Parlando de Les italiens

Approfittando del fatto che intanto è uscito il tascabile de Les Italiens (Instar libri 2012) e che dopo quattro anni questo pezzo di antiquariato continua a vendere con mia sorpresa e soddisfazione, riprendo le pubblicazioni sul blog che per mancanza di tempo si erano interrotte.
Lo faccio con una bella e dotta recensione di Mario Moschera, dal suo blog Vintarama. Al di là del piacere di continuare a parlare dei miei personaggi, ve ne consiglio la lettura perché Mario ha toccato punti interessanti della mia narrativa.
Smetto di sbrodolare parole e vi lascio alla recensione.

Dal Noir al Poliziottesco in un solo Respiro

di Mario Moschera (dal blog Vintarama, 26-09-2012)

Per chi di voi avesse dato un’occhiata alla mia classe del 2012, le cose da prendere in considerazione potrebbero essere differenti. Per esempio è da aprile che non trovo buoni dischi da ascoltare. Un po’ è l’effetto Boss, un po’ è che molti album interessanti si apprestano ad uscire solo ora. La seconda cosa interessante, è la totale predominanza di romanzi italiani. Era da un po’ che la tendenza si stava invertendo. Un po’ perché effettivamente, a parte i soliti autori, il mercato non sembrava proporre nulla che potesse essere spassionatamente di mio gusto. Un po’ perché a volte, ho solo voglia di immergermi in un mondo in cui posso identificarmi più o meno completamente. Gli ultimi mesi specialmente sono stati dedicati alle avventure del commissario Jean-Pierre Mordenti, impiegato alla brigata criminale di Parigi. Creato dalla penna di Enrico Pandiani, che ha un blog su wordpress niente male, il commissario è la voce narrante di una serie di romanzi intitolati idealmente les italiens. Protagonista è appunto una brigata criminale composta quasi esclusivamente da italo francesi, e così voluta dal suo fondatore per i metodi un po’ sbrigativi e bislacchi, ma efficaci dei figli degli emigrati. E da torinese, il senso di essere un esule Pandiani in un modo o nell’altro deve averlo vissuto. Ora, fermo restando che secondo me ambientare un noir o, come in questo caso, un poliziottesco, fuori dai patri confini mi sa molto di semplice escamotage per rendere subito più fighi i tuoi personaggi (vuoi mettere indagare nelle banlieu di Parigi invece che nelle zone industriali di Sesto?), e che farli francesi invece che yankee mi odora di intellighenzia, deve dire che il primo ciclo di romanzi (tutti usciti dal 2007 al 2011) sono appetibili e con l’inusitata capacità di tenerti attaccato al libro pagina dopo pagina.

Sentii nominare per la prima volta les italiens in una recensione del Mucchio Selvaggio. Si parlava del secondo romanzo del ciclo, Troppo Piombo, e l’idea di una narrativa pulp ambientata in una città europea che non fosse teutonica o svedese mi sembrava una grande fottutissima idea. Corsi subito a reperire i primi due romanzi. Solo che essendo quella, la leggendaria estate del 2010, come molte altre cose, le avventure di Mordenti finirono presto nel dimenticatoio, arrestandosi a circa un terzo del primo episodio. Poi, quest’ anno, per tutta una serie di similitudini, mi sono riavvicinato a quell’edizione dalla grafica spudorata. Per chi si aspetta dei noir a tinte fosche, popolati da nebbia e luci soffuse credo che debba abbandonare il disco di jazz ed il maglione a collo alto. Le avventure della brigata criminale sono spregiudicate, puzzano di sangue e liquidi corporei, condite di tanto sesso e rock’n roll. E se pensate che sia un difetto vi sbagliate. Il cinico e disilluso Jean Pierre è un personaggio tutto di un pezzo, che come tanti sbirri della vita reale ha una donna in ogni porto, e le sue avventure non portano galloni ma cicatrici e ricordi acidi. Personalmente sono affezionato al di lui fidato amico, Alain Servandoni, con la sua inimitabile cacciatora e la pessima abitudine di accedere i cerini sfregandoli ovunque,  Credo che se Sky si dimenticasse per una stagione intera di romanzo Criminale, con il materiale fornito dai primi tre libri (il terzo, Lezione di Tenebra, è leggermente più arzigogolato e barocco, con un finale culminante in una Torino, omaggio appassionato di uno scrittore romantico) avrebbe palinsesti interi da riempire. Invece quasi nessuno si è accorto di questi piccoli gioiellini, infarciti di un immaginario, che è un po’ fumettone d’avanspettacolo, un po’ opera colta. Solo il quarto volume, Pessime Scuse per un Massacro, che sto divorando in questi giorni, ha fatto il grande passo finendo in mano alla Rizzoli. In un’edizione però che somiglia più ad un vecchio almanacco che un romanzaccio cattivo pulp. Eppure ce ne dovrebbero volere di più di simili caratterizzazioni. La Parigi di Mordenti è pulsante di vita ed affamata. C’è la criminalità, ci sono le belle donne, forse è un filino turistica, ma non ti delude mai. é ben lontana dalla metropoli a tinte seppia e dai cieli animati di un altro commissario, lo spalatore di nuvole Jean Baptiste Adambsberg. Nei romanzi della Vargas (che quest’anno non mi ha regalato nulla di nuovo), l’azione lascia il posto al crimine scellerato ma intellettuale, comprensibile a più livelli, ma forse poco concreto.

