Le storie de les italiens: il Maquis

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L’Armata delle Ombre, l’esercito degli eroi

DicòSe réfugier dans le maquis, avete capito bene? È di questo che si disserta oggi, di gente che a un certo punto della propria vita, per scelta o per costrizione, si è dovuta dare alla macchia. E ha dovuto farlo per svariate ragioni: per salvare la propria pelle, per combattere il nemico che occupava la sua terra, per la libertà. Durante la Seconda guerra mondiale, questo è successo un po’ dappertutto, in Europa.
4.1.1A dire la verità è successo nel corso di tutta la storia dell’uomo. Ci sono sempre stati individui che hanno avuto il coraggio di ribellarsi all’oppressione, che hanno combattuto e sono morti per la propria libertà e per quella degli altri. Però, le vicende che interessano a noi si sono svolte in Francia, in quel devastante periodo che va dal 1942 al 1945. Il Maquis, infatti, designa allo stesso tempo un gruppo di resistenti e i luoghi nei quali operarono in quegli anni. Questi uomini che entravano nella resistenza erano soprannominati maquisards e si nascondevano in territori poco popolati, nei boschi e sulle montagne.
Il nome fa riferimento a una forma di vegetazione mediterranea, il maquis. Non a caso, l’espressione di origine corsa prendre le maquis significava nascondersi nella foresta per sfuggire alle autorità o a una vendetta.
Nel 1942 la Francia è divisa in due come da un colpo di baionetta. A Nord è occupata dai tedeschi, a Sud dal governo di Vichy, la così detta Francia libera, le cui milizie sono anche peggio delle SS. Sul confine avviene di tutto, spostamenti, fughe, morti. La falsa idea che al Sud vi sia la libertà fa sì che molte persone cerchino di attraversare il confine. Fra loro molte famiglie ebree in fuga dalle leggi razziali. Per loro è come cadere dalla padella nella brace.
26_1_È in questo contesto drammatico che viene imposto il Service de Travail Obligatoire, STO, che comporta la deportazione della mano d’opera francese costretta a lavorare in Germania. Una sorta di schiavitù alla quale i giovani intendono dire di nò. Se abiti nelle campagne e sei così fortunato da avere come amico il gendarme del paese, è possibile che tu sia avvertito in tempo che ti stanno venendo a prendere. Questo ti lascia il tempo di darti alla macchia, diventando «refrattari». Nasce così nel Massiccio del Vercors, teatro di future drammatiche vicende, quella che presto si trasformerà in resistenza armata: il Maquis.
All’inizio serve da rifugio per tutti quegli sbandati che per qualche motivo hanno bisogno di nascondersi. Poi, comincia a organizzarsi. Una delle filiere più comuni per entrare a farvi parte è appunto la fuga dal lavoro obbligatorio. Chi è «refrattario» e scappa nella foresta si deve in qualche modo arrangiare, ha bisogno di nutrimento e di un rifugio. Uno degli espedienti per non andare nell’STO è il taglio dei boschi. Molti finiscono a fare questo lavoro che alla fine si rivela l’anticamera per il Maquis.
Grazie alla vicinanza di grandi massicci montagnosi, la città di Grenoble diventa ben presto la capitale della Resistenza. I motivi per cui vi si entra sono tanti, principalmente una reazione nazionale contro l’occupazione straniera e il desiderio di combattere per l’indipendenza della nazione, idea, questa, condivisa dalla maggior parte dei resistenti. Vi è anche la convinzione politica e morale di contrapporsi al nazismo, alla dittatura, a razzismo e deportazione, cosa che spiega, in alcuni casi, la presenza nella Resistenza francese di unità germaniche e anche di un Maquis di antifascisti tedeschi nella regione di Cévennes tra il ’42 e il ’44.
All’interno di questa poliedrica componente politica e morale, si mescolano movimenti contro il Razzismo, o gruppi cattolici che danno origine alla rete di Testimonianza Cristiana. Vi confluiscono, inoltre, cellule di Resistenza trotzkista e, nel SudEst, le unità spagnole di guerriglia. E non bisogna dimenticare i tanti stranieri che combatterono con loro.
MaquisQuesta pluralità di pensieri si mescola sovente, in particolare tra i militanti socialisti radicali, in seno alla destra repubblicana, e tra la maggior parte dei resistenti comunisti, dando così vita a un movimento di grandi dimensioni. L’Armée des Ombres, come veniva chiamato.
Già dal 1943, per mezzo dello Special Operation Executive, l’SOE, gli inglesi inviano uomini e munizioni, L’SOE è un organismo creato nel 1940 da Winston Churchill, che serve a creare sostenere e rifornire le sacche di resistenza contro il nazismo in tutta Europa. Anche gli americani, grazie all’OSS, l’Office of Strategic Services, cominciarono a inviare agenti infiltrati che collaboravano con il Maquis in previsione dell’invasione.
All’alba dello Sbarco in Normandia e soprattutto dopo quello in Provenza, la Resistenza, i cui effettivi erano enormemente aumentati, lanciarono operazioni di guerriglia che rallentarono in maniera notevole i movimenti delle truppe tedesche. Per questo motivo, nel marzo del 1944, gli occupanti scatenarono una vera e propria campagna del terrore che includeva pesanti rappresaglie nelle zone dove la Resistenza era più attiva.
NancyNel corso dello sbarco alleato, il 6 giugno 1944, il Maquis ha giocato un ruolo fondamentale nel ritardare l’arrivo di rinforzi e materiale, con atti di sabotaggio su treni, vie ferrate e convogli tedeschi. Man mano che le truppe alleate avanzavano verso Parigi, i gruppi di maquisards affrontarono combattimenti sempre più violenti. Per esempio, il 20 giugno, i settemila uomini del gruppo di Nancy Wake, la più decorata donna alleata in servizio e la più ricercata dalla Gestapo, si scontrarono con un battaglione di ventiduemila tedeschi.
arrestationAlcune cellule della Resistenza non facevano prigionieri e, molto sovente, i soldati tedeschi, i boches, preferivano arrendersi alle truppe anglo-americane che ai maquisards. D’altro canto, i resistenti catturati venivano immediatamente fucilati o torturati o deportati nei campi di sterminio, dai quali pochissimi sono tornati.
Per scrivere Pessime scuse per un massacro, romanzo nel quale la Resistenza francese è un sottofondo quasi costante, mi sono letto diversi libri di memorie e storici. Uno dei più importanti è il Libro nero del Vercors, che documenta le atrocità compiute dai nazisti nei confronti del Maquis di quelle regioni. Durante lo svolgimento del racconto, un vecchio signore dai capelli bianchi, ex combattente e ora proprietario di un bistrot di campagna, racconta al commissario Mordenti le sue vicende.

pandianimassacroesec«All’inizio del ’43 nella mia regione il Maquis non si era ancora formato. Quando i primi gruppi hanno cominciato a operare, i “refrattari” sono confluiti nella Resistenza. A me è successo nel settembre del ’43, prima avevo lavorato al taglio dei boschi, un’attività che di solito impiegava mano d’opera in fuga dal Servizio.»
«Com’era la vita?»
«Era dura» ha detto sorridendo, «talmente dura che non può nemmeno immaginare. Si dormiva per terra, spesso senza un tetto sopra la testa. Non c’era da mangiare, faceva freddo e avevi fame. E non c’erano armi. La mia prima pistola l’ho avuta dopo tre mesi, sparava un colpo alla volta e per uccidere un tedesco dovevi ficcargli la canna fra le costole. Ma questo era il meno… Ogni momento poteva essere quello buono, se ti andava bene ti ammazzavano subito, altrimenti finivi al 93 di rue Lauriston dove la Carlingue si preoccupava di farti divertire.»
«La Carlingue?»
«Gli amici di Pierrot le Fou, la Gestapo francese. Crudeli e bastardi, anche peggio dei loro colleghi tedeschi.»
Siamo entrati in Ponthierry. All’incrocio con la Nazionale 7 c’era un incidente, così abbiamo perso un quarto d’ora.
«Senta, Raymond, lei conosceva il senatore Vigoureaux?»
Ha fatto spallucce. «So di lui quello che sapevano tutti. Vigoureaux era un agente della “Sezione RF”, fungeva da collegamento con l’SOE facendo la spola tra Francia e Inghilterra. La sua carriera politica è cominciata a quell’epoca, era giovane ma il Generale lo stimava molto. Dopo la guerra si è trovato la strada spianata.»
«Che cos’era la “Sezione RF”? Intelligence Service?»
«In effetti l’SOE era una creatura di Churchill la cui missione era mettere a ferro e fuoco l’Europa. Qui da noi operavano due sezioni, la F sotto diretto controllo britannico e la “RF” legata al governo in esilio del generale De Gaulle. Mandavano agenti e si preoccupavano della logistica e dei materiali.»
E così il senatore era stato una sorta di spia, una Primula Rossa che facendo avanti e indietro con la Gran Bretagna, tramava in segreto contro i tedeschi.
«Qual’era il ruolo di personaggi come Vigoureaux?»
«Avevano il compito di allacciare legami e relazioni con i vari gruppi. Questo serviva a recuperare piloti abbattuti, ottenere informazioni, preparare lanci di armi e attrezzature con il paracadute e organizzare azioni di sabotaggio. Noi eravamo la loro truppa e le garantisco che la nostra era una vita terribile.» Ha sbuffato facendo un gesto con la mano. «Marciavamo per chilometri e chilometri tirando avanti con quel poco che avevamo. Si arrivava sul luogo del lancio rischiando la pelle e magari l’aereo arrivava, girava su di noi facendosi bersagliare dalla flak, e alla fine se ne andava senza consegnare la merce.»
Il recupero di piloti abbattuti doveva essere un’attività piuttosto diffusa. Il senatore e il suo amico Philippe potevano aver conosciuto quegli aviatori salvandoli dalle grinfie dei tedeschi. Gira e rigira saltavano sempre fuori.
 Siamo riusciti a superare l’incrocio e l’auto si è fermata sul piazzale della gendarmeria.

