“Cinema da Denuncia” per Troppo piombo

Troppo piombo

Recensione di Alessandro Baratti
cinemadadenuncia.splinder.com

Enrico Pandiani, Troppo piombo, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 311, € 14,50

Parigi, 15 dicembre. Rimpiazzati i caduti dell’operazione Chamberat con due acquisti di collaudata affidabilità, la squadra degli italiens si mobilita per un nuovo caso: Thérèse Garcia, caposervizio della cronaca cittadina al quotidiano Paris24h, è stata uccisa nel suo appartamento da qualcuno che l’ha massacrata freddamente per mezz’ora e poi le ha spezzato il collo, lasciando accanto al corpo undici paia di scarpe perfettamente allineate. Capitanati dal commissario Jean-Pierre Mordenti, les italiens si lanciano in un’indagine che li porterà a carambolare tra la redazione del giornale, piccoli trafficanti d’armi che bazzicano il Forum des Halles e relitti industriali della banlieue nord. Mentre il conto dei cadaveri aumenta e il Natale si avvicina, il commissario entra in intimità con Nadège Blanc, redattrice in cronaca cittadina che si occupa di moda. Su tutto una misteriosa sigla che spunta con sospetta insistenza: PPLB.

Avevamo lasciato il commissario senza nome degli Italiens seduto al tavolino di un bistrot, intento a sorseggiare Sancerre e seguire con lo sguardo la bellissima Moët Chamberat che usciva dalla sua vita. Lo ritroviamo nell’appartamento di una donna cui è stato spezzato il collo al termine di un pestaggio di rara ferocia. Ma è solo più tardi, presentandosi alla magnetica e felina Nadège Blanc, che il commissario rivela la propria identità: Jean-Pierre Mordenti, nome che evoca almeno altri due J-P: Belmondo, attore incrociato di sfuggita all’entrata della Brasserie Lipp, e Melville, nume tutelare del genere cinematografico polar (il poliziesco-noir alla francese). Spigliatezza di origine italiana e concretezza di sapore alsaziano (non a caso Jean-Pierre e Nadège vanno da Lipp a mangiare la choucroute) sono gli ingredienti che si mescolano alla perfezione nel personaggio di Mordenti, commissario al comando degli italiens “o, più amichevolmente, quelle teste di cazzo degli italiani” (p.14).

Stavolta il sardonico flic deve vedersela con un assassino che sceglie le sue vittime all’interno della redazione del quotidiano Paris24h, giornale fittizio che riecheggia il settimanale Le Nouvel Observateur. Maledettamente imbrogliata, l’indagine gira inizialmente a vuoto inciampando nella diffidente reticenza dell’ambiente giornalistico, finché non salta fuori l’invito a un défilé di moda organizzato il primo ottobre dell’anno precedente da uno stilista magrebino per celebrare la rivolta nella banlieue. Spazio dell’evento: ex Officine Felissi a Saint-Denis. I fatti accaduti in questo luogo un anno prima sembrano collegarsi ai delitti del Paris24h, costituendone il remoto movente. Da questo momento in poi i segni, gli indizi e le tracce si compattano rapidamente rimandando alla figura di Gaspar Wendling, giornalista del Parisien ucciso cinque mesi prima a Clichy. Tra lui, alcune dirigenti del Paris24h, la sfilata nella banlieue e la catena di omicidi in corso la verità inizia a venire a galla.

Alla seconda prova da romanziere, il cinquantatrenne grafico editoriale torinese Enrico Pandiani alza decisamente il tiro, concependo un intrigo poliziesco molto più elaborato e complesso di quello dispiegato nel libro d’esordio. La complicazione dell’intreccio va di pari passo con l’accrescimento delle dimensioni (311 pagine anziché 256), la proliferazione dei personaggi (più di trenta) e la moltiplicazione dei microcosmi che entrano in rotta di collisione (la polizia, la redazione del Paris24h, la banlieue). Ma lungi dallo scadere nella maniera o nel virtuosismo compiaciuto, Pandiani comunica alla narrazione una vitalità tremendamente contagiosa, tornendo ogni psicologia, intagliando ogni particolare, cesellando ogni dettaglio. Alleggerito da un’ironia che non indietreggia di fronte alle situazioni più estreme e ancorato al territorio parigino con la precisione di una Street View a 360°, Troppo piombo sferra attacchi di puro terrore e descrive attentamente procedure scientifiche, ingaggia dialoghi sferzanti e distilla pause riflessive, intavola interrogatori asfissianti e sciorina azioni adrenaliniche. Senza mai perdere un grammo di incisività o sensualità, come testimoniano le incandescenti pagine dedicate agli omerici amplessi di Jean-Pierre e Nadège.

