I posti de les italiens: I Grands Boulevards

I grandi archi gialli di Ludovico Magno

Spesso il turista si comporta come uno di quei ronzini che trascinano per tutta la vita la loro carrozzella in alcune delle gradi città europee, con dei bei paraocchi che gli permettono di vedere quello che sanno, ignorando stoicamente tutto ciò che non conoscono o di cui non hanno mai sentito parlare. Basta mettergli un secchiello di biada davanti al naso e dargli una pedata nel sedere.
Il turista non si lascia quasi mai trasportare dal venticello, camminando qui e là dove ti porta l’estro, preferisce arrivare in città, spalancare la guida e mettersi in coda per visitare questo, quest’altro, quello e quell’altro ancora. Non si pone nemmeno il problema che ci siano cose non segnalate sulla sua Baedeker che vale magari la pena di vedere. Parigi è piena di posti ignorati, alcuni sono delle solenni minchiate, altri ti lasciano di stucco.
Un giorno di parecchi mesi fa mi trovavo a Parigi con moglie e figlio, moglie che aveva un cantiere in corso e, di conseguenza un’occupazione, e figlio che bramava per fare qualcosa con il paparino suo.
Decidiamo di andare al cinema a vedere non so più cosa, che, per combinazione davano al Grand Rex, cinema di cui avevo sentito parlare e che da tempo bramavo vedere. Siccome ne parlo abbastanza diffusamente qui, al momento lo tralasciamo.
Fatto sta che assieme al pupo mi ritrovo in un posto da urlo. Per la cronaca, questa avventura si svolge nel decimo arrondissément su in alto, nella zona dei Grands Boulevards, dove la gente va in genere a vedere quella puttanata di Musée Grevin delle cere e non si accorge, di regola, del posto strabiliante che gli sta attorno. Ci si arriva con una quantità industriale di metropolitane, qualcuna più in qua e qualcuna più in là, ma anche se dovete fare qualche passo pour y aller, non c’è mica da strapparsi i capelli. Parigi è bella tutta, ogni passo è un oh di meraviglia.
Ad ogni modo, il giorno seguente ho spedito il pargolo in cantiere con la mamma e io sono tornato a passare una mezza giornata gironzolando in quei posti. Stavo scrivendo Lezioni di tenebra e avevo giusto bisogno di un bel posto dove ambientare una delle scene clou.
Le vedettes della zona sono due meravigliosi archi trionfali, quello della Porte Saint-Martin e quello della Porte Saint-Senis. Sono grandi, gialli, imponenti, carichi di storia e di decorazioni. Al contrario degli archi di trionfo canonici sono costruiti parallelamente al corso. Distano tra loro circa duecento metri e sono divisi dal boulevard de Sébastopol che, diventando poi de Strasbourg, forma un’arteria che attraversa la parte alta di Parigi dall’Hôpital Saint-Lazare fin giù alla Senna.
Leggiamoci un pezzetto da Lezioni di Tenebra, la terza esplosiva inchiesta de les italiens, poi vi rompo i coglioni con un po di storia.