Eppure, se devo essere sincero, pur su mondi separati, sono convinto che i due Jean debbano per forza essersi incontrati una volta o l’altra. in fondo, bazzicano gli stessi arrondissement.

Farneticazioni de les italiens

«Le armi sono solo strumenti, non hanno potere intrinseco, non hanno proprietà metafisiche. Sono fatte d’acciaio e legno, costruite per svolgere una funzione. Un’arma non ti da più appoggio morale di quanto te ne possa dare un cacciavite. Saperle usare vuol dire saperne fare a meno».

Questo dice fra sé il commissario Mordenti in un momento di grande tensione dell’ultimo romanzo de les italens, Pessime scuse per un massacro. Quello che succederà subito dopo dipenderà molto da questa massima e dal saperla o non saperla rispettare.
Un’arma non è che un oggetto, quando è posata su un tavolo, scarica, può giusto servire per tener ferma una pila di fogli. Non è molto diversa da un fermacarte. Fintanto che non la si prende in mano.
Io scrivo romanzi polizieschi e ne ho letti tanti, sono sempre stati una mia passione. Non penso che un autore possa scrivere storie di gente che vive con la pistola al fianco se almeno una volta non ne ha tenuta in mano una, non ne ha sentito il peso e non ne ha subito il fascino. Non è esattamente come prendere in mano un telefono o il telecomando della televisione. Nulla ti fa l’effetto di una pistola quando la tieni in mano.
E stiamo parlando di un’arma scarica.
A parte l’aver fatto il militare, c’è un solo altro posto dove una persona qualsiasi può usare una pistola vera e capire cosa significa sparare e cosa comporta: il tiro a segno.
Anni fa ne ho comprata una, ho chiesto un permesso d’acquisto e mi sono regalato LA pistola, quella con la “P” maiuscola: una Colt M1911A1 militare calibro .45. È diversa dalle pistole che si vedono oggi nei film, è sottile, elegante, non è fatta di policarbonato ma di acciaio brunito. È stata costruita dalla Colt nel 1934, ha fatto la Seconda guerra mondiale e in seguito e diventata un oggetto da collezione. Penso sia diventato anche un discreto investimento, essendo completamente originale, il suo valore aumenta col tempo.
E questa è la parte da soprammobile.
Volevo sapere cosa si prova a sparare, volevo che le sensazioni che provano i miei personaggi fossero basate su qualcosa di reale, non soltanto su racconti e supposizioni. Quindi, un bel giorno ho preso la mia Colt e sono andato al poligono di tiro. È solo a questo punto che ho capito cosa sia in realtà una pistola e cosa significhi tenerne in mano un’arma piena di proiettili e pronta a colpire. Non è più un soprammobile ma uno strumento micidiale, in grado di sparare sette colpi calibro .45 in meno di tre secondi. Nel momento stesso in cui infili il caricatore pieno nel calcio dell’arma, ti prende la tremarella. Anche se sei solo, chiuso nella tua cabina di tiro senza nessuno davanti, la mano comincia a tremare. Un attimo prima era ferma, avevi tra le dita un semplice pezzo di metallo. Ora hai una pistola carica, sei pericoloso per te stesso e per gli altri, il tuo batticuore ti dice che potresti uccidere qualcuno. Sarebbe sufficiente una distrazione o un’imprudenza premendo il grilletto.
È una sensazione opprimente, che ti rende insicuro, che ti mette addosso un’agitazione che fai fatica a controllare. Il tremito è così forte che con il primo caricatore a malapena riesci a colpire il grosso bersaglio a venticinque metri di distanza. È solo quando finiscono i colpi e il carrello della Colt rimane aperto che puoi tirare un respiro di sollievo, quando hai di nuovo in mano del metallo inerte.
La prima volta che sono andato a sparare mi ci sono voluti diversi caricatori prima di riuscire a controllare in qualche modo il tiro, riuscendo a fare qualche buco nel cerchio interno del bersaglio. Ma anche in seguito, la pistola carica in mano mi ha sempre fatto paura. Così ho capito che non è facile averne sempre una addosso, che la responsabilità è molto pesante.
Penso che arrivare al punto di portare con naturalezza una pistola ogni giorno della tua vita comporti un addestramento ferreo nei confronti di te stesso. Girare armati dimenticandosi di esserlo non credo sia una cosa da tutti e non credo sia un’attitudine facile da gestire. Una pistola ti attrae, ti chiede di essere presa in mano, di essere maneggiata, guardata, toccata. Il suo fascino fosco è come quello di una sirena e, finché non superi questa attrazione, sarà sempre lei a controllare te.
Non è un caso se in paesi come gli Stati Uniti, dove il diritto di portare un’arma è sacrosanto e sancito perfino dalla costituzione, ogni anno quasi 10.000 persone vengono uccise a colpi di arma da fuoco.

