Mordenti e il Fatto Quotidiano

Recensione di Giovanni Ziccardi
Uscita il 14 febbraio 2012 su Saturno, supplemento culturale de Il Fatto Quotidiano

Pessime scuse per un massacro

Ho letto il nuovo giallo dello scrittore torinese Enrico PandianiPessime scuse per un massacro, senza conoscere, prima, le vicende del gruppo di poliziotti francesi “Les italiens” (guidato dal Commissario Mordenti) che già si erano sviluppate nei tre romanzi che lo hanno preceduto: Les italiensTroppo piombo eLezioni di tenebra. Mi sono, comunque, subito trovato “a casa”, grazie all’indipendenza della trama e all’innegabile capacità dello scrittore di tratteggiare con cura, senza lasciare alcuna curiosità insoddisfatta, i caratteri dei personaggi e i dettagli dei luoghi che si trovano ad attraversare.Pessime scuse per un massacro ha, a mio modesto avviso, quattro pregi evidenti. Il primo è la precisionedelle informazioni (quasi “lezioni di balistica”, mutuando un’espressione di Mordenti) nel momento in cui, durante la vicenda, entrano in scena pistole, fucili, bombe a mano, altri tipi di armi, munizioni e avvenimenti storici spesso correlati a contesti di guerra. Il secondo aspetto interessante è una caratterizzazione dei personaggi che non sconfina mai nell’eccesso, ma che riesce a connotare questi poliziotti (e i soggetti in cui si imbattono) mantenendo un registro “medio” che è, però, più che sufficiente per rappresentarli, per molti versi, come dei perdenti (ma simpatici) o come elementi problematici e “asimmetrici”. Il terzo punto è che, nel momento in cui si parla di noir (inteso come atmosfera noir), be’, in queste pagine il noir c’è davvero, senza però scimmiottare i grandi maestri di tanti anni orsono bensì disegnando ex novo atmosfere da pioggia sui marciapiedi e da profumo di proiettili. Il quarto pregio, infine, è che anche la trama tiene: è ampia, ricca di colpi di scena, si estende per un periodo di tempo molto lungo (sino ad arrivare a questioni correlate alla resistenza francese) senza però annoiare quel lettore spaventato da “salti” storici troppo frequenti.

La prima caratteristica di Pandiani, l’attenzione ai dettagli, è quella che apre il libro poco prima dell’entrata in gioco dei protagonisti, con una scena (subito) molto movimentata che ruota attorno a una vecchia mitragliatrice Browning calibro .50 della seconda guerra mondiale e al killer che la utilizza. La mitragliatrice che battezza il romanzo fa già comprendere che le armi (nuove, vecchie, di contrabbando) e le sparatorie saranno il filo conduttore di tutta la storia.

Il gruppo di poliziotti, con diverse competenze, che seguiranno il caso e che condivideranno non solo paure ma anche momenti di vita quotidiana, è molto variegato, e per ogni persona Pandiani enfatizza una o due caratteristiche che sono più che sufficienti per definirla bene.

Tutti i toni, nonostante le sparatorie e le deflagrazioni frequenti, sono tenuti molto bassi e cupi, adatti agli ambienti descritti. Non ci sono mai grandi amori ma approcci spesso goffi e situazioni problematiche (che si concludono con un rifiuto o con un abbandono), non si lavora mai in un ufficio ideale ma in ambienti tesi per le continue grane con i superiori, i problemi con i colleghi e l’ingerenza della politica, e anche i rapporti di amicizia, in questo quadro, non sono mai “puliti”: o vengono recuperati dopo decenni o sono sempre molto fragili e condizionati dagli eventi. La camicia è un po’ sporca, il vestito stazzonato, il calzino spaiato, il capello scompigliato «Lo specchio mi ha rimandato un’immagine di me stesso che mi ha spaventato. Spettinato, livido, la barba lunga e le occhiaie. La camicia sembrava l’avessi addosso da una settimana», i sogni sono imbarazzanti e la gaffe è sempre in agguato.