(Pessime scuse per un massacro, Rizzoli 2012, Best BUR 2013)

De GaulleIl 18 giugno 1940, il generale de Gaulle fece un appello radio dal suo esilio inglese, a tutti i Francesi che avessero una qualche competenza militare, di raggiungerlo a Londra. Tutti coloro che risposero a questa chiamata sono normalmente classificati come membri della Francia Libera o resistenti esterni. La resistenza interna comprendeva, al contrario, uomini e donne che in Francia, sia nella zona occupata, sia in quella del sud cosiddetta libera e occupata a partire dal 1942, si erano organizzati per compiere azioni di contrasto contro le forze della Germania nazista, contrari dunque alle forze d’occupazione e al governo di Vichy.
In origine, dopo il 1940, si erano create, nelle città, una serie di reti d’informazione e i primi contatti con i movimenti di resistenza interiore cominciano a stabilirsi verso la fine del ’41. L’unificazione di questi due organismi sotto l’egida del generale de Gaulle avvenne attraverso l’opera di Jean Moulin, celeberrimo militare, partigiano e antifascista, eroe della Resistenza francese, tra il 1942 e il 1943. È per simbolizzare il comune intento di resistenza della «Francia prigioniera» e della «Francia libera» che, nel luglio 1942, il movimento venne rinominato «Francia combattente».
resistantprepareembuscadeQuesto tipo di lotta, consisteva in azioni di intelligenza e di sabotaggio o di vere e proprie operazioni militari contro le truppe d’occupazione e le forze armate del regime di Vichy. Ma la Resistenza comprende anche aspetti più civili e non violenti, come l’esistenza di una stampa clandestina ramificata, la diffusione di annunci e volantini, la produzione di falsi documenti e l’organizzazione di scioperi e manifestazioni. E, ancora più importante, la messa in opera di filiere multiple per salvare i prigionieri di guerra evasi, i refrattari allo STO e gli ebrei perseguitati.
FFI_Lyon_France_History_private_guided_toursLa Resistenza si è potuta manifestare in città come nelle campagne, soprattutto dopo la nascita del Maquis vero e proprio nella primavera del 1943. L’armata delle ombre ha riunito uomini e donne di tutti i ceti, li ha esposti tutti a una repressione fortissima e crudele del Reichssicherheitshauptamt, l’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, del quale facevano parte la Gestapo e la terribile Carlingue di Pierrot le Fou, la feroce Gestapo francese, nonché dell’Abwher, della Wermacht, delle SS e della Milizia.
Anche se la Resistenza attiva e organizzata non mai rappresentato più del due o tre per cento della popolazione francese, non avrebbe potuto sopravvivere né svilupparsi senza le tante, importanti complicità popolari, in particolare all’epoca dei Maquis. Con quasi ottantamila morti e più di tremila dispersi, la lotta per la libertà ha comunque pagato il suo tributo di sangue. Settantaseimila uomini, donne e bambini (in linea di massima ebrei e qualche centinaio di zingari) furono deportati e inviati nei campi di sterminio. Solo il tre per cento ne fece ritorno.
LiberationNegli anni passati, molti libri e un certo cinema francese d’altri tempi hanno celebrato questa epopea con film e racconti straordinari. La Domanda che sorge spontanea è questa: Se succedesse oggi, se fossimo costretti a dover combattere per la nostra libertà, quanti di noi accetterebbero di impugnare un fucile e prendre le maquis? A giudicare da come ci facciamo mettere i piedi in testa da quattro politici delle balle, direi che pochi di noi avrebbero questo coraggio.

Torino, febbraio 2013

Pessime scuse per chiamarsi Babar

Open

Un elefantino con ottant’anni sul groppone

Album BabarÈ Cécile, la moglie di Jean de Brunhoff, la persona che ha dato origine al personaggio di Babar. La giovane signora Brunhoff ha l’abitudine di raccontare lunghe favole ai suoi due figli, Laurent e Mathieu. Tra queste, una narra le avventure di un piccolo elefante che, fuggendo nella foresta per scappare ai cacciatori, arriva in una cittadina dove finisce per vivere e vestirsi come gli uomini. Ritornato nella sua terra, al volante di un’automobile, vi porta, da buon figlio della colonizzazione, i benefici e gli splendori della civiltà. Per questo, viene incoronato re degli elefanti.
Ai due ragazzi questa storia della madre, una pianista, piace talmente da farli corre a raccontarla al padre, pittore di professione. A Jean viene allora l’idea di creare un libro illustrato da utilizzare in famiglia. Il fratello di Jean, Michel de Brunhoff, e il cognato, Lucien Vogel, entusiasti dell’opera, decidono di pubblicarla in grande formato per le Éditions du Jardin des Modes, con il titolo La storia di Babar il piccolo elefante. Siamo nel 1931, all’epoca dell’ Exposition Coloniale Internationale di Parigi.
brunhoff_ma6301.1_06-07Questo straordinario personaggio diventa subito popolarissimo, con ben quattro milioni di esemplari venduti pima del 1939, anno nel quale l’editore Hachete ne acquista i diritti. Per giunta, cosa raramente avvenuta inprecedenza, il personaggio di Babar diventa popolare perfino negli Stati Uniti. Dal 1940 al 1949, Francis Poulenc ne realizza uno spettacolo musicale per recitazione e piano, orchestrato più tardi da Jean Françaix. Insomma, per l’elefantino è un vero trionfo.
Alla morte del padre, nel 1937, tocca a Laurent de Brunhoff proseguire le avventure di Babar che nel 1969 verranno in fine adattate anche per la televisione francese. In seguito, nel 1985, Laurent de Brunhoff si trasferisce negli Stati Uniti e due anni più tardi affida alla Clifford Ross Company l’incarico di gestire le licenze e i diritti di sfruttamento del personaggio.
La famiglia Brunhoff, che aveva intanto donato alla Biblioteca Nazionale Francese alcuni disegni preparatori dei primi tre album, grazie all’acquisizione dell’opera completa da parte della prestigiosa istituzione, vede finalmente la consacrazione di Babar in Francia.

pandianimassacroesecCi siamo spostati verso il centro del piazzale. Il sole caldo del pomeriggio ricopriva quella carneficina di una morbida luce dorata. In un altro momento sarebbe stato piacevole.
Al fondo della strada le transenne della madama tenevano lontani giornalisti e curiosi. C’erano già due enormi furgoni della televisione con le paraboliche sul tetto. Un paio di frullini della stampa volteggiavano alti nel cielo come avvoltoi. Dall’altra parte del viottolo una collinetta pareva incoronata da un boschetto di querce e piccole betulle. Tra gli alberi i tizi della scientifica sembravano fantasmi.
«Lassù c’è l’arma» ha detto Lemaître. «L’ha mollata qui, si vede che non gli stava in tasca.»
Ha gorgogliato una risatina, poi ci siamo avviati e siamo saliti fino in cima, Lemaître, Rouxel, Servandoni, io e un altro paio di sbirri. La Browning calibro .50 era enorme, scura, cattiva, stava acquattata sotto le piante come un gigantesco insetto. Sul terreno erano sparsi un centinaio di bossoli. Il nastro era esaurito.
E c’era Babar.
«Cosa diavolo è quello?» ha chiesto Servandoni.
«Lo ha lasciato il killer» ha detto uno della scientifica.
Mi sono avvicinato. Era una figurina di resina dipinta. Il vestitino verde, la camicia bianca, il cravattino rosso e la coroncina gialla sulla testa. Babar in tutto il suo tenero splendore. Non sembrava per nulla impressionato dallo spettacolo che aveva davanti.
«Qualcuno è in grado di datare la mitragliatrice?» ha chiesto Delphine.
Uno dei fantasmi della scientifica si è pizzicato il mento un paio di volte prima di parlare. «È un modello della Seconda guerra mondiale» ha detto, «una delle prime Browning M2 Heavy Barrel, la cosidetta Ma Deuce, la Mammina. Nonostante i settant’anni, lo stato di conservazione è perfetto. Manco l’avessero tenuta in salotto.»
«Manderemo tutto a Parigi» ha detto Lemaître. «Loro dovrebbero riuscire a ricostruire il percorso di questo aggeggio.»
Mi sembra una buona idea» ha ammesso Alain. «Scoprire come ha fatto ad arrivare fin qui potrebbe essere interessante.»
«Imparerai che qui in campagna abbiamo le scarpe grosse e il cervello fino» ha detto Jean-Luc con un sorriso. Ha radiografato Rouxel più a lungo di quanto sia consentito dall’etichetta. Lei non ha battuto ciglio.

