Con Mordenti tra i detenuti del carcere di SanVittore

FOTO REPERTORIO DI CARCERI PER VOTO SU INDULTO

Insane Asylum

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Le esperienze profonde e interessanti, nella vita, ti capitano per caso, oppure te le vai a cercare. In questo caso è stato un poco di entrambe le cose.
Tempo fa stavo rientrando a Torino in compagnia dell’amico scrittore Maurizio Blini. Eravamo stati a un festival letterario insieme e si stava chiacchierando; lui mi parlò di una sua presentazione al carcere di San Vittore. Io gli dissi che la cosa mi sarebbe piaciuta molto e che, se ne avessi avuta l’occasione, lo avrei fatto volentieri anch’io. Maurizio mi assicurò che ne avrebbe parlato alla persona responsabile per gli incontri all’interno del penitenziario.
E così, con grande emozione, ho ricevuto questo invito molto particolare. Premetto che non avevo mai messo piede in un carcere, se non in quello delle Nuove, qui a Torino, che però è diventato un luogo sociale dove si espone l’arte. Fa ancora una certa impressione, questo è vero, ma è diventato una specie di monumento. Vi manca ciò che rende una prigione un luogo davvero terrificante: il fattore umano.
Ho pensato parecchio a questo evento, prima che si verificasse. Ho cercato di immaginare cosa avrei trovato, quale ambiente, che tipo di persone, l’atmosfera che avrei avuto intorno. Ero anche un poco spaventato. Nei giorni precedenti l’incontro mi sono stati chiesti i documenti, ho dovuto seguire una procedura, ricevere un permesso. E ho chiesto al mio editore di recapitare alla direzione del carcere un certo numero di copie di Pessime scuse per un massacro, il romanzo che avrei presentato. Poi è arrivato il giorno, proprio l’altro ieri. Avrei voluto scriverne prima, ma è stata un’esperienza di tale intensità da costringermi a una sorta di apnea per ripensarla e rielaborare le mie sensazioni.
Man mano che il portone del carcere si avvicinava la mia ansia aumentava, mi sentivo piccolo e indifeso, tipo quando entri in una grotta buia e non sai cosa ti aspetterà al fondo. Poi, subito dopo l’ingresso, la gentilezza del personale mi ha molto calmato. Ho consegnato la carta d’identità e depositato in un armadietto il telefono e altre robe. Io utilizzo come netta pipe un bossolo di fucile 7,62 Nato e mi hanno subito detto che non lo avrei nemmeno potuto avere in tasca. Il posto giusto dove portarlo.
C’erano avvocati che entravano e uscivano e l’atmosfera somigliava un po’ a quella della caserma. Sono passato attraverso il metal detector, poi la dottoressa che si occupa degli incontri nella biblioteca del carcere mi ha prelevato e abbiamo cominciato ad attraversare cancelli a sbarre, aperti da vecchie chiavi di ottone.  Vi garantisco che ritrovarsi in quell’edificio circolare al centro del penitenziario, dal quale si dipartono i vari raggi, ti mette abbastanza a disagio: Primo raggio, secondo raggio, terzo raggio, eccetera, e ti rendi conto che è tutto vero. Ovunque  vedi vagare un’umanità dall’aria fiacca e segnata. Se non fosse per le divise blu, tra detenuti e secondini non ci sarebbe alcuna differenza.
IMG_2154L’atmosfera è cupa, l’ambiente trasandato. Ti chiedi perché, avendo a disposizione 1500 persone costrette a rimanere lì dentro, l’amministrazione non sia in grado ridipingere i muri cercando di dare a corridoi e celle un’aria meno opprimente. La solita mancanza di fondi, immagino.
Il primo contatto è avvenuto nella biblioteca, grande e carica di volumi. Con le persone che se ne occupano abbiamo subito cominciato a parlare di libri, di scrittura e della difficoltà di farsi pubblicare. Potrà sembrare una frase retorica, ma a un certo punto ho dimenticato dove mi trovavo. I miei interlocutori erano gentili, educati e competenti. Uno dei due ha già vinto alcuni premi letterari con i suoi  scritti. Sta cercando di arrivare a un’editore e mi piacerebbe potergli dare una mano. Potevamo essere in qualsiasi altro posto, al bar, in una libreria, in mezzo alla strada, invece lui doveva rimanere lì dentro per non so quanto altro tempo. E non ho nemmeno idea di cosa abbia commesso per meritarlo, non gliel’ho chiesto.