Anche le idee politiche sono poche ma chiare «La democrazia ha sempre il suo prezzo, anche quando te la infilano su per il culo a forza di calci e somiglia tanto al regime che intende sostituire». Ciò rende la storia sempre imprevedibile e mai banale ma, soprattutto, credibile. Il panorama tutto attorno lo definirei “instabile”: può cambiare improvvisamente di registro a causa, sì, di un proiettile vagante, ma anche per colpa di un wurstel coi crauti mal digerito o di un hangover smaltito male.

Uno degli aspetti più gustosi di questo libro è il fatto che non solo il “passato” (come si diceva: resistenza in territorio francese, famiglie sterminate da nazisti e traffico d’armi) sia inserito nell’atmosfera noir, ma anche il presente, di solito ben poco adatto a contesti così classici. Ebay, a un certo punto, diventa un ambiente perfettamente simile e integrato con quello che circonda i poliziotti «Ebay non è più la figata di una volta. Come tutte le buone idee ha finito per corrompersi diventando una specie di grande magazzino dove i negozi sono più numerosi delle aste. Prezzi allineati e venditori che si inventano ogni genere di porcata per alzare la posta». Gli stessi paesaggi sono noir e ostili (“C’era un solo fottutissimo ponte per passare la Senna, l’unico nel raggio di cinquanta chilometri, così abbiamo dovuto fare un giro della madonna”).

È bello, e mi è piaciuto, questo modo di scrivere che cala un velo di noir su tutto ciò che circonda il protagonista o, meglio, che interagisce coi caratteri senza bisogno di eventi eclatanti, di paesaggi eccezionali, di sesso gratuito o volgarità, ma solo grazie a tanto umore nero, a problemi quotidiani e a sparatorie che, in un certo senso, scandiscono il ritmo della trama.

Sembra di assistere a uno di quei film gialli francesi dove piove dall’inizio alla fine della pellicola, o di leggere qualche giallo ambientato a Marsiglia. Scritto, però, da un autore italiano.

Giovanni Ziccardi è docente di informatica giuridica all’università di Miliano. È in libreria con il recente L’ultimo Hacker  (Marsilio, 2012), che unisce le competenze professionali nel mondo del cyber crimine alla narrativa. In passato ha pubblicato, oltre a un certo numero di monografie, libri e articoli scientifici, anche il precedente Hacker, sempre per Marsilio.

La quarta inchiesta: il catalogo è questo…

Shopping con Mordenti…

Be’ a quanto pare ci siamo proprio, fra quattro giorni Pessime scuse per un massacro sarà in libreria.
La quarta inchiesta de les italiens. Ne è passato di tempo dalla prima avventura, quella fuga frenetica in giro per Parigi, in compagnia di una bellissima Moët.
Adesso per Mordenti il gioco si fa duro, è arrivato il momento di stringere i denti e tenere testa al tempo che passa. Questa volta il nemico pare inafferrabile, ha molte facce, si nasconde in tanti luoghi. Se volete provare a stargli dietro è meglio che vi procuriate qualcosa di meglio di un battipanni.
Però, ascoltate un buon consiglio, evitate di fare la spesa dove la fa Jean-Pierre Mordenti.

La scala per il terzo piano era stata ripristinata dai pompieri. Scavalcando qualche calcinaccio siamo riusciti ad arrivare in cima. Chantonna ci ha ricevuti sulla porta. Mi ha chiesto se era tutto ok. Gli ho risposto che non c’era male.
….«Questo è ciò che cercavamo» ha detto accompagnandoci nella stanza accanto.
….Sul pavimento erano allineate tre casse di legno, un metro e mezzo di lunghezza per mezzo metro di larghezza e un altro mezzo d’altezza. Due erano aperte e contenevanano i componenti di una mitragliatrice o qualcosa del genere. La terza era vuota. Il contenuto era montato su un treppiede in mezzo alla stanza. Era tozza, spessa, unta di olio per armi e aveva l’aspetto di un grosso scorpione pronto a piantarti il pungiglione nel culo.
….Un gruppetto di flic le gironzolava attorno guardandola con attenzione. Maurice De Clock della Balistica stava finendo di fissare l’arma al treppiede. Si è lisciato i baffi a manubrio e mi ha dato un’occhiata.
….«Se questa finiva nelle mani sbagliate erano cazzi» ha detto.
….«Che diavolo è?» ho chiesto. Era la più grossa che avessi mai visto, Rocco Siffredi avrebbe potuto infilare comodamente l’uccello nel buco della canna.
….«È una mitragliatrice pesante» ha spiegato Maurice. La carezzava come se avesse avuto accanto una pantera ammaestrata. «Spara granate esplosive da 40 mm. Ne può sputare trecentocinquanta al minuto e si alimenta a nastro.»
….Ha indicato delle cassette di munizioni in metallo verde. Una era aperta e conteneva una cartuccera fatta di enormi proiettili dalla punta rotonda.

Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

La quarta inchiesta: vertigine blu

Bandits, twelve o’clock high…

Volavano a ottomila metri di altezza, lasciando dietro di sé un cielo graffiato dalle strisce di condensa dei motori. Erano grandi, pesanti, lenti. I dieci membri dell’equipaggio sopportavano gelo, fatica e una tensione inimmaginabile, proteti da una fusoliera di alluminio che i proiettili dei caccia tedeschi passavano da parte a parte come carta velina.
Distruggevano tutto ciò che si trovava sotto di loro. E non sempre si trattava dell’obiettivo da bombardare. Ma il Boeing B-17, la famosa Fortezza Volante, era una macchina da guerra senza pari.
In Pessime scuse per un massacro, la quarta inchiesta de les italiens, il commissario Mordenti se ne trova uno tra i piedi. Un fantasma ingombrante, che non fa che complicare le cose in un’indagine già di per sé molto complessa.
Per il nostro flic, che non sopporta nemmeno di salire su un elicottero, non è che l’ennesima rottura di palle.

Sei croci di marmo bianco e una stella di David. Su ciascuna nome, grado, appartenenza all’esercito e due date: nascita e morte. A parte il comandante Campbell, pilota del bombardiere, e il sergente Shaw, mitragliere di coda, gli altri non superavano i vent’anni d’ètà.
….Un ampio prato all’inglese circondava le lapidi andando a perdersi sotto gli alberi del bosco. Su un cippo di pietra grigia si ergevano le quattro eliche accartocciate dell’aeroplano, saldate fra loro in forma di una grande croce. Alla base del monumento un angelo di bronzo con l’aria potente e le ampie ali ripiegate dietro la schiena tendeva un braccio verso l’infinito per toccare una stella con la punta delle dita. Era maschio e muscoloso come uno di quei supermen del realismo socialista. Una targa sulla base di pietra raccontava l’ultima odissea del quadrimotore.
….Il piccolo memoriale aveva un aria marziale e commovente allo stesso tempo. Si stava bene tra gli alberi, immersi nel riverbero dell’erba verdissima sulla quale le lapidi bianche brillavano candide al sole. In cima a due alti pennoni, una bandiera americana e una francese sventolavano pigre contro il cielo azzurro.
….«Perché siamo qui?»
….La voce di Delphine m’è parsa lontana, come un effetto del vento.
….«Non lo so» ho detto scuotendomi. «Per cercare di capire cos’è successo, credo.»
….«Gli aviatori qui sotto non risponderanno alle nostre domande.»
….«No, immagino di no.» Ci siamo guardati. «Però possiamo trovare qualcuno che lo faccia al posto loro.»

Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

La quarta inchiesta: il passato ritorna

La memoria uccide…

I ricordi. Ognuno di noi ne ha di piacevoli e spiacevoli, ce li portiamo dietro come un diletto, da gustare di tanto in tanto, oppure li trasciniamo come un bagaglio pesante.
Girano nella nostra testa come i cavalli di legno del manege davanti all’Hôtel de Ville, figure confuse alle quali, per lo più, non facciamo caso. Ma capita che si fermino e diventino chiari. Allora possono scatenare pensieri terribili e portare a una violenza senza fine.
Il commissario Mordenti ha per le mani uno di questi momenti, deve seguirne la storia, capirne il dolore, raggiungere un’origine lontana. Un lavoro difficile e pieno di rischi. Ma a Mordenti, in Pessime scuse per un massacro, i rischi non danno più fastidio di un bicchiere di Sancerre che sa di tappo.