Ho aspettato qualche secondo, poi sono uscito dal bistrot per non farmelo scappare. Davanti al teatro non c’era più nessuno, lo sconosciuto era sparito. Ho preso rabbiosamente a calci un pacchetto vuoto di sigarette che qualcuno aveva gettato per terra. Coglione di uno sbirro, se avessi avuto una macchina fotografica, in mezza giornata avrei saputo chi era quell’uomo. Martine me lo diceva continuamente: «Dammi retta, piedipiatti, portati sempre in tasca una di quelle compatte.»
Martine…
Gustave stava camminando a passi spediti lungo boulevard Saint-Denis. Continuava a guardarsi alle spalle come se adesso avesse l’impressione di essere seguito.
Ho attraversato la strada per continuare il pedinamento dal marciapiede opposto, tanto lo sapevo bene dove stava andando. Camminava veloce, ravviandosi continuamente i capelli con aria inquieta. All’altezza dell’arco della Porte Saint-Denis ha attraversato boulevard de Bonne Nouvelle con il semaforo rosso, scatenando un putiferio di clacson. Poi, senza rallentare, è salito a passo svelto su per rue Beauregard.
Non c’era molto passaggio, da quelle parti, così gli ho lasciato un buon vantaggio prima di infilare a mia volta la salita. Sentivo i suoi passi echeggiare davanti a me, sempre più veloci e lontani. Sono arrivato in cima giusto in tempo per vederlo entrare nel portone di casa.
Il sottomarino, un furgone grigio con dipinta in giallo sui fianchi la ragione sociale di una ditta di lavori idraulici, era parcheggiato una decina di metri più avanti. Ho superato il portone e gli sono passato di lato dando due piccoli colpi sulla portiera. Dall’interno altri due colpetti hanno risposto al mio saluto.
Metz aveva fermato la Rénault Scénic sulla pista ciclabile dall’altra parte della strada. Ho percorso rapidamente l’isolato che ci separava e sono montato chiudendomi la porta alle spalle. Mi sono lasciato andare contro lo schienale con un sospiro insoddisfatto.
Constance e Maëlis si sono voltate a guardarmi.
«Pensavamo l’avessi perso» ha detto una. «Che diavolo è successo» le ha fatto eco l’altra.
«Ha incontrato un tizio» ho borbottato, «giù alla Porte Saint-Martin.»
«Uno dello studio?» ha detto Maëlis.
«Macché, mai visto prima. Si sono parlati e Gustave si è messo a fare il diavolo a quattro. Ho paura che ci sia dentro fino al collo, mi sa che aveva ragione lei, tenente.»
«Che cosa si sono detti?»
«Non ne ho la più pallida idea, ero troppo lontano.» Ho abbassato il finestrino per far entrare un po’ d’aria, poi mi sono sfilato la giacca. «Quell’uomo ha cercato di calmarlo, ma Gustave sembrava fuori dalla grazia di dio.»
Cercando di stringere ho raccontato quel poco che avevo potuto vedere. Un camioncino coperto di ruggine e polvere si è fermato davanti al portone di casa Deshayes. Ne sono scesi due uomini che hanno scaricato quattro grandi cristalli dopo averli liberati dall’intelaiatura che li sorreggeva. Da una finestra del secondo piano si è affacciata una signora anziana che li ha salutati. Due minuti dopo gli ha aperto il portone. Scambio di battute, risate, pacche sulle spalle, poi i vetrai hanno afferrato un paio di cristalli ciascuno e sono entrati in casa tutti insieme.

La Porte Saint-Denis e relativo arco monumentale, il più bello dei due, si trova all’incrocio tra la cosa, la rue Saint-Denis (dopo l’arco, rue du Faubourg-Saint-Denis) e i boulevard de Bonne-Nouvelle e Saint-Denis. È vidente che da queste parti il santo andava fortissimo, quasi tutto porta il suo nome.
Per altro, la cosa, la rue Saint-Denis è una delle strade più antiche di Parigi, e pare risalga addirittura all’epoca romana. Era la via che nell’antichità conduceva i pellegrini alla basilica omonima che si trovava fuori dalle mura della città.
Siccome santi e madonne non erano proprio ben visti, nel periodo della Rivoluzione francese, la cosa, la rue Saint-Denis venne chiamata rue deFranciade. Risalendola, cosa per altro piacevolissima da fare a piedi, si arriva dritti dritti alla porta in questione. L’arco di trionfo pare sia stato ispirato dall’arco di Tito a Roma. Siccome Parigi si stava ingrandendo, la cinta fortificata di Carlo V venne sostituita da una sorta di barriera fiscale che si materializzò sotto forma di un muro e di qualche boulevard. Le porte fortificate che risalivano al medioevo vennero così sostitutite da archi di trionfo.
La grande scritta dorata sulla sommità dell’arco, Ludovico Magno, indica che l’arco della Porte Saint-Denis venne eretto, naturalmente a spese della comunità, su ordine di Luigi XIV dall’architetto François Blondel, molto raccomandato a corte e direttore nientemeno che de l’Académie Royale d’Architecture. Dovendo celebrare le vittorie che, stando comodamente seduto a palazzo, il Re aveva avuto sul Reno e nel Franche-Comté venne riccamente e, bisogna dire, magnificamente addobbato dallo scultore Michel Anguier. Due grandi obelischi si elevano ai lati dell’arco, ricoperti di trofei, mentre ai loro piedi due figure sedute, scolpite dai disegni di Lebrun, rappresentano le Province unite. I bassorilievi sopra l’apertura raccontano l’attraversamento del Reno e le figure allegoriche del reno e dell’Olanda vinti sotto forma di una donna afflitta.
Verso la fine del pomeriggio, quando la luce del sole si tinge di arancione, le sue lame di luce rendono questo monumento straordinariamente godibile. Tutta la zona circostante è fantastica, un pezzo della città bello e variegato con piccole vie che si arrampicano in salita, collegate tra loro da piccole scalinate e i grandi corsi dalle fogge più disparate. Magnifico il boulevard Saint-Martin con i suoi marciapiedi rialzati, che dalla Porte Saint-Martin conduce a place de la République.
Interruzione pubblicitaria :)

