Farneticazioni de les italiens

«Le armi sono solo strumenti, non hanno potere intrinseco, non hanno proprietà metafisiche. Sono fatte d’acciaio e legno, costruite per svolgere una funzione. Un’arma non ti da più appoggio morale di quanto te ne possa dare un cacciavite. Saperle usare vuol dire saperne fare a meno».

Questo dice fra sé il commissario Mordenti in un momento di grande tensione dell’ultimo romanzo de les italens, Pessime scuse per un massacro. Quello che succederà subito dopo dipenderà molto da questa massima e dal saperla o non saperla rispettare.
Un’arma non è che un oggetto, quando è posata su un tavolo, scarica, può giusto servire per tener ferma una pila di fogli. Non è molto diversa da un fermacarte. Fintanto che non la si prende in mano.
Io scrivo romanzi polizieschi e ne ho letti tanti, sono sempre stati una mia passione. Non penso che un autore possa scrivere storie di gente che vive con la pistola al fianco se almeno una volta non ne ha tenuta in mano una, non ne ha sentito il peso e non ne ha subito il fascino. Non è esattamente come prendere in mano un telefono o il telecomando della televisione. Nulla ti fa l’effetto di una pistola quando la tieni in mano.
E stiamo parlando di un’arma scarica.
A parte l’aver fatto il militare, c’è un solo altro posto dove una persona qualsiasi può usare una pistola vera e capire cosa significa sparare e cosa comporta: il tiro a segno.
Anni fa ne ho comprata una, ho chiesto un permesso d’acquisto e mi sono regalato LA pistola, quella con la “P” maiuscola: una Colt M1911A1 militare calibro .45. È diversa dalle pistole che si vedono oggi nei film, è sottile, elegante, non è fatta di policarbonato ma di acciaio brunito. È stata costruita dalla Colt nel 1934, ha fatto la Seconda guerra mondiale e in seguito e diventata un oggetto da collezione. Penso sia diventato anche un discreto investimento, essendo completamente originale, il suo valore aumenta col tempo.
E questa è la parte da soprammobile.
Volevo sapere cosa si prova a sparare, volevo che le sensazioni che provano i miei personaggi fossero basate su qualcosa di reale, non soltanto su racconti e supposizioni. Quindi, un bel giorno ho preso la mia Colt e sono andato al poligono di tiro. È solo a questo punto che ho capito cosa sia in realtà una pistola e cosa significhi tenerne in mano un’arma piena di proiettili e pronta a colpire. Non è più un soprammobile ma uno strumento micidiale, in grado di sparare sette colpi calibro .45 in meno di tre secondi. Nel momento stesso in cui infili il caricatore pieno nel calcio dell’arma, ti prende la tremarella. Anche se sei solo, chiuso nella tua cabina di tiro senza nessuno davanti, la mano comincia a tremare. Un attimo prima era ferma, avevi tra le dita un semplice pezzo di metallo. Ora hai una pistola carica, sei pericoloso per te stesso e per gli altri, il tuo batticuore ti dice che potresti uccidere qualcuno. Sarebbe sufficiente una distrazione o un’imprudenza premendo il grilletto.
È una sensazione opprimente, che ti rende insicuro, che ti mette addosso un’agitazione che fai fatica a controllare. Il tremito è così forte che con il primo caricatore a malapena riesci a colpire il grosso bersaglio a venticinque metri di distanza. È solo quando finiscono i colpi e il carrello della Colt rimane aperto che puoi tirare un respiro di sollievo, quando hai di nuovo in mano del metallo inerte.
La prima volta che sono andato a sparare mi ci sono voluti diversi caricatori prima di riuscire a controllare in qualche modo il tiro, riuscendo a fare qualche buco nel cerchio interno del bersaglio. Ma anche in seguito, la pistola carica in mano mi ha sempre fatto paura. Così ho capito che non è facile averne sempre una addosso, che la responsabilità è molto pesante.
Penso che arrivare al punto di portare con naturalezza una pistola ogni giorno della tua vita comporti un addestramento ferreo nei confronti di te stesso. Girare armati dimenticandosi di esserlo non credo sia una cosa da tutti e non credo sia un’attitudine facile da gestire. Una pistola ti attrae, ti chiede di essere presa in mano, di essere maneggiata, guardata, toccata. Il suo fascino fosco è come quello di una sirena e, finché non superi questa attrazione, sarà sempre lei a controllare te.
Non è un caso se in paesi come gli Stati Uniti, dove il diritto di portare un’arma è sacrosanto e sancito perfino dalla costituzione, ogni anno quasi 10.000 persone vengono uccise a colpi di arma da fuoco.

