A proposito di Mordenti

Il y avait le Mouchoir de Cholet.
Et le blanc et fin mouchoir que la dame ostensiblement laissait choir à ses pieds pour que, se précipitant, le gentilhomme le ramasse, le lui tende, la regarde, lui parle.
Il y eut le grand mouchoir à carreaux, noué aux quatre coins pour en faire un béret, étalé sur l’herbe pour y faire un pique-nique.
Il y a le mouchoir du prestidigitateur, en soie de préférence, qui glisse entre ses doigts, disparaît dans sa manche, dans sa gorge, sort de son chapeau, se multiplie en une myriade de petits mouchoirs noués les uns aux autres.
Il y avait le mouchoir des adieux, celui triste des quais, des jetées, que l’on agite jusqu’à ce que la fumée du train ait englouti l’être cher qui s’en va, jusqu’à ce que la corne du navire se soit évanouie au-dessus du petit point appelé je t’aime et qu’alors enfin on portait à ses yeux débordant de larmes douces-amères.
Maintenant il y a Le Mouchoir du Commissaire. Secourable, compatissant ou ironique, toujours prêt à être tendu à une femme éplorée :

Mais qu’est-ce là, dans ma poquette ?
C’est mon vieux mouchoir blanc…si laid,
Je te le donne
… (Théodore Botrel. Le mouchoir rouge de Cholet)

Que n’eut-il vingt fois eu l’occasion de consoler la belle Océane, notre galant commissaire, pour le plaisir d’admirer ses yeux, son nez, ses jambes !
« Elle a recommencé à pleurer doucement. J’ai sorti mon mouchoir. Il n’était pas immaculé comme celui du docteur mais il était propre. Elle l’a pris avec un sourire las mais reconnaissant et a essuyé ses larmes. Elle s’est aussi mouchée. » (Les italiens, chapitre un)
Ce n’est pas pour l’admirer qu’il fit de même avec l’ingrate Camille mais pour mieux la presser encore :
« Padrazzi s’est mise à pleurer tout bas. Je lui ai passé un mouchoir presque propre. » (Troppo piombo, chapitre 9)
Mordenti est un malin. Lui, jamais directement ne s’en sert, mais jamais ne l’oublie, à toute fin utile. Il fait fi du moderne kleenex, de l’impersonnel papier, lui préfère le tissu de nos mères garant de sérieux, de douceur, de durable.
Fasse que toujours il se contente d’éponger les larmes des dames, que jamais il ne soit  Plein de sang, ma mie Annette, et ne devienne si rouge qu’on dirait un mouchoir rouge de Cholet.

I poster di Lezioni di Tenebra

Cercavo un’idea per scandire il tempo da qui all’uscita di Lezioni di tenebra, la terza inchiesta del commissario Mordenti e dei suoi italiens.
Mi sono venuti utili gli oggetti ai quali ho cambiato il nome per ingannare l’attesa della pubblicazione, liquori, sigarette, quotidiani e quant’altro.
Ne ho fatto dodici poster-avatar che cambierò sul mio profilo di Facebook, una volta a settimana, da qui al giorno dell’uscita in libreria.
Eccoli qui:

 

Ogni poster è composto da un’immagine e da una citazione tratta dal romanzo. Ho cercato di far si che i testi avessero una qualche attinenza con la trama di Lezioni di tenebra, tipo che le sigarette hanno una citazione di Servandoni che fuma, il profumo parla della bella protagonista e via discorrendo.
Spero che li troviate divertenti e, soprattutto, che vi facciano venire un po’ di acquolina in bocca.

Troppo piombo: recensisce Liberal

Giovani narratori crescono

Recensione su Liberal di mercoledì 8 settembre 2010. P. 20
di Alessandro Marongiu

È passato poco più di un anno, era il giugno del 2009, da quando Liberal ha tenuto a battesimo i debutti di due scrittori che, per i loro primi passi, avevano scelto di muoversi, pur se ognuno con il proprio stile, nei territori del noir. Quel battesimo deve aver portato bene (o almeno non deve aver portato poi troppo male), se a distanza di dodici mesi da Les italiens e Nero riflesso i rispettivi autori, Enrico Pandiani ed Elias Mandreu, tornano in libreria praticamente in contemporanea con Troppo piombo (Instar, 320 pagine, 14,50 euro) e Dopotutto (Il Maestrale, 230 pagine, 17 euro)

