I luoghi de les italiens: Picpus

I monaci, la Rivoluzione e Victor Hugo. Una storia di pulci.

Nel 1941, per la fortunata serie del commissario Maigret, Georges Simenon scrisse il romanzo Signé Picpus, dal quale sono stati tratti due film, Picpus, di Richard Pottier nel 1942 e Signé Picpus di Jacques Fansten nel 2003. Volendo, dunque, cominciare con un po’ di pedanteria, Picpus è il 46esimo quartiere amministrativo di Parigi. Nella classifica dei nomi strani, tuttavia, lo ritengo il primo. Lo trovate nel XII arrondissement; il nome gli viene dall’omonima rue che già nel XVI secolo era calpestata da un mucchio di bifolchi. Sempre per amore di precisione, confina a sud con il quartiere di Bercy, a nord con quello della Charonne, a ovest con il Quinze-Vingts (secondo in classifica per nome strano) e a est con il quartiere di Bel-Air.
I quartieri di Picpus e Bel-Air appartenevano originariamente al comune di Saint-Mondé. Quando nel 1844 furono edificate le fortificazioni di Parigi vennero a trovarsi all’interno della cinta muraria della città, alla quale furono annesse nel 1860 quando le mura divennero il confine ufficiale parigino.
In origine, al tempo della sua appartenenza ai comuni di Bercy e Saint-Mandé, la rue de Picpus era un antico cammino in terra battuta che attorno al XVI secolo attraversava il luogo detto di Piquepusse. All’epoca vi si installarono alcune comunità religiose, i preti non mancano mai, e la zona vide nel contempo un certo sviluppo demografico. La storia del convento du Petit Picpus, tuttavia, è piuttosto particolare, poiché si tratta di un convento immaginario che appariva nei Miserabili di Victor Hugo. In fuga dal perfido Javert, infatti, Jean Valjean e l’amata Cosette si rifugiano nel convento inventato da Hugo, sotto la protezione di monsieur Fauchelevent, un carrettiere al quale Valjean aveva precedentemente salvato la vita.
L’origine del nome Picpus è incerta, se ne sono dette di tutti i colori. Secondo un certo monsieur Jacques Hillairet, al quale evidentemente piaceva levarsi facilmente d’impiccio, quest’origine è «imprecisabile». Le etimologie proposte nel corso del tempo sono generalmente piuttosto fantasiose: la guarigione miracolosa da parte di un monaco di un’epidemia le cui lesione cutanee somigliavano a punture di pulci, o ancora il coleur pouce del mantello dei monaci del quartiere.
Un erudito del XVIII secolo che aveva del tempo da perdere, nel suo volume Bibliothèque des sciences et des beaux arts, assolutamente da non perdere, propone un’etimologia più elaborata partendo dalle parole celtiche pud o pod che designavano una montagna, un poggio aguzzo, una collina; da lì a Pique Puce il passo è breve. Puce, lo sanno anche i sassi, è un’alterazione di pud o pod.
Comunque, è in questo quartiere che si conclude la parte parigina di Lezioni di tenebra. Il commissario Mordenti e il tenente Maëlis Deslandes, la sua formosa collega, vi arrivano sulle tracce di un misterioso falsario. Ce ne leggiamo un pezzettino, poi parliamo del cimitero che è piuttosto interessante.

Passando accanto al cimitero, dove secondo Hugo si troverebbe il convento nel quale si nascondeva Jean Valjean, la linea di superficie della metropolitana tagliava in due il boulevard de Picpus. Percorrendo buona parte del lungo viale siamo giunti all’altezza della fermata Bel-Air, di fronte alla quale si trovava il numero 11.
Intorno al 1575, il boulevard non era che una larga striscia di fango che attraversava un territorio miserabile e spoglio. Quel ridicolo nome lo fanno risalire a un’epidemia scoppiata nella periferia di Parigi e manifestatasi con foruncoli simili a punture d’insetto. Leggenda vuole che la piaga venisse miracolosamente sgominata da un religioso fermatosi nel villaggio che da questo episodio prese il nome di Picque-Puce.
Rogliatti si è fermato dalla parte opposta della strada accanto al muro della stazione di superficie decorato con vecchi mattoni in paramano. l cancello spalancato di metallo grigio mostrava l’imbocco di una stradina di cemento. Scendeva leggermente verso il basso costeggiando un alto muro di cinta dietro al quale crescevano piante d’alto fusto.
Un paio di treni hanno sferragliato sopra le nostre teste, uno partiva, l’altro arrivava. Tolto Rogliatti, che prendeva tutto per routine, in auto c’era parecchia tensione.
Maëlis mi ha guardato. Qualche gocciolina di sudore le imperlava il labbro superiore. Nonostante i finestrini abbassati, in auto faceva caldo.
Ho battuto sulla spalla di Rogliatti. «Forza, bello» ho detto, «infilati in quel portone altrimenti qui ci facciamo la sauna.»
Siamo scesi a passo d’uomo per quella specie di viottolo curvo, stretti tra il muro del giardino e il retro delle case che affacciavano sul boulevard. La nostra corsa è finita davanti a una lunga fila di box dalle porte arrugginite che sbarravano un ampio spiazzo di terra battuta coperto di erbacce.
Oltre il tetto piatto dei garage, al di là dei grandi alberi, si scorgevano gli ultimi piani dei palazzi lungo il viale. A sinistra un edificio di pietra piuttosto male in arnese si ergeva addossato al muro di cinta, un magazzino o un laboratorio la cui antica bellezza era sfiorita col passare del tempo. Le finestre erano chiuse da persiane scrostate. Anche la porta d’ingresso, che si trovava su un’ampia terrazza di cemento armato, era sprangata. Vi si accedeva salendo una scala di metallo arrugginito e legno dall’aria traballante.
Su un balcone del secondo piano una signora stava stendendo la biancheria. Si è interrotta per darci un’occhiata distratta poi ha ripreso il suo lento lavoro. Sul piazzale di terra battuta il sole creava un grande riquadro incandescente che faceva scaturire un riflesso verdastro dalla vegetazione circostante. La luce era accecante.
Maëlis e Rogliatti sono rimasti accanto alla macchina. Saliti gli scalini, ho attraversato il terrazzo e mi sono avvicinato alla porta fermandomi davanti ai due battenti di legno scuro e consunto. Per terra c’erano diversi mozziconi di sigaretta, qualcuno recente, altri più vecchi ingialliti dalla pioggia.
Una targhetta e un cartoncino, entrambi parecchio frusti, erano attaccati sulla porta. Sul biglietto spiccava il logotipo Bdm accompagnato dal capitello jonico stilizzato, lo stesso che c’era sulla busta di quei ritagli di lino. La targhetta, in spesso cartoncino bristol color crema, portava le lettere sbiadite C. e V. scritte con un grosso pennarello marrone e una certa perizia calligrafica.
Senza dubbio il nostro amico Vastedda del quale non sembrava però esserci l’ombra.
Ho provato a spingere ma il battente era sprangato come la mente di uno che passa le giornate a parlare di football.
«Che succede?» ha chiesto Deslandes ad alta voce.
«Vastedda viveva qui» ho detto, «ma tanto per cambiare, direi che siamo in ritardo.»
(Lezioni di Tenebra, edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse, febbraio 2011)