Fotografie, libri, cibo, armi, musica, film: non c’è un solo elemento che entri nel libro come inerte riempitivo. La scrittura di Pandiani carica qualsiasi oggetto chiamato in causa di valori sensoriali e funzionali: le polaroid à la Hockney non solo colgono l’essenza del soggetto ritratto ma servono all’assassino per documentare il suo progetto punitivo, i volumi letti dai personaggi (Lo straniero, La chambre bleue…) non soltanto armonizzano col carattere di chi li sfoglia ma entrano in risonanza coi risvolti umani dell’indagine, le choucroutes di Lipp e i celestiali gelati di Berthillon non si limitano ad appagare il palato dei personaggi ma stringono un patto sentimentale tra loro. Condivisione.

Eppure l’aspetto più suggestivo di Troppo piombo è un altro: spesso il commissario si distacca dai singoli fatti per costruire un quadro d’insieme. Leggendo le sue riflessioni si percepisce una scossa tellurica, il rovello dello scrittore sulle infinite potenzialità dell’intreccio. Quando Mordenti si interroga sui possibili sviluppi dell’indagine, è Pandiani che parla dell’elaborazione del romanzo stesso. In questi vertiginosi punti di fuga, io dell’autore e io del personaggio si fondono indissolubilmente, entrambi alla ricerca di una verità tanto sfuggente quanto impellente: “In quel momento mi sentivo uno di quegli imbecilli che non l’hanno proprio vista mai. Ma non puoi smettere di cercarla perché la vita a volte te lo impone. Ti ci senti invischiato e prendi a girare su te stesso, annaspando nelle congetture e inciampando nei dubbi” (p.82).
Dubbi sui quali, da lettore, è sublime incespicare.

Piero Calò: i due romanzi di Enrico Pandiani

Con queste due righe suggello la “Settimana Pandiani”, dedicata, oltre alle attività ordinarie di lavorare, mangiare, dormire e cercare una nuova casa in affitto (un tre camere e cucina o un due camere e cucina + un monolocale), alla lettura dei due gialli Les Italiens e Troppo piombo.

Piero Calò

Les Italiens

Lettura agevole e avvincente, simpatetica e agrodolce.

