Intervista su Nero Café

Un intervista pubblicata dal blog Nero Café sul numero 2 della rivista Knife.
L’intervista è a cura di Francesco G. Lo Polito

Partiamo dalla domanda forse più abusata, quella che tormenta ogni autore dalla notte dei tempi. C’è chi scrive per sedurre il mondo, chi per desiderio di fama e gloria, chi per condividere la sua visione estetica, chi per tante altre ragioni. Perché scrive Enrico Pandiani? E come vive la scrittura?
Sostanzialmente scrivo perché sono un grafomane, perché mi piace raccontare, perché mi permette di evadere da una quotidianità nonostante tutto ripetitiva. Non sono un gran parlatore, mi piace piuttosto ascoltare quello che dicono gli altri. Del resto, ogni volta che apro bocca offendo qualcuno o mi ci metto a litigare. Quindi preferisco star zitto. E scrivo. Sono io il primo a godere delle cose che vengono fuori dalla mia testa, mi piace rileggerle, modificarle, anche se alla fine ho sempre bisogno di qualcuno che mi dica se funzionano o meno. E naturalmente mi fa molto piacere che coloro che leggono i miei romanzi si divertano e passino qualche ora piacevole immersi nelle storie che racconto; senza di loro non sarebbe che un esercizio sterile. La scrittura mi rilassa, mi tranquillizza, mi sistema i bioritmi, almeno per ora non mi preoccupa mai. A parte leggere, è la cosa più coinvolgente che mi capiti di fare con il cervello.

Lei è definito spesso, oltre che scrittore per passione, grafico per necessità. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna per chi nota l’aspetto visivo della sua scrittura, ricorda le sue prove sulla rivista Orient Express, e segue sul suo blog il lavoro che c’è dietro le copertine dei suoi libri. Viene da pensare che le due vocazioni siano in realtà molto più legate di quanto sembri a prima vista. In che modo?
Penso che anche la grafica racconti delle storie, soltanto lo fa in maniera diversa dalla scrittura. Dietro l’impaginazione di una rivista o l’illustrazione di una copertina c’è un processo mentale non troppo differente da quello della scrittura. Anziché una serie di parole, si mettono in fila immagini e segni dando in questo modo una chiave di lettura a chi ne fruisce. A seconda di quanto siano riusciti, un impaginato o un disegno possono coinvolgere o lasciare del tutto indifferenti. Così come può capitare di mollare un libro alla decima riga perché la scrittura non ci piace, si può chiudere una rivista o una brochure perché la grafica è brutta o malfatta. Sono entrambi processi creativi, spesso molto legati tra loro, ma la scrittura è forse più intima e coinvolgente. L’aver disegnato per anni storie a fumetti credo mi abbia dato un certo amore per la descrizione visiva, per la scansione veloce, soprattutto nelle scene d’azione, e per la sintesi. Non ho infatti una grande passione per i thriller troppo lunghi.

Parliamo un po’ del commissario Mordenti e dei suoi Italiens. Come sintetizzerebbe il nucleo attorno a cui nascono le storie di questa squadra di poliziotti della Brigata Criminale di Parigi?
Mordenti, Servandoni e Coccioni sono il residuo di un nucleo originario. Sono i sopravvissuti a una specie di guerra quotidiana, gli eredi dell’idea di qualcuno che non c’è più. Sono loro la squadra de les italiens. Quello che cerco di rendere nei miei romanzi è il loro essere una specie di famiglia dove Alain è il vecchio saggio, Jean-Pierre il figlio scavezzacollo e Michel il giullare sempre di buon umore. Forse la storia trita e ritrita dei tre moschettieri, ma con un côté sentimentale tutto loro e un cameratismo in qualche modo di sinistra. Il loro lessico, il non essere né francesi né italiani, la loro goliardia un po’ intellettuale e l’insofferenza per l’autorità e per il potere costituito sono ciò che li fa essere i miei personaggi. Leila, Didier e gli altri flic sono un po’ come i parenti stretti, fanno parte del gruppo ma non ne condividono la storia e il dolore. Vedere questi caratteri emergere romanzo dopo romanzo, sentire che i lettori ne parlano come di persone reali incontrate qualche minuto prima, è un’esperienza che mi lascia senza fiato. Nella stesura di una trama, la maggior parte del tempo la concentro sui personaggi, su ciò che si dicono, su quello che fanno e sulle loro emozioni.

L’ambientazione francese dei suoi romanzi è parsa ad alcuni insolita e ad altri, che hanno colto una certa somiglianza tra Parigi e la sua Torino, logica e coerente. Mi domando però cosa sia questo qualcosa d’indefinito che fa di Parigi uno scenario perfetto per qualsiasi storia e, nel suo caso, per dei romanzi noir. Come lo descriverebbe?
Parigi è un’arma a doppio taglio, una bella donna che ti seduce per tradirti non appena le volti le spalle. Capita che i miei romanzi arrivino in finale ai premi di scrittura ma, salvo un’unica eccezione, il fatto che si svolgano in Francia si rivela perdente; c’è sempre qualcuno che ne ha scritto uno, che so, sulla naja e alla fine vince lui. Scherzi a parte, non so se Parigi abbia alcunché di indefinito, probabilmente sì, ma al di là del fascino indiscutibile è una città nella quale io mi perdo volentieri. Nonostante i quattro milioni di turisti all’anno, esistono ancora molti posti nei quali si può vagare in solitudine cercando l’ispirazione. Puoi scoprire ogni volta luoghi nuovi, scorci meravigliosi, spazi così grandi da mozzare il fiato. Più di una volta mi è capitato di dover inventare una scena solo per poterla ambientare in un luogo che mi era piaciuto in maniera particolare. Con Torino i punti di contatto sono certamente molti; in piccolo forse, ma la somiglianza c’è. Vicoli strettissimi, grandi corsi, aperture inaspettate, molto verde e il fiume che attraversa la città. Ha in più una bellissima collina e la corona delle montagne che la circonda.