Tutto qui, un paio di pensieri che mi sono venuti in mente mentre scrivevo un brano di uno dei miei romanzi. Il rapporto non passivo che i miei personaggi hanno con la violenza, il modo in cui la subiscono, piuttosto che praticarla, è un particolare della loro personalità su cui mi concentro molto.

Le armi de les italiens: la Luger P08

Una vecchia signora che ne ha fatte di cotte e di crude

La Luger P08, talvolta chiamata P08 Parabellum, è una pistola semi-automatica progettata da Georg Luger basandosi sulla Borchardt C-93, che sarebbe lo scherzo della natura qui a sinistra. Venne prodotta dalla casa d’armi DWM (Deutsche Waffen und Munitionsfabriken). Essendo con ogni probabilità la più famosa, la conoscono anche i sassi, la Luger è la pistola più riconoscibile di tutte ed è generalmente associata alla Germania nazista e al ghigno sadico dei suoi gerarchi mentre sparavano in testa a un prigioniero.
Parabellum deriva dalla locuzione latina, presto avallata con piacere da tutte le fabbriche di armi del mondo,  Si vis pacem, para bellum ovvero “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Tale denominazione venne attribuita all’arma in quanto all’epoca l’indirizzo telegrafico della DWM era Parabellum Berlin.
Introdotta per la prima volta nel 1898, è stata prodotta e riprodotta, in versioni da collezione, fino ai giorni nostri. Per fare un esempio, solo nel 1986 la Mauser terminò una serie commemorativa iniziata nel 1969. Venne prodotta in vari modelli con canne di differente lunghezza,10 cm per il modello P08, e anche con calci aggiuntivi. Famosa per la forma ridicola, la versione da Artiglieria con calciolo in legno e caricatore a tamburo.
Come detto in precedenza, la Luger fu resa tristemente popolare come arma d’ordinanza di ufficiali e sottufficiali tedeschi durante la Prima e la Seconda guerra mondiale e nell’intervallo della Repubblica di Weimar. Benché i primi modelli fossero in calibro 7,65 x 21, la Luger è nota per essere l’arma per la quale venne sviluppata la cartuccia 9 x 19 Parabellum, conosciuta anche come 9 mm. Luger.
Essendo una delle prime pistole semi-automatiche, la Luger utilizza un blocco ad alette che mette in funzione un giunto a ginocchio, differente dal funzionamento a slitta tipico di tutte le altre pistole semi-automatiche. Al momento dello sparo, canna e castello arretrano per via del rinculo di una quindicina di millimetri, causando, tramite il giunto a ginocchio l’apertura della camera di scoppio e l’espulsione del bossolo vuoto. Il processo inverso richiude infine il giunto, mettendo un nuovo proiettile in canna. E via discorrendo per otto volte. Il tutto avviene in una frazione di secondo.
Questo meccanismo, piuttosto singolare, pare funzioni assai bene con cartucce di alta potenza, mentre cartucce con cariche troppo basse o insufficienti possono risultare in un malfunzionamento dell’arma. Tipo l’eventuale blocco della culatta, che non riesce a prendere il proiettile successivo nel caricatore, o quello del giunto a ginocchio che rischia di bloccarsi durante l’estrazione del bossolo.
In Pessime scuse per un massacro, il commissario mordenti si troverà tra le mani una di queste pistole. È una Luger P08 che arriva dritta dritta dalla guerra e che ha parecchie cose da raccontare. Una parte di queste, Mordenti le trova da un armaiolo piuttosto particolare.