Les Italiens è una squadra affiatata di “rital” capitanata dall’io-narrante Jean-Pierre Mordenti che nessuno chiama mai per nome.
Lui è i ruoli che gioca, tanti.
È un poliedrico, allo stesso tempo comandante adorato dai suoi; amante “convenzionale” e fiero della preda, la borghesissima e charmante Oceane; meno convenzionale e medio-borghesemente combattuto per la relazione con il bellissimo e frizzante transessuale Moet (poteva essere altrimenti, con quel nome?); figlio scapestrato del suo patron, l’uom di granito Le Normand, un pelo frocio con le sue sigarette colorate, il bocchino dorato e il cannone di Napoleone che fa il fuoco; teppista del Bene quando si abbassa al livello della mela marcia Saint-Claude, del picchiatore Benoit e del fanatico Lafontaine.
Perché Mordenti è un democratico, come lo accusa implicitamente Moet, scende tutti i gradini della scala umana per condividere il linguaggio con ognuno, non è un aristocratico “che non si cur di loro ma guarda e passa”, tanto per citare Dante come fa Wassim, uno dei suoi ragazzi.
L’inizio del romanzo miscela il tono della narrazione. È un tiro al piccione che “colpisce alle palle” les Italiens. Ne diventiamo tifosi fin dalla prima riga. Da rimarcare il sapiente uso dello shaker, quello strumento nevralgico e qui usato con mano sicura che non si è tirata indietro nelle descrizioni più splatter, in quel trionfo di cannoni da passeggio e vasti campionari di ferite lacero-contuse che vengono mantenute nel binario dell’eleganza mai però reticente.
È sicuramente riuscita la giostra caleidoscopica micro/macro, il rimbalzo continuo tra la piccola storia e la grande, quella che riflette sull’abbrutimento dei costumi, sul marketing politico, sull’onda lunga dei populismi. Il destino di Moet si incrocia con quello della Francia, si corteggiano, si cercano, pur consapevoli che non c’è futuro per loro, destinati a lasciare tracce di minor conto rispetto alle tastiere di Jon Lord nella storia del rock.
Romanzo di struttura, imbrigliata dall’io narrante, il nostro eroe che ne sa sempre quanto noi, tutti insieme pronti a stupirsi, a congetturare, a zero suspence, tutta adrenalina. E scommesse. L’autore ne gioca due, pesanti:
1. evita la soluzione di comodo, il coinvolgimento della malavita italiana, che gli avrebbe offerto uno schema comodo: gli italiani all’estero, cialtroni, indolenti, vendicativi e con tanto di macchia di sugo sui pantaloni. È, diciamo, la formula adottata da Tonino Benacquista per i suoi anti-eroi un po’ stucchevoli.
2. mette in scena una “pupa” che, alla fine della fiera, è un uomo. Mette in crisi il nostro eroe e di rimando noi, i suoi lettori che, peggio anche di Mordenti, c’interroghiamo sulla nostra virilità, angosciati da dubbi e interrogativi che sono la deriva del nostro tempo.
In entrambi i casi, la scommessa è vinta.

Troppo piombo: les Italiens, atto II

Tornano les Italiens. La squadra, decimata nel primo romanzo, si ricostruisce con una campagna acquisti mirata e aggressiva. In pratica sono promosse le comparse dell’atto primo che si uniscono ai veterani Coccio e Servandoni, ancora capitanati da Jean-Pierre Mordenti di cui solo adesso scopriremo il nome, scandito insieme al cognome, ogni qual volta risponde al telefono.
Questo secondo episodio della commedia umana si trasferisce nella redazione di un quotidiano, Paris24h.
Il traino è una foto di gruppo, quattro donne che, ignare, sorridono, mentre qualcuno sta lavorando sodo per cancellare tutta quest’allegria.
Anche in Troppo piombo (slang giornalistico per evidenziare una pagina “troppo scritta”) il lettore si trova spiazzato fin dalla prima riga dalla descrizione di un’aggressione insieme violenta e scientifica, raccapricciante e a mani nude.
C’è un salto di qualità evidente in questa storia: Les Italiens poggiava sulle armi automatiche, su una invasività meccanica e ben oleata che faceva scivolare lo svolgimento verso il comportamentismo più puro, una linea continua di stimoli-risposta, quasi una giustapposizione di tanti “mezzogiorno di fuoco”. Al punto che il vero giallo, cioè quell’elemento di induzioni e inferenze che ne sono il sale, erano, ottimamente, spostate sulla “guerra dei sessi” tra il commissario e il transessuale.
Troppo piombo ha un  piano di consistenza più riflessivo; i cattivi non sono legione su cui sparare comodamente nel mucchio; adesso è questione di una mente fredda, raffinata, che odia (dunque è ben determinata o, come si dice nell’orrendo linguaggio dell’impiego, “motivata”) e ha disegnato una sciarada a prova di piombo (quello delle armi). Prova ne è l’unica occasione in cui la storia “perde il controllo” e risponde istintivamente, a mitraglia, allo stimolo come ai bei tempi che furono. Ma il risultato questa volta è tragico.
La storia d’amore, il mantra di Mordenti, quello che “almeno una volta l’anno le donne cadono ai miei piedi”, diventa puramente fisica, un bisogno di abbandono, di de-responsabilizzazione, di ritorno nell’utero da cui si proviene, un ritaglio vitale di una pausa ad un stato di veglia perenne che spossa i nostri due eroi (lei è la bellissima Nadege).
L’autore si conferma bravissimo manipolatore di codici, oltre il giallo anche il rosa, quello dei sentimenti in tutte le sue gradazioni sesso/amore, fisico/cerebrale.
Si potrebbe quasi dire che inventa un genere nuovo che, dopo la Moet de Les Italiens, cala l’asso di una nuova eroina tragica dei nostri giorni: Daphne Van Dantzig.