(Pessime scuse per un massacro, Rizzoli 2012, Best BUR 2013)

Morte mamma BabarLa storia di Babar è particolare, e la racconta lunga su un periodo in cui la Francia era una potenza coloniale. Camminando un giorno in groppa alla madre, il piccolo Babar la vede cadere sotto i colpi di un cacciatore. Fuggendo spaventato nella foresta corre a perdifiato fino ad arrivare in una città dove il piccolo elefante scopre gli uomini, le loro abitudini e i loro costumi. Adottato da una vecchia signora gentile, alla quale si affeziona grandemente, Babar comincia la sua educazione apprendendo le meraviglie della civiltà. Crescendo diventa un elefante molto elegante e raffinato. Guida la macchina, si scappella davanti alle signore, intrattiene con savoir faire gli amici nei salotti.
La vecchia signora soddisfa ogni suo desiderio, ma il giovane elefante si ritrova spesso a guardare fuori dalla finestra pensando con nostalgia alle sue terre. Saranno infine i suoi due cuginetti, Celeste e Arturo, che sono venuti a cercarlo, a convincerlo a tornare nella foresta. Babar porta con se tutto ciò che ha imparato dagli uomini, la gioia di vivere, l’educazione, la raffinatezza. Alla morte del vecchio monarca (muore per un fungo avvelenato di biancaneviana memoria), prenderà il suo posto diventando il re degli elefanti. Manco a dirlo, tutti gli abitanti della foresta si metteranno a parlare francese.
Babar raccontaLa storia è semplice, lineare, buonista e, da allora, Babar incarna la bontà e l’innocenza, ma anche il progresso e quell’idea di portare la civiltà e la conoscenza ai popoli che non ce l’hanno, idea che ha visto negli ultimi duecento anni innumerevoli fallimenti. Con il suo vestitino verde, il cravattino rosso e la buffa corona che porta sul capo, Babar è comunque una figura positiva. La sua gentilezza e la sensibilità imperiale che lo accompagna sono state un punto fermo nell’universo di molto bambini che negli ultimi ottant’anni sono cresciuti leggendo le sue storie .
Per questo, mentre scrivevo Pessime scuse per un Massacro, mi è venuta in mente la sua figura. La disarmante innocenza di Babar, la delicatezza che lo distingue, la serenità della sua vita bella e avventurosa erano gli elementi giusti da contrapporre al dolore e alla feroce crudeltà del personaggio che porta il suo nome. Non si può fare a meno, credo, procedendo nella lettura del romanzo, di notare questa contrapposizione, che diventa sempre più evidente con il procedere della storia. Nel periodo fra la metà degli anni trenta e la fine della Seconda guerra mondiale, del resto, i libri per bambini videro giorni di gloria. Un dignitoso re degli elefanti che governava con giustizia, sostenendo il nucleo famigliare come bene supremo, creava una nota positiva in un mondo ferito e senza riferimenti certi. Nel mondo di Babar gli ostacoli vengono superati, i conflitti sono risolti e il bene comune prevale. Un’epoca penosa poteva così trovare, nel rifugio della famiglia, la forza di tirare avanti aspettando un destino migliore. È anche possibile che un partigiano del Maquis, in quell’universo incerto che è stata la guerra, abbia scelto Babar come nome di battaglia.
Disco babarDel resto, la letteratura per l’infanzia cambia assieme alla cultura che la circonda. La Francia imperiale è ormai estinta; L’ottantasettenne Laurent de Brunhoff vive oggi in America e Babar, vecchietto pure lui, rischia di diventare un volgare prodotto di consumo che vaga per schermi di televisioni, computer e telefoni cellulari. La realtà è che i momenti dolci della sua doppia nascita, con Jean prima e poi con Laurent, rischiano di servire da epitaffio per una cultura dell’infanzia che pare destinata a scomparire.

Torino, febbraio 2013

Babar legge

Le armi de Les Italiens:Welrod Mk 1

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Come ammazzare la gente con il tubo della stufa

Welrod_SectionedLa Welrod Mk 1 è una pistola silenziata a otturatore manuale utilizzata durante la Seconda guerra mondiale dalle forze irregolari dell’Inter Services Research Bureau e dai gruppi della resistenza europea. Ne vennero costruite all’incirca 2.800 esemplari. Costruita in due differenti calibri, 32 Acp e 9×19 Parabellum, è una pistola a funzionamento manuale. La cartuccia esplosa viene espulsa azionando il pomello posteriore dell’otturatore con la mano libera, permettendo così al proiettile successivo di entrare nella camera di scoppio. L’arma è alimentata da un caricatore amovibile, ricoperto di plastica, che contiene sei o otto colpi, a seconda del calibro, e che serve anche da impugnatura. Il grilletto è ad azione singola e dispone di una semplice sicurezza dietro al calcio.
In linea di massima, la Welrod veniva utilizzata dagli agenti infiltrati in territorio nemico, sia dell’SOE britannico (Special Operation Executive), sia dall’OSS americano (Office of Strategic Services). Manco a dirlo era conosciuta con il nomignolo di «pistola dell’assassino», visto che la sua funzione primaria era quella di assassinare avversari a sangue freddo. Producendo, al momento dello sparo, un rumore inferiore ai 73 decibel, che non so assolutamente cosa cazzo voglia dire, era ritenuta molto silenziosa per essere un’arma da fuoco.
Alla fine della fiera, la Welrod si compone di un cilindro di metallo del diametro di 32 millimetri, lungo una trentina di centimetri, con un’impugnatura e un grilletto. La parte posteriore del cilindro contiene l’otturatore, la camera di scoppio, la canna e la camera d’espansione silenziata. Quella anteriore racchiude, invece, i diaframmi e le alette del soppressore. Una manopola zigrinata sul retro serve da maniglia per operare manualmente l’otturatore. Come abbiamo detto prima, il caricatore funge anche da impugnatura. Tipo una roba fatta in casa.
1287718006Rimuovendo il caricatore, l’arma diventa facile da portare addosso, nascondendola alla vista. È pure provvista di mirino con tacche di vernice fluorescente per una migliore acquisizione del bersaglio in condizioni difficili di luce. Pur avendo una gittata utile di 23 metri, la Welrod è concepita per un utilizzo a distanza molto più breve. In pratica, è fatta per sparare a bruciapelo, che è sempre la strategia migliore per non sbagliare un colpo. Tant’è che la bocca della canna è tagliata in modo da poter sparare a diretto contatto con il corpo della vittima, cosa che, per giunta, diminuisce di alcuni decibel il suono dello sparo.

pandianimassacroesec«Santa merda…» ha detto Alain entrando nella stanza.
Madame si era impiccata da sola cadendo dallo sgabello quando le sue vecchie gambe si erano stancate di sorreggerla. Babar aveva lasciato che lo show andasse in onda davanti agli occhi impotenti del marito. Poi era toccata a lui. Due proiettili nella zucca, uno dei quali lo aveva passato da parte a parte devastando la faccia a lato della bocca.
Nel complesso, una maniera piuttosto orrenda per lasciare questa valle di lacrime. 
La statuetta in resina di Babar era posata su un tavolino da tè accanto a una specie di pompa da bicicletta di metallo scuro con impugnatura e grilletto.
«Se De Clock vede questa berta si fa una sega all’istante» ha detto Servandoni indicando l’oggetto.
«Che roba è?» ha chiesto Klein.
«È una pistola silenziata da commando» ci ha informati trattenendosi a stento dal prenderla in mano. «Una Welrod Mk1 calibro 9 Parabellum. Ne ho vista soltanto un’altra in vita mia ed era esposta al Musée de l’Armée.»
«Molto interessante» ho borbottato guardandomi attorno. Gli occhi della donna misteriosa hanno incrociato i miei. Erano fissati con una puntina da disegno alla parete di fianco a noi, luminosi e indifferenti.
Mi sono avvicinato a una finestra e l’ho spalancata per prendere una boccata d’aria.
«Prima di ucciderlo lo ha costretto ad assistere alla morte della moglie» ha detto Klein con una smorfia. «Dev’essere rimasto in questa casa per un pezzo.»
«Avrà avuto i suoi buoni motivi» ha brontolato Alain.
Il gendarme lo ha fissato. «Lo sta per caso giustificando?»
«Non giustifico nessuno, Klein, ho solo detto che avrà avuto le sue ragioni.»
«Solo una bestia si comporta così.»
Alain ha sospirato. «A volte la bestia che hai dentro te la tirano fuori con le pinze.»

