I colleghi de les italiens: la Balistica

Che cosa diavolo è la balistica?

A Parigi la trovate in place Mazas, dalle parti del quai de la Rapée, proprio accanto alla morgue e all’Istituto di Medicina Legale. Divide gli uffici con il laboratorio di tossicologia, ci svela i segreti delle traiettorie e il suo pane quotidiano è l’ultimo grido del bum bum.
Pare assodato che la balistica sia una scienza fisica che studia il movimento dei corpi lanciati nello spazio. Il che non significa astronauti buttati a calci fuori da una nave spaziale, ma piuttosto la traiettoria attraverso l’aria di un “proiettile”, in particolare quelli sparati dalle armi da fuoco. E comunque non è così semplice.
Secondo questi competenti signori, lo spostamento di un proiettile, dall’istante in cui viene espulso dall’arma al suo impatto sul bersaglio comprende ben tre fasi distinte:

  • la balistica interna, che si occupa dello spostamento del proiettile nella canna dell’arma;
  • la balistica esterna, che si occupa dello spostamento del proiettile nell’aria tra l’uscita dalla canna e il momento in cui colpisce il bersaglio;
  • la balistica terminale (è il caso di dirlo) che si occupa degli effetti del proiettile sul bersaglio.

Adesso, ci leggiamo un pezzetto da Lezioni di Tenebra, poi,  tanto per fare un po’ di accademia, le vediamo in dettaglio.

Ho guidato fino a place Mazas e parcheggiato nei pressi del Laboratorio di Tossicologia. Dopo aver mostrato la patacca al gendarme di servizio, sono salito alla sezione balistica. De Clock era seduto alla scrivania del suo ufficio. Mi sono accomodato davanti a lui. Il piano del tavolo era ingombro di carte, documenti, dossier e libri. C’era anche una scatola di plastica trasparente con dentro una pistola ceca CZ Mod. 97 B, due caricatori e una trentina di proiettili dum dum calibro .45. La pistola sembrava nuova di zecca e aveva il carrello aperto.
Ho preso uno dei proiettili. La pallottola, camiciata in rame fino a metà, lasciava scoperta la punta cava di piombo. Già così sarebbe stata micidiale, ma qualcuno ne aveva pure inciso profondamente l’estremità con un coltello.
«Dove hai preso questa roba?»
«L’hanno sequestrata a un grosso spacciatore, pensano sia l’arma usata per una serie di omicidi.»
«Mi auguro di non trovarmi mai davanti qualcuno che spara nespole come questa.»
«Sarebbe decisamente un brutto incontro» ha detto con un piccolo cenno del capo.
Mi sono rigirato tra le dita quell’oggetto diabolico osservandone i bagliori sinistri riflessi dal bossolo d’ottone. Ci potevi vedere tante cose in quei lampi, il passato, il presente e il futuro. Con un piccolo sforzo, ci potevi anche vedere la parte peggiore di te stesso.
«Ti spiace se ne prendo uno?»
Mi ha squadrato per diversi secondi lisciando con due dita uno dei suoi baffi a manubrio.
«Fai pure» ha detto senza levare gli occhi dai miei. «Vedi di farne buon uso.»
«Lo terrò come portafortuna» ho detto infilandolo in tasca. «Di cosa mi volevi parlare?»
Si è messo comodo sulla sua poltroncina. Da lontano sono arrivate due o tre esplosioni ovattate, un tecnico che sparava in un tunnel d’arresto. Maurice ha preso un quinterno pinzato da una graffa metallica e lo ha fatto scivolare verso di me.
«C’è un riscontro interessante sul proiettile che ho cavato fuori dal pavimento di Martine» ha detto sfogliando una copia del documento che mi aveva messo in mano.
«Stessa pistola?» ho chiesto scorrendo il dattiloscritto. Ho colto una serie di parole che hanno acceso altrettanti campanelli: Torino, duplice omicidio, restauratori d’arte.
«Uno dei miei ragazzi lo ha scovato su segnalazione dell’Interpol. Un paio di omcidi a Torino. Due restauratori d’arte ammazzati con la stessa pistola che ha ucciso Martine.»
«Che altro sai di quei due?»
«Due noti culattoni, famosi anche come restauratori. In biblioteca ti ho recuperato le edizioni della Stampa uscite nei giorni successivi al ritrovamento dei cadaveri. Purtroppo non c’è molto, per avere maggiori dettagli dovrai chiamare la Questura di Torino.»
Gli ultimi quattro fogli del documento che avevo in mano erano articoli di quotidiano stampati da microfilm. Una sera di un paio di mesi prima, qualcuno aveva ucciso Attilio Beltramo e Roberto De Medici. Già che c’era, aveva dato alle fiamme il loro laboratorio. I pompieri non erano riusciti a salvare che parte della villa. La polizia aveva seguito fin dall’inizio la pista del sottobosco omosessuale. Il resto degli articoli non diceva nient’altro di interessante.
(Lezioni di tenebra, la terza inchiesta de les italiens, edita da Instar Libri nella collana FuoriClasse. Febbraio 2011)

Allora, stavamo parlando di tutte quelle balistiche differenti, vediamole rapidamente in dettaglio.