Piero Calò

L’occhio di porco

Non è molto che Piero Calò e io ci conosciamo, è successo perché entrambi scriviamo per la stessa casa editrice, Instar Libri. Pierò è una persona che immediatamente emana amicizia, parli con lui ed è come se ci si conoscesse da sempre. Nel suo tono di voce ritrovi i suoi libri, il suo bellissimo modo di scrivere che è anche il suo modo di parlare. Ha voluto leggere i miei romanzi e le righe qui sopra sono ciò che mi ha scritto dopo averlo fatto. Le ho pubblicate sul mio blog (spero che Piero non me ne voglia) perchè dopo averle lette e rilette, dopo aver lisciato il pelo al mio ego enorme, ho pensato che fosse giusto dividerle con gli altri. Vorrei essere capace di fare altrettanto con lui.
Per Instar Libri, Piero Calò ha pubblicato recentemente L’occhio di porco, un romanzo scritto in maniera magistrale, intenso e scanzonato allo stesso tempo. Una storia del sud che si trascina cotta dal sole e recitata da personaggi che girano l’uno attorno all’altro alla ricerca di una verità che forse non esiste. Il racconto di una violenza che, come spesso accade, diventa una cosa normale.

Enrico Pandiani sul blog Liberidiscrivere

Enrico Pandiani parla del suo romanzo Les italiens e sparla di sé stesso

http://liberidiscrivere.splinder.com/post/22162230/%3A%3AIntervista+con+Enrico+Pandia

Il blog Liberidiscrivere è una pagina web che i veri appassionati della letteratura non possono permettersi di non frequentare. Decine di interviste ad autori, giovani e meno giovani, provenienti da tutto il mondo.
Parlano di sé, della propria vita e delle proprie opere. Raccontano i metodi, i pensieri, i divertimenti che portano a scrivere un romanzo. Le domande sono intelligenti e stimolanti, mai uguali ma piuttosto cucite ad arte per ogni singolo autore.
Liberidiscrivere è un salotto dove i lettori possono incontrare i loro autori preferiti e dove gli scrittori si possono conoscere più a fondo. È anche una sala di lettura dove si può passare il proprio tempo scorrendo informazioni e leggendo recensioni di qualità.
Da oggi sono felice di esserci anch’io.

http://liberidiscrivere.splinder.com

Giovanni Tesio recensisce «Les italiens»

La Stampa –Torino Sette
12 luglio 2009, pagina 56
Di Giovanni Tesio

Più di un “buon vecchio noir”

S’intitola «Les italiens» l’esordio letterario del torinese Enrico Pandiani, edito da Instar Libri