(Pessime scuse per un massacro, Rizzoli 2012, Best BUR 2013)

6825681998_b2c9f6b73fLa canna della Welrod è forata, in modo da ottenere due risultati: rilascia gradualmente i gas della detonazione attraverso il silenziatore, riducendo il fragore dello sparo e porta la pallottola a una velocità subsonica, cosa particolarmente importante nel caso del calibro 9 Parabellum. I diaframmi e le alette del soppressore, disperdono ulteriormente i gas compressi, impedendo il botto istantaneo prodotto dall’espansione immediata della pressione provocata dall’esplosione della polvere contenuta nella cartuccia.
Questa pistola è semplice, affidabile e silenziosa, e, rispetto ad armi più complesse, il suo costo era contenuto. La Welrod era una di quelle armi definite «sterilizzate», nel senso che non avevano alcun tipo di marchio che potesse definire il costruttore o il paese di origine. Le sole iscrizioni erano costituite dal numero di serie e da alcuni simboli e lettere indecifrabili. La Birmigham Small Arms Company Limited, (la BSA, quella che ai miei tempi costruiva quelle figate di motociclette), ha confermato di aver costruito alcune pistole Welrod, ma di non averle assolutamente marchiate. Questo significa che nemmeno l’esercito britannico ha posto alcun segno sulle armi dopo averle ricevute in consegna.

welrod_detLa «pistola dell’assassino» è stata largamente impiegata durante la Seconda guerra mondiale, ma fonti certe ne riportano l’utilizzo durante la guerra delle Falkland nel 1982, durante i moti in Irlanda del Nord e, addirittura, nell’operazione Desert Storm, da parte delle forze britanniche. Come la Colt M1911A1, la si può considerare una veterana dal lungo stato di servizio.

Welman_trialled_at_Queen_Mary_Reservoir_StainesIl nome Welrod viene dalla consuetudine di siglare tutto l’equipaggiamento prodotto dalla Stazione IX (una fabbrica segreta del SOE dislocata nella città di Welwin) con il prefisso «Wel»; ad esempio la motocicletta dei Commandos Welbike o il sottomarino tascabile Welman. Dopo la guerra, venne prodotto un documento che accreditava a ciascun responsabile l’invenzione che aveva creato per la Station IX. Questo documento rivela che la Welrod Mk 1 venne realizzata dal maggiore Hugh Reeves, responsabile anche dell’invenzione della «Sleeve Gun», pistola a colpo singolo da portare nascosta nella manica, che anticipava di parecchio l’accrocchio di Robert De Niro in Taxi driver.
A pensarci bene, ogni tanto una Welrod farebbe proprio comodo.

Torino, febbraio 2013

Più snello, più leggero e più bello

PandianiMASSACROesec

In libreria il tascabile di Pessime scuse per un massacro

fotoE intanto è passato un altro anno. Pessime scuse per un massacro ha fatto una dieta, costa decisamente meno e, guarda caso, è anche di più bell’aspetto. Il forbicione è stato in parte coperto, la carta è più leggera, la copertina è lucida, molle, flessibile, ancora più bella. Ha proprio un’aria tosta questo Best BUR, un gioiellino. Tempo fa pensavo che avrebbero cambiato la copertina (avevo visto girare un layout), poi si è deciso di fare soltanto un restyling. Questa copertina controversa, elegante ma fredda, forte ma distante, che qualcuno ha reputato altezzosa. Interessante che in tutto il romanzo non compaia nemmeno la parola “forbice”.
Del resto, all’epoca dell’uscita del libro, avevo incontrato il grafico che l’ha disegnata. Gli ho chiesto cosa gliel’avesse ispirata, ma nemmeno lui è stato capace di spiegarmelo. Sono un grafico anch’io e so che a volte le immagini vengono fuori così, da una visione, un’idea quasi inafferrabile. Qualcosa che hai letto o che è stato detto da qualcuno e che ha lasciato un seme.
Però, a questo legno antico, eroso dal tempo e dalle intemperie, io mi sono affezionato. Questo forbicione arrugginito mi somiglia, sta li appeso aspettando di tagliare. In questa piccola botte nera ci trovate dell’ottimo Mordenti, sapientemente mescolato a un Servandoni d’annata e con tanti altri personaggi che emanano profumo di storia, di avventure passate, di guerra, di morte e di violenza. Ma anche di amore, passione, ideali.
Insomma, se ancora non lo aveste letto, con questa bella edizione, un po’ francese anche lei, vi potete togliere lo sfizio con poca spesa. Io, manco a dirlo, ve lo consiglio in maniera del tutto disinteressata. Viva les italiens!

Torino, Gennaio 2013

Una nuova vita sulla carta

Zara

La donna che sfonda le porte a calci

Skyline_6_900Nel febbraio dell’anno scorso – Pessime scuse per un Massacro, la quarta avventura di Mordenti, era appena uscito – stavo terminando un piccolo ma gustoso romanzo che mi era stato commissionato dalla più antica distilleria artigianale di grappa esistente in Italia, la Distilleria Fratelli Brunello. Si trattava di un romanzo poliziesco, La testa e la coda, nel quale era coinvolta una realtà come la loro, di proprietà di una famiglia come la loro, ambientato nei luoghi che dal 1840 sorgevano attorno alla distilleria: Montegalda, Vicenza, Padova, Castelfranco Veneto, e giù fino a Venezia. Attraverso le vicende del romanzo si raccontavano le storie della famiglia, la distillazione della grappa e tante altre cose.
Comunque, per tornare a bomba, dovevo decidere che fare della mia veste di scrittore e in quel febbraio, terminando il romanzo della distilleria, dovevo prendere una decisione importante su quale sarebbe stato il prossimo libro che avrei scritto.
Premetto che les italiens, nel corso di quattro romanzi, mi hanno riempito di soddisfazioni (e ancora non è finita) come non riuscirebbe a fare il migliore degli amici. Scrivendo le loro storie mi sono divertito come poche volte mi è successo nella vita. Sono arrivati al punto di farmi ridere da solo. Purtroppo il loro difetto, o il mio, è stato non essere riusciti ad avere una traduzione all’estero. Per scantonare le mie responsabilità, mi sono fatto l’idea che Parigi e la Francia mi abbiano in qualche modo remato contro. È probabile che un certo campanilismo abbia impedito agli editori francesi di pubblicare un cornuto di torinese che raccontava loro di Parigi. D’altro canto, quando l’Europa viene a cercare libri nel nostro paese immagino prediliga storie italiane. Perché mai un tedesco dovrebbe venire in Italia a cercare una storia francese?
In seconda istanza, c’è anche la possibilità che sia io a non essere all’altezza, il che non fa grande differenza. Sta di fatto che, da un po’ di tempo, carezzavo il desiderio di tornare in patria come una sorta di esule che si era scelto in modo autonomo l’esilio. Discorsi fatti con il mio editore (Rizzoli, N.d.R.) mi hanno confermato che una scelta del genere sarebbe stata non solo gradita, ma pure interessante.
A questo punto rimaneva da scegliere un luogo e, naturalmente, i personaggi. E qui va detto che il personaggio principale del romanzo scritto per i Fratelli Brunello, si era a quel punto sviluppato in maniera avvolgente e seducente, tanto da farmi cadere come una pera nelle sue ammalianti spire. Non vi dirò molto di lei. Perché di una lei, si tratta. Una protagonista della quale, oggi, sono innamorato perso. Si chiama Zara.
Qualcosa di questa donna, forte e fragile allo stesso tempo, lo dirò più avanti, man mano che si avvicinerà l’uscita del suo romanzo. Di fatto si è trattato di una nuova vita, sia per lei che per me.
Quando ho cominciato a carezzare l’idea di prendere alcuni personaggi del romanzo sulla grappa, chiamiamolo così, mi sono trovato di fronte ad alcune fondamentali decisioni da prendere. Intanto dovevo abbandonare per qualche tempo Mordenti, Servandoni e gli altri, e questo, garantisco, è stata una scelta sofferta. Ma sono certo che non se la prenderanno, anche perché ho in serbo per loro una storia da urlo. Ma non mettiamo troppa legna sul fuoco.
La prima decisione riguardava il luogo nel quale si sarebbe svolta l’azione. Io ho questa idea, probabilmente sbagliata, che il romanzo noir torinese subisca ancora adesso l’influenza del riuscitissimo capostipite di Fruttero e Lucentini: La donna della domenica. Questo romanzo ha talmente segnato la città da rendere difficile il poterselo scrollare di dosso. Torino non è più così, l’esoterismo e la magia sono ormai argomenti over settanta, la gente bene è cambiata e così la città e le sue dinamiche. È più bella, più dura, più difficile. È una città dove ogni giorno passano per il naso dei suoi abitanti 25.000 dosi di cocaina. Dunque, quella che avevo in mente io era una Torino moderna, europea, dinamica, violenta.
E Zara? Be’, lei ha raccolto tutta la sua vita, l’ha cambiata dalle radici, l’ha impacchettata e ha traslocato a Torino. Si è trasferita da un anno esatto, quando inizia il romanzo. È riuscita ad adattarsi alla nuova vita? Ha trovato un suo spazio sotto le Alpi? A queste domande risponderà lei stessa attraverso le pagine del libro.
La mia impressione è che Zara ce l’abbia messa tutta per non far rimpiangere la momentanea assenza di Mordenti. E io con lei.