Mi sono accosciato davanti a una teca che conteneva due mitra Thompson, un fucile mitragliatore BAR e quattro semiautomatiche Colt calibro .45, per le quali avrei potuto dare tutto ciò che possedevo.
….«Quella roba non è in vendita» ha brontolato il patron scorgendo la cupidigia nei miei occhi.
….Ci siamo avvicinati al banco sventolando le tessere come si fa con i fazzoletti alla stazione. Doveva aver visto ben altro perché non ha fatto una piega. «Come posso aiutarvi?» ha detto invece. Puzzava di sudore e di cuccia di cane.
….Ho tirato fuori la Luger dal sacchetto e l’ho appoggiata sul piano di cristallo. Lui l’ha guardata con scarso interesse, poi ha preso una bic e con quella ha fatto fare mezzo giro alla pistola.
….Ha guardato prima Klein, poi me. «Carina, ma non mi interessa. Ne ho un armadio pieno.»
….Si è grattato un punto a caso sotto l’ascella e poi ha scrutato per bene la punta delle dita. All’improvviso è venuto da prudere anche a me.
….«Vede signor Fàbrega» ho cominciato, «quest’arma è stata ritrovata sulla scena di un crimine. Mi chiedevo se lei potesse raccontarmi qualcosa di più sulla sua storia.»
….Questa volta l’ha presa in mano. Ha inforcato un paio d’occhiali tenuti insieme con lo scotch e l’ha guardata per bene.
….«Cosa volete sapere?»
….«Tutto quello che ci può dire.»
….Si è alzato dallo sgabello e ha girato attorno al bancone. «Seguitemi, prego» ci ha invitati.
….Siamo passati nella stanza della roba seria. Era chiusa da una pesante inferriata. Un alto tavolo di metallo stava giusto nel mezzo. Sotto al piano di vetro facevano mostra di sé una ventina di pistole, la maggior parte militari. Tutt’intorno alla stanza erano allineate altre teche e un paio di rastrelliere cariche di fucili e mitragliatori. El Mandorri doveva avere un patrimonio là dentro. In fondo c’era una scrivania con davanti due sedie. L’intera parete di fronte a me era occupata dalla libreria più disordinata che avessi mai visto. Era talmente zeppa di libri e dossier che pareva sul punto di collassare.
….«Ci sarà voluto parecchio tempo per mettere insieme questa collezione» ho detto ammirato.
….«Mio padre lo faceva già prima di me» ha borbottato con una mezza alzata di spalle. «È quasi tutta roba proveniente dalla Francia, sbarco in Normandia, invasione dal Sud, qualcosa dalle Ardenne. Le armi russe le ho trovate per lo più in Germania.»
….Ha tirato giù dalla libreria un paio di grandi raccoglitori neri prima di sedersi all’altro capo della scrivania. Si è rigirato la Luger tra le mani appuntandosi su un post-it giallo alcuni dei numeri incisi nell’acciaio.
….«Tanto per cominciare, vi posso dire che quest’arma era in dotazione alla Wehrmacht. L’aquila con la svastica che si trova sul fianco destro vicino alla canna lo attesta senz’ombra di dubbio.»
Ha preso il foglietto e ha spulciato le buste di plastica del primo raccoglitore. Si è fermato circa a metà delle pagine. «Dunque» ha detto, «è stata fabbricata dalla DWM, Deutsche Waffen und Munitionsfabriken, nel 1939.» Mi ha guardato da sopra le lenti degli occhiali. «Lo specifico perché molti modelli venivano prodotti dalla Simson, dalla Krieghoff, dall’arsenale di Erfurt e dalla Mauser. La bachelite delle guancette è in ottime condizioni e il metallo ha mantenuto più o meno il novanta per cento della brunitura originale.»