Siamo saliti su un furgoncino Renault Kangoo verde bottiglia. La Bruyère ha acceso il motore e siamo partiti in direzione della route du 23 Août.
….«Mi parli di quei giorni» ho detto.
….«Che cosa vuole sapere?»
….«Perché si entrava nella Resistenza?»
….Ha sorriso. «Per diversi motivi. Perché eri un comunista, un ex combattente o semplicemente un uomo libero. O per sfuggire il Servizio di Lavoro Obbligatorio.»
….«Senta, signor La Bruyère…»
….«Mi chiami Raymond.»
….«Raymond, lei come c’è finito nella Resistenza?»
….Sguardo fisso sulla strada, volante tra le mani e schiena rilassata contro il sedile. Sembrava stesse rivedendo se stesso da ragazzo, le labbra piegate in un sorriso nostalgico.
….«Quando uno ha la mia età» ha detto voltando il capo verso di me, «farebbe qualsiasi cosa pur di tornare indietro, anche affrontare di nuovo quell’inferno. In famiglia eravamo dei rossi, tutt’altro che gente di chiesa. Mio nonno faceva parte della Sezione Socialista, si sarebbe magari mangiato un prete ma era una persona onesta. Lei non ha idea di cosa voglia dire vedere un uomo grande e grosso piangere come un bambino per la disperazione. Senti che il tuo mondo si sgretola, vedi le tue idee, le tue convinzioni, tutto ciò in cui credi finire in pochi secondi, fatto a pezzi dalla suola di uno stivale chiodato.»

Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

La quarta inchiesta: la parte rischiosa

Conto fino a cinque…

A un certo punto di qualsiasi storia, nella vita di chiunque, arriva il momento di menar le mani. Al commissario Mordenti succede più spesso che a Madre Teresa di Calcutta. A ciascuno il suo karma. Del resto, da lui ci si aspetta anche questo.
In Pessime scuse per un massacro, la quarta inchiesta de les italiens capita ben di peggio. Alla fine di ogni scontro, quando si contano quelli rimasti per terra, c’è una sola cosa da fare: ringraziare il cielo per la tua nuova vita.

Altri due individui armati di pistola sono entrati dalla porta sul fondo. Tutti urlavano come pazzi, puntando pistole, fucili, mitra e ogni sorta di arma da fuoco. Quando è tornato il silenzio sembrava di essere all’OK Corral. Loro erano in otto, noi in nove. Le armi erano puntate, i volti tesi, le dita sul grilletto e le nocche bianche. Situazione di stallo, come si dice tra aviatori.
….Alla mia sinistra c’era un’ampia nicchia all’interno della quale passavano dei tubi. Ne ho preso mentalmente nota con il cuore che batteva nel petto come un tamburo. Accanto a me c’era Ombra enorme e minaccioso. Dietro Alain, due teste di cuoio e Coccioni. Poi tutti gli altri.
….«Siete in arresto» ha detto secco Patornay che doveva essere avezzo a quel genere di passatempo. «Mettete giù le armi e portate le mani sopra la testa.»
….I cattivi hanno tentennato ma nessuno si è mosso. Un paio dei più giovani avevano il tremito alle mani e continuavano a passarsi la lingua sulle labbra. Dalla breccia nel muro entravano fumo e puzza di bruciato. Sembrava che nella stanza fosse salita la nebbia. Oltre la porta in fondo si vedeva un altro ambiente, una specie di ufficio rischiarato dalla luce del giorno. C’erano libri, casse di legno e si intravedeva una scrivania.
….«Conto fino a cinque, poi cominciamo a sparare» ha tuonato Patornay che evidentemente viveva in un film di Bruce Willis. «Cinque» ha detto, «quattro…»
….Un ragazzino di colore che indossava una camicia a quadri e una fascia sulla fronte ha ondeggiato guardando sperso nel vuoto. Era madido di sudore. Con molta calma ha cominciato ad abbassare il massiccio revolver che puntava verso di noi.
….«Tre… due…»
….Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

La quarta inchiesta: Mordenti e le donne

Cherchez la femme…

Negli ultimi tempi, il commissario Mordenti non ha avuto molta fortuna con le donne. Per una ragione o per l’altra non ne ha ricavato che seccature e poco d’altro.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Per vincere la sua partita, questa volta Jean-Pierre dovrà tirare fuori tutte le sue carte migliori.