Torino, Gennaio 2013

Parlando de Les italiens

Approfittando del fatto che intanto è uscito il tascabile de Les Italiens (Instar libri 2012) e che dopo quattro anni questo pezzo di antiquariato continua a vendere con mia sorpresa e soddisfazione, riprendo le pubblicazioni sul blog che per mancanza di tempo si erano interrotte.
Lo faccio con una bella e dotta recensione di Mario Moschera, dal suo blog Vintarama. Al di là del piacere di continuare a parlare dei miei personaggi, ve ne consiglio la lettura perché Mario ha toccato punti interessanti della mia narrativa.
Smetto di sbrodolare parole e vi lascio alla recensione.

Dal Noir al Poliziottesco in un solo Respiro

di Mario Moschera (dal blog Vintarama, 26-09-2012)

Per chi di voi avesse dato un’occhiata alla mia classe del 2012, le cose da prendere in considerazione potrebbero essere differenti. Per esempio è da aprile che non trovo buoni dischi da ascoltare. Un po’ è l’effetto Boss, un po’ è che molti album interessanti si apprestano ad uscire solo ora. La seconda cosa interessante, è la totale predominanza di romanzi italiani. Era da un po’ che la tendenza si stava invertendo. Un po’ perché effettivamente, a parte i soliti autori, il mercato non sembrava proporre nulla che potesse essere spassionatamente di mio gusto. Un po’ perché a volte, ho solo voglia di immergermi in un mondo in cui posso identificarmi più o meno completamente. Gli ultimi mesi specialmente sono stati dedicati alle avventure del commissario Jean-Pierre Mordenti, impiegato alla brigata criminale di Parigi. Creato dalla penna di Enrico Pandiani, che ha un blog su wordpress niente male, il commissario è la voce narrante di una serie di romanzi intitolati idealmente les italiens. Protagonista è appunto una brigata criminale composta quasi esclusivamente da italo francesi, e così voluta dal suo fondatore per i metodi un po’ sbrigativi e bislacchi, ma efficaci dei figli degli emigrati. E da torinese, il senso di essere un esule Pandiani in un modo o nell’altro deve averlo vissuto. Ora, fermo restando che secondo me ambientare un noir o, come in questo caso, un poliziottesco, fuori dai patri confini mi sa molto di semplice escamotage per rendere subito più fighi i tuoi personaggi (vuoi mettere indagare nelle banlieu di Parigi invece che nelle zone industriali di Sesto?), e che farli francesi invece che yankee mi odora di intellighenzia, deve dire che il primo ciclo di romanzi (tutti usciti dal 2007 al 2011) sono appetibili e con l’inusitata capacità di tenerti attaccato al libro pagina dopo pagina.

Sentii nominare per la prima volta les italiens in una recensione del Mucchio Selvaggio. Si parlava del secondo romanzo del ciclo, Troppo Piombo, e l’idea di una narrativa pulp ambientata in una città europea che non fosse teutonica o svedese mi sembrava una grande fottutissima idea. Corsi subito a reperire i primi due romanzi. Solo che essendo quella, la leggendaria estate del 2010, come molte altre cose, le avventure di Mordenti finirono presto nel dimenticatoio, arrestandosi a circa un terzo del primo episodio. Poi, quest’ anno, per tutta una serie di similitudini, mi sono riavvicinato a quell’edizione dalla grafica spudorata. Per chi si aspetta dei noir a tinte fosche, popolati da nebbia e luci soffuse credo che debba abbandonare il disco di jazz ed il maglione a collo alto. Le avventure della brigata criminale sono spregiudicate, puzzano di sangue e liquidi corporei, condite di tanto sesso e rock’n roll. E se pensate che sia un difetto vi sbagliate. Il cinico e disilluso Jean Pierre è un personaggio tutto di un pezzo, che come tanti sbirri della vita reale ha una donna in ogni porto, e le sue avventure non portano galloni ma cicatrici e ricordi acidi. Personalmente sono affezionato al di lui fidato amico, Alain Servandoni, con la sua inimitabile cacciatora e la pessima abitudine di accedere i cerini sfregandoli ovunque,  Credo che se Sky si dimenticasse per una stagione intera di romanzo Criminale, con il materiale fornito dai primi tre libri (il terzo, Lezione di Tenebra, è leggermente più arzigogolato e barocco, con un finale culminante in una Torino, omaggio appassionato di uno scrittore romantico) avrebbe palinsesti interi da riempire. Invece quasi nessuno si è accorto di questi piccoli gioiellini, infarciti di un immaginario, che è un po’ fumettone d’avanspettacolo, un po’ opera colta. Solo il quarto volume, Pessime Scuse per un Massacro, che sto divorando in questi giorni, ha fatto il grande passo finendo in mano alla Rizzoli. In un’edizione però che somiglia più ad un vecchio almanacco che un romanzaccio cattivo pulp. Eppure ce ne dovrebbero volere di più di simili caratterizzazioni. La Parigi di Mordenti è pulsante di vita ed affamata. C’è la criminalità, ci sono le belle donne, forse è un filino turistica, ma non ti delude mai. é ben lontana dalla metropoli a tinte seppia e dai cieli animati di un altro commissario, lo spalatore di nuvole Jean Baptiste Adambsberg. Nei romanzi della Vargas (che quest’anno non mi ha regalato nulla di nuovo), l’azione lascia il posto al crimine scellerato ma intellettuale, comprensibile a più livelli, ma forse poco concreto.

Eppure, se devo essere sincero, pur su mondi separati, sono convinto che i due Jean debbano per forza essersi incontrati una volta o l’altra. in fondo, bazzicano gli stessi arrondissement.

Farneticazioni de les italiens

«Le armi sono solo strumenti, non hanno potere intrinseco, non hanno proprietà metafisiche. Sono fatte d’acciaio e legno, costruite per svolgere una funzione. Un’arma non ti da più appoggio morale di quanto te ne possa dare un cacciavite. Saperle usare vuol dire saperne fare a meno».

Questo dice fra sé il commissario Mordenti in un momento di grande tensione dell’ultimo romanzo de les italens, Pessime scuse per un massacro. Quello che succederà subito dopo dipenderà molto da questa massima e dal saperla o non saperla rispettare.
Un’arma non è che un oggetto, quando è posata su un tavolo, scarica, può giusto servire per tener ferma una pila di fogli. Non è molto diversa da un fermacarte. Fintanto che non la si prende in mano.
Io scrivo romanzi polizieschi e ne ho letti tanti, sono sempre stati una mia passione. Non penso che un autore possa scrivere storie di gente che vive con la pistola al fianco se almeno una volta non ne ha tenuta in mano una, non ne ha sentito il peso e non ne ha subito il fascino. Non è esattamente come prendere in mano un telefono o il telecomando della televisione. Nulla ti fa l’effetto di una pistola quando la tieni in mano.
E stiamo parlando di un’arma scarica.
A parte l’aver fatto il militare, c’è un solo altro posto dove una persona qualsiasi può usare una pistola vera e capire cosa significa sparare e cosa comporta: il tiro a segno.
Anni fa ne ho comprata una, ho chiesto un permesso d’acquisto e mi sono regalato LA pistola, quella con la “P” maiuscola: una Colt M1911A1 militare calibro .45. È diversa dalle pistole che si vedono oggi nei film, è sottile, elegante, non è fatta di policarbonato ma di acciaio brunito. È stata costruita dalla Colt nel 1934, ha fatto la Seconda guerra mondiale e in seguito e diventata un oggetto da collezione. Penso sia diventato anche un discreto investimento, essendo completamente originale, il suo valore aumenta col tempo.
E questa è la parte da soprammobile.
Volevo sapere cosa si prova a sparare, volevo che le sensazioni che provano i miei personaggi fossero basate su qualcosa di reale, non soltanto su racconti e supposizioni. Quindi, un bel giorno ho preso la mia Colt e sono andato al poligono di tiro. È solo a questo punto che ho capito cosa sia in realtà una pistola e cosa significhi tenerne in mano un’arma piena di proiettili e pronta a colpire. Non è più un soprammobile ma uno strumento micidiale, in grado di sparare sette colpi calibro .45 in meno di tre secondi. Nel momento stesso in cui infili il caricatore pieno nel calcio dell’arma, ti prende la tremarella. Anche se sei solo, chiuso nella tua cabina di tiro senza nessuno davanti, la mano comincia a tremare. Un attimo prima era ferma, avevi tra le dita un semplice pezzo di metallo. Ora hai una pistola carica, sei pericoloso per te stesso e per gli altri, il tuo batticuore ti dice che potresti uccidere qualcuno. Sarebbe sufficiente una distrazione o un’imprudenza premendo il grilletto.
È una sensazione opprimente, che ti rende insicuro, che ti mette addosso un’agitazione che fai fatica a controllare. Il tremito è così forte che con il primo caricatore a malapena riesci a colpire il grosso bersaglio a venticinque metri di distanza. È solo quando finiscono i colpi e il carrello della Colt rimane aperto che puoi tirare un respiro di sollievo, quando hai di nuovo in mano del metallo inerte.
La prima volta che sono andato a sparare mi ci sono voluti diversi caricatori prima di riuscire a controllare in qualche modo il tiro, riuscendo a fare qualche buco nel cerchio interno del bersaglio. Ma anche in seguito, la pistola carica in mano mi ha sempre fatto paura. Così ho capito che non è facile averne sempre una addosso, che la responsabilità è molto pesante.
Penso che arrivare al punto di portare con naturalezza una pistola ogni giorno della tua vita comporti un addestramento ferreo nei confronti di te stesso. Girare armati dimenticandosi di esserlo non credo sia una cosa da tutti e non credo sia un’attitudine facile da gestire. Una pistola ti attrae, ti chiede di essere presa in mano, di essere maneggiata, guardata, toccata. Il suo fascino fosco è come quello di una sirena e, finché non superi questa attrazione, sarà sempre lei a controllare te.
Non è un caso se in paesi come gli Stati Uniti, dove il diritto di portare un’arma è sacrosanto e sancito perfino dalla costituzione, ogni anno quasi 10.000 persone vengono uccise a colpi di arma da fuoco.