Partiamo esattamente come un anno fa, da Pandiani. La sua opera prima era talmente valida, che pensare che il grafico torinese riuscisse a ripetersi poteva apparire un azzardo: e invece non solo Pandiani ha saputo ripetersi, ma addirittura superarsi, facendo di Troppo piombo un altro gioiello della narrativa di genere contemporanea, dimostrando di avere una scrittura e e una vena artistica ben più felici di tanti colleghi (al momento) più blasonati.
Il romanzo racconta una nuova avventura de les italiens, la squadra di flic parigini di origine italiana capitanata dal commissario Mordenti, alle prese questa volta con un assassino che turba il clima natalizio della capitale transalpina uccidendo con una violenza esagerata, quasi parossistica, alcune redattrici del quotidiano Paris24h. Seguendo la strategia che Pandiani ha deciso di adottare per i suoi libri come fosse un marchio di fabbrica, l’inizio di Troppo piombo, col criminale intento a a far fuori una delle sue vittime a mani nude, è di quelli cui l’espressione «pugno nello stomaco» calza a pennello. Incredulo anch’egli di fronte a tanta ferocia, che non si esaurisce con il primo omicidio ma si ripeterà in seguito, il buon Mordenti comincia a investigare da par suo, ma con un elemento di novità a complicargli le mosse: la passione per la bellissima, irresistibile Nadège, passione in cui non ci sarebbe niente di sconveniente, non fosse che la donna lavora proprio come giornalista e proprio per Paris24h, ed è coinvolta, in un modo o nell’altro, nella scia di sangue e morte cui il commissario sta cercando di porre fine. Quell’«in un modo o nell’altro», a ben vedere, fa però tutta la differenza del mondo: perché Mordenti, confuso dai suoi sentimenti, fa sempre più fatica a capire se Nadège sia solo una potenziale vittima che va protetta o, piuttosto, una complice dell’aguzzino delle sue colleghe. Enrico Pandiani non inventa niente (né del resto ha l’aspirazione a farlo), ma è la qualità della sua scrittura a renderlo unico nell’attuale panorama della letteratura poliziesca (intendo con «poliziesca» tutto ciò che è variamente assimilabile alla detection story) del nostro paese: nei suoi libri tutto è perfetto, non c’è una parola fuori posto, il ritmo è incalzante e i personaggi ben delineati, con un cinismo marcato ma allo stesso tempo leggero a fare da piacevole basso continuo alle storie.
D’altro canto, quando c’è da spingere sul pedale della sgradevolezza, Pandiani non si tira indietro: in Troppo piombo c’è ad esempio una durissima sequenza che descrive uno dei crimini più odiosi che si possano immaginare, cioè un lungo, lunghissimo, pare infinito, stupro di gruppo che l’autore torinese riesce a rendere con tale verosimiglianza da far gelare il sangue nelle vene al lettore.
Non c’è verso di restare impassibili; un pezzo di maestria narrativa dal quale è davvero difficile riprendersi.
(…)

Il bacio della principessa nera

Questo mio racconto è uscito sulle pagine torinesi di Repubblica il 21 agosto 2010 nell’iniziativa Un giallo in cento righe ideata dalla redazione per il periodo estivo.
Il racconto in origine si intitolava semplicemente Principessa. Il titolo è stato cambiato per esigenze redazionali.
Assieme al mio racconto ne sono stati pubblicati altri che potete trovare a questo indirizzo: Un giallo in cento righe