La dottoressa che mi accompagnava – in un romanzo di quart’ordine la chiamerebbero “il mio Virgilio” – credo si faccia in quattro per dare qualcosa in più a questi ragazzi, per rendere meno penosa la loro permanenza in quel luogo. Prima di me sono passati molti altri autori. Lei é una persona minuta, carina, che ha una parola gentile per tutti. Attraversando i bracci è stata interpellata diverse volte e le sue risposte sono sempre state cortesi. Il gruppo che ho incontrato era piuttosto eterogeneo, dai giovani con la cresta di gel a uomini di mezz’età, con i capelli grigi e l’aria per bene, che ti domandi cosa diavolo possano aver combinato per finire in quel purgatorio. Perché di una sorta di purgatorio, si tratta, un posto dove i principali sentimenti che percepisci sono l’attesa e la rassegnazione.  Sono arrivati alla spicciolata, sedendosi attorno a me in un silenzio imbarazzato.
A un certo punto ho cominciato a raccontare di me, di ciò che ho fatto nella vita e di come sono arrivato alla scrittura. Poco alla volta la tensione si è dissolta e il monologo è diventato una chiacchierata. Li ho visti sfogliare il mio libro e ho pensato che, forse, l’ultima cosa cha avevano voglia di leggere fossero storie di poliziotti. Invece le domande sono state tante e la chiacchierata è andata avanti per oltre un’ora. Uno di loro, in particolare, mi ha colpito, un uomo dall’aspetto usurato, stanco, tatuato su ogni centimetro di pelle delle braccia e delle dita, uno che, ho pensato, se lo incontri di notte in un vicolo ti prende una sincope. E, invece, un paio delle domande più interessanti me le ha fatte lui. C’era anche un ragazzo magrebino, con l’accento francese e il viso scuro. Sembrava uscito dritto, dritto da un romanzo de Les italiens. Credo di avergli fatto venire nostalgia di Parigi dove ha ancora dei parenti.
Alla fine eravamo tutti d’accordo: leggere è la più formidabile forma di evasione, più dello scrivere, più di qualsiasi altra cosa che non sia la libertà. Ho intitolato questo post “Insane Asylum” per via di una canzone dei Detroit Cobras che mi piace molto e perché non c’è altro modo di definire posti del genere. Quando abbiamo finito, alcuni di loro mi hanno chiesto la dedica sul libro. Ho scritto che era stata una bella mattinata in compagnia di amici. Forse ho esagerato, ma in
quel momento mi è sembrato che fosse così.
La dottoressa mi ha accompagnato a vedere la legatoria che alcuni detenuti hanno messo in piedi con l’aiuto di una associazione buddista. L’impressione più forte che ho avuto è stata quella del tempo che non passa mai, né per loro, né per i secondini che, alla fine, sono carcerati pure loro. È un ritorno a scuola, una specie di infanzia nella quale un uomo fatto, grande e grosso, deve chiedere anche il permesso per andare in bagno.
Poi mi ha riportato all’uscita. Li rivedrò la settimana prossima, perché questi incontri con gli autori prevedono due momenti. Forse avranno letto il romanzo e ne parleremo, oppure conoscerò persone nuove. Mentre camminavo verso piazza Filangieri, l’altra volta, ero un po’ intimorito, adesso non vedo l’ora che arrivi il momento di ritornare. Credo che porterò gli altri miei romanzi per la biblioteca, vedere quanto sono cazzoni i miei poliziotti li dovrebbe divertire.
Lasciando un luogo del genere pensi che d’ora in avanti righerai bello dritto e, soprattutto, ti rendi conto che tu te ne stai tornando a casa mentre loro devono rimanere chiusi là dentro. È una sensazione che ti schiaccia per terra.