Ho raggiunto Michel che arrancava affaticato. Assieme a lui c’erano due giovani flic della Crim.
«Piantiamo tutto» ho detto infilando la giacca, «adesso li imbarchiamo e li portiamo dentro per interrogarli.»
«Così, di punto in bianco?»
«Esatto, fatevi aprire il portone e andate su a prenderli.»
«E per quel cane cosa facciamo?» ha chiesto uno dei suoi accompagnatori.
«Quale cane?» ho chiesto.
«Qualche stronzo ha abbandonato un cane lungo la via» ha detto Coccioni indicando con il pollice alle proprie spalle. «Voglio chiamare la protezione animali per farlo prelevare.»
Mi è preso un bel batticuore, tipo i tamburi della giungla misteriosa.
«Di che cazzo di cane state parlando?» ho rantolato.
«Un botolo bianco e nero» ha detto Coccio,
«Con tutto il culo rosa» ha detto il suo scudiero.
«Andate su da quei due» ho urlato correndo giù per la strada, «e fate venire qualcuno per frugare l’appartamento.»
Al fondo della discesa sono passato accanto al cagnetto bianco e nero. Vedendomi passare di corsa ha abbaiato un paio di volte. La troia lo aveva attaccato a uno di quei paletti di metallo nero che impediscono alle auto di parcheggiare.
Ho aumentato l’andatura sbucando sulla spianata della Porte Saint-Denis. Mi sono guardato intorno; se aveva un’auto, tanti saluti, ma c’era la possibilità che fosse diretta al metro. Ho scavalcato la ringhiera del marciapiede e sono saltato sul selciato sottostante, poi via di corsa verso la fermata Strasbourg-Saint-Denis.
L’ho vista mentre attraversavo il boulevard, una macchia rosa che spariva inghiottita dalle scale della metropolitana. Avevo recuperato un po’ di vantaggio ma da lì ad acchiapparla era tutta un’altra storia. Scendendo a precipizio gli scalini dell’ingresso sapevo già di averla persa. La stazione era piena zeppa di gente che entrava e usciva dalle gallerie. Mi sono fermato un secondo, dovevo ragionare in fretta.
Tre linee, la 9, la 8 e la 4, nemmeno a testa o croce potevo fare. La 9 e la 8 tagliavano in diagonale andando verso le periferie mentre la 4 portava verso il centro. Ho scelto quella.
Scavalcando il tornello con un balzo mi sono fatto di corsa il tragitto fino alla pensilina, direzione Porte d’Orléans. Ho divorato l’ultima scala quattro gradini alla volta, mentre la sirena segnalava la chiusura delle porte. Sono salito sul treno per un pelo, la giacca m’è rimasta presa tra gli sportelli, un piccolo spettacolo extra per i pendolari.
Siamo partiti. Nel vagone nessun impermeabile rosa, ammesso che non lo avesse buttato in un bidone dell’immondizia prima di salire sul treno. La fermata successiva è arrivata in un minuto e mezzo, una stazione enorme, il labirinto perfetto per scomparire in un baleno. Non appena si sono aperte le porte sono schizzato fuori. Ero sudato e il mio cuore andava a mille. La banchina era affollata, gente che saliva sul treno o diretta verso le uscite e le coincidenze. Ho infilato la mano sotto la giacca chiudendo le dita attorno al calcio della pistola e, chino come un cammello, ho percorso il treno nella sua lunghezza.
Era sul terz’ultimo vagone e mi ha colto quasi di sorpresa. C’è stato uno sparo amplificato dalle pareti della galleria, quasi un boato. Il finestrino davanti a me è andato in mille pezzi. Un tizio che avevo di fianco è crollato lungo e tirato senza emettere un suono.