Si dice che per uno scrittore è impossibile frequentare per molto tempo gli stessi personaggi senza investire in loro una buona parte di se. A parte Jean-Pierre Mordenti, a quale si sente più legato? Chi potrebbe essere il protagonista di una storia tutta sua?
Più che una frequentazione, alla fine si tratta di una vera e propria convivenza. Mi capita molto spesso di ragionare sui miei personaggi ventiquattr’ore al giorno, soprattutto quando sto lavorando a un nuovo romanzo, vale a dire quasi sempre. Sono loro la parte che mi interessa di più, c’è quindi il bisogno costante di dedicare loro le mie attenzioni, di pensare a quello che faranno, a cosa si diranno, come si trarranno d’impiccio o che piega prenderà la loro storia. Naturalmente entrano in gioco i miei gusti, le mie passioni, le cose che mi piacciono di più, le cose che ho letto e delle quali, loro, tendono ad appropriarsi piuttosto spesso. Di sicuro Mordenti è il mio punto focale, è lui che determina la piega che prenderà il romanzo, lo stato d’animo che ne verrà fuori e la quantità di tensione che legherà tra loro i vari personaggi. Però il mio preferito è Servandoni, la colonna portante della squadra, quello calmo, riflessivo, con più esperienza. È anche il personaggio nel quale tendo di più a identificare me stesso e di sicuro il più adatto per una storia tutta sua.

Con Lezioni di tenebra siamo arrivati alla terza inchiesta di Mordenti, che qui tocca il suo lato più oscuro, una sorta di discesa agli inferi, se così si può dire. Sembra quasi che questo stia diventando per lui un gioco al rialzo. Mi è parso di notare atmosfere e temi progressivamente più cupi a partire da Les Italiens, passando per Troppo piombo fino ad arrivare all’ultimo libro. Cosa sta cambiando in Mordenti e in che direzione si muove?
In questo mondo che sta andando a rotoli, dove la democrazia non è più una certezza e tutto quanto ti si sfalda davanti, non mi sembra che ci sia molto da stare allegri. È difficile per me pensare in maniera positiva e questo probabilmente si riflette nei miei romanzi. Mi piace però molto il contrasto tra una storia cupa e l’ironia un po’ cinica che ne frantuma l’oscurità, una buona risata è ancora più piacevole quando è inaspettata. Trovo che in questo momento la gente sia in linea di massima portata all’individualismo, la politica stessa ti impone di farlo, e questo crea un terreno molto fertile per uno che voglia raccontare delle storie. In quanto a Mordenti, beh, il commissario si trovava in bilico tra la figura dello sciupafemmine e quella del ranger solitario, entrambi caratteri che detesto, per questo in Lezioni di tenebra volevo che esplorasse il suo lato oscuro. Gli serviva qualche facciata contro il muro e, soprattutto, doveva consolidare la sua fragilità, se mi passa questa contraddizione in termini, per trovare una solitudine più umana. Questa è la direzione che voglio per lui, una dimensione più reale, dove assieme a cameratismo e divertimento ci siano anche sofferenza, dubbi e malinconia.

Lei ha spesso notato negli autori italiani di gialli e noir un certo eccesso di serietà, quasi di tristezza. Si direbbe che la realtà del nostro Paese in caduta libera non autorizzi l’umorismo. Quali sono i vantaggi dell’ironia in un genere come il noir, e fin dove si può arrivare?
In alcuni romanzi di autori italiani, a prescindere che mi siano piaciuti o meno, ho trovato una certa tendenza all’azione pura e semplice, a un certo compiacimento superficiale della forza bruta, cose che portano a tralasciare gli ingredienti che in un romanzo io amo di più, il sentimentalismo, l’ironia e una buona dose di umorismo. Altri si immergono in storie e atmosfere attorno alle quali si è già letto moltissimo, tentando di dare una nuova verginità a personaggi che difficilmente ne possono avere una. Ne risultano storie tetre, poco credibili e poco coinvolgenti. Del resto ho notato come, al contrario, molti lettori apprezzino queste storie, quindi la mia finisce per essere un’opinione squisitamente personale. A ogni modo immagino sia diventato difficile fare qualcosa di veramente nuovo, il déjà vu è sempre dietro l’angolo. Al contrario, c’è ancora molto spazio per chi si voglia raccontare in maniera personale. Ora dirò una cosa per la quale potrei venire crocifisso: non mi piacciono i romanzi di Jean-Claude Izzo, li trovo troppo melensi e piagnucolosi. Preferisco la secca violenza di Manchette o la graffiante ironia di Malet, i cui personaggi non si piangono addosso. Le storie che preferisco sono quelle non troppo lunghe, con personaggi sfaccettati, a volte fragili, che sbagliano ma sanno ironizzare con humour sui propri errori e sulle proprie debolezze. Non vado matto per il troppo tecnicismo, specie quando trasforma un romanzo in una sorta di documentario e neppure amo i supereroi senza macchia e senzapaura, quelli che sparano con una pistola per mano e che vincono sempre, magari saltando fuori da una buca nella terra profonda tre metri, nella quale il cattivissimo di turno li ha sepolti dopo averli feriti gravemente. L’ironia aiuta a parlare di temi dolorosi e difficili, ma non può nulla contro le esagerazioni alla Tarantino.

In un’intervista fattale dalla scrittrice Marilù Oliva lei ha affermato, a proposito di violenza, che la realtà dei giornali supera ormai la fantasia di qualsiasi scrittore. Solo per fare l’avvocato del diavolo: perché allora scrivere ancora romanzi noir o anche solo realistici, se la vita ormai supera l’arte?
Che sia fisica, verbale o mentale, la violenza è un concetto che ormai viviamo quotidianamente. Si leggono cose sui giornali che fanno accapponare la pelle, che farebbero impallidire la maggior parte degli scrittori di noir. Però, alla fine sono cose crude, fredde, scaturite spesso da motivi banali. Io non sono assolutamente interessato alla cronaca giudiziaria, quando invento una storia parto sempre da un particolare che ha attirato la mia attenzione e sul quale costruisco una trama di fantasia. Cerco naturalmente di rimanere nel limite del credibile, non amo spararle troppo grosse. Voglio che i miei lettori ci pensino su e poi dicano: beh, tutto sommato si potrebbe anche fare. Mi diverte piuttosto far trapelare la cronaca attraverso i giornali che leggono i miei personaggi, magari scherzandoci su e prendendo in giro le notizie. La violenza, invece, è necessaria al genere poliziesco, le mie storie ne sono impregnate, ma mi sforzo perché non diventi mai compiacimento. Bisogna sapersi fermare, basta una parola di troppo per snaturare un’azione rendendola spiacevole e splatter.