Tutto qui, un paio di pensieri che mi sono venuti in mente mentre scrivevo un brano di uno dei miei romanzi. Il rapporto non passivo che i miei personaggi hanno con la violenza, il modo in cui la subiscono, piuttosto che praticarla, è un particolare della loro personalità su cui mi concentro molto.

Le armi de les italiens: la Luger P08

Una vecchia signora che ne ha fatte di cotte e di crude

La Luger P08, talvolta chiamata P08 Parabellum, è una pistola semi-automatica progettata da Georg Luger basandosi sulla Borchardt C-93, che sarebbe lo scherzo della natura qui a sinistra. Venne prodotta dalla casa d’armi DWM (Deutsche Waffen und Munitionsfabriken). Essendo con ogni probabilità la più famosa, la conoscono anche i sassi, la Luger è la pistola più riconoscibile di tutte ed è generalmente associata alla Germania nazista e al ghigno sadico dei suoi gerarchi mentre sparavano in testa a un prigioniero.
Parabellum deriva dalla locuzione latina, presto avallata con piacere da tutte le fabbriche di armi del mondo,  Si vis pacem, para bellum ovvero “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Tale denominazione venne attribuita all’arma in quanto all’epoca l’indirizzo telegrafico della DWM era Parabellum Berlin.
Introdotta per la prima volta nel 1898, è stata prodotta e riprodotta, in versioni da collezione, fino ai giorni nostri. Per fare un esempio, solo nel 1986 la Mauser terminò una serie commemorativa iniziata nel 1969. Venne prodotta in vari modelli con canne di differente lunghezza,10 cm per il modello P08, e anche con calci aggiuntivi. Famosa per la forma ridicola, la versione da Artiglieria con calciolo in legno e caricatore a tamburo.
Come detto in precedenza, la Luger fu resa tristemente popolare come arma d’ordinanza di ufficiali e sottufficiali tedeschi durante la Prima e la Seconda guerra mondiale e nell’intervallo della Repubblica di Weimar. Benché i primi modelli fossero in calibro 7,65 x 21, la Luger è nota per essere l’arma per la quale venne sviluppata la cartuccia 9 x 19 Parabellum, conosciuta anche come 9 mm. Luger.
Essendo una delle prime pistole semi-automatiche, la Luger utilizza un blocco ad alette che mette in funzione un giunto a ginocchio, differente dal funzionamento a slitta tipico di tutte le altre pistole semi-automatiche. Al momento dello sparo, canna e castello arretrano per via del rinculo di una quindicina di millimetri, causando, tramite il giunto a ginocchio l’apertura della camera di scoppio e l’espulsione del bossolo vuoto. Il processo inverso richiude infine il giunto, mettendo un nuovo proiettile in canna. E via discorrendo per otto volte. Il tutto avviene in una frazione di secondo.
Questo meccanismo, piuttosto singolare, pare funzioni assai bene con cartucce di alta potenza, mentre cartucce con cariche troppo basse o insufficienti possono risultare in un malfunzionamento dell’arma. Tipo l’eventuale blocco della culatta, che non riesce a prendere il proiettile successivo nel caricatore, o quello del giunto a ginocchio che rischia di bloccarsi durante l’estrazione del bossolo.
In Pessime scuse per un massacro, il commissario mordenti si troverà tra le mani una di queste pistole. È una Luger P08 che arriva dritta dritta dalla guerra e che ha parecchie cose da raccontare. Una parte di queste, Mordenti le trova da un armaiolo piuttosto particolare.

Mi sono accosciato davanti a una teca che conteneva due mitra Thompson, un fucile mitragliatore BAR e quattro semiautomatiche Colt calibro .45, per le quali avrei potuto dare tutto ciò che possedevo.
….«Quella roba non è in vendita» ha brontolato il patron scorgendo la cupidigia nei miei occhi.
….Ci siamo avvicinati al banco sventolando le tessere come si fa con i fazzoletti alla stazione. Doveva aver visto ben altro perché non ha fatto una piega. «Come posso aiutarvi?» ha detto invece. Puzzava di sudore e di cuccia di cane.
….Ho tirato fuori la Luger dal sacchetto e l’ho appoggiata sul piano di cristallo. Lui l’ha guardata con scarso interesse, poi ha preso una bic e con quella ha fatto fare mezzo giro alla pistola.
….Ha guardato prima Klein, poi me. «Carina, ma non mi interessa. Ne ho un armadio pieno.»
….Si è grattato un punto a caso sotto l’ascella e poi ha scrutato per bene la punta delle dita. All’improvviso è venuto da prudere anche a me.
….«Vede signor Fàbrega» ho cominciato, «quest’arma è stata ritrovata sulla scena di un crimine. Mi chiedevo se lei potesse raccontarmi qualcosa di più sulla sua storia.»
….Questa volta l’ha presa in mano. Ha inforcato un paio d’occhiali tenuti insieme con lo scotch e l’ha guardata per bene.
….«Cosa volete sapere?»
….«Tutto quello che ci può dire.»
….Si è alzato dallo sgabello e ha girato attorno al bancone. «Seguitemi, prego» ci ha invitati.
….Siamo passati nella stanza della roba seria. Era chiusa da una pesante inferriata. Un alto tavolo di metallo stava giusto nel mezzo. Sotto al piano di vetro facevano mostra di sé una ventina di pistole, la maggior parte militari. Tutt’intorno alla stanza erano allineate altre teche e un paio di rastrelliere cariche di fucili e mitragliatori. El Mandorri doveva avere un patrimonio là dentro. In fondo c’era una scrivania con davanti due sedie. L’intera parete di fronte a me era occupata dalla libreria più disordinata che avessi mai visto. Era talmente zeppa di libri e dossier che pareva sul punto di collassare.
….«Ci sarà voluto parecchio tempo per mettere insieme questa collezione» ho detto ammirato.
….«Mio padre lo faceva già prima di me» ha borbottato con una mezza alzata di spalle. «È quasi tutta roba proveniente dalla Francia, sbarco in Normandia, invasione dal Sud, qualcosa dalle Ardenne. Le armi russe le ho trovate per lo più in Germania.»
….Ha tirato giù dalla libreria un paio di grandi raccoglitori neri prima di sedersi all’altro capo della scrivania. Si è rigirato la Luger tra le mani appuntandosi su un post-it giallo alcuni dei numeri incisi nell’acciaio.
….«Tanto per cominciare, vi posso dire che quest’arma era in dotazione alla Wehrmacht. L’aquila con la svastica che si trova sul fianco destro vicino alla canna lo attesta senz’ombra di dubbio.»
Ha preso il foglietto e ha spulciato le buste di plastica del primo raccoglitore. Si è fermato circa a metà delle pagine. «Dunque» ha detto, «è stata fabbricata dalla DWM, Deutsche Waffen und Munitionsfabriken, nel 1939.» Mi ha guardato da sopra le lenti degli occhiali. «Lo specifico perché molti modelli venivano prodotti dalla Simson, dalla Krieghoff, dall’arsenale di Erfurt e dalla Mauser. La bachelite delle guancette è in ottime condizioni e il metallo ha mantenuto più o meno il novanta per cento della brunitura originale.»

Durante la Prima guerra mondiale, la mitragliatrice, visto che ne ammazzava un casino più del fucile, venne trovata molto efficiente nella guerra di trincea. Furono condotti quindi diversi esperimenti per convertire semplici pistole in armi automatiche. Al contrario della Mauser C96, di cui esisteva la versione Schnellfeuer, automatica, la Luger, in versione a raffica, dimostrò di avere una cadenza di tiro eccessiva che portava a diversi inconvenienti, dannosi in combattimento.
Comunque, questa elegante pistola venne costruita per rispondere a esigenze molto precise ed ebbe una lunghissima vita di servizio. L’armaiolo americano William Ruger, trovava così ergonomico l’angolo a 55 gradi della Luger che lo replicò nella sua celebre pistola in calibro .22 Long Rifle
Benchè superata, la Luger è tutt’ora molto ricercata dai collezionisti, sia per il suo particolare design, sia per il filo doppio che la lega alla Germania imperiale e nazista. Ci sono un sacco di nostalgici figli di puttana, là fuori, gente che tiene il ritratto di Hitler appeso in salotto. Purtroppo, anche loro vorrebbero una Luger. Un certo numero di modelli originali saltarono fuori intorno al 1999, quando la Mauser rabastò i propri magazzini e restaurò diverse pistole in occasione del centenario della Luger.
Più recentemente, la Krieghoff annunciò la produzione di 200 esemplari della sua P08 alla modica cifra di circa 15.000 euro cadauno. Ma già durante le guerre mondiali, la Luger era considerata oggetto di gran valore dai soldati alleati che riuscivano a entrarne in possesso. Migliaia furono riportate a casa dai Marines in entrambi i confliti. Un certo colonnello David Hackworth, nelle sue memorie (sicuramente un capolavoro della leteratura) sostiene che ancora durante la guerra del Vietnam, la Luger era molto ricercata come arma da fianco. Insomma una leggenda, anche se letale.
Un’ultima curiosità. Nel 1906 la Luger partecipò con un modello camerato per la pallottola .45 alla gara indetta dall’esercito americano che richiedeva un’arma da fianco in quel preciso calibro e che venne infine vinto dalla Colt con il modello M1911. Di questo modello della Luger esistono alcune foto, ma non se ne conosce il numero di esemplari costruiti. Probabilmente sono inferiori a cinque. Questo ne fa la pistola più desiderata al mondo dai collezionisti di armi, una specie di uccello del paradiso.