….Mi ha squadrato scettica mentre ci spostavamo al banco del bar. Ha tirato fuori il giornale, ha guardato la foto, poi ha guardato me. Cinque minuti più tardi eravamo seduti.
….«Cosa le ha detto?» ha chiesto diffidente Mai Linh.
….«Che lei è il Primo Ministro della Repubblica Socialista del Vietnam, che io sono la sua scorta e quindi devo tenere d’occhio la piazza.»
….«La diverte fare lo spaccone?» ha sospirato.
….«Noi italiens siamo un po’ spacconi, è colpa della timidezza.»
….«Lei ottiene sempre ciò che vuole, vero?»
….«No, qualche volta non mi riesce.» L’ho fissata negli occhi. «Però, anche se il suo cuore è distante, il suo corpo è qui con me e questo basta a rendermi felice.»
….Ha sorriso volgendo lo sguardo verso la città. L’ultimo chiarore del giorno stava scomparendo e tutte le luci si erano già accese. Parigi stava indossando l’abito da sera. Si è come estraniata guardando il panorama.
….«Fantastico» ho detto, «non trova?»
….Ha fatto un lieve cenno col capo. Il suo profilo si stagliava pallido contro il tramonto. Una brezzolina leggera le scompigliava i capelli.
….«Lune, quel esprit sombre» ho mormorato. «Promène au bout d’un fil, dans l’ombre, ta face et ton profil?»
….Una cameriera di colore, appena più bella di Naomi Campbell, ci ha portato il vino e ha preso le ordinazioni.

La quarta inchiesta: Mordenti indaga…

Vecchie armi, vecchi cassetti.

Come dice Mordenti, le armi stanno al poliziesco come le mele stanno alla Tarte Tatin. E infatti eccole che saltano fuori. Potrebbe essere una pista, potrebbe anche non esserlo. Però vale la pena vedere dove questa Luger può portare les italiens.

….Ha tirato giù dalla libreria un paio di grandi raccoglitori neri prima di sedersi all’altro capo della scrivania. Si è rigirato la Luger tra le mani appuntandosi su un post-it giallo alcuni dei numeri incisi nell’acciaio.
….«Tanto per cominciare, vi posso dire che quest’arma era in dotazione alla Wehrmacht. L’aquila con la svastica che si trova sul fianco destro vicino alla canna lo attesta senz’ombra di dubbio.»
….Ha preso il foglietto e ha spulciato le buste di plastica del primo raccoglitore. Si è fermato circa a metà delle pagine. «Dunque» ha detto, «è stata fabbricata dalla DWM, Deutsche Waffen und Munitionsfabriken, nel 1939.» Mi ha guardato da sopra le lenti degli occhiali. «Lo specifico perché molti modelli venivano prodotti dalla Simson, dalla Krieghoff, dall’arsenale di Erfurt e dalla Mauser. La bachelite delle guancette è in ottime condizioni e il metallo ha mantenuto più o meno il novanta per cento della brunitura originale.»
….Con una lente ha osservato il fianco destro. «Dev’essere rimasta in un cassetto per un mucchio di tempo, la molla dell’estrattore è piuttosto arrugginita.» Ha fatto scattare il giunto a ginocchio e ha sbirciato dentro la canna con uno strumento da otorinolaringoiatra. «La rigatura è buona ma la manutenzione lascia molto a desiderare. Dopo aver sparato l’ultima volta non è stata pulita.»