Tutto qui, un paio di pensieri che mi sono venuti in mente mentre scrivevo un brano di uno dei miei romanzi. Il rapporto non passivo che i miei personaggi hanno con la violenza, il modo in cui la subiscono, piuttosto che praticarla, è un particolare della loro personalità su cui mi concentro molto.

Les italiens invadono Genova

Mercoledì 11 aprile, La Feltrinelli

Ebbene sì, per la prima volta dall’inizio di questa faccenda, Pierre Mordenti e i suoi italiens fanno un’incursione nella città di quel tipo che ha scoperto l’America.
Il sottoscritto, che ne riporta più o meno fedelmente le avventure ascoltate di prima mano dalla voce del commissario più sbrindellato di Francia, vi parlerà di loro. Vite, sentimenti, paure, problemi, gioie e tormenti, nulla vi sarà nascosto.
Mordenti, Servandoni, Coccioni, Cofferati e Santoni vi saranno raccontati senza veli, nella loro umana fragilità. Un’occasione che solo un demente si perderebbe. Per un pomeriggio, il porto di Genova si affaccerà sulla Senna, si sentirà il profumo delle baguettes e soffierà il vento che, di solito, spazza i quais. Pessime scuse per un massacro, la quarta avventura dei flic di origine italiana, sarà dissezionata e gettata sul tavolo per un’indagine approfondita.

Genova, Mercoledì 11 aprile
alle ore 18:00 presso la libreria La Feltrinelli
Via Ceccardi, 16
Enrico Pandiani presenta
Pessime scuse per un massacro (Rizzoli, 2012)
Interviene la giornalista Paola Tavella