Il bacio della principessa nera
di Enrico Pandiani

Sono poco più che un pappone. Una volta ero uno sbirro, vestivo un’uniforme da poveraccio suo malgrado e fingevo di far parte dei buoni. È durato finché non ho conosciuto Sganzerla. Adesso porto le sue battone nere a clienti eccellenti che non hanno neppure il tempo di andarsele a cercare.
La scuderia Sganzerla, le più belle. Per me non sono che negre, hanno un odore diverso, un colore diverso e sono tutte uguali. Ma mi pagano e quindi va bene così.
Il corridoio puzzava. Saranno anche state il meglio, ma la loro tana aveva odore di umanità poco pulita. Nadifa era nuova, andava dressata, così ha detto Platania. Giusto l’altro giorno ho assistito a un bel pestaggio, due negre picchiate a sangue. È così che le fanno rigare dritto. Volevo dire qualcosa ma poi non l’ho fatto, non sono cazzi miei.
Ho aperto la porta della stanza. Nadifa si stava vestendo e si è coperta il seno con uno straccetto d’argento.
«Una battona che ha paura di farsi vedere nuda?» ho detto.
«Non sono una battona» ha detto lei.
Buon italiano, begli occhi, bella bocca, meglio delle altre. «E cos’è che sei, una principessa?»
Mi ha fissato senza espressione. «Aspettami fuori» ha detto asciutta.
Non avevo voglia di discutere, così mi sono chiuso la porta alle spalle. Ho fumato due sigarette prima che sua altezza si degnasse di uscire.
Porta Palazzo era scura, resa lucida da una pioggerella spray che rifletteva lampi vaghi e giallastri. Il mio umore, simile alla sporcizia che mi stava attorno, era anche peggiore della voglia di tirare avanti. Nadifa mi camminava accanto sul selciato umido, il portamento fiero di quelle zulù dei film di Tarzan. Il vestito di paillettes d’argento le stava come verniciato sulla pelle, pareva cromata. Mi è pure venuto duro nei pantaloni.
«Com’è che parli italiano così bene?» ho chiesto.
«Sono in Italia da tre anni, prima stavo a Milano.»
«Hai sempre fatto la puttana?»
«Ti ho detto che non sono una puttana.»
«Vai a letto con i clienti, no, com’è che lo chiami?»
«Non l’ho mai fatto, ero la donna di Sganzerla.»
«Sei caduta in disgrazia?» ho chiesto sogghignando.
Non mi ha risposto. Siamo saliti in auto e ho messo in moto.
«Beh, questa sera ti tocca, principessa» ho detto, «ti scopi uno stronzo di avvocato.»
«Ti sbagli» ha sussurrato.
Ha continuato a guardare davanti a sé mentre mi infilavo in corso Regina. Alle due di notte la città era deserta. Questa gente vive solo il fine settimana, specie quando il tempo fa schifo. Ho svoltato in via Vanchiglia, passato piazza Vittorio e proseguito per corso Cairoli.
Mi si sono affiancati al semaforo del ponte. Erano in due, Insalaco e il Rossi. Ho tirato giù il finestrino.
«Ciao Arnaud» ha detto Rossi, «cambiamento di programma. Entra nel Valentino e ferma dopo l’arco.»
«Platania non mi ha detto niente» ho borbottato.
«Lo ha detto a noi, non rompere e fai come ti dico.»
Intanto era scattato il verde. Ho attraversato il viale e superato quello schifo di arco coi muli e i cannoni. Mi sono fermato all’altezza della Latteria Svizzera. Loro mi sono venuti dietro, sono scesi dall’auto e Insalaco ha aperto la porta dalla parte del passeggero.
«Forza bella, smonta» ha detto tirando la principessa per un braccio.
I nostri sguardi si sono incontrati. È stato un attimo, i suoi occhi erano quelli di una bestia braccata. Poi è scesa.
«Gira l’auto e smamma» ha detto Rossi chinandosi sul mio finestrino.
«Cosa le volete fare?» ho chiesto.
«Non sono cazzi tuoi. Ti chiamerà Platania, adesso fila.»
Si sono allontanati verso l’orto botanico. Lei si è voltata ancora a guardarmi ma Rossi l’ha tirata via con uno strattone. Alla luce dei fari le paillettes d’argento parevano le squame di una sirena.
Avevo il batticuore. «È solo una negra» mi sono detto. Facendo manovra mi tremavano le mani sul volante, mi sono accorto che era rabbia. Ho fatto cento metri, poi ho spento i fari e ho parcheggiato. La pistola mi premeva contro il fianco. «Affanculo» mi son detto.
Sono smontato e ho rifatto il percorso in senso inverso. Il giardino era deserto e le mie scarpe di gomma non facevano rumore. Erano là davanti a me, diretti verso il fiume.
Camminando rasente la cancellata li ho seguiti fin oltre l’Armida e la Cerea. Non c’era un’anima e le vecchie canoe parevano strani animali addormentati nell’ombra. Il ticchettio dei sandali di Nadifa era il solo suono nel silenzio della notte. Li ho visti scendere in un giardinetto sotto al castello di Architettura.
Li ho osservati al riparo dei cespugli. Discutevano a bassa voce e non riuscivo a sentire cosa stavano dicendo. D’improvviso Rossi l’ha colpita con un ceffone cattivo. Le gambe della principessa si sono piegate ma è rimasta in piedi. Un altra sberla ed è caduta in ginocchio.
Mentre Rossi urlava incazzato, Insalaco l’ha spinta con un piede e l’ha buttata a terra, poi l’ha colpita con un paio di calci. Da quel mucchietto d’argento non è uscito neppure un lamento. Anche Rossi ha cominciato a prenderla a calci.
Allora ho deciso che bastava così.
«Cosa cazzo vi salta in mente» ho gridato facendomi sotto, «la volete ammazzare?»
Si sono girati di scatto. «Che diavolo ci fai qui?» ha berciato Rossi, «ti avevo detto di sparire.»
«Adesso basta» ho detto gelido, «lasciatela stare.»
Insalaco è venuto verso di me. «Sparisci, pezzente» ha grugnito.
Ero furibondo. Gli ho fracassato il naso con una testata e prima che potesse banfare gli ho affondato un ginocchio tra le gambe. Poi con due montanti l’ho sdraiato lungo e tirato per terra.
Con la coda dell’occhio ho visto che Rossi si frugava nel giubbotto. Ho estratto la .38 e gli ho sparato due volte. Lungo e tirato pure lui. Mi sono chinato sul suo corpo e gli ho sentito la gola. Morto stecchito, io sparo da dio.
Nadifa si stava rialzando. Mi sono accucciato accanto a Insalaco e gli ho preso il mento fra le dita. Era una maschera di sangue. Ha aperto gli occhi e qualcosa mi ha morso sul fianco. Sono caduto indietro mentre lui cercava di colpirmi ancora con il coltello. Gli ho sparato in faccia e nel collo. Bastardo.
Il fianco bruciava da morire e sentivo la camicia bagnata. Lei mi si è avvicinata. Un filo di sangue le scendeva dal naso. «Dammi una mano, principessa» ho balbettato, «dobbiamo filare.»
Con il suo aiuto mi sono alzato.
«Grazie» ha mormorato.
Siamo tornati alla macchina senza incontrare nessuno. Il dolore stava diventando lancinante e cominciava a scendere lungo la gamba. Sul sedile ho chiuso gli occhi per qualche momento. Poi ho messo in moto e sono partito. In corso Cairoli abbiamo incrociato due pantere a sirene spiegate.
«Conosco un posto dove ti possono aiutare» ho detto. Parlare mi costava fatica. «Potrai smettere di fare la puttana.»
«Io non sono una puttana» ha detto. La sua voce aveva una nota triste.
Ho vagato per una Torino addormentata e mi sono fermato davanti alla casa di accoglienza. La via era deserta.
«Ci siamo, principessa, prova a suonare» ho ansimato, «qualcuno ti farà entrare.»
Lei ha aperto la portiera. Prima di scendere si è voltata verso di me. Stava piangendo.
«Perché lo hai fatto?» ha chiesto.
«Per rabbia» ho detto, «o per nostalgia. Adesso vai.»
Si è chinata e mi ha baciato sulla bocca. Le sue labbra erano grandi e morbide. E non è vero che aveva un odore diverso, il suo profumo era buono e mi è rimasto nelle narici mentre la guardavo attraversare la strada. Non sentivo più il dolore e la mia testa era leggera. Non mi sono nemmeno accorto che stava arrivando il buio.