La balistica interna
È un soggetto piuttosto complicato. Si potrebbe dire che si interessa alle variabili, studia infatti la dimensione, il diametro, la quantità di polvere, la massa della cartuccia e compagnia bella, in  modo da poter fabbricare i migliori proiettili possibili a seconda del rendimento che si vuole ottenere su un determinato bersaglio. Sembra difficile, ma stringendo, significa che se volete buttare giù un elefante vi serve un proiettile bello grosso.
Nelle questioni relative a idagini criminali, la sezione balistica è parecchio interessata a questa scienza, ma non per le ragioni sopra descritte. Prende infatti in esame tutti i segni lasciati dall’arma su una pallottola o un bossolo durante la fuoriuscita, particolari, questi, che li rendono assolutamente unici.
Un proiettle sparato da un’arma, proviene sempre da munizioni costituite di un bossolo riempito di polvere da sparo e chiuso da una pallottola. Perché una pallottola corra in linea retta fino al bersaglio, è indispensabile che giri su sé stessa. Come sanno anche i bambini, la rotazione gli viene data da una rigatura a spirale incisa all’interno della canna. Siccome il diametro della pallottola è leggermente più grande di quello della canna, nel passaggio queste rigature si imprimono indelebilmente su di essa. Sembra una minchiata, invece a seconda del numero di rigature  trovate sul proiettile, alla loro larghezza e inclinazione, si può identificare senz’ombra di dubbio l’arma dalla quale è stata sparata. Ogni arma, anche nel caso di pistole dello stesso modello e con matricola sequenziale, lascia segni unici e distinguibili.
È tuttavia possibile che sulla scena di un crimine la pallottola non si possa trovare, vuoi perché attraversando il corpo della vittima si è persa chissà dove oppure perché si è distrutta nell’impatto. È questo il caso in cui fa tanto comodo ritrovare il bossolo, perché anche questo porterà tracce uniche e caratteristiche. Sul fondello, infatti, l’arma lascia segni precisi come quello del percussore, e striature da contatto che permettono l’identificazione dell’arma. Quando viene sparato un colpo, la pallottola parte in un senso e il bossolo parte nell’altro. Anche l’estrattore di un’arma automatica o semi automatica lascia dei segni, così come, in quantità minore, il percussore di un revolver.
Nel caso pensiate di poterla fare franca dopo aver sparato al vostro socio, sappiate che ci sono parecchi sistemi per risalire alla pistola che avete usato.

Le balistiche esterna e terminale
Queste due scienze, chiamiamole così, come vi potrà confermare anche il mio amico Maurice De Clock, non sono molto utilizzate dagli esperti balistici dei laboratori di polizia. Questa gente, infatti, utilizza la balistica esterna solamente per determinare la posizione del tiratore in modo da ritrovarne la posizione. Questo, lo capirebbe anche un gendarme, viene fatto perché sul sito da cui sono stati sparati i colpi è molto probabile che si possano trovare dei bossoli.
Per ricreare le traiettorie sulla scena di un crimine, ci si serve di raggi laser, bacchette di plastica e spaghi sottili. In seguito i dati raccolti vengono elaborati da un computer che ricostruisce la scena nei minimi dettagli. Per determinare una traiettoria si utilizzano cose nauseabonde come i fori di entrata e uscita in un cadavere, buchi nei vetri, nelle carrozzerie delle auto, in sedili imbrattati di sangue, eccetera eccetera. La scientifica usa queste stesse tecniche per ritrovare proiettili e affini conficcati i muri, porte, alberi o simili.
La balistica terminale, come dice la parola stessa, studia principalmente i fori di proiettile sui cadaveri. Disgraziatamente, questo tipo di scienza è al giorno d’oggi ancora piuttosto fumosa, nonostante siano stati fatti enormi progressi nelle tecnologie  della fotografia a raggi X e dei test di simulazione.
Nelle sue giornate fortunate, a un tecnico della balistica può pure capitare di dover assistere il medico legale durante un’autopsia, magari subito dopo aver pranzato. Di una cosa, quindi, possiamo comunque essere sicuri, certa gente fa proprio un mestiere di merda.