Durante la Prima guerra mondiale, la mitragliatrice, visto che ne ammazzava un casino più del fucile, venne trovata molto efficiente nella guerra di trincea. Furono condotti quindi diversi esperimenti per convertire semplici pistole in armi automatiche. Al contrario della Mauser C96, di cui esisteva la versione Schnellfeuer, automatica, la Luger, in versione a raffica, dimostrò di avere una cadenza di tiro eccessiva che portava a diversi inconvenienti, dannosi in combattimento.
Comunque, questa elegante pistola venne costruita per rispondere a esigenze molto precise ed ebbe una lunghissima vita di servizio. L’armaiolo americano William Ruger, trovava così ergonomico l’angolo a 55 gradi della Luger che lo replicò nella sua celebre pistola in calibro .22 Long Rifle
Benchè superata, la Luger è tutt’ora molto ricercata dai collezionisti, sia per il suo particolare design, sia per il filo doppio che la lega alla Germania imperiale e nazista. Ci sono un sacco di nostalgici figli di puttana, là fuori, gente che tiene il ritratto di Hitler appeso in salotto. Purtroppo, anche loro vorrebbero una Luger. Un certo numero di modelli originali saltarono fuori intorno al 1999, quando la Mauser rabastò i propri magazzini e restaurò diverse pistole in occasione del centenario della Luger.
Più recentemente, la Krieghoff annunciò la produzione di 200 esemplari della sua P08 alla modica cifra di circa 15.000 euro cadauno. Ma già durante le guerre mondiali, la Luger era considerata oggetto di gran valore dai soldati alleati che riuscivano a entrarne in possesso. Migliaia furono riportate a casa dai Marines in entrambi i confliti. Un certo colonnello David Hackworth, nelle sue memorie (sicuramente un capolavoro della leteratura) sostiene che ancora durante la guerra del Vietnam, la Luger era molto ricercata come arma da fianco. Insomma una leggenda, anche se letale.
Un’ultima curiosità. Nel 1906 la Luger partecipò con un modello camerato per la pallottola .45 alla gara indetta dall’esercito americano che richiedeva un’arma da fianco in quel preciso calibro e che venne infine vinto dalla Colt con il modello M1911. Di questo modello della Luger esistono alcune foto, ma non se ne conosce il numero di esemplari costruiti. Probabilmente sono inferiori a cinque. Questo ne fa la pistola più desiderata al mondo dai collezionisti di armi, una specie di uccello del paradiso.

I posti de les italiens: Barbizon

Mordenti e le crudités della campagna

«Ces pauvres maisons construites en grés de la forêt, couvertes en tuiles de pays toutes grises, s’alignaient depuis la ferme qui borde la plaine jusqu’a l’entrée de la forêt , en une rue unique, assez mal pavée et surtout mal nivelée… Plusieurs maisons étaient couvertes en chaume et ces chaumes en vieillissant avaient pris une couleur admirable… et c’était pour les amoureux de la couleur un véritable régal. Barbizon est un endroit très tranquille où l’on pouvait sans crainte d’être dérangé, travailler paisiblement, être logé, nourri à bon marché. Aussi la réputation du village se répandit-elle dans les ateliers de peintres et surtout chez les paysagistes et les animaliers qui étaient sûrs de trouver dans le pays de nombreux modèles
Così, alla metà dell’800, il pittore Geoges Gassies parlava del villaggio di Barbizon. Comune francese di circa millequattrocento anime, situato nel dipartimento di Senna e Marna dell’Île-de-France, Barbizon è meta turistica per curiosi di tutto il mondo. Anche gli americani prendono spesso armi e bagagli per venire a visitare questo piccolo, famoso luogo a una sessantina di chilometri a sud di Parigi. La natura, qui, ubriaca di luci e di colori, la fa da padrona, a cominciare dalla meravigliosa Foresta di Fontainebleau, luogo di assoluta bellezza.
Potevano dunque il commissario Mordenti e i suoi italiens tralasciare una visita movimentata in questi luoghi? Nemmeno per sogno. In Pessime scuse per un massacro, i flic francesi, che conosciamo bene, scenderanno da queste parti per indagare sul brutale assassinio di un senatore della Repubblica ultra ottuagenario, della sua bella figlia e dello sfortunato autista che, contravvenendo alla prima regola per salvare la pelle, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Era dai tempi di Théophile Gautier che l’avvolgente campagna francese non trovava un tale ruolo da protagonista; leggiamoci, dunque, un pezzetto di questo romanzo.