Le armi de les italiens: la Luger P08

Una vecchia signora che ne ha fatte di cotte e di crude

La Luger P08, talvolta chiamata P08 Parabellum, è una pistola semi-automatica progettata da Georg Luger basandosi sulla Borchardt C-93, che sarebbe lo scherzo della natura qui a sinistra. Venne prodotta dalla casa d’armi DWM (Deutsche Waffen und Munitionsfabriken). Essendo con ogni probabilità la più famosa, la conoscono anche i sassi, la Luger è la pistola più riconoscibile di tutte ed è generalmente associata alla Germania nazista e al ghigno sadico dei suoi gerarchi mentre sparavano in testa a un prigioniero.
Parabellum deriva dalla locuzione latina, presto avallata con piacere da tutte le fabbriche di armi del mondo,  Si vis pacem, para bellum ovvero “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Tale denominazione venne attribuita all’arma in quanto all’epoca l’indirizzo telegrafico della DWM era Parabellum Berlin.
Introdotta per la prima volta nel 1898, è stata prodotta e riprodotta, in versioni da collezione, fino ai giorni nostri. Per fare un esempio, solo nel 1986 la Mauser terminò una serie commemorativa iniziata nel 1969. Venne prodotta in vari modelli con canne di differente lunghezza,10 cm per il modello P08, e anche con calci aggiuntivi. Famosa per la forma ridicola, la versione da Artiglieria con calciolo in legno e caricatore a tamburo.
Come detto in precedenza, la Luger fu resa tristemente popolare come arma d’ordinanza di ufficiali e sottufficiali tedeschi durante la Prima e la Seconda guerra mondiale e nell’intervallo della Repubblica di Weimar. Benché i primi modelli fossero in calibro 7,65 x 21, la Luger è nota per essere l’arma per la quale venne sviluppata la cartuccia 9 x 19 Parabellum, conosciuta anche come 9 mm. Luger.
Essendo una delle prime pistole semi-automatiche, la Luger utilizza un blocco ad alette che mette in funzione un giunto a ginocchio, differente dal funzionamento a slitta tipico di tutte le altre pistole semi-automatiche. Al momento dello sparo, canna e castello arretrano per via del rinculo di una quindicina di millimetri, causando, tramite il giunto a ginocchio l’apertura della camera di scoppio e l’espulsione del bossolo vuoto. Il processo inverso richiude infine il giunto, mettendo un nuovo proiettile in canna. E via discorrendo per otto volte. Il tutto avviene in una frazione di secondo.
Questo meccanismo, piuttosto singolare, pare funzioni assai bene con cartucce di alta potenza, mentre cartucce con cariche troppo basse o insufficienti possono risultare in un malfunzionamento dell’arma. Tipo l’eventuale blocco della culatta, che non riesce a prendere il proiettile successivo nel caricatore, o quello del giunto a ginocchio che rischia di bloccarsi durante l’estrazione del bossolo.
In Pessime scuse per un massacro, il commissario mordenti si troverà tra le mani una di queste pistole. È una Luger P08 che arriva dritta dritta dalla guerra e che ha parecchie cose da raccontare. Una parte di queste, Mordenti le trova da un armaiolo piuttosto particolare.