Lei ha iniziato con una piccola casa editrice, la Instar, e da poco ha fatto il “salto nel buio” con Rizzoli. Come si vive la scalata ai vertici della grande editoria?
Non mi azzarderei a definirla “scalata”, ancora non ho piantato manco un chiodino nella parete. Il solo fatto che Rizzoli mi abbia cercato e che pubblichino il mio romanzo è già una sensazione indescrivibile. Da lì a fare scalate, credo che la strada sia ancora lunga. Cerco di non pensare al giorno della pubblicazione e di proiettare sul mondo una signorile indifferenza, ma, in realtà, da un lato faccio fatica a contenere l’entusiasmo e dall’altro sono roso dalla tensione. Quello che mi aspetto, uscendo con Rizzoli, è che gli Italiens di Mordenti entrino in migliaia di case e che il mio commissario raccolga un numero sempre maggiore di estimatori. Uno scrittore non è nulla senza i lettori, la loro opinione e i loro consigli sono di estrema importanza. Uno scrittore non è un divo né deve vivere nella sua torre d’avorio, lo scambio con il mondo è essenziale alla sua sopravvivenza. Quindi, la maggior parte delle mie energie viene impiegata a questo fine. Con Instar è stata una bellissima stagione, hanno fatto moltissimo per me e l’amicizia e la riconoscenza che ho con l’editore e la redazione non credo siano state chiuse dietro una porta. Una cosa è certa, per me questo mondo è ancora tutto nuovo e coinvolgente.

Per concludere, la nostra domanda di rito. Enrico Pandiani ha un tavolo prenotato al Nero Cafè. Chi starà aspettando?
Immagino che sul tavolino ci siano quattro bicchieri di Muscadet, quindi non ci sono dubbi, a minuti arriveranno il commissario Sanantonio e gli ispettori Bérurier e Pinaud. Il quarto bicchiere è per me. Nella serie degli incontri impossibili, questo è forse quello che mi divertirebbe di più. Per dirne una, leggendo le loro storie è iniziata la mia passione per la scrittura, e ancora oggi mi sento molto influenzato da ciò che di loro mi è rimasto appiccicato alle dita, il ritmo delle avventure, i dialoghi surreali e le scene platealmente rivoltanti. L’idea di avere davanti a me Bérurier che divora tartine spalmandosele sulla cravatta mi orripila e affascina allo stesso tempo. Per non parlare dello charme maschio, insolente e un po’ cafone di Sanantonio, che chiacchiera infilando le mani su per le gonne della cameriera, o lo spettacolo di Pinuche che si accende il mozzicone di sigaretta dandosi fuoco ai baffi. Sarebbe un gran piacere e sicuramente una serata esilarante.

Intervista su Il Sole 24 Ore Nord Ovest

Intervista di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore Nord Ovest (mercoledì 30 marzo, pag. 25)

«I miei personaggi? Nati sul Tgv»

Tre romanzi in tre anni, più di 12mila copie vendute e una saga noir – quella degli «italiens» della brigata criminale di Parigi – destinata a crescere. Tanto che il quarto capitolo delle avventure del commissario Mordenti e della sua squadra, dopo i primi tre pubblicati con la torinese Instar (Les italiens nell’aprile del 2009, Troppo piombo nel marzo 2010 e Lezioni di tenebra lo scorso febbraio), uscirà per Rizzoli. È tutta in ascesa la carriera letteraria di Enrico Pandiani, torinese, classe 1956, grafico per necessità e scrittore per passione.

Ha esordito tardi, ma ora sta bruciando le tappe.
«In realtà ho iniziato a scrivere, quando ero molto giovane, con le storie a fumetti pubblicate su alcune riviste, come il Mago e Orient Express. Poi ho tolto le vignette e sono rimaste le parole».

Come sono nati Les italiens?
«In 25 anni ho avviato una mezza dozzina di romanzi, rimasti a metà, che raccontavano la fuga di due personaggi antitetici: mi interessava il rapporto fra di loro e il tema della tolleranza. A scrivere mi divertivo, e mi diverto, tantissimo, ma lo facevo senza convinzione. Poi ho deciso di provarci davvero: ho scritto la prima pagina di Les italiens su un Tgv di ritorno da Parigi la mattina dell’1 gennaio 2007 e in sette mesi l’ho finito. Ed ero così entusiasta che ho iniziato subito il secondo».

Pensava che Les italiens sarebbe stato il suo romanzo d’esordio?
«Quando l’ho finito sentivo di aver lavorato meglio del solito. Ho fatto leggere il manoscritto a un’amica che ha una piccola casa editrice e lei mi ha incoraggiato. Così l’ho proposto alla Instar e loro non solo hanno deciso di pubblicarlo, ma con il mio romanzo hanno anche inaugurato una nuova collana. È stato stupendo».
E ora il passaggio a Rizzoli.

«È un salto nel buio, anche perché con Instar lavoro molto bene e vorrei continuare a farlo. Ma uno scrittore sogna che le sue pagine siano lette da più persone possibili e con Rizzoli spero che questo accada».

Progetti per il futuro?
«Ne ho una montagna: vorrei scrivere storie a fumetti sulle vicende dei personaggi “minori” dei miei romanzi; mi hanno proposto di fare una trasposizione cinematografica di Les italiens; poi sto lavorando a un libro per bambini con mio figlio, che ha otto anni; vorrei anche scrivere storie per ragazzi. Ma non ho tempo: quello dello scrittore è un lavoro per ricchi scapoli, mentre io ho un lavoro e una famiglia. Per fortuna»

Il Mucchio e La Sicilia, due recensioni

Recensione di Carlo Bordone
Il Mucchio, aprile 2010, pag. 143

Troppo piombo
Instar Libri, pp. 311, euro14,50

Gli incipit delle storie degli italiens, la squadra di poliziotti parigini con cognomi da paisà inventati da Enrico Pandiani, swmbrano un po’ quelle dei Ramones, 1-2-3-4 e sei già nel vivo della storia. Con un bang! o con un crash! Se l’esordio eponimo, pubblicato l’anno scorso, partiva in quarta con una bella sparatoria nella quale la parte del bersaglio spettava proprio ai nostri piedipiatti presi di mira da un cecchino spietato, Troppo piombo ci trasporta subito sul luogo del delitto, eseguito, contrariamente a quello che farebbe pensare il titolo, a mani nude. Un assassinio portato a termine con efferata bestialità, del quale non ci viene risparmiato nessun dettaglio horror da medicina legale. La vittima è una giornalista del giornale centrista/liberale Paris 24h, bella, rampante e carrierista. Una stronza, insomma, odiata dall’intera redazione tranne che dalle sue tre amiche, carrieriste rampanti e stronze proprio come lei. Proprio come lei, invischiate in una strana vicenda iniziata mesi prima con una sfilata di moda “alternativa” mentre nella banlieue si accendevano i fuochi della rivolta. E, proprio come lei, destinate a una gran brutta fine. Sulle tracce del Killer di giornaliste stronze si mette il commissario Mordenti, con al seguito la sua squadra di italiens; il caso sembra impossibile, vista l’assenza totale di indizi, ma Mordenti non ci metterà molto a trovare il bandolo della matassa, non prima, naturalmente, di portarsi a letto la bellissima Nadège, responsabile delle pagine di moda.
Rispetto al primo romanzo, il commissario/voce narrante guadagna, oltre che un nome, anche una maggior ricchezza di sfumature, pur rimanendo intenzionalmente nel canone del pulotto un po’ disilluso, un po’ romantico, un po’ (molto) autoironico: tra Sanantonio e Philip Marlowe, con qualche spruzzata di Lino Ventura, sotto il cielo di una Prigi invernale e a tratti pennachiana. Pandiani sa dosare con grande abilità non solo i meccanismi del genere poliziesco, ma sopratutto i suoi stereotipi, utilizzati con notevole vena umoristica e un gran senso el ritmo. Insomma: se non ci si diverte con storie come queste, si merita di essere sbattuti a dirigere il traffico.

