyroux, sweet and nostalgic, I’ve even built an entire novel. However, I’m still working on it.

2 pensieri su “L’intervista sul Mucchio Selvaggio

  1. Ciao Enrico, volevo farti i complimenti e dirti che sono davvero molto molto contento per questa crescente “notorietà”!
    Continua così che i successi non mancheranno di sicuro!!!

    Un abbraccio.
    Leon J.

    • Leon, sei veramente gentile, grazie per l’incoraggiamento. In realtà scrivere vuol dire aggirarsi per una giungla di migliaia di volumi pubblicati, e parlo del mio stesso genere letterario. Certo i successi uno spera sempre che arrivino, ma comunque scrivere è una cosa bellissima che mi riempie di energia. E i complimenti come i tuoi sono proprio una bella soddisfazione.
      Ancora tanti auguri per un felice 2010 a te e alle persone che ti sono care.

      Un abbraccio,
      Enrico

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