Mi sono accosciato davanti a una teca che conteneva due mitra Thompson, un fucile mitragliatore BAR e quattro semiautomatiche Colt calibro .45, per le quali avrei potuto dare tutto ciò che possedevo.
….«Quella roba non è in vendita» ha brontolato il patron scorgendo la cupidigia nei miei occhi.
….Ci siamo avvicinati al banco sventolando le tessere come si fa con i fazzoletti alla stazione. Doveva aver visto ben altro perché non ha fatto una piega. «Come posso aiutarvi?» ha detto invece. Puzzava di sudore e di cuccia di cane.
….Ho tirato fuori la Luger dal sacchetto e l’ho appoggiata sul piano di cristallo. Lui l’ha guardata con scarso interesse, poi ha preso una bic e con quella ha fatto fare mezzo giro alla pistola.
….Ha guardato prima Klein, poi me. «Carina, ma non mi interessa. Ne ho un armadio pieno.»
….Si è grattato un punto a caso sotto l’ascella e poi ha scrutato per bene la punta delle dita. All’improvviso è venuto da prudere anche a me.
….«Vede signor Fàbrega» ho cominciato, «quest’arma è stata ritrovata sulla scena di un crimine. Mi chiedevo se lei potesse raccontarmi qualcosa di più sulla sua storia.»
….Questa volta l’ha presa in mano. Ha inforcato un paio d’occhiali tenuti insieme con lo scotch e l’ha guardata per bene.
….«Cosa volete sapere?»
….«Tutto quello che ci può dire.»
….Si è alzato dallo sgabello e ha girato attorno al bancone. «Seguitemi, prego» ci ha invitati.
….Siamo passati nella stanza della roba seria. Era chiusa da una pesante inferriata. Un alto tavolo di metallo stava giusto nel mezzo. Sotto al piano di vetro facevano mostra di sé una ventina di pistole, la maggior parte militari. Tutt’intorno alla stanza erano allineate altre teche e un paio di rastrelliere cariche di fucili e mitragliatori. El Mandorri doveva avere un patrimonio là dentro. In fondo c’era una scrivania con davanti due sedie. L’intera parete di fronte a me era occupata dalla libreria più disordinata che avessi mai visto. Era talmente zeppa di libri e dossier che pareva sul punto di collassare.
….«Ci sarà voluto parecchio tempo per mettere insieme questa collezione» ho detto ammirato.
….«Mio padre lo faceva già prima di me» ha borbottato con una mezza alzata di spalle. «È quasi tutta roba proveniente dalla Francia, sbarco in Normandia, invasione dal Sud, qualcosa dalle Ardenne. Le armi russe le ho trovate per lo più in Germania.»
….Ha tirato giù dalla libreria un paio di grandi raccoglitori neri prima di sedersi all’altro capo della scrivania. Si è rigirato la Luger tra le mani appuntandosi su un post-it giallo alcuni dei numeri incisi nell’acciaio.
….«Tanto per cominciare, vi posso dire che quest’arma era in dotazione alla Wehrmacht. L’aquila con la svastica che si trova sul fianco destro vicino alla canna lo attesta senz’ombra di dubbio.»
Ha preso il foglietto e ha spulciato le buste di plastica del primo raccoglitore. Si è fermato circa a metà delle pagine. «Dunque» ha detto, «è stata fabbricata dalla DWM, Deutsche Waffen und Munitionsfabriken, nel 1939.» Mi ha guardato da sopra le lenti degli occhiali. «Lo specifico perché molti modelli venivano prodotti dalla Simson, dalla Krieghoff, dall’arsenale di Erfurt e dalla Mauser. La bachelite delle guancette è in ottime condizioni e il metallo ha mantenuto più o meno il novanta per cento della brunitura originale.»

Durante la Prima guerra mondiale, la mitragliatrice, visto che ne ammazzava un casino più del fucile, venne trovata molto efficiente nella guerra di trincea. Furono condotti quindi diversi esperimenti per convertire semplici pistole in armi automatiche. Al contrario della Mauser C96, di cui esisteva la versione Schnellfeuer, automatica, la Luger, in versione a raffica, dimostrò di avere una cadenza di tiro eccessiva che portava a diversi inconvenienti, dannosi in combattimento.
Comunque, questa elegante pistola venne costruita per rispondere a esigenze molto precise ed ebbe una lunghissima vita di servizio. L’armaiolo americano William Ruger, trovava così ergonomico l’angolo a 55 gradi della Luger che lo replicò nella sua celebre pistola in calibro .22 Long Rifle
Benchè superata, la Luger è tutt’ora molto ricercata dai collezionisti, sia per il suo particolare design, sia per il filo doppio che la lega alla Germania imperiale e nazista. Ci sono un sacco di nostalgici figli di puttana, là fuori, gente che tiene il ritratto di Hitler appeso in salotto. Purtroppo, anche loro vorrebbero una Luger. Un certo numero di modelli originali saltarono fuori intorno al 1999, quando la Mauser rabastò i propri magazzini e restaurò diverse pistole in occasione del centenario della Luger.
Più recentemente, la Krieghoff annunciò la produzione di 200 esemplari della sua P08 alla modica cifra di circa 15.000 euro cadauno. Ma già durante le guerre mondiali, la Luger era considerata oggetto di gran valore dai soldati alleati che riuscivano a entrarne in possesso. Migliaia furono riportate a casa dai Marines in entrambi i confliti. Un certo colonnello David Hackworth, nelle sue memorie (sicuramente un capolavoro della leteratura) sostiene che ancora durante la guerra del Vietnam, la Luger era molto ricercata come arma da fianco. Insomma una leggenda, anche se letale.
Un’ultima curiosità. Nel 1906 la Luger partecipò con un modello camerato per la pallottola .45 alla gara indetta dall’esercito americano che richiedeva un’arma da fianco in quel preciso calibro e che venne infine vinto dalla Colt con il modello M1911. Di questo modello della Luger esistono alcune foto, ma non se ne conosce il numero di esemplari costruiti. Probabilmente sono inferiori a cinque. Questo ne fa la pistola più desiderata al mondo dai collezionisti di armi, una specie di uccello del paradiso.