Jeu de rapprochements

La mia carissima amica Catherine, dopo aver letto Troppo piombo, ha lavorato sulla figura molto complessa di Gaspar Wendling, il miserabile giornalista al quale sono dovuti gli accadimenti più raccapriccianti nella vicenda del romanzo.
Wendling non lo vediamo che in un’occasione, per il resto lo sentiamo soltanto nominare. Ma siamo testimoni della sua vigliaccheria e assistiamo alla miseria della sua condizione di uomo debole, avido e privo di principi.
Lo scritto di Catherine è un gioco di accostamenti sulla figura del gaspard, il topo di chiavica, da cui Wendling pare proprio prendere il suo nome.

Gaspar Wendling de Troppo Piombo : un personnage de littérature
Par Catherine Beaunier

On le voit peu. On en parle beaucoup. Celui à cause de qui tout arrive.
Son nom… un symbole : Gaspardus du sanskrit Gathaspa, celui qui vient voir.
Wendling fourre son nez partout, dans la merde de préférence.
Gaspard, surnom donné au rat.
Gaspard-le rat qui, à l’instar des gaspards du film de Pierre Tchernia vivant dans les sous-sols de Paris, évolue dans l’ombre et le glauque (le lugubre, le sinistre, le sordide).
En effet, à ce nom surgissent à l’esprit les égouts, les cachots, les immondices, la peste. L’avarice.

Troppo Piombo: Nous y sommes allées de mille euros chacune que nous lui avons donnés. L’idée de Gaspar était de rassembler un groupe de délinquants de ses amis qui auraient fait passer à Nadège une petite heure de pure terreur.

Wendling est bien un rat. Aussi âpre au gain, ambitieux, cynique, froid, calculateur et délateur que son homonyme de La Fortune de Gaspard de la Comtesse de Ségur; parfois lui aussi troublé par de vagues remords.
A la lecture très descriptive et glaçante de la présence nocturne dans les ex Ateliers Felissi de Nadège d’abord, puis de Daphnée et bien sûr à chaque fois du funeste Gaspar Wendling (seul moment du livre où on le voit et l’entend directement), comment ne pas penser au poème à l’atmosphère cauchemardesque d’Aloysius Bertrand Gaspard de la nuit et à sa mise en musique par Ravel dont la noirceur évoque la mort.

Extraits de Un Rêve d’Aloysius :
Il était nuit… une abbaye aux murailles lézardées par la lune- une forêt percée de sentiers tortueux- et le Morimont* grouillant de capes et de chapeaux.
Ce furent ensuite… le glas funèbre d’une cloche auquel répondaient les sanglots funèbres d’une cellule- des cris plaintifs et des rires féroces dont frissonnait chaque fleur le long d’une ramée- et les prières bourdonnantes des pénitents noirs qui accompagnent un criminel au supplice.
Ce furent enfin…un moine qui expirait couché dans la cendre des agonisants- une jeune fille qui se débattait pendue aux branches d’un chêne- et moi que le bourreau liait échevelé sur les rayons de la roue.

Dans Troppo Piombo, lieux inquiétants aussi : La nuit.
Les bâtiments sombres d’une vieille usine abandonnée et délabrée avec ses machines rouillées, ses ferrailles, ses ordures, les fenêtres sales et cassées comme des bouches édentées, béantes dans l’obscurité (on pense aux monstrueuses gargouilles du Moyen-Age).
La banlieue en une période de troubles, avec des groupes de jeunes qui errent sans but. Atmosphère tendue, voitures en flamme, lueurs d’incendies, bruits d’émeutes, de sirènes.
Dédalle de ruelles
Endroit mal éclairé : une vingtaine de bougies puis trois ou quatre.
Le viol, l’horreur infligé à Daphnée. La réflexion de Gaspar W. aux voyous: Regardez dans quel état vous avez mis cette pauvre fille… mais son esquive.

Daphnée eut envie de vomir, de ne plus sentir la douleur, de ne plus rien sentir… Elle rampait et pleurait…Les tôles lui avaient griffé la peau et avaient lacéré ses vêtements. 

A notre Gaspar Rabelais aurait pu dire:
Science sans conscience n’est que ruine de l’âme.
Comme le célèbre brigand provençal Gaspard Bouis de Besse, il désire faire fortune par ruse, malice et séduction. Il finira lui aussi fait comme un rat, non pas écartelé par la roue et décapité – à chaque époque sa méthode – mais achevé sur un tas d’immondices par un justicier sadique.