STACCO

Recensione di Carlotta Romano
La Sicilia, 27 aprile 2010, pag. 18

Due morti e un pizzico d’ironia

Les italiens (2009, Instar Libri), il primo libro di Enrico Pandiani, è il nome di una squadra di poliziotti di origine italiana che lavora alla Brigata Criminale della polizia di Parigi. Amano Brassens e gli spaghetti. Sono serviti all’autore per sganciarsi sia dagli italiani che dai francesi: Parigi come intrigante ambientazione sulla quale far muovere personaggi di origine italiana. Vero appassionato della capitale francese, Pandiani si apre alle sue suggestioni, trae dagli angoli della città spunti per storie noir che sanno tenere il lettore inchiodato alla pagina. Les italiens seguivano la storia di una fuga e tornano ora in Troppo piombo (sempre Instar Libri) per indagare sulla morte di due giornaliste di un immaginario giornale parigino, uccise in modo particolarmente violento. Prima che le indagini prendano una direzione precisa c’è spazio per la storia personale, per parlare dei rapporti, dei flirt, dei luoghi. Ciò che maggiormente sembra interessare l’autore è proprio l’intreccio dei personaggi. Insieme a fare qualcosa di diverso dal noir italiano, spesso triste e problematico, seguendo una scrittura che, ad esempio, recuperi più evidentemente il senso del divertimento.

L’intervista di Marilù Oliva

Qui di seguito la bella e divertente intervista che Marilù Oliva mi ha gentilmente voluto concedere sul suo blog.

Marilù Oliva vive a Bologna dove insegna lettere alle superiori e nel tempo libero legge gialli e saggi di criminologia. Ha scritto diversi saggi e racconti. Nel 2009, per i tipi di Perdisa Pop, ha pubblicato il romanzo Repetita nella collana WalkieTalkie.
Marilù scrive anche sul suo blog Splinder, un sito web a metà strada tra un diario e una rivista letteraria.

ENRICO PANDIANI

Intervista di Marilù Oliva

Attività: Scrittore, Grafico, fotografo, perditempo.

Segni Particolari:Indolente, fantasioso, curioso, disponibile

Lo trovate su: Facebook e su WordPress.com

Sei grafico editoriale e scrittore per passione. Quando scrivi?
Scrivo in qualsiasi momento libero, in auto, in treno, in aereo, in bici, a cavallo, seduto sul water, generalmente con il computer sulle ginocchia. Libero significa dal lavoro e dalle incombenze quotidiane. Ho la capacità di astrarmi completamente da tutto ciò che mi circonda – il mio socio dice che sono autistico – soprattutto perché per me scrivere è una forma straordinaria d’evasione. Quando racconto le storie dei miei personaggi io sono lì con loro, osservo quello che succede e lo descrivo, tipo uno dell’Associated Press.
Credo sia difficile per uno scrittore staccarsi completamente dalla propria creatura, in ogni momento, di giorno e di notte, il suo cervello sta pensando alla storia e a come fare per non dimenticare ciò che gli è venuto in mente.

Ha qualcosa in comune con te la tua creatura latteraria, il commissario Mordenti? Cosa?
A Mordenti piacciono più o meno le cose che piacciono a me, l’arte, la letteratura, il buon vino, le risate e le donne. Come me è una persona disillusa, che affronta ciò che lo circonda in maniera disincantata ma filtrandola con ironia e humour. Saper ridere di sé stessi e di ciò che succede è una qualità che aiuta molto nella vita. Per farla breve, non prendersi troppo sul serio e rivolgersi agli altri con curiosità, cortesia e un certo sentimentalismo. Queste sono le doti che hanno les italiens, sui difetti è meglio sorvolare.
A dire la verità, io mi sono spalmato su tutti loro. Forse il personaggio che mi somiglia di più è Alain Servandoni, calmo, sornione, osservatore, un po’ godereccio e con una forte inclinazione per i piedi sulla scrivania.

In “Troppo piombo” (Instar, 2010) vengono uccise giornaliste di un celebre quotidiano parigino. Cosa ne pensi dei giornalisti, in particolare oggi e in Italia?
Tra una cosa e l’altra, lavoro in un giornale da venticinque anni. Anche se non sono un giornalista, posso dire di aver calpestato la redazione in lungo e in largo e di averne osservato le dinamiche e i personaggi. I giornalisti – ma è un’opinione personale – sono, tra le persone che conosco, quelle che prendono più sul serio il loro lavoro, nel bene e nel male. Ho molti amici tra di loro ma mi è capitato di incontrarne alcuni con i quali, in tutti questi anni, non ho scambiato manco un saluto, nemmeno incontrandosi in corridoio. E io sono un socialone.
Anche in un quotidiano inventato come quello di Troppo piombo, credo che per alcuni la redazione possa essere un luogo pieno di soddisfazioni mentre per altri si trasformi in una pozza di frustrazioni e malumori.
In Troppo piombo c’era un brano, che poi nell’editing è saltato, nel quale Mordenti diceva di avere la sensazione che in un giornale vi siano le caste come in India; i brahmini sono i giornalisti, i vaishya gli impiegati e i shudra gli operai. Gironzolando per un giornale e osservando la gente hai spesso l’impressione che questo possa creare dei casini.

Che giornali leggi e che giornali non leggi?
Leggo La Stampa e La Repubblica e qualche volta il Corriere della Sera. Non leggo i giornali di destra perchè, pur rispettandone l’opinione, non mi piace la maniera che hanno di esporla.
Trovo che il fascismo oggi sia come una polvere sottile che tende a depositarsi su ogni cosa. Nessuno la nota ma lei è lì e cerca di intossicarci tutti.