Sempre costruita su ordine di Luigi XIV, è firmata Ludovico Magno pure questa, la Porte Saint-Martin è meno grandiosa dell’altra, ma con i suoi tre archi, due piccoli e uno grande, porta con una certa grazia il suo fascino asciutto ed essenziale. Venne eretta nel 1674 dall’architetto Pierre Bullet, già allievo di François Blondel. Si tratta di na costruzione in pietra calcarea a sbalzo con la sommità in marmo. Le due facciate sono ornate da quattro allegorie a bassorilievo.
Tutto è suggestivo in questo quartiere, vi si trovano pure alcune di quelle antiche gallerie di passaggio che vale veramente la pena visitare. Per i maniaci della cucina francese, esiste nelle vicinanze un posto strepitoso che si chiama le Bouillon Chartier. Lo si trova al 7 di rue du Faubourg Montmartre e si tratta di un’esperienza unica nel suo genere. Se vi piacciono la folla, la buona cucina e spendere relativamente poco, Chartier è il ristorante che fa per voi. Parlando di cifre, dalla sua apertura ai nostri giorni, le Bouillon Chartier ha già attraversato cento anni nei quali si sono succeduti soltanto quattro proprietari.
Aperta 365 giorni all’anno, questa sala è classificata monumento storico dal 1989 (ci hanno messo solo trecento anni ad accorgersi che valeva la pena). Non è dunque un esagerazione presentare Chartier come una vera istituzione della capitale e un condensato dello spirito parigino. Eccellente il famoso bouillon di carne e legumi che un tempo si poteva consumare al bancone pagando quattro soldi.
Insomma alla fine, gira e rigira si finisce sempre con le gambe sotto al tavolo. E con questo mi taccio e do un taglio a tutta questa storia. Ma se, la prossima volta che sarete a Parigi, avrete voglia di passare un mezzo pomeriggio in questi luoghi, di sicuro non ve ne pentirete.

I luoghi de les italiens: la Tour Saint-Jacques

Una torre d’avorio nel cuore di Parigi

La Tour Saint-Jacques è una torre in stile niente popò di meno che gotico fiammeggiante. In Lezioni di tenebra Jean-Pierre Mordenti ci passa solamente di fianco, non è che una visione, un piccolo punto cardinale in un mare di parole. Però è un gran bell’oggetto e quindi vale la pena che ve la racconti. Tra l’altro è un sopravvissuto alla Rivoluzione Francese alla quale è scampata solo grazie alla sua mirabolante bellezza. Se ne sta lì, piantata in un giardino del IV arrondissement di Parigi, alta e sottile come un raffinato oggetto d’avorio scolpito da uno scultore stravagante. Risplende candida alla luce del sole ergendosi tra le piante a pochi passi dal Theatre du Châtelet come un tempio strano e un poco misterioso. Vi si può salire in cima e la vista di Parigi dall’alto delle sue mura è mozzafiato.
La torre, opera di Jean de Félin, è caratterizzata da strette bifore che si alternano a nicchie, sormontate da guglie e pinnacoli, entro le quali numerose statue guardano con antica pazienza lo scorrere dell’eternità. Sulla sommità della torre svetta una statua di San Giacomo Maggiore, opera dello scultore Paul Chenillon, che rimpiazza quella fulminata da Robespierre, Desmoulins e compagni durante la Rivoluzione.
Adesso vi annoierò con un po’ di storia, ma prima ci spariamo un brano da Lezioni di Tenebra.

Uscendo dalla Grande Bôite siamo stati avvolti dalla luce del sole che ci ha accompagnati come un’onda luminosa alla mia auto. Senza volerlo mi sono trovato ad aprirle la portiera.
«Non c’è alcun bisogno di queste gentilezze» ha detto con un sorriso, «la prego di trattarmi come farebbe con qualsiasi altro collega.»
Mi sono accomodato al volante, ho allacciato la cintura e siamo partiti. Ho infilato il boulevard du Palais e abbiamo traversato il fiume sul Pont au Change. Il boulevard de Sébastopol era intasato quindi siamo avanzati lentamente. Nessuno dei due ha aperto bocca fino all’altezza della Tour Saint-Jacques.
«Io non le piaccio» ha detto finalmente.
Mi ha scrutato talmente a fondo che deve aver visto anche il colore delle mie mutande. Quantomeno la tensione si è allentata.
«Senta» ho detto, «sono mortificato per le mie parole, non intendevo offenderla. E non potevo immaginare che mi avrebbe sentito.»
«Mettiamo le cose in chiaro» ha detto guardando fuori dal finestrino. «Neppure io vado pazza per lavorare con persone che non conosco, soprattutto su un caso che sarebbe di competenza mia e del mio commissariato. Il fatto è che ho avuto degli ordini e non sta a me decidere cosa sia o non sia meglio fare.»
Ho assentito brevemente. Non c’era proprio niente da dire, aveva ragione da vendere.
«Cos’è che non le piace di me, commissario?» ha chiesto brusca. «La maniera in cui mi vesto? Come mi pettino? O piuttosto il mio tenore di vita?»
«Non c’è nulla in lei che non mi piaccia» ho brontolato, «è senza dubbio la sventola più sconvolgente che abbia mai messo piede nella mia auto. Vorrei solo lavorare con la mia squadra come faccio abitualmente, tutto qui. Ma del resto anch’io ho avuto degli ordini e quindi vedrò di farmeli andar bene. Sono un uomo dalle mille risorse.»
Silenzio. Altra tensione. Abbiamo superato rue de Rivoli e tirato dritto verso il Polo Nord.
(Lezioni di tenebra, un romanzo de les italiens, Instar Libri 2011)