Sperlonga, giugno 2010

Il Mucchio e La Sicilia, due recensioni

Recensione di Carlo Bordone
Il Mucchio, aprile 2010, pag. 143

Troppo piombo
Instar Libri, pp. 311, euro14,50

Gli incipit delle storie degli italiens, la squadra di poliziotti parigini con cognomi da paisà inventati da Enrico Pandiani, swmbrano un po’ quelle dei Ramones, 1-2-3-4 e sei già nel vivo della storia. Con un bang! o con un crash! Se l’esordio eponimo, pubblicato l’anno scorso, partiva in quarta con una bella sparatoria nella quale la parte del bersaglio spettava proprio ai nostri piedipiatti presi di mira da un cecchino spietato, Troppo piombo ci trasporta subito sul luogo del delitto, eseguito, contrariamente a quello che farebbe pensare il titolo, a mani nude. Un assassinio portato a termine con efferata bestialità, del quale non ci viene risparmiato nessun dettaglio horror da medicina legale. La vittima è una giornalista del giornale centrista/liberale Paris 24h, bella, rampante e carrierista. Una stronza, insomma, odiata dall’intera redazione tranne che dalle sue tre amiche, carrieriste rampanti e stronze proprio come lei. Proprio come lei, invischiate in una strana vicenda iniziata mesi prima con una sfilata di moda “alternativa” mentre nella banlieue si accendevano i fuochi della rivolta. E, proprio come lei, destinate a una gran brutta fine. Sulle tracce del Killer di giornaliste stronze si mette il commissario Mordenti, con al seguito la sua squadra di italiens; il caso sembra impossibile, vista l’assenza totale di indizi, ma Mordenti non ci metterà molto a trovare il bandolo della matassa, non prima, naturalmente, di portarsi a letto la bellissima Nadège, responsabile delle pagine di moda.
Rispetto al primo romanzo, il commissario/voce narrante guadagna, oltre che un nome, anche una maggior ricchezza di sfumature, pur rimanendo intenzionalmente nel canone del pulotto un po’ disilluso, un po’ romantico, un po’ (molto) autoironico: tra Sanantonio e Philip Marlowe, con qualche spruzzata di Lino Ventura, sotto il cielo di una Prigi invernale e a tratti pennachiana. Pandiani sa dosare con grande abilità non solo i meccanismi del genere poliziesco, ma sopratutto i suoi stereotipi, utilizzati con notevole vena umoristica e un gran senso el ritmo. Insomma: se non ci si diverte con storie come queste, si merita di essere sbattuti a dirigere il traffico.

STACCO

Recensione di Carlotta Romano
La Sicilia, 27 aprile 2010, pag. 18

Due morti e un pizzico d’ironia

Les italiens (2009, Instar Libri), il primo libro di Enrico Pandiani, è il nome di una squadra di poliziotti di origine italiana che lavora alla Brigata Criminale della polizia di Parigi. Amano Brassens e gli spaghetti. Sono serviti all’autore per sganciarsi sia dagli italiani che dai francesi: Parigi come intrigante ambientazione sulla quale far muovere personaggi di origine italiana. Vero appassionato della capitale francese, Pandiani si apre alle sue suggestioni, trae dagli angoli della città spunti per storie noir che sanno tenere il lettore inchiodato alla pagina. Les italiens seguivano la storia di una fuga e tornano ora in Troppo piombo (sempre Instar Libri) per indagare sulla morte di due giornaliste di un immaginario giornale parigino, uccise in modo particolarmente violento. Prima che le indagini prendano una direzione precisa c’è spazio per la storia personale, per parlare dei rapporti, dei flirt, dei luoghi. Ciò che maggiormente sembra interessare l’autore è proprio l’intreccio dei personaggi. Insieme a fare qualcosa di diverso dal noir italiano, spesso triste e problematico, seguendo una scrittura che, ad esempio, recuperi più evidentemente il senso del divertimento.