I posti de les italiens: Barbizon

Mordenti e le crudités della campagna

«Ces pauvres maisons construites en grés de la forêt, couvertes en tuiles de pays toutes grises, s’alignaient depuis la ferme qui borde la plaine jusqu’a l’entrée de la forêt , en une rue unique, assez mal pavée et surtout mal nivelée… Plusieurs maisons étaient couvertes en chaume et ces chaumes en vieillissant avaient pris une couleur admirable… et c’était pour les amoureux de la couleur un véritable régal. Barbizon est un endroit très tranquille où l’on pouvait sans crainte d’être dérangé, travailler paisiblement, être logé, nourri à bon marché. Aussi la réputation du village se répandit-elle dans les ateliers de peintres et surtout chez les paysagistes et les animaliers qui étaient sûrs de trouver dans le pays de nombreux modèles
Così, alla metà dell’800, il pittore Geoges Gassies parlava del villaggio di Barbizon. Comune francese di circa millequattrocento anime, situato nel dipartimento di Senna e Marna dell’Île-de-France, Barbizon è meta turistica per curiosi di tutto il mondo. Anche gli americani prendono spesso armi e bagagli per venire a visitare questo piccolo, famoso luogo a una sessantina di chilometri a sud di Parigi. La natura, qui, ubriaca di luci e di colori, la fa da padrona, a cominciare dalla meravigliosa Foresta di Fontainebleau, luogo di assoluta bellezza.
Potevano dunque il commissario Mordenti e i suoi italiens tralasciare una visita movimentata in questi luoghi? Nemmeno per sogno. In Pessime scuse per un massacro, i flic francesi, che conosciamo bene, scenderanno da queste parti per indagare sul brutale assassinio di un senatore della Repubblica ultra ottuagenario, della sua bella figlia e dello sfortunato autista che, contravvenendo alla prima regola per salvare la pelle, si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Era dai tempi di Théophile Gautier che l’avvolgente campagna francese non trovava un tale ruolo da protagonista; leggiamoci, dunque, un pezzetto di questo romanzo.