Come “Troppo piombo”, anche “Les italiens” (Instar, 2009) è ambientato a Parigi. Il tuo legame con questa città?
Amore totale e incondizionato. Trovo che Parigi e Roma siano le due città più belle del mondo. Roma, purtroppo, la conosco poco, Parigi invece mi calza come un vecchio maglione nel quale ci si sente a casa propria. Mi piace l’enorme quantità di aspetti diversi che riesce a offrire e trovo sbalorditive le sue improvvise aperture. Mi piace la Senna, così grande e ventosa, le isole e i grandi viali. Parigi ti permette di passare dal medioevo al settecento per poi attraversare i primi del novecento e arrivare fino a noi. Mi è capitato di visitare quartieri che mi sono talmente piaciuti da costringermi a inventare brani di romanzi solo per poterli ambientare in quei posti.
La città è un insieme di luoghi molto piacevoli dove girare senza meta o visitando i quartieri nei quali si svolgerà il prossimo romanzo.

Le figure femminili intorno a Mordenti sono molto seducenti. Sulla base di cosa le costruisci? (realtà, tuoi desideri, etc…)
Le donne affascinanti, fatali o non fatali, stanno al poliziesco come le mele stanno alla tarte Tatin. Ne sono parte essenziale. Io cerco di renderle reali, di dare loro un carattere e una personalità sempre diverse. A volte sono gentili e indifese, altre volte sicure di sé e del proprio fascino. Immagino senz’altro di proiettare in queste donne i miei desideri, i miei feticci e le mie passioni, del resto non è per questo che si scrive?
I rapporti che avvengono tra le donne e il mio protagonista mi coinvolgono enormemente. Spesso la loro storia comune, l’evolversi dell’attrazione e della passione, è la parte del racconto che mi interessa di più. Non mi preoccupo molto di quanto possa essere realistico, cosa mi intriga sono le sensazioni che si creano e il gioco della seduzione. Con Moët, ad esempio, anche se lei è una donna molto particolare, quello che mi ha divertito di più è stato proprio l’evolversi della sua relazione con il commissario dal momento in cui sono costretti a fuggire assieme. Subito si detestano, poi, lentamente, scoprono di poter convivere. Questo genera prima un’amicizia e in seguito un’attrazione che scaturisce dall’accettare nell’altro una diversità che non fa più paura.
Le donne nei miei romanzi rappresentano l’intelligenza e la seduzione. Romanticismo e seduzione sono molto importanti nelle relazioni sociali. Anche a me piace sedurre quelle poche volte che mi riesce.

Cosa rispondi a coloro che dicono che parlare di violenza istiga alla violenza?
La violenza è un concetto molto complesso. Penso che la maniera nella quale la descrivo spinga piuttosto ad averne orrore. Anche se a volte mi scappa la mano, cerco di mostrarla in maniera asciutta e impersonale, di svelarne il lato peggiore suggerendo che la maggior parte delle volte farne uso non paga. Inoltre, tendo istintivamente a prendere la parte di chi la subisce piuttosto che di chi la usa.
L’inizio di Troppo piombo doveva essere sconvolgente perchè su quella violenza terribile e veloce si regge l’impalcatura di tutta storia. Immagino che nel lettore, la morte di Thérèse provochi repulsione e condanna più che istigazione.
Leggendo i giornali ci si rende conto che qui da noi succedono cose che vanno ben al di là dell’immaginazione di uno scrittore. La violenza è spesso intolleranza, razzismo, sopraffazione quotidiana. Io cerco di utilizzarla per parlare di concetti che mi stanno a cuore come tolleranza, apertura mentale e scambio d’idee. Quando descrivo la violenza lo faccio per denunciarla non per diffonderla.

Cosa cerchi in un libro, quando leggi?
In un libro cerco tante cose, soprattutto che aggiunga qualcosa al mio bagaglio culturale. E questo può farlo qualsiasi libro se colpisce la corda giusta. Io sono convinto che molti libri abbiano cambiato in meglio la mia vita e la mia visione del mondo. Camus, Proust, Perec, Pennac, Tolstoj, i Roth (tutti quanti), Dostoevskij, Melville, Moravia, Calvino, ma anche Salgari, Fenimore Cooper, Molnár, Stevenson, Saint-Exupery, Manchette, San-Antonio, loro e mille altri mi hanno sicuramente ampliato lo spirito, influenzando radicalmente il mio carattere e il mio modo di pensare e relazionarmi con gli altri.
Io sono molto contento di essere stato un lettore accanito, ai libri devo tantissimo della mia vita, soprattutto questa gioia tardiva e emozionante di veder pubblicati i miei romanzi.

Cosa ti fa chiudere un libro e cosa ti fa proseguire con entusiasmo?
Me lo fa chiudere l’insoddisfazione di non trovare quello che cerco o la maniera in cui un libro è stato scritto, lo stile o il tempo della narrazione. Una volta ne abbandonavo di meno, oggi accade più spesso perchè quando cominci a sentire le fiamme sotto al sedere ti rendi conto che tempo per leggere non te ne rimane molto. Così sono diventato più selettivo. Generalmente li lascio andare alla deriva dopo le prima pagine.
Quello che mi fa proseguire, invece, la possiamo chiamare un’affinità elettiva che si crea tra me e le parole che sto leggendo. Questa è composta da piacere, interesse, curiosità, umorismo, ironia, tensione, bellezza e, a volte, estasi.

Scrivi per un dizionario la voce: SCRITTORE
s. m. [f. -trice]. Essere generalmente asociale, spesso non privo di boria, ma capace di trasmettere pensieri e concetti ad altre persone, provocando in loro interesse, curiosità, piacere, libidine, rabbia, orrore o tutte quante queste cose insieme, nel qual caso viene definito “scrittore della madonna”.
Lo scrittore, che può essere di sesso maschile o femminile, tende, tramite una serie di apparecchiature, a utilizzare le mani per permettere a pensieri più o meno elevati di depositarsi, sotto forma di lettere in sequenza, su una base di cellulosa in forma rettangolare detta libro (vedi). C’è anche chi lo fa coi piedi.