Fioccano le recensioni; ecco TuttoLibri

Un giallo per cinefili: «Troppo Piombo» di Pandiani
Recensione di Francesco Troiano (La Stampa – Tutto Libri, sabato 17 aprile, pag. III)

In unaParigi all’ultimo respiro

E’ decisamente feroce, la pagina iniziale di Troppo piombo (Instar Libri, pp. 312, e 14,50): un omicidio a mani nude, calci e pugni, il modus operandi d’un assassino che prende di mira le redattrici di un quotidiano parigino.
L’incipit shockante pare marchio di fabbrica di Enrico Pandiani, grafico di professione ed abile scrittore di noir: c’era già nel suo fortunato esordio, Les italiens, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2009. In questa nuova prova, ritroviamo la squadra d’italiani in forza alla Brigata Criminale, al quai des Orfèvres: protagonista è, ancora, il commissario Jean-Pierre Mordenti, quarantenne atletico, fascinoso, di buone letture.
Se le coordinate letterarie restano le medesime (l’ironia di Fréderic Dard, l’aggressività di Jean-Patrick Manchette e, tra gli statunitensi, la vividezza di Horace McCoy), Troppo piombo è libro su tutto innervato di celluloide: non è certo per caso che Mordenti, entrando nella brasserie Lipp con la femme fatale Nadège Blanc, s’imbatta in un invecchiato e spiritoso Jean-Paul Belmondo, né che sia boutdesouffle il nome utente dell’account creato dal killer per comunicare con la polizia.
L’intiero racconto, in verità, sembra un omaggio a certo polar cinematografico d’oltralpe, quello di José Giovanni e di Henri Verneuil: è, quest’ultimo, il regista di Peur sur la ville (Il poliziotto della Brigata Criminale, 1975), interpretato proprio da uno scatenato «Bebel», che – incentrato sullo scontro fra un commissario tanto sopra le righe quanto scanzonato ed un maniaco che uccide donne – è probabilmente stato tra le fonti d’ispirazione per Pandiani.
Ma, al di là di citazioni e di riferimenti, è il ritmo narrativo ad esser cinematografico: tra una sparatoria in un condominio ed uno stupro collettivo, la storia non perde un colpo. Rispetto alla tradizione del noir indigeno, infine, dal superbo Scerbanenco in avanti, lo scrittore torinese preferisce la sottolineatura ironica alla cupezza d’ordinanza: neanche nel finale, che paga pegno alla tradizione dello sbirro eroico per amore, vi rinunzia del tutto («Saresti davvero rimasto davanti a me fino alla fine?» – «Ma starai mica scherzando?»).
Ed è una choucroute, oltre a un bel corpo di donna, il pagano premio per il guerriero stanco.

Troppo piombo: Ne parla Giovanni Tesio

Ritornano les italiens di Pandiani

Una recensione di Giovanni Tesio
Torino Sette, 9 aprile 2010 – pag. 69

Tornano «les italiens», i simpatici spostati. Torna il loro autore, Enrico Pandiani. E torna con un nuovo titolo, «Troppo piombo», edito dai torinesi di Instar Libri (pp. 312, euro 14,50), che già hanno tenuto a battesimo il loro esordio di buon conio.
Tra poliziesco e noir, tornano i cinque compari (ma potremmo anche dire i tre più due) che si dimenano come i magnifici sette. Tornano le loro imprese di investigazione celere e anche un po’ balorda. Tornano le citazioni estrosamente postmoderne di film, libri e canzoni. Tornano le atmosfere parigine tra cuore e banlieu (la periferia Nord), questa volta rese più suggestive dall’ ambientazione nivale che contrassegna una larga vigilia natalizia tra piccoli fiocchi e quasi bufera.
Ma con tanti bei ritorni dobbiamo pur registrare qualche segno di cedimento: una scrittura a tratti un po’ più cascante, una tensione un pò più protratta e anche una dose di effetti un po’ più speciali (con tanto di botto finale) di cui «les italiens» non avrebbero di per sé bisogno, perché la loro forza è la solidità del gruppo, il clima di simpatia che riescono a creare, e infine – va sans dire – la leadership del protagonista Jean-Pierre Mordenti.
Ovvero quello che dice io. Quello che va in giro con una Karmann Ghia azzurra. Quello che canticchia i suoi motivi vintage. Quello che veste stropicciato dopo notti di diluvi ormonali. Quello che a proposito di alcune fotografie indiziarie può affermare con piena coscienza del ridicolo: «Erano state scattate in redazione e ne ho dedotto che dovessero essere colleghe. Del resto sono uno sbirro, dedurre è il mio forte». Quello che con il tipico umorismo dei «tombeurs» sentimentali dalla patta ardita può concedersi un peana da caduta libera: «I suoi occhi scuri e penetranti ti passavano
da parte a parte come due proiettili di ossidiana. La bocca, d’altro canto, era un capolavoro di ingegneria labiale. Aveva un aspetto soffice e performante».
Questa volta la scena è la redazione di un giornale, è la lotta spietata per la sopraffazione e per il potere, che innesca tutta una vera e propria cattedrale di vendette – tremende vendette – anche se di più non voglio dire (e tanto meno voglio dire qualcosa che tolga piacere all’intreccio, essenziale in questo tipo di narrazioni). Ci sono delle donne, ci sono degli uomini e ce n’è uno in particolare (non rivelo nulla di indebito) che veste i panni del giustiziere inesorabile. Ma c’è soprattutto il ritmo che nell’insieme trasforma gli inseguimenti, le piste, i depistaggi, gli errori, gli spari in un gioco d’estri e di gusti. Un sound che al bal musette sa mescolare le note di un’infera magia sospesa con humour tra razionalità cartesiane e i molti diavoli capaci di beffarne le misure.