….Delphine Roussel ha attraversato il giardino della Clé d’Or ed è venuta a sedersi davanti a me.
….«Buongiorno, tenente» l’ho salutata chiudendo il giornale.
….Aveva i capelli più arruffati del solito e lo sguardo assonnato. Mentre si sistemava il tovagliolo sulle ginocchia l’ho guardata per bene. Non doveva avere nemmeno trent’anni e, nonostante l’aria da maschiaccio, non era affatto una brutta donna. I tratti del viso erano forti e spigolosi e il naso importante ma bello. C’era qualcosa di scostante in lei, come se avesse voluto esserci e non esserci allo stesso tempo. Forse per via di quelle iridi di ghiaccio, di un azzurro particolarmente chiaro, o delle sopracciglia folte e un poco corrucciate. Comunque a un certo punto mi ha sorriso.
….«Buongiorno» ha detto. «Dormito bene?»
….Ho fatto segno che sì, avevo dormito come un pezzo di piombo. Ho preso la brocca d’argento del caffè e ne ho versate tre dita nella sua tazza. Lei ha aggiunto un goccio di latte e una zolletta di zucchero.
….«Faccio quell’impressione anche a lei?» ha chiesto girando il caffè con il cucchiaino.
….«Che impressione?»
….«Be’…» si è stretta nelle spalle. «In genere gli uomini tendono a sentirsi a disagio in mia presenza. Sembra che io incuta un sacrosanto terrore ai miei colleghi.»
….Giubbotto di pelle nera, t-shirt bianca, jeans e scarpe da jogging. Aveva qualcosa del teppista.
….«Si, ho sentito, si raccontano un po’ di storie su di lei. Con un certo rispetto, devo dire.» Ho sorriso a mia volta.
….«Gli uomini hanno paura delle donne troppo indipendenti.»
….«Ne siamo terrorizzati» ho ammesso, «ma sono necessarie.»
….Ha bevuto un sorso di caffè, imburrato una fettina di pane e l’ha cosparsa di marmellata di fragole. «Non mi ha detto se la metto a disagio» ha insistito con un sorriso provocatorio.
….Quei suoi occhi da elfo mi hanno scrutato così a fondo che hanno visto anche la marca delle mie mutande. Ho fatto un lento cenno di diniego.
….«È difficile che qualcuno mi metta a disagio. Potrei attraversare place Vendôme in compagnia di un negro nudo dipinto di giallo senza fare una piega.»
….«Si dice “nero”» mi ha corretto ridendo di gusto. «Lei è proprio un tipo strambo.»
….Era la seconda volta in meno di ventiquattrore che qualcuno me lo diceva. Forse dovevo cominciare a preoccuparmi.
….«Come mai i suoi colleghi si sentono tanto a disagio?»
….Ha sollevato le sopracciglia con aria annoiata. «Si aspettano che mi comporti da uomo, che parli delle mie conquiste, che sputi per terra. Vorrebbero che mettessi in piazza la mia vita privata come fanno loro.»
….È passata una giovane cameriera bionda e lei ha chiesto un bicchiere di succo d’arancia. In mezzo minuto lo aveva sul tavolo.
….«I colleghi sono così» ho detto, «vorrebbero sapere tutto. Il nostro è un ambiente difficile. La goliardia e il machismo sono all’ordine del giorno, e non solo tra gli sbirri.»
….Ha sogghignato. «Conosco poliziotte che si papperebbero in un solo boccone la metà dei loro colleghi maschi.»
….«Non ne dubito, ne ho in mente un paio anch’io. Immagino che lei abbia un marito o un fidanzato.»
….Mi ha guardato sorseggiando il succo d’arancia. «C’è una scommessa alla brigata» ha detto, «chi riesce a scoprirlo si becca qualcosa come cinquecento euro. Tra l’altro sono proprio le cose di cui non amo parlare.»

….Questa volta è stata freddina. Non mi sarei voluto trovare dalla parte opposta della sua pistola.
….«Mi scusi, non volevo essere indiscreto. Mi piace conoscere le persone con cui lavoro.»
….«Infatti ci stiamo conoscendo» ha detto lei tornando quasi umana.
….Che è giusto quando è comparso Alain. Si è seduto con noi e la conversazione ha subito preso una piega più informale. Ha ordinato due uova à la coque, una fetta di Munster, pane e un bicchiere di birra. Mentre li aspettava ha fumato una di quelle sue sigarette impestate. Delphine lo guardava come se avesse avuto sei teste. Le colazioni di Alain fanno sempre un certo effetto sul pubblico.
….Il ragazzo era in forma, è anche riuscito a farci ridere un paio di volte. Abbiamo parlato dell’omicidio del senatore ma dalla chiacchierata non è venuto fuori nulla di fondamentale. Come sempre all’inizio di un’inchiesta, la nebbia era talmente fitta da poterla tagliare con un coltello. A uccidere Vigoureaux poteva essere stata una tale quantità di gente che, senza qualche indizio in più, tutto si riduceva a congetture senza un domani.
….Alle otto e trentacinque ci hanno avvisati che Lemaître ci stava aspettando fuori dall’albergo.