….Delphine Roussel ha attraversato il giardino della Clé d’Or ed è venuta a sedersi davanti a me.
….«Buongiorno, tenente» l’ho salutata chiudendo il giornale.
….Aveva i capelli più arruffati del solito e lo sguardo assonnato. Mentre si sistemava il tovagliolo sulle ginocchia l’ho guardata per bene. Non doveva avere nemmeno trent’anni e, nonostante l’aria da maschiaccio, non era affatto una brutta donna. I tratti del viso erano forti e spigolosi e il naso importante ma bello. C’era qualcosa di scostante in lei, come se avesse voluto esserci e non esserci allo stesso tempo. Forse per via di quelle iridi di ghiaccio, di un azzurro particolarmente chiaro, o delle sopracciglia folte e un poco corrucciate. Comunque a un certo punto mi ha sorriso.
….«Buongiorno» ha detto. «Dormito bene?»
….Ho fatto segno che sì, avevo dormito come un pezzo di piombo. Ho preso la brocca d’argento del caffè e ne ho versate tre dita nella sua tazza. Lei ha aggiunto un goccio di latte e una zolletta di zucchero.
….«Faccio quell’impressione anche a lei?» ha chiesto girando il caffè con il cucchiaino.
….«Che impressione?»
….«Be’…» si è stretta nelle spalle. «In genere gli uomini tendono a sentirsi a disagio in mia presenza. Sembra che io incuta un sacrosanto terrore ai miei colleghi.»
….Giubbotto di pelle nera, t-shirt bianca, jeans e scarpe da jogging. Aveva qualcosa del teppista.
….«Si, ho sentito, si raccontano un po’ di storie su di lei. Con un certo rispetto, devo dire.» Ho sorriso a mia volta.
….«Gli uomini hanno paura delle donne troppo indipendenti.»
….«Ne siamo terrorizzati» ho ammesso, «ma sono necessarie.»
….Ha bevuto un sorso di caffè, imburrato una fettina di pane e l’ha cosparsa di marmellata di fragole. «Non mi ha detto se la metto a disagio» ha insistito con un sorriso provocatorio.
….Quei suoi occhi da elfo mi hanno scrutato così a fondo che hanno visto anche la marca delle mie mutande. Ho fatto un lento cenno di diniego.
….«È difficile che qualcuno mi metta a disagio. Potrei attraversare place Vendôme in compagnia di un negro nudo dipinto di giallo senza fare una piega.»
….«Si dice “nero”» mi ha corretto ridendo di gusto. «Lei è proprio un tipo strambo.»
….Era la seconda volta in meno di ventiquattrore che qualcuno me lo diceva. Forse dovevo cominciare a preoccuparmi.
….«Come mai i suoi colleghi si sentono tanto a disagio?»
….Ha sollevato le sopracciglia con aria annoiata. «Si aspettano che mi comporti da uomo, che parli delle mie conquiste, che sputi per terra. Vorrebbero che mettessi in piazza la mia vita privata come fanno loro.»
….È passata una giovane cameriera bionda e lei ha chiesto un bicchiere di succo d’arancia. In mezzo minuto lo aveva sul tavolo.
….«I colleghi sono così» ho detto, «vorrebbero sapere tutto. Il nostro è un ambiente difficile. La goliardia e il machismo sono all’ordine del giorno, e non solo tra gli sbirri.»
….Ha sogghignato. «Conosco poliziotte che si papperebbero in un solo boccone la metà dei loro colleghi maschi.»
….«Non ne dubito, ne ho in mente un paio anch’io. Immagino che lei abbia un marito o un fidanzato.»
….Mi ha guardato sorseggiando il succo d’arancia. «C’è una scommessa alla brigata» ha detto, «chi riesce a scoprirlo si becca qualcosa come cinquecento euro. Tra l’altro sono proprio le cose di cui non amo parlare.»