La Tour, non è nient’altro che l’edificio campanario, e unica testimonianza rimasta, della chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie, consacrata a San Giacomo Maggiore. Il santuario possedeva una reliquia di San Giacomo, assolutamente autentica, ve lo garantisco, e fu meta di pellegrinaggio, come testimonia la Guida del pellegrino, che tuttavia non menziona la città.
Secondo la Chronique de Turpin la chiesa fu fondata da Carlo Magno e questo fatto le ha valso nel 1998, insieme ad altre 70 località della Francia, l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’UNESCO al titolo dei Camini di Santiago de Compostela.
Nel 1648 il matematico e fisico francese Blaise Pascal vi condusse esperimenti sulla pressione atmosferica e sulla densità dell’aria: per commemorarli il vecchio Blaise è stato posto in effigie a fare da guardia alla base della torre, Nel 1891 vi fu pure installato un laboratorio meteorologico nel quale non risulta però che Pascal si sia mai fatto vedere, un po’ per la marmorea rigidità delle sue membra e in parte per il compito di sorveglianza che la sua statua pare abbia preso piuttosto seriamente.
La chiesa fu demolita nel 1793, nel corso della Rivoluzione Francese, mentre il campanile fu conservato, in quanto anche quel manipolo di esaltati che ha cambiato l’Europa facendo perdere la testa a un mucchio di gente lo ha giudicato di notevole valore architettonico. Una certa sfiga ha comunque perseguitato la Tour Saint-Jacques che, pur essendo scampata alla distruzione, subì due incendi, nel 1819 e nel 1823, che le arrecarono ingenti danni.
Il campanile, acquistato da alcuni fabbricanti di palline di piombo (evidentemente è un lavoro che rende), venne restaurato dagli architetti Ballu e Boguet e le statue che erano andate distrutte furono sostituite grazie all’intervento degli scultori Cavelier, Dantan, Protet, Cordier e Froget. Nel 1856 l’edificio venne posto su un basamento rialzato in modo da ripristinare la sua altezza originale, e fu attorniato dagli attuali giardini.

Sotto la Torre è passata addirittura la Regina Vittoria che durante la visita ufficiale nel 1854, già che c’era, ha dato il nome alla vicina via. Classificata come Monumento storico nel 1862, La Tour Saint-Jacques fu riacquistata nel 1883 dal comune di Parigi su richiesta del prefetto Haussmann. La superba bellezza di questo monumento ispirò lo scrittore Alexandre Dumas, che nel 1856 compose il dramma La Tour-Saint-Jacques-la-Boucherie.
Ultimamente, dopo un restauro durato un paio di milioni di anni, il monumento è stato riportato al suo primitivo splendore. Durante gli interminabili lavori è emerso che molte delle decorazioni oggi esistenti non sono frutto dei restauri ottocenteschi, ma risalgono all’epoca tardo-medievale in cui la torre fu costruita. Dal 2009 è nuovamente aperta al pubblico e innumerevoli oh! di meraviglia risuonano nuovamente per le anguste scale. La sua figura longilinea brilla luminosa nelle giornate di sole e risplende di luce nelle notti dello Châtelet. È il destino che l’ha messa lì, nessun conflitto e nessuna rivoluzione sono riusciti ad abbatterla, quindi, credetemi, vale la pena di andarla a vedere.