*  Place Morimont a Digione, dove avvenivano le esecuzioni con la ghigliottina

La quarta inchiesta: nuovi indizi

È un burlone o fa tremendamente sul serio?

Si muove su un terreno instabile questa volta, il commissario Mordenti, un terreno sul quale non sarà lui a dettare le condizioni. Circondati da personaggi che dovranno imparare a conoscere, e con i quali saranno, ob torto collo, costretti a collaborare, il nostro flic e il suo amico Servandoni, si troveranno a scavare in una materia che non conoscono affatto. E a farli dannare per bene ci penserà un nemico molto particolare.

Al fondo della strada le transenne della madama tenevano lontani giornalisti e curiosi. C’erano già due enormi furgoni della televisione con le paraboliche sul tetto. Un paio di frullini della stampa volteggiavano alti nel cielo come avvoltoi. Dall’altra parte del viottolo una collinetta pareva incoronata da un boschetto di querce e betulle. Tra gli alberi i tizi della Scientifica sembravano fantasmi.
….«Lassù c’è l’arma» ha detto Lemaître. «L’ha mollata qui, si vede che non gli stava in tasca.»
….Ha gorgogliato una risatina, poi ci siamo avviati verso la cima, Lemaître, Roussel, Servandoni, io e un altro paio di sbirri. La Browning calibro .50 era enorme, scura, cattiva, stava acquattata sotto le piante come un gigantesco insetto. Sul terreno erano sparsi un centinaio di bossoli. Il nastro era esaurito.
….E c’era Babar.
….«Cosa diavolo è quello?» ha chiesto Servandoni.
….«Lo ha lasciato il killer» ha detto uno della Scientifica.
….Mi sono avvicinato. Era una figurina di resina dipinta. Il vestitino verde, la camicia bianca, il cravattino rosso e la coroncina gialla sulla testa. Babar in tutto il suo tenero splendore. E non sembrava per nulla impressionato dallo spettacolo che aveva davanti.

Mordenti torna in campo: la quarta inchiesta.

L’inizio di una nuova avventura

Da oggi fino all’uscita del romanzo a gennaio, una volta a settimana, cercherò di far venire l’acquolina in bocca agli amici del commissario Mordenti, che stanno aspettando una nuova indagine, e ai lettori che ancora non lo conoscono e che non sanno cosa si perdono.
Con otto tavole disegnate apposta e altrettanti assaggi dai capitoli del romanzo. Spero vi divertano quanto farle ha divertito me. Cliccando sull’immagine la potete vedere più grande.
Con un po’ di magone e tanta riconoscenza, les italiens lasciano Instar Libri, con la quale hanno trascorso tre lunghi e prolifici anni, per passare a Rizzoli. Come direbbe Mordenti, “l’avidità è sempre in agguato”. La quarta avventura della squadra di poliziotti della Crim è una storia complessa, ricca di colpi di scena e grandi riflessioni. Il commissario e i suoi colleghi non mancheranno di stupirvi.
Quindi, appuntamento in libreria!

“Ha sollevato una mano per osservarne il tremito mentre il cuore batteva nel petto appena più veloce del solito. Ha fatto un respiro profondo e chiuso gli occhi cercando di non pensare a nulla per qualche secondo. I suoni delicati della campagna sono sfumati nel silenzio. Il suo cuore ha rallentato e il respiro è tornato regolare. Gli uccelli hanno ripreso a cantare.
Il rumore distante di un’auto che percorreva la strada sterrata è andato aumentando d’intensità alle sue spalle.
Stava arrivando.
La sua schiena si è raddrizzata di scatto. Con la destra ha afferrato la leva dell’otturatore, l’ha tirata indietro di una quindicina di centimetri e l’ha lasciata andare. Un colpo secco e la culatta è tornata al suo posto infilando la prima pallottola in canna. Ha controllato che il breve nastro non fosse impigliato nella zampa del treppiede. Ogni tre proiettili uno aveva la punta rossa. Traccianti. Immagini dimenticate hanno attraversato la sua mente come una nube di tempesta.”