In copertina una frase a effetto di un noto collega per l’esordio narrativo di Enrico Pandiani, un torinese che fa il grafico pubblicitario e che ha la passione del poliziesco. La frase è di Giancarlo De Cataldo e fa bella mostra di sé al cuore di una stilizzata sagoma da tiro: «Una boccata d’ossigeno nel buon vecchio noir».
Niente male perché dice tutto o quasi: dice che il «buon vecchio noir» è un genere cui convengono le pacche sulle spalle e dice della boccata d’ossigeno che qui non è data soltanto dalla vivacità dell’autore, ma anche – e di più – dal senso dell’umorismo che attraversa ogni sua pagina.
Il romanzo s’intitola felicemente «Les italiens» (258 pagine, prezzo di vendita euro 13,50) ed è pubblicato dalla torinese Instar Libri, ormai solidamente attestata su un buon regime di qualità.
Les italiens sono dei bravi poliziotti-mousquetaires (Brigata Criminale) che non mancano di estro e di duttilità e che conservano dell’origine la disinvoltura un po’ sfacciata e sbruffona. Insomma dei parigini un po’ speciali, che iniettano nel cartesianesimo indigeno qualche goccia di imprevedibilità, prendendosi delle licenze che fanno simpatia.
Questa volta sono alle prese con un «affaire» nemmeno tanto intricato, ma sorprendente.
Una storia di identità negate, che coinvolgono una malcapitata che si chiama Delphine Quillard; un trans mozzafiato che fa l’artista e si chiama Moët (ma anche qualcosa di più che la storia rivelerà), un’amica gallerista, amante di lui (o di lei? un dilemma che l’io narrante riuscirà a sciogliere), che si chiama Aline Bergerac; Una signora di rango che si chiama Océane (madame Océane  d’Anglas, a dirla intera); Un politico razzista, un verme che lo sostiene, una banda di scagnozzi che lo servono. Ma anche un delizioso nume protettivo che si chiama Papà Simon, un amicoche non tradisce, un capo che sa capire, un poliziotto nero che cita Dante, una serie di comparse che tengono tutte bene il loro ruolo.
Situazioni-tipo, situazioni limite, situazioni incresciose da cui si esce con la mossa del cavallo e la fortunosa prontezza dei predestinati.
Pugni sparatorie agguati trappole insidie carnaccia pesta e spappolata, macelleria assortita a colpi dei più svariati calibri, tregue di letto (magari intinte di salsa plurima), e poi tante citazioni: di film, di canzoni, di battutecollocate in giusti punti di tensione (c’è perfino un gatto che si chiama Chanoine, come quello di Victor Hugo). Grand guignol e spirito aguzzo, dunque, di cui do un esempio solo: «Océane ha aperto una botiglia di Pichon Longueville Comtesse de Lalande, Pauillac 1983. Per sapere tutto il resto, temperatura, cru, eccetera, è meglio se chiedete a James Bond».
Ma sotto sotto, ben avvertibile, anche un sentore di fumo e di cenere che da Philip Marlowe in poi costituisce la forza del genere.
Un’ultima osservazione per questo esordio non precoce (Pandiani ha da tempo scavalcato i quaranta), che consiglio a tutti i lettori intelligenti: la bellezza di Parigi sta lì come un incanto a fare da carta di delizie, tra «droite» e «gauche», vie monumentali e viuzze più segrete, centro e periferie, per accompagnare l’avventura come una dichiarazione di (vero) amore.

Le recensioni de La Stampa su Les italiens

La Stampa, 2 giugno 2009 – Pagina 34, sezione Società & Cultura.
Di Bruno Ventavoli.

Con il flic di Pandiani, il “noir” è da vedere

Un proiettile entra dalla finestra di un ufficio di polizia e si conficca nella pancia di un flic. Poi un altro, e un altro ancora. Dodici in tutto. Che frantumano oggetti, scheggiano muri, lacerano corpi. La scena dura sì e no una decina di secondi. E occupa l’intera prima pagina di Les Italiens (Instar Libri) il fortunato romanzo noir d’esordio di Enrico Pandiani. Di professione, lui, nella vita fa il grafico editoriale. Un tempo con matite, pennarelli, chine, sapeva trarre disegni stupendi, ora lo fa con il mouse di un computer. Ma l’estro tracima in tutta la sua esuberanza nella scrittura. Perché la forza di questo romanzo poliziesco, che ha il sapore dei grandi noir francesi con Ventura o Delon, da Melville a Malet, sta proprio nella incisiva visività della scrittura. Ogni frase è come la sequenza di un film, la tavola di una graphic novel. Capace di cogliere il dettaglio d’un bossolo, un fiotto di sangue, la fibbia d’un sandalo, ma anche la sensualità d’un corpo in amore. E di ammanettare il lettore fino all’ultima riga d’una vicenda «à bout de souffle», scritta e osservata in prima persona.
Protagonista è un flic parigino che appartiene a una squadra di colleghi, tutti d’origine italiana, compattati dall’amicizia, dal medesimo gusto per spaghetti e Brassens. Un giorno, per un banale scherzo, piombano nell’inferno. Un paio ci lasciano le penne. Uno, il più coriaceo, il più disincantato, decide di andare fino in fondo e capire perché un cecchino professionista ha sparato quei dodici colpi che hanno seminato morte. Troppo innamorato della verità per farsi illudere dalla giustizia. Come tanti sbirri che l’hanno preceduto nella letteratura poliziesca, s’aggira in una Parigi traslucida di glamour e malata di corruzione, estremismo destrorso, volontà di potenza. E come tutti loro, anch’egli inciampa nel calappio dell’eros, attratto da Moet, un’affascinante transessuale, spumeggiante quanto le bollicine dello champagne omonimo. Dopo cadaveri, busse, zigomi fratturati, sparatorie e inseguimenti, arriva la soluzione del caso, che affonda le radici nel marcio di un segreto famigliare.
Un noir di valore, scritto col piglio impertinente dei classici, ma sorprendente come gli amplessi non convenzionali che esplora – provandone non parco godimento – il protagonista. Ancora una volta, per sfuggire dalla banalità dell’oggi, ci viene in soccorso la letteratura di genere. Che di genere non è.