Zara

Les italiens invadono Genova

Mercoledì 11 aprile, La Feltrinelli

Ebbene sì, per la prima volta dall’inizio di questa faccenda, Pierre Mordenti e i suoi italiens fanno un’incursione nella città di quel tipo che ha scoperto l’America.
Il sottoscritto, che ne riporta più o meno fedelmente le avventure ascoltate di prima mano dalla voce del commissario più sbrindellato di Francia, vi parlerà di loro. Vite, sentimenti, paure, problemi, gioie e tormenti, nulla vi sarà nascosto.
Mordenti, Servandoni, Coccioni, Cofferati e Santoni vi saranno raccontati senza veli, nella loro umana fragilità. Un’occasione che solo un demente si perderebbe. Per un pomeriggio, il porto di Genova si affaccerà sulla Senna, si sentirà il profumo delle baguettes e soffierà il vento che, di solito, spazza i quais. Pessime scuse per un massacro, la quarta avventura dei flic di origine italiana, sarà dissezionata e gettata sul tavolo per un’indagine approfondita.

Genova, Mercoledì 11 aprile
alle ore 18:00 presso la libreria La Feltrinelli
Via Ceccardi, 16
Enrico Pandiani presenta
Pessime scuse per un massacro (Rizzoli, 2012)
Interviene la giornalista Paola Tavella