É stato difficile pubblicare? Ci racconti la tua storia? (a chi hai spedito, se hai ricevuto a che rifiuto, etc…)
Premetto che la gestazione di Les italiens è durata trent’anni sotto forma di diversi romanzi – iniziati e mai finiti – che si sono poi sublimati nel canovaccio del libro che infine è stato pubblicato.
Terminato Les italiens, ero ben lungi dal pensare che avrebbe avuto un amplesso con una macchina da stampa.
La prima ad averlo letto è stata un’amica “nel ramo” che mi ha spinto a darmi da fare perchè “qualcuno lo avrebbe pubblicato”. Mio fratello mi ha in seguito costretto a cambiare il finale chiedendomi se “ero diventato cretino a finirlo in un modo così ridicolo”. In effetti il finale definitivo è molto migliore.
Il manoscritto è stato spedito a tre o quattro case editrici dalle quali è tornato un solo riscontro positivo, finito però nel nulla. Nel frattempo, portando la sera il cane a pisciare, avevo incontrato l’editore di Instar Libri impegnato nel mio stesso delicato compito alle undici e mezzo di sera. Passeggiando gli ho detto che avevo scritto un romanzo e che magari lui aveva voglia di dargli un’occhiata. Mi ha detto “è il mio mestiere, dammelo pure”. Ho poi saputo che in quel momento ha pensato: “madonna mia, anche Pandiani si è messo a scrivere romanzi…”
Nel frattempo tutto taceva. Altra sera, altra pisciata del cane (ciao Tica, mi manchi tanto), altro incontro con l’editore. Mi ha detto che lo aveva letto, che gli era piaciuto ma che non era convinto che rientrasse nella loro linea editoriale. Al che l’ho ringraziato e ci ho messo una pietra sopra.
Un mese dopo, invece, mi ha chiamato e mi ha detto che avevano deciso di fare una nuova collana inaugurandola con Les italiens. Il più bel giorno della mia vita.

Due tuoi pregi e due difetti
I miei pregi migliori sono senza dubbio l’indolenza e l’irascibilità. I peggiori difetti l’educazione e la gentilezza.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato
Quando mi è morto il disco del computer con sopra tutte le mie fotografie da due anni a questa parte.

L’ultima volta che hai pensato: “Questa non ci voleva!”
Quando mi è morto il disco del computer con sopra tutte le mie fotografie da due anni a questa parte.

L’ultima volta che hai pensato: “Fantastico!”
Quando il mio amico Maurizio mi ha detto che riusciva a recuperare dal disco morto tutte le mie foto degli ultimi due anni.

L’ultima volta che hai avuto paura
Quando è arrivato mio figlio Sergey e ho pensato che non sarei riuscito a essere un buon padre.

L’ultimo bacio che hai dato
A Sergey che usciva per andare a scuola questa mattina. Beh, in realtà ho anche baciato mia moglie questo pomeriggio uscendo di casa dopo pranzo. O forse non era lei? Ultimamente sono distratto.

Un commento al tuo lavoro che ti ha colpito
Questo commento chiude la recensione a Troppo piombo che un amico ha fatto ieri sul suo blog. Ho trovato che per notare una cosa del genere doveva averlo letto proprio con attenzione e questo mi ha fato un immenso piacere:
(…) Spesso il commissario si distacca dai singoli fatti per costruire un quadro d’insieme. Leggendo le sue riflessioni si percepisce una scossa tellurica, il rovello dello scrittore sulle infinite potenzialità dell’intreccio. Quando Mordenti si interroga sui possibili sviluppi dell’indagine, è Pandiani che parla dell’elaborazione del romanzo stesso. In questi vertiginosi punti di fuga, l’io dell’autore e l’io del personaggio si fondono indissolubilmente, entrambi alla ricerca di una verità tanto sfuggente quanto impellente: “In quel momento mi sentivo uno di quegli imbecilli che non l’hanno proprio vista mai (la libertà ndr). Ma non puoi smettere di cercarla perché la vita a volte te lo impone. Ti ci senti invischiato e prendi a girare su te stesso, annaspando nelle congetture e inciampando nei dubbi” (p.82).
Dubbi sui quali, da lettore, è sublime incespicare.

Progetti?
Ah beh, non c’è che l’imbarazzo della scelta, scrivere un best seller, fare un film con Olivier Marechal, prendere il posto di Berlusconi per tenere sulle ginocchia la Carfagna, tanti progetti e tante aspettative che non credo si concretizzeranno.
Ad ogni modo sto lavorando a due nuovi romanzi di Mordenti, uno che avevo scritto aspettando la publicazione di Les italiens, una storia di omicidi nell’Île de France il cui movente ha origine ai tempi del Maquis, e un secondo che inizia a Parigi e terminerà nella mia città, Torino, che Mordenti descriverà con gli occhi di una persona che non la conosce.

Salutaci in parigino
À bientôt, mes amis, je vous attend à Paris.

Adesso salutaci come ci saluterebbe la squadra de Les italiens
L’ho afferrato per una manica del paletò trascinandolo dietro l’angolo e, dopo averlo sbattacchiato per bene contro il muro, gli ho ficcato una ginocchiata nei gioielli di famiglia.
Si è afflosciato sibilando come un canotto che ha perso il tappo. È diventato tutto rosso, poi tutto bianco e infine grigio. Da una narice è colato del moccio.
Ho aspettato quei dieci minuti che si riprendesse, poi gli ho messo in mano il mio bicchiere di Muscadet. Ne ha bevuto un sorso sbrodolandosi dappertutto, poi ne ha bevuto un’altro. Alle fine ha ripreso un po’ di colore.
«Ringrazia il cielo che non mi sono incazzato» ho detto, «e adesso fila.»

Grazie Marilù!

Enrico Pandiani sul Venerdì di Repubblica

Dopo il successo dell’esordio,
Pandiani torna con i suoi sbirri di origine italiana

C’è un assassino in redazione
(ma les italiens lo fermeranno)

Di Brunella Schisa

Al 36 Quai des Orfèvres c’è un gruppo di poliziotti di origine italiana noti come les italiens, scelti per le loro doti di umanità e fantasia. Li ha inventati Enrico Pandiani, grafico di professione ma anche scrittore dotato, premiato al primo romanzo da pubblico e critica.
Il protagonista è il commissario Jean-Pierre Mordenti, un quarantenne bello e atletico che legge Camus e Proust ma quando c’è da sparare o menare le mani è un autentico professionista. Al secondo romanzo, il nostro eroe è alle prese con una serie di delitti di giornaliste di un quotidiano parigino. Le donne (tutte in carriera) vengono massacrate a botte e calci. Intorno ai cadaveri l’assassino apparecchia un rituale feticistico.

Confesso che, dopo la prima pagina, violentissima, di Troppo piombo, volevo abbandonare il libro. Poi per fortuna non l’ho fatto.
«Se è per questo, l’attacco del primo, Les italiens, era molto più forte e violento».

Un inizio pirotecnico costringe poi a mantenere il ritmo e lei c’è riuscito, ma come fa?
«Mi aiuto con i personaggi. Nel primo libro c’era Moët il transessuale, qui la bella Nadège».

Al suo eroe va sempre bene con queste femmine fatali.
«È il genere che lo richiede, anche nel prossimo romanzo ci sarà una donna interessante».