La Stampa – Tutto Libri, 20 giugno 2009 – Pagina 2.
Di Margherita Oggero.

L’esordio di Pandiani. Les italiens in giallo

Les italiens sono tali soltanto per approssimazione: nati in Francia da genitori italiani, della ex patria conservano un’idea affettuosamente d’antan intrecciata con l’immaginario francese: «Eravamo italiani in modo strano, noi italiens, più per cognome che per altro. Lo eravamo in maniera inventata su quel poco che sapevamo dell’Italia o sull’immagine che ce n’eravamo fatta dai film. Luoghi comuni, perlopiù. Un’italianità terribilmente francese, infarcita di atteggiamenti indulgenti alla Lino Ventura e di sguardi languidi alla Yves Montand. Molto incline a sentimentalismi un po’ meridionali e a un certo gusto per l’indolenza».
Nel bell’esordio di Enrico Pandiani Les italiens (Instar Libri, pp. 257) costituiscono, all’interno della Brigata Criminale, una squadra affiatata e solidale, che viene drasticamente ridotta nelle prime due pagine del libro da un cecchino che spara dall’attico di un palazzo di fronte agli uffici del mitico quai des Orfèvres. Spazzati via Brunazzi, Livi e un paio di comparse, in gioco restano lo sbrigativo Coccioni e il sornione Servandoni, più il loro capo, la voce narrante di cui non trapela il nome. Tutto nasce da un equivoco prodotto da uno scherzo, ma a monte c’è ben altro: la protervia criminale di un movimento politico che ha forti agganci col potere. Tocca ai tre superstiti della squadra venirne a capo, e contemporaneamente proteggere la bellissima pungente e ambigua Moet da pericoli mortali. Scrittura veloce e precisa di taglio cinematografico, grazie alla quale sfilano davanti ai nostri occhi il fascino intramontabile di Parigi e la insidiosa complessità delle periferie; dialoghi concisamente efficaci e, grazie a dio, un finale che non scivola nel miele di un’iperdisponibilità posticcia.

Les italiens su cinemadadenuncia.com

Les italiens. “LA” recensione
Splinder: http://cinemadadenuncia.splinder.com/post/20978312/LES+ITALIENS

Questa è la recensione che il mio amico Alessandro ha fatto sul suo blog Cinemadadenuncia, un blog di critica cinematografica e libraria molto interessante e competente.
Consiglio a tutti gli amanti del cinema di fare un giro su questo blog. Ne usciranno intellettualmente molto più ricchi di quanto ne siano entrati.
Alessandro e io siamo diventati amici quando un altro amico mi ha segnalato la sua recensione e io, leggendola, sono rimasto di stucco. Questo è senza dubbio il migliore omaggio che sia stato fatto al mio romanzo. Ecco quello che ha scritto.

Enrico Pandiani, Les italiens, Instar Libri, 2009, pp.256, € 13,50.
Parigi, giovedì mattina di giugno. Un cecchino tempesta di proiettili un ufficio della Brigata Criminale al 36, Quai des Orfèvres, abbattendo una donna che si era presentata a sporgere denuncia e tre poliziotti, due dei quali in forza alla squadra degli italiens, un gruppo formato da sei sbirri di origini italiane. Vistasi la squadra decimata sotto gli occhi, il commissario trentasettenne al comando del gruppo è subito sul piede di guerra, ma il capo della polizia Le Normand gli ordina perentoriamente di occuparsi di Moët Chamberat, una splendida pittrice transessuale di ventiquattro anni a cui, di notte, è stato devastato lo studio. Inizialmente riottoso e recalcitrante, il commissario si trova coinvolto in un’assurda girandola di eventi che lo costringono, insieme alla fascinosa Chamberat, a seminare morti e a scontrarsi coi vertici dell’MNO (Movimento Nazionale Oltranzista) di Léon Lafontaine, “la destra più a destra dell’estrema destra”. Il tiro al bersaglio del cecchino e l’effrazione notturna nello studio della pittrice si riveleranno legati da un filo. Nero.

