I posti de les italiens: Barbizon

Mordenti e le crudités della campagna

«Ces pauvres maisons construites en grés de la forêt, couvertes en tuiles de pays toutes grises, s’alignaient depuis la ferme qui borde la plaine jusqu’a l’entrée de la forêt , en une rue unique, assez mal pavée et surtout mal nivelée… Plusieurs maisons étaient couvertes en chaume et ces chaumes en vieillissant avaient pris une couleur admirable… et c’était pour les amoureux de la couleur un véritable régal. Barbizon est un endroit très tranquille où l’on pouvait sans crainte d’être dérangé, travailler paisiblement, être logé, nourri à bon marché. Aussi la réputation du village se répandit-elle dans les ateliers de peintres et surtout chez les paysagistes et les animaliers qui étaient sûrs de trouver dans le pays de nombreux modèles
Così, alla metà dell’800, il pittore Geoges Gassies parlava del villaggio di Barbizon. Comune francese di circa millequattrocento anime, situato nel dipartimento di Senna e Marna dell’Île-de-France, Barbizon è meta turistica per curiosi di tutto il mondo. Anche gli americani prendono spesso armi e bagagli per venire a visitare questo piccolo, famoso luogo a una sessantina di chilometri a sud di Parigi. La natura, qui, ubriaca di luci e di colori, la fa da padrona, a cominciare dalla meravigliosa Foresta di Fontainebleau, luogo di assoluta bellezza.
Potevano dunque il commissario Mordenti e i suoi italiens tralasciare una visita movimentata in questi luoghi? Nemmeno per sogno. In Pessime scuse per un massacro, i flic francesi, che conosciamo bene, scenderanno da queste parti per indagare sul brutale assassinio di un senatore della Repubblica ultra ottuagenario, della sua bella figlia e dello sfortunato autista che, contravvenendo alla prima regola per salvare la pelle, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Era dai tempi di Théophile Gautier che l’avvolgente campagna francese non trovava un tale ruolo da protagonista; leggiamoci, dunque, un pezzetto di questo romanzo.

….Delphine Roussel ha attraversato il giardino della Clé d’Or ed è venuta a sedersi davanti a me.
….«Buongiorno, tenente» l’ho salutata chiudendo il giornale.
….Aveva i capelli più arruffati del solito e lo sguardo assonnato. Mentre si sistemava il tovagliolo sulle ginocchia l’ho guardata per bene. Non doveva avere nemmeno trent’anni e, nonostante l’aria da maschiaccio, non era affatto una brutta donna. I tratti del viso erano forti e spigolosi e il naso importante ma bello. C’era qualcosa di scostante in lei, come se avesse voluto esserci e non esserci allo stesso tempo. Forse per via di quelle iridi di ghiaccio, di un azzurro particolarmente chiaro, o delle sopracciglia folte e un poco corrucciate. Comunque a un certo punto mi ha sorriso.
….«Buongiorno» ha detto. «Dormito bene?»
….Ho fatto segno che sì, avevo dormito come un pezzo di piombo. Ho preso la brocca d’argento del caffè e ne ho versate tre dita nella sua tazza. Lei ha aggiunto un goccio di latte e una zolletta di zucchero.
….«Faccio quell’impressione anche a lei?» ha chiesto girando il caffè con il cucchiaino.
….«Che impressione?»
….«Be’…» si è stretta nelle spalle. «In genere gli uomini tendono a sentirsi a disagio in mia presenza. Sembra che io incuta un sacrosanto terrore ai miei colleghi.»
….Giubbotto di pelle nera, t-shirt bianca, jeans e scarpe da jogging. Aveva qualcosa del teppista.
….«Si, ho sentito, si raccontano un po’ di storie su di lei. Con un certo rispetto, devo dire.» Ho sorriso a mia volta.
….«Gli uomini hanno paura delle donne troppo indipendenti.»
….«Ne siamo terrorizzati» ho ammesso, «ma sono necessarie.»
….Ha bevuto un sorso di caffè, imburrato una fettina di pane e l’ha cosparsa di marmellata di fragole. «Non mi ha detto se la metto a disagio» ha insistito con un sorriso provocatorio.
….Quei suoi occhi da elfo mi hanno scrutato così a fondo che hanno visto anche la marca delle mie mutande. Ho fatto un lento cenno di diniego.
….«È difficile che qualcuno mi metta a disagio. Potrei attraversare place Vendôme in compagnia di un negro nudo dipinto di giallo senza fare una piega.»
….«Si dice “nero”» mi ha corretto ridendo di gusto. «Lei è proprio un tipo strambo.»
….Era la seconda volta in meno di ventiquattrore che qualcuno me lo diceva. Forse dovevo cominciare a preoccuparmi.
….«Come mai i suoi colleghi si sentono tanto a disagio?»
….Ha sollevato le sopracciglia con aria annoiata. «Si aspettano che mi comporti da uomo, che parli delle mie conquiste, che sputi per terra. Vorrebbero che mettessi in piazza la mia vita privata come fanno loro.»
….È passata una giovane cameriera bionda e lei ha chiesto un bicchiere di succo d’arancia. In mezzo minuto lo aveva sul tavolo.
….«I colleghi sono così» ho detto, «vorrebbero sapere tutto. Il nostro è un ambiente difficile. La goliardia e il machismo sono all’ordine del giorno, e non solo tra gli sbirri.»
….Ha sogghignato. «Conosco poliziotte che si papperebbero in un solo boccone la metà dei loro colleghi maschi.»
….«Non ne dubito, ne ho in mente un paio anch’io. Immagino che lei abbia un marito o un fidanzato.»
….Mi ha guardato sorseggiando il succo d’arancia. «C’è una scommessa alla brigata» ha detto, «chi riesce a scoprirlo si becca qualcosa come cinquecento euro. Tra l’altro sono proprio le cose di cui non amo parlare.»