I posti de les italiens: i Deux Magots

Quando Hemingway prendeva il caffè

Boulevard Saint-Germaine sull’angolo con la piazza Jean-Paul Sartre et Simone de Beauvoir, uno dei salotti buoni di Parigi, dove turisti e indigeni si mescolano per lavorare, guardare, fare acquisti e, naturalmente sedere alla terrasse di uno dei più celebri caffè della città.
Il nome Les Deux Magots trae origine dall’insegna di un negozio di mode che occupava un tempo lo stesso angolo, due figurine cinesi che ancora si possono vedere nella sala principale del caffè.

Verso il 1885 il negozio di mode leva le tende lasciando insegna  e locali a una rivendita di liquori con annesso caffè, nella quale Verlaine, Rimbaud, Mallarmè, e altri famosi personaggi, prenderanno presto l’abitudine di incontrarsi.
Da allora, il caffè Les Deux Magots ha sempre giocato un ruolo importante nella vita culturale di Parigi. Il premio letterario dei Deux Magots, istituito nel 1933, ne sancirà definitivamente la vocazione culturale.
Frequentato da illustri artisti tra i quali Elsa Triolet, André Gide, Jean Giraudoux, Pablo Picasso, Jacques Prévert, Hernest Hemingway, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, giusto per citarne alcuni, questo celebre café accolse i surrealisti, sotto l’egida di André Breton, ben prima che gli esistenzialisti si mettessero a fare le ore piccole nelle cantine del quartiere.
In Troppo piombo, Mordenti vi incontra un giornalista del quotidiano Paris24h con il quale ha un colloquio che si trasforma rapidamente in una gara a chi dei due riesca a essere più evasivo.

Stavo per entrare quando qualcuno mi ha chiamato. Mi sono voltato e ho visto un tizio che veniva verso di me con un bel maglione norvegese, i jeans e una giacca di tweed blu. L’ho aspettato sulla porta e lui mi si è fermato davanti.
«Non ci hanno ancora presentati» ha detto tendendo la mano. «Sono Michel Kahane, redattore capo qui dentro, tanto per dire.» Ha indicato la porta. «Non voglio farle perdere tempo» ha detto con un sorriso. «L’ho vista arrivare e ho pensato che avremmo potuto prendere un caffè assieme.»
I suoi occhi sorridevano. Era un pelo più basso di me ma il fisico ce l’aveva anche lui. Quando sorrideva due fossette gli si formavano sulle guance. Se fossi stato una donna probabilmente mi sarei messa a balbettare.
Ci siamo presi le misure. «Vada per un caffè» ho detto.
Abbiamo attraversato l’incrocio e siamo entrati ai DeuxMagots. C’era un sacco di gente, aver accettato il suo invito mi è sembrata subito una pessima idea. Abbiamo trovato un tavolino vicino alla vetrina. Un cameriere che sembrava il butler di Lord Hamilton ha preso l’ordinazione.
«Tanto per dire, ho sentito che avete avuto una discussione burrascosa con Denise Florian» ha detto sorridendo.
«Le notizie corrono» ho brontolato.
«Voci di corridoio. C’è gente in redazione che avrebbe voluto assistere, tanto per dire» ha detto sarcastico. «Non mi fraintenda, io devo essere sopra le parti. Mi piacerebbe sapere perché avete torchiato proprio loro, c’è un motivo particolare?»
Ho sollevato la tazzina. Sarà anche stato il locale più famoso del mondo, ma il caffè era meno che qualunque.

Oltre al mondo dell’arte e della letteratura, Les Deux Magots è frequentato oggi da quelli della moda e della politica. Fiero di essere uno dei caffè più antichi di Parigi, ha conservato nel servizio il suo carattere originale. I camerieri in abito nero e bianco, come vuole la tradizione, vi serviranno vini, champagne, e alcol pregiati, versandoli al vostro tavolo dopo avervi presentato elegantemente la bottiglia. Vi si può anche gustare una deliziosa cioccolata preparata come una volta sciogliendo nel latte tavolette di cioccolato fondente.

Nel 1973, è sotto le tende verdi dei Deux Magots che si incontrano Veronica e Alexandre, i protagonisti di La maman et la putain, ultimo emblematico film della Nouvelle Vague diretto da Jean Eustache. Sempre nel ’73, nel film Les Aventures de Rabbi Jacob di Gérard Oury, con un brillante Louis De Funes, è proprio davanti ai Deux Magots che il personaggio di Slimane viene rapito dalla polizia segreta del suo paese, proprio come qualche anno prima, davanti alla brasserie Lipp, era successo a Mehdi Ben Barka, oppositore in esilio al regime del suo paese.
Insomma, un locale ricco di storia e di cultura. Se vi capita di trovarvi davanti alla chiesa di Saint-Germain-des-Pres, sedetevi a un tavolino dei Deux Magots e fatevi un caffè e un millefoglie. Non ve ne pentirete, anche se il vostro borsellino si metterà le mani nei capelli.