Le descrizioni sono realistiche e cinematografiche, ma il personaggio del suo commissario è forse un po’ troppo colto.
«Non è colpa mia se la madre ha voluto chge si iscrivesse a Filologia moderna».

Anche l’ironia di questa squadra di italiani mi sembra a volte eccessiva.
«Ho letto tanti noir italiani e li ho trovati cupi, incapaci di strapparti mezzo sorriso. Il mio brodo di coltura è Philip Marlowe. Questi poliziotti vivono nella violenza e immagino abbiano bisogno di scaricare lo stress attraverso l’ironia».

Descrive i giornalisti come degli assatanati di potere e successo e le donne sembrano le peggiori. È un caso?
«Ho riversato nel romanzo decenni di esperienze in redazione, ma le assicuro: le donne le ho inventate».

Il Venerdì di Repubblica, 26 marzo 2010, pag. 104-105

Enrico Pandiani sul blog Liberidiscrivere

Enrico Pandiani parla del suo romanzo Les italiens e sparla di sé stesso

http://liberidiscrivere.splinder.com/post/22162230/%3A%3AIntervista+con+Enrico+Pandia

Il blog Liberidiscrivere è una pagina web che i veri appassionati della letteratura non possono permettersi di non frequentare. Decine di interviste ad autori, giovani e meno giovani, provenienti da tutto il mondo.
Parlano di sé, della propria vita e delle proprie opere. Raccontano i metodi, i pensieri, i divertimenti che portano a scrivere un romanzo. Le domande sono intelligenti e stimolanti, mai uguali ma piuttosto cucite ad arte per ogni singolo autore.
Liberidiscrivere è un salotto dove i lettori possono incontrare i loro autori preferiti e dove gli scrittori si possono conoscere più a fondo. È anche una sala di lettura dove si può passare il proprio tempo scorrendo informazioni e leggendo recensioni di qualità.
Da oggi sono felice di esserci anch’io.

http://liberidiscrivere.splinder.com

L’intervista sul Mucchio Selvaggio

Questa è l’intervista che Carlo Bordone mi ha fatto per la rivista Mucchio Selvaggio

Numero di novembre 2009

Come nasce la decisione di scrivere un romanzo, e come si è formata la storia di Les Italiens?
Il desiderio di scrivere seriamente credo sia nato un giorno di tanti anni fa quando un mio zio, piuttosto incline alle spiritosaggini, mi regalò un romanzo del commissario Sanantonio, allora di recente pubblicazione in Italia. Sanà è stato per me una specie di fulmine a ciel sereno. Da allora credo di parlare addiritura come lui e ho cominciato a scrivere. Dopo una mezza dozzina di romanzi mai finiti, sono arrivati les italiens. Ho avuto in testa per un bel pezzo quell’inizio fulminante, ma la vera storia è cominciata con l’apparire di Moët. Sulla sua contrastata relazione con il commissario ho costruito man mano il romanzo. Volevo parlare di intolleranza, di razzismo, di preconcetti e di come ancora oggi molte persone non abbia alcun rispetto per quelli diversi da loro. Per dirla come Brassens, «Mais les brav’s gens n’aiment pas que l’on suive une autre route qu’eux…»

L’ambientazione parigina è un tributo al “polar”, oppure deriva da una tua fascinazione personale per la città e la cultura francese? Oppure semplicemente l’idea originaria era quella degli “italiens”,e quindi l’ambientazione era obbligata?
Parigi è sempre stata una meta di famiglia e, per me, un luogo di enorme attrazione. In realtà avevo pensato a Torino, ma poi è saltata fuori la storia della squadra di poliziotti francesi di origine Italiana e così li ho installati al quai des Orfèvres. Parigi è come un insieme di città diverse tra loro, girandola ti sembra di cambiare epoca in continuazione e così non finisci mai di scoprirla. Amo la letteratura e il cinema francesi e conosco molto bene Parigi. Ambientarvi i miei romanzi è un po’ come viverci dentro.

Quali sono gli autori che hanno nutrito la tua passione per il poliziesco? C’è qualcuno a cui ti sei ispirato, in particolare?
Di Sanà abbiamo già detto, poi senza dubbio Simenon ma soprattutto Jean-Patrick Manchette, scoperta tardiva e affascinante. In realtà quello che ho cercato di fare è stato miscelare la forza e la violenza del noir attuale con il sentimentalismo e quel certo romanticismo dei romanzi di Philip Marlowe. Manchette in parte c’era riuscito, ma in maniera forse troppo asciutta. Il mio commissario è un sentimentale disilluso, è indolente, ma sa riconoscere i propri limiti. Non crede in dio, ma crede in maniera ingenua e romantica nell’amicizia e nelle persone.

Certi passaggi della trama, spesso anche lo stile di scrittura, mi hanno ricordato stranamente Pennac. La voce narrante a volte pare un Benjamin Malaussène mischiato a Lino Ventura. Che ne pensi?
Sono entrambi nel mio cuore e nella mia testa. Ventura mi manca da morire e Malaussène è stato una stagione fantastica che si è consumata troppo in fretta. Pennac ha scritto alcuni di quei libri che una volta finiti vorresti dimenticare per poterli leggere di nuovo. Nei miei personaggi, soprattutto in Servandoni, c’è molto Lino ventura, la sua pazienza, gli sguardi, i silenzi e la sua rude sintesi nel parlare. E c’è il fatalismo di Malaussène.

Come vedi il panorama del genere polziesco/noir, oggi? Il tuo romanzo è ambientato nella contemporaneità ma profuma di cinema e di situazioni anni 60/70: dato che la criminalità e la stessa polizia sono cambiati, come credi che il genere possa raccontarne le vicende, oggi?
Ho letto cose recenti e meravigliose di scrittori anglosassoni, noir ricchi di humor e ironia, ingredienti per me essenziali in questo genere di letteratura. E ho sempre in mente il cinema poliziesco americano degli anni ’70. In Italia vedo una tendenza verso il nero triste, senza speranza, tetro e angosciante come le città in cui viviamo. Pur raccontando i fantasmi e le intolleranze della società, ho cercato di far ridere, di ironizzare sulle situazioni e di prendermi in giro. Non credo di aver inventato nulla di nuovo, mi sono solo installato su un binario un po’ arrugginito e ho cercato di dargli una bella lucidata.