….Questa volta è stata freddina. Non mi sarei voluto trovare dalla parte opposta della sua pistola.
….«Mi scusi, non volevo essere indiscreto. Mi piace conoscere le persone con cui lavoro.»
….«Infatti ci stiamo conoscendo» ha detto lei tornando quasi umana.
….Che è giusto quando è comparso Alain. Si è seduto con noi e la conversazione ha subito preso una piega più informale. Ha ordinato due uova à la coque, una fetta di Munster, pane e un bicchiere di birra. Mentre li aspettava ha fumato una di quelle sue sigarette impestate. Delphine lo guardava come se avesse avuto sei teste. Le colazioni di Alain fanno sempre un certo effetto sul pubblico.
….Il ragazzo era in forma, è anche riuscito a farci ridere un paio di volte. Abbiamo parlato dell’omicidio del senatore ma dalla chiacchierata non è venuto fuori nulla di fondamentale. Come sempre all’inizio di un’inchiesta, la nebbia era talmente fitta da poterla tagliare con un coltello. A uccidere Vigoureaux poteva essere stata una tale quantità di gente che, senza qualche indizio in più, tutto si riduceva a congetture senza un domani.
….Alle otto e trentacinque ci hanno avvisati che Lemaître ci stava aspettando fuori dall’albergo.

Ma cosa attira a Barbizon la maggior parte dei turisti, anche quelli che se non li porti almeno a Venezia non sono contenti, è la passione per la pittura. Non a caso, è nata qui la celeberrima École de Barbizon, che designa il centro geografico e spirituale di una folta colonia di pittori paesaggisti desiderosi di dipingere d’après nature, che tra il 1825 et 1875 visitarono e resero immortali questi luoghi.
Fondatori di questa scuola, furono nientemeno che Camille Corot, Théodore Rousseau, Jean-François Millet e Charles-François Daubigny. Théodore Caruelle d’Aligny e Lazare Bruandet furono tra i precursori (su una delle famose “rocce” della Foresta di Fontainebleau sono ancora oggi visibili i busti commemorativi di Jean-François Millet et Théodore Rousseau scolpiti dallo scultore Henri Chapu).
Grazie all’invenzione dei tubetti di colore attorno al 1840 (sembra una cosa da nulla ma ha più o meno la stessa importanza della ruota), gli artisti poterono lasciare i loro atelier per andare a dipingere la natura nella natura, ispirati dai paysagistes inglesi come Constable, che espose al Salon de Paris nel 1824, e Turner. Giunti in questa ridente località, i pittori paesaggisti francesi daranno vita a quella che, a partire dal 1890, sarà chiamata la Scuola di Barbizon. Non a caso, ancora oggi entrando in paese non si può fare a meno di notare il cartello che, informando il visitatore sprovveduto, avvisa che si sta entrando nella Ville des Paintres. I soliti detrattori, in linea di massima, zelanti storici dell’arte, cercheranno di mettere in dubbio la Scuola, adducendo il fatto che tutti questi pittori, dallo stile molto differente, avevano come sola cosa in comune l’aver scelto la Foresta di Fontainebleau come soggetto dei loro quadri.
Ad ogni modo, siccome di detrattori è pieno il mondo, mi sembra giusto ignorarli. Di fatto, nel 1847, Théodore Rousseau, uno dei grandi pittori dell’epoca, s’installò a Barbizon, presto imitato da Jean-François Millet, meno noto ma ben deciso a cambiare le cose. Altri rinomati artisti, tra i quali Daubigny, Corot, Diaz de la Peña, Ziem e parecchi altri vennero in seguito accolti in questo delizioso villaggio, dando vita a un movimento destinato a diventare famoso.
Il primo albergo della Ville des Peintres, l’Auberge Ganne, avrà per l’eternità il suo posto nella storia per essere stato luogo privilegiato d’incontro di questi celebri pittori. Vi si trova oggi il Musée de l’École de Barbizon.
Nel 1865, Claude Monet, Alfred Sisley e Frédéric Bazille, attirati dalla reputazione di Barbizon, vi soggiornarono per incontrare i maestri dell’epoca e realizzare studi per i loro futuri quadri. Non bisogna infati dimenticare che Monet, allievo di Eugéne Boudin, dipinse all’inizio nella tradizione realista di Courbet e dei pittori di Barbizon.
Tuttavia, Monet e i suoi amici non restarono a lungo. Barbizon, come spesso succede, si era difatti trasformato in un luogo alla moda, troppo frequentato e lontano dalla tranquillità di cui questi grandi maestri avevano bisogno.
Per i goderecci che faranno un salto in questi luoghi meravigliosi, il castello di Fontainebleau si trova a pochi chilometri e vale il viaggio, consiglio La Clé d’Or, piccolo delizioso albergo in centro a Barbizon. Hotel bucolico, con 17 camere che affacciano sul giardino (jardin paysagé, come dicono loro), La Clé d’Or vi coccolerà riempiendovi di romanticismo, titillerà le vostre papille con cibi squisiti e renderà indimenticabile il vostro soggiorno in uno dei più bei villaggi di Francia.
E se vi portate tavolozza e pennelli, chissà che l’aria di quelle parti non tiri fuori il grande artista che c’è in voi.