I posti de les italiens: Barbizon

Mordenti e le crudités della campagna

«Ces pauvres maisons construites en grés de la forêt, couvertes en tuiles de pays toutes grises, s’alignaient depuis la ferme qui borde la plaine jusqu’a l’entrée de la forêt , en une rue unique, assez mal pavée et surtout mal nivelée… Plusieurs maisons étaient couvertes en chaume et ces chaumes en vieillissant avaient pris une couleur admirable… et c’était pour les amoureux de la couleur un véritable régal. Barbizon est un endroit très tranquille où l’on pouvait sans crainte d’être dérangé, travailler paisiblement, être logé, nourri à bon marché. Aussi la réputation du village se répandit-elle dans les ateliers de peintres et surtout chez les paysagistes et les animaliers qui étaient sûrs de trouver dans le pays de nombreux modèles
Così, alla metà dell’800, il pittore Geoges Gassies parlava del villaggio di Barbizon. Comune francese di circa millequattrocento anime, situato nel dipartimento di Senna e Marna dell’Île-de-France, Barbizon è meta turistica per curiosi di tutto il mondo. Anche gli americani prendono spesso armi e bagagli per venire a visitare questo piccolo, famoso luogo a una sessantina di chilometri a sud di Parigi. La natura, qui, ubriaca di luci e di colori, la fa da padrona, a cominciare dalla meravigliosa Foresta di Fontainebleau, luogo di assoluta bellezza.
Potevano dunque il commissario Mordenti e i suoi italiens tralasciare una visita movimentata in questi luoghi? Nemmeno per sogno. In Pessime scuse per un massacro, i flic francesi, che conosciamo bene, scenderanno da queste parti per indagare sul brutale assassinio di un senatore della Repubblica ultra ottuagenario, della sua bella figlia e dello sfortunato autista che, contravvenendo alla prima regola per salvare la pelle, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Era dai tempi di Théophile Gautier che l’avvolgente campagna francese non trovava un tale ruolo da protagonista; leggiamoci, dunque, un pezzetto di questo romanzo.

….Delphine Roussel ha attraversato il giardino della Clé d’Or ed è venuta a sedersi davanti a me.
….«Buongiorno, tenente» l’ho salutata chiudendo il giornale.
….Aveva i capelli più arruffati del solito e lo sguardo assonnato. Mentre si sistemava il tovagliolo sulle ginocchia l’ho guardata per bene. Non doveva avere nemmeno trent’anni e, nonostante l’aria da maschiaccio, non era affatto una brutta donna. I tratti del viso erano forti e spigolosi e il naso importante ma bello. C’era qualcosa di scostante in lei, come se avesse voluto esserci e non esserci allo stesso tempo. Forse per via di quelle iridi di ghiaccio, di un azzurro particolarmente chiaro, o delle sopracciglia folte e un poco corrucciate. Comunque a un certo punto mi ha sorriso.
….«Buongiorno» ha detto. «Dormito bene?»
….Ho fatto segno che sì, avevo dormito come un pezzo di piombo. Ho preso la brocca d’argento del caffè e ne ho versate tre dita nella sua tazza. Lei ha aggiunto un goccio di latte e una zolletta di zucchero.
….«Faccio quell’impressione anche a lei?» ha chiesto girando il caffè con il cucchiaino.
….«Che impressione?»
….«Be’…» si è stretta nelle spalle. «In genere gli uomini tendono a sentirsi a disagio in mia presenza. Sembra che io incuta un sacrosanto terrore ai miei colleghi.»
….Giubbotto di pelle nera, t-shirt bianca, jeans e scarpe da jogging. Aveva qualcosa del teppista.
….«Si, ho sentito, si raccontano un po’ di storie su di lei. Con un certo rispetto, devo dire.» Ho sorriso a mia volta.
….«Gli uomini hanno paura delle donne troppo indipendenti.»
….«Ne siamo terrorizzati» ho ammesso, «ma sono necessarie.»
….Ha bevuto un sorso di caffè, imburrato una fettina di pane e l’ha cosparsa di marmellata di fragole. «Non mi ha detto se la metto a disagio» ha insistito con un sorriso provocatorio.
….Quei suoi occhi da elfo mi hanno scrutato così a fondo che hanno visto anche la marca delle mie mutande. Ho fatto un lento cenno di diniego.
….«È difficile che qualcuno mi metta a disagio. Potrei attraversare place Vendôme in compagnia di un negro nudo dipinto di giallo senza fare una piega.»
….«Si dice “nero”» mi ha corretto ridendo di gusto. «Lei è proprio un tipo strambo.»
….Era la seconda volta in meno di ventiquattrore che qualcuno me lo diceva. Forse dovevo cominciare a preoccuparmi.
….«Come mai i suoi colleghi si sentono tanto a disagio?»
….Ha sollevato le sopracciglia con aria annoiata. «Si aspettano che mi comporti da uomo, che parli delle mie conquiste, che sputi per terra. Vorrebbero che mettessi in piazza la mia vita privata come fanno loro.»
….È passata una giovane cameriera bionda e lei ha chiesto un bicchiere di succo d’arancia. In mezzo minuto lo aveva sul tavolo.
….«I colleghi sono così» ho detto, «vorrebbero sapere tutto. Il nostro è un ambiente difficile. La goliardia e il machismo sono all’ordine del giorno, e non solo tra gli sbirri.»
….Ha sogghignato. «Conosco poliziotte che si papperebbero in un solo boccone la metà dei loro colleghi maschi.»
….«Non ne dubito, ne ho in mente un paio anch’io. Immagino che lei abbia un marito o un fidanzato.»
….Mi ha guardato sorseggiando il succo d’arancia. «C’è una scommessa alla brigata» ha detto, «chi riesce a scoprirlo si becca qualcosa come cinquecento euro. Tra l’altro sono proprio le cose di cui non amo parlare.»

….Questa volta è stata freddina. Non mi sarei voluto trovare dalla parte opposta della sua pistola.
….«Mi scusi, non volevo essere indiscreto. Mi piace conoscere le persone con cui lavoro.»
….«Infatti ci stiamo conoscendo» ha detto lei tornando quasi umana.
….Che è giusto quando è comparso Alain. Si è seduto con noi e la conversazione ha subito preso una piega più informale. Ha ordinato due uova à la coque, una fetta di Munster, pane e un bicchiere di birra. Mentre li aspettava ha fumato una di quelle sue sigarette impestate. Delphine lo guardava come se avesse avuto sei teste. Le colazioni di Alain fanno sempre un certo effetto sul pubblico.
….Il ragazzo era in forma, è anche riuscito a farci ridere un paio di volte. Abbiamo parlato dell’omicidio del senatore ma dalla chiacchierata non è venuto fuori nulla di fondamentale. Come sempre all’inizio di un’inchiesta, la nebbia era talmente fitta da poterla tagliare con un coltello. A uccidere Vigoureaux poteva essere stata una tale quantità di gente che, senza qualche indizio in più, tutto si riduceva a congetture senza un domani.
….Alle otto e trentacinque ci hanno avvisati che Lemaître ci stava aspettando fuori dall’albergo.