Il personaggio di Moet è caratterizzato in modo molte forte, è di quelli che rimangono impressi nella memoria. Nei ringraziamenti dici di esserti ispirato alla vita di una tua amica: puoi raccontarci qualcosa di più?
Amo molto Moët, è lei la vera forza del romanzo. Credo sia un personaggio nuovo e molto, molto forte. Forse ancora inconcepibile in una società come la nostra ma chissà… Mentre costruivo il personaggio ho chattato per mesi con transessuali e travestiti che mi hanno raccontato di sé, qualcuno più volentieri altri meno. Tutte persone straordinarie, intelligenti e spesso molto colte, alcune anche più belle di Moët. Melissa è una conoscenza di Internet. Lei è stata fantastica, mi ha regalato tutta la sua vita, i suoi pensieri, le sue storie. Anche i quadri che descrivo nel romanzo sono ispirati a disegni suoi. Senza di lei Moët non sarebbe stata così reale.

Hai già in testa altre storie, magari con gli stessi protagonisti?
Il prossimo romanzo degli Italiens dovrebbe uscire in aprile. È una storia molto drammatica, in una Parigi invernale insolitamente avvolta da un sudario di neve. Sto anche lavorando a una terza avventura e, assieme a un amico molto in gamba, a una serie a fumetti con altri personaggi.

Nel romanzo citi Calexico, Madeleine Peyroux, Uriah Heep ecc. Qual è il tuo rapporto con la musica?
La musica è costantemente presente nella mia giornata. Nella vita, così come nei romanzi che scrivo, ho bisogno di una colonna sonora. Non ho un genere preferito, la mia passione è ad ampio spettro, con un debole per i Led Zeppelin. Scrivendo ascolto sempre musica. Mi è capitato di inventare alcune situazioni perchè il pezzo che stavo ascoltando me le ha ispirate. Partendo da una canzone di Madeleine Peyroux dolce e nostalgica ho addirittura scritto un intero romanzo sul quale, però, sto ancora lavorando.

English Translation of the Interview.

This is an interview that Carlo Bordone did to me on the music magazine Mucchio Selvaggio (Wild Bunch)
November 2009

How did you happen to write a novel and how did you develop the story of Les italiens?
I believe the desire of seriously writing was born in me one day of many years ago when an uncle of mine, quite inclining to humour, gave me a novel of the commissioner San-Antonio, at the time freshly issued in Italian. Reading San-Antonio was a sort of a lightning that struck me right in the brain. Since then, i think I’m talking as he does and I’ve begun writing. After half dozen never ended novels, Les italiens arrived. I had that all-action incipit in my mind for a long time, but the true story begun when Moët came to my mind. On her difficult relationship with the commisioner I’ve built the entire novel. I wabnted to talk about intolerance, racism, preconceived ideas and about how many people doesn’t have any respect for those different from them. In the word of Brassens, «Mais les brav’s gens n’aiment pas que l’on suive une autre route qu’eux..

Is setting the action in Paris an “ommage” to the “polar” (the French detective novels), or it comes from your personal fascination about that town and the French culture? Or was that of Les italiens an original idea since the beginning and then the setting in Paris was due?
P
aris has always been a family destination to me, a place I’ve always been deeply attracted. In the beginning I thought to set the novel in Turin, but in the end I had in mind this story of a team of the french police whose members were all of Italian descent and so I’ve installed them at the Quai des Orfèvres. Paris is like an ensemble of many different cities. Walking around is like passing repeatedly through different ages and so you neve stop discovering it. I love French literature and movies and I know very well Paris. Setting the action there is like living in that beautiful town.

Which writers fed your passion for the detective novels? Is there somebody that inspired you in particular?
We already talked about San-Antonio, then there sure was Simenon but, above all Jean-Patrick Manchette, a late and surprising discovery. Actually, what i tried to do in my novel is to mix the strenght and violence of the modern “noir” with the sentimentalism and that certain romanticism of the Hard-Boiled novels of Philip Marlowe. Manchette someway managed to do this but he was still too much dry. My commissioner is a disenchanted sentimental, he’s indolent but he knows how to see his own limits. He doesn’t believe in god, but he in friendship and in people in a romantic and naive way.

Some passage in the plot and often the writing style too, reminded me of Pennac. The voiceover narration looks sometime like Benjamin Malaussène mixed with Lino Ventura. What do you think about this?
They are both in my heart and my mind. I miss very much Lino Ventura and Malaussène was an outstanding season that ended too fast. Pennac wrote some of those book you would like to forget just to be able to read them again. In my characters, Servandoni in particular, there is a lot of Lino Ventura, his forberance, the looks, the silences and the rude shyntesis when talking. And there is the fatalism of Malaussène.

How do you see the survey of the noir-detective novels literature today? Your novel is set in a contemporary environment but smells of cinema and situations of the 60es and 70es: since police and criminals are changed, how can a writer tell about what happens today?
I’ve red some recent and wonderful novels by anglo-saxon writers, mysteries rich in humour and irony, in my opinion the principal ingredients in this kind of literature. And I always have in mind the american detective movies of the 70es. In Italy I see a tendency toward an hopeless sadness, gloomy and distressing like the towns we live in. Even when telling about the phantasms and the intolerance of our society, I tried to make the reader laugh, to ironize on situations and to joke about myself. I don’t think I invented something new, I’ve just put myself on an old rusty track and try to give it a good polish.

The cahracter of Moët is built very well. Is one of those character that remain fixed in one’s memory. In the thanks you were inspired from the life of a friend of yours: Can you tell us something more about this?
I’m deeply in love with Moët, she is the real strenght of the novel. I think she is a brand new and strong character. Maybe she’s still inconceivable in our society but who knows… While building up the character i’ve chatted with a number of transsexuals and transvestites that kindly told me about their lives, some more willingly, some other less. They were all outstanding people, intelligent and often very well cultured. Some were even more beautiful than Moët. Melissa is an internet aquaintance. She’s fantastic and gave me her life, her thoughts and her stories. Even the paintings described in the novel comes from the paintings she did. Without Melissa, Moët would have never been there.

Do you still have other novels in mind, maybe with the same characters?
Next novels of Les italiens should be out in march 2010. It is a quite dramatic story, in a winter Paris unusually wrapped in a shroud of snow. I’m also working on a third adventure and, with a skilled friend, on a series of comics with different characters.

In your novel you quote Calexico, Madeleine Peyroux, Uriah Heep, etc. Which kind of relationship do you have with music?
Music is constantly present during my day. In my life as well as in the novels I write, i need a soundtrack. There is no kind of music I prefer, mine is a wide spectrum passion with a penchant for Led Zeppelin. I always listen at music while writing. I sometimes happen to invent a situation because the music i’m listening to inspired it to me. Starting from a song by Madeleine Peyroux, sweet and nostalgic, I’ve even built an entire novel. However, I’m still working on it.