Philippe Djian: la carne viva della scrittura

Incidenze

Un romanzo di Philippe Djan, Voland Editore, 2011

È probabile che anni fa molta gente abbia apprezzato Philippe Djian senza saperlo. In Italia infatti, Philippe è stato preceduto dalla fama dei suoi libri quando Betty Blue, il film di Beineix tratto dal suo romanzo 37°2 le matin, per una lunga stagione è diventato film di culto. Si trattava del terzo romanzo di Philippe, già carico dei suoi temi prediletti, gli anti eroi complessi, i mondi strappati che si portano dentro, il loro gusto per l’assoluto e la vana ricerca di un briciolo di felicità. Elementi che ritroviamo, se possibile ancora più intensi e definitivi, in Incidenze.
L’inizio di Incidenze mi ha ricordato un altro grande romanzo che comincia con la morte accidentale di un’amante che il proprio compagno si ritrova morta nel letto, Domani nella battaglia pensa a me di Xavier Marias. Nel romanzo di Philippe Djian, Barbara, una ragazza dall’aria per bene, muore nel letto di Marc, il protagonista, dopo una notte passata a bere e a scopare. In entrambi i romanzi sono queste morti improvvise a scatenare gli avvenimenti che daranno forma alla vicenda, in Marias la ricerca di identità e di ruoli, in Djian una discesa negli inferi della coscienza, che porterà inevitabilmente il protagonista verso il suo destino.
A cinquantatre anni, Marc è professore di letteratura applicata in un’università, non meglio identificata, da qualche parte in Francia. Ma potrebbe anche essere l’America. Ha scoperto di esercitare un fascino quasi animale sulle sue studentesse, alle quali non lesina umiliazioni e stroncature, e naturalmente ne approfitta portando avanti una serie di avventure sessuali con la sola preoccupazione di tenere il più possibile nascosta questa sua infrazione alle ferree regole dell’istituto. La nemesi di Marc è Richard, grigio e insulso direttore del dipartimento di letteratura che gli sta con gli occhi addosso cercando un pretesto per licenziarlo e ne insidia la sorella.
Marc è un uomo stanco, disilluso. È cattivo con se e con gli altri. Si muove come un automa impazzito in un ambiente che conosce bene, nel quale è nato e cresciuto e ha sofferto. Ha il terrore della lombaggine e si lascia andare a piccole astuzie da disonesto, come quando riceve per errore una manica a vento in forma di pesce gatto e la tiene senza pagarla negando di averla mai ricevuta. Il gioco delle parti è in questo romanzo, ai suoi massimi livelli.
Il sesso pare essere il cemento che ancora tiene in piedi il muro sgretolato che è la sua vita. Marc è un uomo che ha riscoperto la propria mascolinità e ne gode apertamente. L’amore e la tenerezza non sono contemplate, non fanno parete del suo mondo. L’infanzia terribile che ha avuto, le cose che fa e ha dovuto fare gliele hanno portate via.
Fuma come un turco, insegna ciò che ritiene di non essere capace a fare e scopa con le sue studentesse. Per il resto del tempo corre con la sua 500 che lo porta dal lavoro alla casa di famiglia che divide con una sorella anoressica, con la quale ha un rapporto morboso e insofferente che Djian ci svelerà sapientemente nel corso del romanzo, senza fretta. Del loro presente e del loro passato ci lascia indovinare solamente i contorni permettendoci di intravedere i traumi che ne hanno costellato le vite. Marc è un personaggio sfaccettato che a momenti ispira simpatia e poche righe più avanti ci disgusta. Ognuno dei due ha i suoi spazi ma i bisogni e le insofferenze si sovrappongono, creano un clima pesante squarciato da brevi spasmi di un affetto senza sbocco. La ferocia di questo rapporto è esasperata dalla sua apparente normalità.
La morte di Barbara manda in pezzi questo meccanismo quasi perfetto. Per una quantità di motivi più o meno condivisibili, Marc decide di far sparire il cadavere della ragazza. Questa decisione scatena una serie di avvenimenti che porteranno il protagonista verso un finale esplosivo che ne vaporizzerà le emozioni in un fuoco d’artificio triste e colorato. Il luogo stesso nel quale Marc getterà il cadavere è allo stesso tempo utero e pattumiera,
Reduce da un’infanzia segnata scandita da drammi e miserie, il protagonista ha ormai capito come comportarsi nella vita. Ha rinunciato a scrivere accontentandosi di insegnare ai suoi studenti ciò che non si può insegnare: il mistero della creazione. Non gli rimangono, dunque, per rendere più sopportabile la vita, che le avventure sessuali con le sue giovani allieve, delle quali nemmeno riesce a ricordare il nome.
Fino al momento in cui Myriam entra nella sua vita, Marc ha diviso la sua sofferente esistenza soltanto con Marianne. Myriam appare una mattina. È la matrigna di Barbara e vuole sapere, vuole conoscerla attraverso i ricordi di Marc. Il rapporto tra i due è difficile, a volte soffocante, diviso tra un amore freddo e l’insofferenza bestiale di due vite insoddisfatte. Si cercano, si lasciano, si ritrovano, scopano. Del loro presente e del loro passato Philippe ci lascia indovinare solamente i contorni permettendoci di intravedere i traumi che hanno costellato le loro vite. Marc è un personaggio sfaccettato che a momenti ispira simpatia e poche righe più avanti ci disgusta. Il suo autolesionismo è pari all’enormità di ciò che ci nasconde.
Per tutto il corso del romanzo la tragedia incombe sulla testa dei protagonisti. A volte possiamo quasi toccarla con mano, altre volte pare allontanarsi, ma è sempre lì. Il ritmo affannato della narrazione tiene il lettore costantemente in tensione. Incidenze è un romanzo crudo e crudele, dal quale non si esce indifferenti. Ci mostra i muscoli e i nervi dell’esistenza, ne scopre la carne viva. Ce ne sbatte in faccia la fluida complessità attraverso i gesti e i pensieri di Marc. Non c’è un solo momento che sia banale o scontato. Ogni pagina è una sorpresa, ogni gesto è inaspettato e ci confonde.
Con un’abilità estrema Djian si permette persino alcuni passaggi di barocca bellezza, quasi volesse coinvolgerci in una festa goliardica che caracolla diabolica tra le tombe di un cimitero. Ce ne fa sentire le urla, le perplessità, la sofferenza fisica, ci schiaffeggia con un formidabile simbolismo. I pochi momenti di apparente serenità stridono come la lama di un badile che gratta sul cemento.
Chiudere l’ultima pagina strappa un sospiro di sollievo, ti permette finalmente di riprendere a respirare. Lentamente esci da quell’abisso senza fondo dal quale sei stato assorbito, ma ti rendi conto che qualche cicatrice ti è rimasta addosso.

Di Philippe Djian, Voland ha già pubblicato 37°2 al mattino (Betty Blue) e Imperdonabili