….Questa volta è stata freddina. Non mi sarei voluto trovare dalla parte opposta della sua pistola.
….«Mi scusi, non volevo essere indiscreto. Mi piace conoscere le persone con cui lavoro.»
….«Infatti ci stiamo conoscendo» ha detto lei tornando quasi umana.
….Che è giusto quando è comparso Alain. Si è seduto con noi e la conversazione ha subito preso una piega più informale. Ha ordinato due uova à la coque, una fetta di Munster, pane e un bicchiere di birra. Mentre li aspettava ha fumato una di quelle sue sigarette impestate. Delphine lo guardava come se avesse avuto sei teste. Le colazioni di Alain fanno sempre un certo effetto sul pubblico.
….Il ragazzo era in forma, è anche riuscito a farci ridere un paio di volte. Abbiamo parlato dell’omicidio del senatore ma dalla chiacchierata non è venuto fuori nulla di fondamentale. Come sempre all’inizio di un’inchiesta, la nebbia era talmente fitta da poterla tagliare con un coltello. A uccidere Vigoureaux poteva essere stata una tale quantità di gente che, senza qualche indizio in più, tutto si riduceva a congetture senza un domani.
….Alle otto e trentacinque ci hanno avvisati che Lemaître ci stava aspettando fuori dall’albergo.