“Cinema da Denuncia” per Troppo piombo

Troppo piombo

Recensione di Alessandro Baratti
cinemadadenuncia.splinder.com

Enrico Pandiani, Troppo piombo, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 311, € 14,50

Parigi, 15 dicembre. Rimpiazzati i caduti dell’operazione Chamberat con due acquisti di collaudata affidabilità, la squadra degli italiens si mobilita per un nuovo caso: Thérèse Garcia, caposervizio della cronaca cittadina al quotidiano Paris24h, è stata uccisa nel suo appartamento da qualcuno che l’ha massacrata freddamente per mezz’ora e poi le ha spezzato il collo, lasciando accanto al corpo undici paia di scarpe perfettamente allineate. Capitanati dal commissario Jean-Pierre Mordenti, les italiens si lanciano in un’indagine che li porterà a carambolare tra la redazione del giornale, piccoli trafficanti d’armi che bazzicano il Forum des Halles e relitti industriali della banlieue nord. Mentre il conto dei cadaveri aumenta e il Natale si avvicina, il commissario entra in intimità con Nadège Blanc, redattrice in cronaca cittadina che si occupa di moda. Su tutto una misteriosa sigla che spunta con sospetta insistenza: PPLB.

Avevamo lasciato il commissario senza nome degli Italiens seduto al tavolino di un bistrot, intento a sorseggiare Sancerre e seguire con lo sguardo la bellissima Moët Chamberat che usciva dalla sua vita. Lo ritroviamo nell’appartamento di una donna cui è stato spezzato il collo al termine di un pestaggio di rara ferocia. Ma è solo più tardi, presentandosi alla magnetica e felina Nadège Blanc, che il commissario rivela la propria identità: Jean-Pierre Mordenti, nome che evoca almeno altri due J-P: Belmondo, attore incrociato di sfuggita all’entrata della Brasserie Lipp, e Melville, nume tutelare del genere cinematografico polar (il poliziesco-noir alla francese). Spigliatezza di origine italiana e concretezza di sapore alsaziano (non a caso Jean-Pierre e Nadège vanno da Lipp a mangiare la choucroute) sono gli ingredienti che si mescolano alla perfezione nel personaggio di Mordenti, commissario al comando degli italiens “o, più amichevolmente, quelle teste di cazzo degli italiani” (p.14).

Stavolta il sardonico flic deve vedersela con un assassino che sceglie le sue vittime all’interno della redazione del quotidiano Paris24h, giornale fittizio che riecheggia il settimanale Le Nouvel Observateur. Maledettamente imbrogliata, l’indagine gira inizialmente a vuoto inciampando nella diffidente reticenza dell’ambiente giornalistico, finché non salta fuori l’invito a un défilé di moda organizzato il primo ottobre dell’anno precedente da uno stilista magrebino per celebrare la rivolta nella banlieue. Spazio dell’evento: ex Officine Felissi a Saint-Denis. I fatti accaduti in questo luogo un anno prima sembrano collegarsi ai delitti del Paris24h, costituendone il remoto movente. Da questo momento in poi i segni, gli indizi e le tracce si compattano rapidamente rimandando alla figura di Gaspar Wendling, giornalista del Parisien ucciso cinque mesi prima a Clichy. Tra lui, alcune dirigenti del Paris24h, la sfilata nella banlieue e la catena di omicidi in corso la verità inizia a venire a galla.

Alla seconda prova da romanziere, il cinquantatrenne grafico editoriale torinese Enrico Pandiani alza decisamente il tiro, concependo un intrigo poliziesco molto più elaborato e complesso di quello dispiegato nel libro d’esordio. La complicazione dell’intreccio va di pari passo con l’accrescimento delle dimensioni (311 pagine anziché 256), la proliferazione dei personaggi (più di trenta) e la moltiplicazione dei microcosmi che entrano in rotta di collisione (la polizia, la redazione del Paris24h, la banlieue). Ma lungi dallo scadere nella maniera o nel virtuosismo compiaciuto, Pandiani comunica alla narrazione una vitalità tremendamente contagiosa, tornendo ogni psicologia, intagliando ogni particolare, cesellando ogni dettaglio. Alleggerito da un’ironia che non indietreggia di fronte alle situazioni più estreme e ancorato al territorio parigino con la precisione di una Street View a 360°, Troppo piombo sferra attacchi di puro terrore e descrive attentamente procedure scientifiche, ingaggia dialoghi sferzanti e distilla pause riflessive, intavola interrogatori asfissianti e sciorina azioni adrenaliniche. Senza mai perdere un grammo di incisività o sensualità, come testimoniano le incandescenti pagine dedicate agli omerici amplessi di Jean-Pierre e Nadège.

Fotografie, libri, cibo, armi, musica, film: non c’è un solo elemento che entri nel libro come inerte riempitivo. La scrittura di Pandiani carica qualsiasi oggetto chiamato in causa di valori sensoriali e funzionali: le polaroid à la Hockney non solo colgono l’essenza del soggetto ritratto ma servono all’assassino per documentare il suo progetto punitivo, i volumi letti dai personaggi (Lo straniero, La chambre bleue…) non soltanto armonizzano col carattere di chi li sfoglia ma entrano in risonanza coi risvolti umani dell’indagine, le choucroutes di Lipp e i celestiali gelati di Berthillon non si limitano ad appagare il palato dei personaggi ma stringono un patto sentimentale tra loro. Condivisione.