Strepitoso noir d’esordio del cinquantatreenne Enrico Pandiani, grafico editoriale torinese, Les italiens è uno di quei libri che crescono ad ogni pagina: se l’incipit in medias res, crepitante e micidiale, è tutto giocato sull’azione forsennata (tanto da far pensare ai polar di Olivier Marchal), fin dalle pagine immediatamente successive si capisce che il gusto per l’adrenalina non va affatto a scapito delle psicologie e dell’ambientazione metropolitana. Con la sensibilità di un Chandler catapultato nel terzo millennio e con la precisione di una Google Map irrorata di sangue, Pandiani sbozza personaggi esemplari senza neppure il bisogno di dargli un nome (il commissario protagonista non viene mai nominato), disegna inconfessabili tensioni erotiche a fior di pelle (quella tra lo stesso commissario e Moët) e schizza una cartografia urbana che abbraccia Parigi in tutte le sue dimensioni (dall’Ile de la Cité a Ville-d’Avray passando per l’Ile Saint-Germain e le strade e le piazze del centro).

Approccio ad alzo zero, stile diretto ma non sciatto, rigorosa unità di tempo (tutto si svolge tra il giovedì e il lunedì mattina): con queste premesse, enfatizzate dalle complicazioni politiche che subentrano progressivamente, Les italiens racconta la lotta per la sopravvivenza di due soggetti “diversi” (il commissario di origini italiane e la bella transessuale che ignora l’identità dei veri genitori) sullo sfondo di una Francia sempre più sedotta dalle lusinghe xenofobe e da una ferocia competitiva incline a degenerare in vendetta punitiva (quello di commissario alla Crim è un posto molto più ambito di quanto si sia portati a credere). In questa caccia all’uomo in cui il commissario e Moët si trovano coinvolti malgrado loro, i due braccati possono fare affidamento su ciò che resta degli italiens: l’aiuto assicurato dal collega Alain Servandoni e soci è l’occasione giusta per tratteggiare un rapporto di amicizia virile tanto saldo quanto privo di smancerie e per non condannare indiscriminatamente e semplicisticamente l’intera istituzione poliziesca.

Le armi: senza fascinazione, ma mostrando un’eccezionale conoscenza della materia, Pandiani sciorina un vero e proprio arsenale di armi da fuoco grandi e piccole, vecchie e nuove. Mossberg a pompa, Heckler & Koch PSG-1, Izarra Ruby.32 ACP, Bauer calibro .25, Giat Famas, Remington Woodmaster .30-06, Ingram Mac 10: questi alcuni dei modelli che esplodono colpi nelle pagine del libro, non quale semplice vezzo da armaiolo ma come scrupolo realistico che mette ai personaggi l’oggetto giusto al momento giusto. Credibilità.

La musica: Les italiens ha la sua musica interna, la sua colonna sonora personalizzata. Brani musicali eterogenei fanno capolino qua e là: dalla inaugurale Don’t Wait Too Long di Madeleine Peyroux, posta in esergo al libro a mo’ di dichiarazione d’intenti, a Save Me di Aimee Mann passando per Footstompin’ Music dei Grand Funk e Ballad of Cable Hogue dei Calexico, il noir di Pandiani chiede di essere letto ascoltando i brani citati. Valore aggiunto di un libro che sprigiona sì odore di sangue e cordite, ma che all’occorrenza sa piegarsi alla sensualità erotica e all’intimità sentimentale, come nelle brucianti descrizioni degli amplessi e nelle sfuggenti “esplorazioni” di un’attrazione che, pagina dopo pagina, sgretola inesorabilmente i pregiudizi. Un noir superbamente calibrato.