Ma cosa attira a Barbizon la maggior parte dei turisti, anche quelli che se non li porti almeno a Venezia non sono contenti, è la passione per la pittura. Non a caso, è nata qui la celeberrima École de Barbizon, che designa il centro geografico e spirituale di una folta colonia di pittori paesaggisti desiderosi di dipingere d’après nature, che tra il 1825 et 1875 visitarono e resero immortali questi luoghi.
Fondatori di questa scuola, furono nientemeno che Camille Corot, Théodore Rousseau, Jean-François Millet e Charles-François Daubigny. Théodore Caruelle d’Aligny e Lazare Bruandet furono tra i precursori (su una delle famose “rocce” della Foresta di Fontainebleau sono ancora oggi visibili i busti commemorativi di Jean-François Millet et Théodore Rousseau scolpiti dallo scultore Henri Chapu).
Grazie all’invenzione dei tubetti di colore attorno al 1840 (sembra una cosa da nulla ma ha più o meno la stessa importanza della ruota), gli artisti poterono lasciare i loro atelier per andare a dipingere la natura nella natura, ispirati dai paysagistes inglesi come Constable, che espose al Salon de Paris nel 1824, e Turner. Giunti in questa ridente località, i pittori paesaggisti francesi daranno vita a quella che, a partire dal 1890, sarà chiamata la Scuola di Barbizon. Non a caso, ancora oggi entrando in paese non si può fare a meno di notare il cartello che, informando il visitatore sprovveduto, avvisa che si sta entrando nella Ville des Paintres. I soliti detrattori, in linea di massima, zelanti storici dell’arte, cercheranno di mettere in dubbio la Scuola, adducendo il fatto che tutti questi pittori, dallo stile molto differente, avevano come sola cosa in comune l’aver scelto la Foresta di Fontainebleau come soggetto dei loro quadri.
Ad ogni modo, siccome di detrattori è pieno il mondo, mi sembra giusto ignorarli. Di fatto, nel 1847, Théodore Rousseau, uno dei grandi pittori dell’epoca, s’installò a Barbizon, presto imitato da Jean-François Millet, meno noto ma ben deciso a cambiare le cose. Altri rinomati artisti, tra i quali Daubigny, Corot, Diaz de la Peña, Ziem e parecchi altri vennero in seguito accolti in questo delizioso villaggio, dando vita a un movimento destinato a diventare famoso.
Il primo albergo della Ville des Peintres, l’Auberge Ganne, avrà per l’eternità il suo posto nella storia per essere stato luogo privilegiato d’incontro di questi celebri pittori. Vi si trova oggi il Musée de l’École de Barbizon.
Nel 1865, Claude Monet, Alfred Sisley e Frédéric Bazille, attirati dalla reputazione di Barbizon, vi soggiornarono per incontrare i maestri dell’epoca e realizzare studi per i loro futuri quadri. Non bisogna infati dimenticare che Monet, allievo di Eugéne Boudin, dipinse all’inizio nella tradizione realista di Courbet e dei pittori di Barbizon.
Tuttavia, Monet e i suoi amici non restarono a lungo. Barbizon, come spesso succede, si era difatti trasformato in un luogo alla moda, troppo frequentato e lontano dalla tranquillità di cui questi grandi maestri avevano bisogno.
Per i goderecci che faranno un salto in questi luoghi meravigliosi, il castello di Fontainebleau si trova a pochi chilometri e vale il viaggio, consiglio La Clé d’Or, piccolo delizioso albergo in centro a Barbizon. Hotel bucolico, con 17 camere che affacciano sul giardino (jardin paysagé, come dicono loro), La Clé d’Or vi coccolerà riempiendovi di romanticismo, titillerà le vostre papille con cibi squisiti e renderà indimenticabile il vostro soggiorno in uno dei più bei villaggi di Francia.
E se vi portate tavolozza e pennelli, chissà che l’aria di quelle parti non tiri fuori il grande artista che c’è in voi.

 

Finalmente in libreria. Mordenti è arrivato

Les italiens tornano al lavoro

Nonostante lo sciopero degli autotrasportatori, il terremoto padano e dopo due anni di trepidante attesa, è finalmente in libreria la quarta inchiesta de les italiens.
Pessime scuse per un massacro, edito da Rizzoli nella prestigiosa collana La Scala.

Quando ho avuto in mano la prima copia il mio cuore si è messo a battere lo shake. La copertina è stata sofferta, per trovare il titolo siamo diventati matti, ma alla fine, il risultato è meraviglioso. Questo bordo di tela rossa che contrasta con i grigi freddi e lucidi della copertina, il titolo su quel nastro tagliato, l’immagine forte ed evocativa. Quand’anche non dovesse piacere farebbe un bellissimo fermacarte.
Ma io penso che piaccia, la storia è densa, avvolgente, Mordenti è in piena forma e così il suo amico Servandoni. I luoghi sono di first quality ed evocano storie lontane. La trama trascina il lettore in un vortice temporale ricco di colpi di scena.
Insomma, gli elementi per farne un buon romanzo li avevo tutti, spero di esserci riuscito.

Un sincero ringraziamento va a tutte le persone che alla Rizzoli hanno preso a cuore questo progetto e ne hanno fatto una bellissima realtà. Lavorare con loro è ed è stato emozionante. La loro amicizia, simpatia e professionalità mi hanno sovrastato.
Un ringraziamento anche agli amici e alle amiche che hanno letto il manoscritto, dandomi tanti utili consigli per migliorarlo e renderlo più interessante. Mario, Cesare, Sandra, Massimo, Nicola e Catherine, grazie di cuore.

E adesso l’appuntamento è in libreria e, per chi avrà voglia di conoscermi di persona (per quello che può valere), alle presentazioni che faremo in giro per l’Italia.