Stretto tra la rue de Picpus e l’omonimo boulevard si trova il cimetière de Picpus, il solo cimitero privato della città di Parigi. È stato creato nel giugno del 1794 su un terreno già di proprietà del convento delle Chanoinesses de Saint’Augustin, che ne erano state cacciate due anni prima durante la prima fase della Rivoluzione francese, quando i religiosi li prendevano a calci e anche peggio. All’ingresso si trova la cappella detta Notre-Dame-de-la -Paix de Picpus.
Il cimitero è situato a quattro passi da place de la Nation, allora ribattezzata piazza del Trono Rovesciato, dove fu eretta la ghigliottina durante il periodo del Terrore. L’aggeggio infernale lavorava a tempo pieno, tant’è che tra il 13 giugno e il 28 luglio 1794, 55 persone al giorno vi furono decapitate. Ai bordi del giardino fu scavata una fossa comune nella quale furono gettati i corpi decapitati di nobili, suore, mercanti, soldati, operai e albergatori, tutti assieme senza fare antipatiche discriminazioni. Piena la prima, ne fu scavata una seconda. Lo scavo di una terza fossa destinata ad accogliere altra gente condannata del terrore fu scoperto nel 1929, ma nessun cadavere vi fu rinvenuto. I nomi di più di 1300 persone che vi furono seppellite sono scritti sui muri della cappella. Per puro piacere di statistica, tra i 1.109 uomini figurano: 108 nobili, 108 ecclesiastici, 136 monaci, 178 militari e 579 popolani. Tra le 197 donne: 51 nobili, 23 suore e 123 popolane. Tra le donne, le sedici carmelitane del convento di Compiègne, di età tra i 29 e i 78 anni, condannate per macchinazioni contro la Repubblica furono condotte insieme all’esecuzione, che affrontarono serenamente cantando inni religiosi, ballando e, visto che le stava facendo accoppare, glorificando a gran voce il buon dio. Come magra consolazione, furono beatificate nel 1906.
La mattanza ebbe fine quando Robespierre stesso perdette definitivamente la testa. Fosse e giardino furono allora circondate da un muro.
Nel 1797, il giardino fu venduto in segreto alla principessa Amélie de Salm de Hohenzollern-Sigmaringen, sorella di una delle vittime che vi erano sepolte. Poi, nel 1803, un certo numero di famiglie imparentate con alcuni dei giustiziati comperarono il resto del terreno al fine di stabilirvi un secondo cimitero presso le due fosse comuni. Molte di queste famiglie nobili utilizzano ancora il cimitero come luogo di inumazione. Alcune epigrafi sono state poste in memoria di membri di queste famiglie che furono deportati e morirono nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale.
Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marchese de La Fayette, morto nel suo letto, riposa nel cimitero di Picpus, una bandiera americana sventola sopra alla sua tomba. Ogni 4 luglio, l’ambasciata degli Stati Uniti d’America manda qualcuno dei suoi a mettersi sull’attenti, fare il saluto militare, fischiettare l’inno e tutte quelle cose che si fanno quando sotto terra ci sta un eroe. La Fayette è sepolto a fianco di sua moglie; una delle quattro sorelle, la madre Henriette d’Aguesseau e la sua nonna paterna, Catherine de Cossé-Brissac figurano tra coloro che furono decapitati e gettati nelle fosse comuni.
L’entrata del cimitero è situata al n. 35 rue de Picpus. Nella cappella molto semplice, tenuta dalle suore del Sacro Cuore, si può vedere una piccola scultura di Notre Dame de la Paix del XV secolo, che ha la reputazione di aver guarito, tra gli altri, Luigi XIV da una grave malattia.
Picpus è quindi un luogo di meditazione e di perdono per gli eccessi degli uomini sviati dalle ideologie materialiste e, con la partecipazione della Congregazione delle Suore, un legame d’amore tra gli uomini, di speranza nel futuro e compagnia bella. A parte tutto, è un luogo emozionante dove, se avrete voglia di farci un salto, sentirete aleggiare la storia.
Metro: Nation, Picpus, Bel-Air e Daumesnil.