Eppure l’aspetto più suggestivo di Troppo piombo è un altro: spesso il commissario si distacca dai singoli fatti per costruire un quadro d’insieme. Leggendo le sue riflessioni si percepisce una scossa tellurica, il rovello dello scrittore sulle infinite potenzialità dell’intreccio. Quando Mordenti si interroga sui possibili sviluppi dell’indagine, è Pandiani che parla dell’elaborazione del romanzo stesso. In questi vertiginosi punti di fuga, io dell’autore e io del personaggio si fondono indissolubilmente, entrambi alla ricerca di una verità tanto sfuggente quanto impellente: “In quel momento mi sentivo uno di quegli imbecilli che non l’hanno proprio vista mai. Ma non puoi smettere di cercarla perché la vita a volte te lo impone. Ti ci senti invischiato e prendi a girare su te stesso, annaspando nelle congetture e inciampando nei dubbi” (p.82).
Dubbi sui quali, da lettore, è sublime incespicare.

Teaser n. 6 del nuovo romanzo

I personaggi del romanzo Troppo Piombo.

Yasmine Benaïssa

Yasmine è una giornalista del quotidiano Paris24h, una donna magrebina sottile e pepata. La sua rabbia si rivolge verso coloro che deridono i diversi, che si sentono superiori per il colore della propria pelle. È una donna determinata e caparbia che affronta la vita con i pugni e non ama nascondere i propri sentimenti.
Il suo fascino femminile è mescolato al carattere forte e mascolino e alla maniera diretta di dire le cose che pensa.
Il commissario Jean-Pierre Mordenti e il suo socio Servandoni si troveranno a un bivio incontrando Yasmine. Solamente la sua gattina la può levare dai guai, ma ci vorranno molti grattini sulla pancia.
Ecco un breve ritratto di Yasmine tratto dal mio prossimo romanzo.

«Perché perdete tempo a cercare l’assassino di quella stronza?»
Mi sono voltato verso la voce profonda che aveva appena pronunciato quelle durissime parole. La donna mi stava davanti reggendo un plico di giornali tra le braccia. Yasmine Benaïssa, piccola e pepata come un bastoncino di cannella. Stava dritta come un fuso sui suoi centosessanta e rotti centimetri di altezza. A ogni suo movimento una bolla di capelli ricci ondeggiava come gelatina sopra la sua testa.
«L’ha per caso ammazzata lei?» ha detto Alain.
Lo ha fissato con aria di sfida sorridendo sarcastica. «Se fossi stata io, lo urlerei ai quattro venti. Diventerei molto popolare qui dentro.»
Era un bel tipo, in riunione non ci avevo fatto caso. Quei suoi occhi scuri e penetranti ti passavano da parte a parte come due proiettili di ossidiana. La bocca, d’altro canto, era un capolavoro di ingegneria labiale. Aveva un’aspetto soffice e performante.
«Abbiamo avuto questa impressione» ho detto, «pare che Thérèse non fosse molto amata in redazione. Si direbbe che anche a lei la sua morte non faccia né caldo né freddo.»
Ha fatto una smorfia sprezzante. Aveva zigomi alti che disegnavano la curva morbida e seducente delle guance. In un film su Spartaco avrebbe avuto la parte della schiava ribelle.
«Era una puttana arrogante, xenofoba e razzista» ha detto, «piena di odio e frustrazione. E non perdeva occasione per umiliare chi le capitava sotto tiro.»
«Xenofoba e razzista?» ha detto sorpreso Alain.
«Proprio così» ha detto Yasmine, «con noi che non siamo bianchi come il latte riusciva a essere particolarmente spiacevole. Era una donna cattiva.»
«Con qualcuno in particolare?»
«Con me, con Nadège Blanc e con quel suo tirapiedi un po’ checca… Con tutti quelli che non erano scattanti o non le andavano a genio. Aveva sempre qualche scortesia in serbo per quelli come noi.»
«Capisco» ha detto Alain mettendosi una Caporal fra le labbra. «Pensa che possa essere stato uno di loro?»
Ha fatto spallucce. «Non si può fumare qui dentro» ha detto. «Io non penso nulla. Volevo solo chiarire le cose. Magari ve l’hanno descritta come una santa donna.»
Servandoni s’è tolto la sigaretta di bocca, l’ha guardata un attimo e se l’è ficcata nella tasca del paletò
(…)
«Dov’era l’altro ieri sera verso le undici?» le ho chiesto guardandola dritta negli occhi.
Ha sorriso facendo un movimento leggero con il capo. «Ero a casa mia» ha detto. «Ho guardato un film in Dvd mentre lavoravo a un articolo sul terzo mondo.» Mi ha squadrato piegando il capo da un lato. «Un film di kung fu, vado pazza per quella roba.»
Alain sembrava divertirsi. «C’è qualcuno che lo può confermare, madame?» ha chiesto.
«Madame… che carino» ha detto lei. Poi ha finto di pensare per qualche attimo appoggiandosi un indice lungo e sottile sulla guancia. «Beh, c’era la mia gattina» ha detto alla fine. «Se le fate i grattini sulla pancia sono sicuro che vi confermerà ogni cosa.»
(Troppo piombo, di Enrico Pandiani. In uscita  per Instar Libri, marzo 2010)