Ma cosa attira a Barbizon la maggior parte dei turisti, anche quelli che se non li porti almeno a Venezia non sono contenti, è la passione per la pittura. Non a caso, è nata qui la celeberrima École de Barbizon, che designa il centro geografico e spirituale di una folta colonia di pittori paesaggisti desiderosi di dipingere d’après nature, che tra il 1825 et 1875 visitarono e resero immortali questi luoghi.
Fondatori di questa scuola, furono nientemeno che Camille Corot, Théodore Rousseau, Jean-François Millet e Charles-François Daubigny. Théodore Caruelle d’Aligny e Lazare Bruandet furono tra i precursori (su una delle famose “rocce” della Foresta di Fontainebleau sono ancora oggi visibili i busti commemorativi di Jean-François Millet et Théodore Rousseau scolpiti dallo scultore Henri Chapu).
Grazie all’invenzione dei tubetti di colore attorno al 1840 (sembra una cosa da nulla ma ha più o meno la stessa importanza della ruota), gli artisti poterono lasciare i loro atelier per andare a dipingere la natura nella natura, ispirati dai paysagistes inglesi come Constable, che espose al Salon de Paris nel 1824, e Turner. Giunti in questa ridente località, i pittori paesaggisti francesi daranno vita a quella che, a partire dal 1890, sarà chiamata la Scuola di Barbizon. Non a caso, ancora oggi entrando in paese non si può fare a meno di notare il cartello che, informando il visitatore sprovveduto, avvisa che si sta entrando nella Ville des Paintres. I soliti detrattori, in linea di massima, zelanti storici dell’arte, cercheranno di mettere in dubbio la Scuola, adducendo il fatto che tutti questi pittori, dallo stile molto differente, avevano come sola cosa in comune l’aver scelto la Foresta di Fontainebleau come soggetto dei loro quadri.
Ad ogni modo, siccome di detrattori è pieno il mondo, mi sembra giusto ignorarli. Di fatto, nel 1847, Théodore Rousseau, uno dei grandi pittori dell’epoca, s’installò a Barbizon, presto imitato da Jean-François Millet, meno noto ma ben deciso a cambiare le cose. Altri rinomati artisti, tra i quali Daubigny, Corot, Diaz de la Peña, Ziem e parecchi altri vennero in seguito accolti in questo delizioso villaggio, dando vita a un movimento destinato a diventare famoso.
Il primo albergo della Ville des Peintres, l’Auberge Ganne, avrà per l’eternità il suo posto nella storia per essere stato luogo privilegiato d’incontro di questi celebri pittori. Vi si trova oggi il Musée de l’École de Barbizon.
Nel 1865, Claude Monet, Alfred Sisley e Frédéric Bazille, attirati dalla reputazione di Barbizon, vi soggiornarono per incontrare i maestri dell’epoca e realizzare studi per i loro futuri quadri. Non bisogna infati dimenticare che Monet, allievo di Eugéne Boudin, dipinse all’inizio nella tradizione realista di Courbet e dei pittori di Barbizon.
Tuttavia, Monet e i suoi amici non restarono a lungo. Barbizon, come spesso succede, si era difatti trasformato in un luogo alla moda, troppo frequentato e lontano dalla tranquillità di cui questi grandi maestri avevano bisogno.
Per i goderecci che faranno un salto in questi luoghi meravigliosi, il castello di Fontainebleau si trova a pochi chilometri e vale il viaggio, consiglio La Clé d’Or, piccolo delizioso albergo in centro a Barbizon. Hotel bucolico, con 17 camere che affacciano sul giardino (jardin paysagé, come dicono loro), La Clé d’Or vi coccolerà riempiendovi di romanticismo, titillerà le vostre papille con cibi squisiti e renderà indimenticabile il vostro soggiorno in uno dei più bei villaggi di Francia.
E se vi portate tavolozza e pennelli, chissà che l’aria di quelle parti non tiri fuori il grande artista che c’è in voi.

 

Mordenti e il Fatto Quotidiano

Recensione di Giovanni Ziccardi
Uscita il 14 febbraio 2012 su Saturno, supplemento culturale de Il Fatto Quotidiano

Pessime scuse per un massacro

Ho letto il nuovo giallo dello scrittore torinese Enrico PandianiPessime scuse per un massacro, senza conoscere, prima, le vicende del gruppo di poliziotti francesi “Les italiens” (guidato dal Commissario Mordenti) che già si erano sviluppate nei tre romanzi che lo hanno preceduto: Les italiensTroppo piombo eLezioni di tenebra. Mi sono, comunque, subito trovato “a casa”, grazie all’indipendenza della trama e all’innegabile capacità dello scrittore di tratteggiare con cura, senza lasciare alcuna curiosità insoddisfatta, i caratteri dei personaggi e i dettagli dei luoghi che si trovano ad attraversare.Pessime scuse per un massacro ha, a mio modesto avviso, quattro pregi evidenti. Il primo è la precisionedelle informazioni (quasi “lezioni di balistica”, mutuando un’espressione di Mordenti) nel momento in cui, durante la vicenda, entrano in scena pistole, fucili, bombe a mano, altri tipi di armi, munizioni e avvenimenti storici spesso correlati a contesti di guerra. Il secondo aspetto interessante è una caratterizzazione dei personaggi che non sconfina mai nell’eccesso, ma che riesce a connotare questi poliziotti (e i soggetti in cui si imbattono) mantenendo un registro “medio” che è, però, più che sufficiente per rappresentarli, per molti versi, come dei perdenti (ma simpatici) o come elementi problematici e “asimmetrici”. Il terzo punto è che, nel momento in cui si parla di noir (inteso come atmosfera noir), be’, in queste pagine il noir c’è davvero, senza però scimmiottare i grandi maestri di tanti anni orsono bensì disegnando ex novo atmosfere da pioggia sui marciapiedi e da profumo di proiettili. Il quarto pregio, infine, è che anche la trama tiene: è ampia, ricca di colpi di scena, si estende per un periodo di tempo molto lungo (sino ad arrivare a questioni correlate alla resistenza francese) senza però annoiare quel lettore spaventato da “salti” storici troppo frequenti.

La prima caratteristica di Pandiani, l’attenzione ai dettagli, è quella che apre il libro poco prima dell’entrata in gioco dei protagonisti, con una scena (subito) molto movimentata che ruota attorno a una vecchia mitragliatrice Browning calibro .50 della seconda guerra mondiale e al killer che la utilizza. La mitragliatrice che battezza il romanzo fa già comprendere che le armi (nuove, vecchie, di contrabbando) e le sparatorie saranno il filo conduttore di tutta la storia.

Il gruppo di poliziotti, con diverse competenze, che seguiranno il caso e che condivideranno non solo paure ma anche momenti di vita quotidiana, è molto variegato, e per ogni persona Pandiani enfatizza una o due caratteristiche che sono più che sufficienti per definirla bene.

Tutti i toni, nonostante le sparatorie e le deflagrazioni frequenti, sono tenuti molto bassi e cupi, adatti agli ambienti descritti. Non ci sono mai grandi amori ma approcci spesso goffi e situazioni problematiche (che si concludono con un rifiuto o con un abbandono), non si lavora mai in un ufficio ideale ma in ambienti tesi per le continue grane con i superiori, i problemi con i colleghi e l’ingerenza della politica, e anche i rapporti di amicizia, in questo quadro, non sono mai “puliti”: o vengono recuperati dopo decenni o sono sempre molto fragili e condizionati dagli eventi. La camicia è un po’ sporca, il vestito stazzonato, il calzino spaiato, il capello scompigliato «Lo specchio mi ha rimandato un’immagine di me stesso che mi ha spaventato. Spettinato, livido, la barba lunga e le occhiaie. La camicia sembrava l’avessi addosso da una settimana», i sogni sono imbarazzanti e la gaffe è sempre in agguato.

Anche le idee politiche sono poche ma chiare «La democrazia ha sempre il suo prezzo, anche quando te la infilano su per il culo a forza di calci e somiglia tanto al regime che intende sostituire». Ciò rende la storia sempre imprevedibile e mai banale ma, soprattutto, credibile. Il panorama tutto attorno lo definirei “instabile”: può cambiare improvvisamente di registro a causa, sì, di un proiettile vagante, ma anche per colpa di un wurstel coi crauti mal digerito o di un hangover smaltito male.

Uno degli aspetti più gustosi di questo libro è il fatto che non solo il “passato” (come si diceva: resistenza in territorio francese, famiglie sterminate da nazisti e traffico d’armi) sia inserito nell’atmosfera noir, ma anche il presente, di solito ben poco adatto a contesti così classici. Ebay, a un certo punto, diventa un ambiente perfettamente simile e integrato con quello che circonda i poliziotti «Ebay non è più la figata di una volta. Come tutte le buone idee ha finito per corrompersi diventando una specie di grande magazzino dove i negozi sono più numerosi delle aste. Prezzi allineati e venditori che si inventano ogni genere di porcata per alzare la posta». Gli stessi paesaggi sono noir e ostili (“C’era un solo fottutissimo ponte per passare la Senna, l’unico nel raggio di cinquanta chilometri, così abbiamo dovuto fare un giro della madonna”).

È bello, e mi è piaciuto, questo modo di scrivere che cala un velo di noir su tutto ciò che circonda il protagonista o, meglio, che interagisce coi caratteri senza bisogno di eventi eclatanti, di paesaggi eccezionali, di sesso gratuito o volgarità, ma solo grazie a tanto umore nero, a problemi quotidiani e a sparatorie che, in un certo senso, scandiscono il ritmo della trama.

Sembra di assistere a uno di quei film gialli francesi dove piove dall’inizio alla fine della pellicola, o di leggere qualche giallo ambientato a Marsiglia. Scritto, però, da un autore italiano.

Giovanni Ziccardi è docente di informatica giuridica all’università di Miliano. È in libreria con il recente L’ultimo Hacker  (Marsilio, 2012), che unisce le competenze professionali nel mondo del cyber crimine alla narrativa. In passato ha pubblicato, oltre a un certo numero di monografie, libri e articoli scientifici, anche il precedente Hacker, sempre per Marsilio.