Ma cosa attira a Barbizon la maggior parte dei turisti, anche quelli che se non li porti almeno a Venezia non sono contenti, è la passione per la pittura. Non a caso, è nata qui la celeberrima École de Barbizon, che designa il centro geografico e spirituale di una folta colonia di pittori paesaggisti desiderosi di dipingere d’après nature, che tra il 1825 et 1875 visitarono e resero immortali questi luoghi.
Fondatori di questa scuola, furono nientemeno che Camille Corot, Théodore Rousseau, Jean-François Millet e Charles-François Daubigny. Théodore Caruelle d’Aligny e Lazare Bruandet furono tra i precursori (su una delle famose “rocce” della Foresta di Fontainebleau sono ancora oggi visibili i busti commemorativi di Jean-François Millet et Théodore Rousseau scolpiti dallo scultore Henri Chapu).
Grazie all’invenzione dei tubetti di colore attorno al 1840 (sembra una cosa da nulla ma ha più o meno la stessa importanza della ruota), gli artisti poterono lasciare i loro atelier per andare a dipingere la natura nella natura, ispirati dai paysagistes inglesi come Constable, che espose al Salon de Paris nel 1824, e Turner. Giunti in questa ridente località, i pittori paesaggisti francesi daranno vita a quella che, a partire dal 1890, sarà chiamata la Scuola di Barbizon. Non a caso, ancora oggi entrando in paese non si può fare a meno di notare il cartello che, informando il visitatore sprovveduto, avvisa che si sta entrando nella Ville des Paintres. I soliti detrattori, in linea di massima, zelanti storici dell’arte, cercheranno di mettere in dubbio la Scuola, adducendo il fatto che tutti questi pittori, dallo stile molto differente, avevano come sola cosa in comune l’aver scelto la Foresta di Fontainebleau come soggetto dei loro quadri.
Ad ogni modo, siccome di detrattori è pieno il mondo, mi sembra giusto ignorarli. Di fatto, nel 1847, Théodore Rousseau, uno dei grandi pittori dell’epoca, s’installò a Barbizon, presto imitato da Jean-François Millet, meno noto ma ben deciso a cambiare le cose. Altri rinomati artisti, tra i quali Daubigny, Corot, Diaz de la Peña, Ziem e parecchi altri vennero in seguito accolti in questo delizioso villaggio, dando vita a un movimento destinato a diventare famoso.
Il primo albergo della Ville des Peintres, l’Auberge Ganne, avrà per l’eternità il suo posto nella storia per essere stato luogo privilegiato d’incontro di questi celebri pittori. Vi si trova oggi il Musée de l’École de Barbizon.
Nel 1865, Claude Monet, Alfred Sisley e Frédéric Bazille, attirati dalla reputazione di Barbizon, vi soggiornarono per incontrare i maestri dell’epoca e realizzare studi per i loro futuri quadri. Non bisogna infati dimenticare che Monet, allievo di Eugéne Boudin, dipinse all’inizio nella tradizione realista di Courbet e dei pittori di Barbizon.
Tuttavia, Monet e i suoi amici non restarono a lungo. Barbizon, come spesso succede, si era difatti trasformato in un luogo alla moda, troppo frequentato e lontano dalla tranquillità di cui questi grandi maestri avevano bisogno.
Per i goderecci che faranno un salto in questi luoghi meravigliosi, il castello di Fontainebleau si trova a pochi chilometri e vale il viaggio, consiglio La Clé d’Or, piccolo delizioso albergo in centro a Barbizon. Hotel bucolico, con 17 camere che affacciano sul giardino (jardin paysagé, come dicono loro), La Clé d’Or vi coccolerà riempiendovi di romanticismo, titillerà le vostre papille con cibi squisiti e renderà indimenticabile il vostro soggiorno in uno dei più bei villaggi di Francia.
E se vi portate tavolozza e pennelli, chissà che l’aria di quelle parti non tiri fuori il grande artista che c’è in voi.

 

Finalmente in libreria. Mordenti è arrivato

Les italiens tornano al lavoro

Nonostante lo sciopero degli autotrasportatori, il terremoto padano e dopo due anni di trepidante attesa, è finalmente in libreria la quarta inchiesta de les italiens.
Pessime scuse per un massacro, edito da Rizzoli nella prestigiosa collana La Scala.

Quando ho avuto in mano la prima copia il mio cuore si è messo a battere lo shake. La copertina è stata sofferta, per trovare il titolo siamo diventati matti, ma alla fine, il risultato è meraviglioso. Questo bordo di tela rossa che contrasta con i grigi freddi e lucidi della copertina, il titolo su quel nastro tagliato, l’immagine forte ed evocativa. Quand’anche non dovesse piacere farebbe un bellissimo fermacarte.
Ma io penso che piaccia, la storia è densa, avvolgente, Mordenti è in piena forma e così il suo amico Servandoni. I luoghi sono di first quality ed evocano storie lontane. La trama trascina il lettore in un vortice temporale ricco di colpi di scena.
Insomma, gli elementi per farne un buon romanzo li avevo tutti, spero di esserci riuscito.

Un sincero ringraziamento va a tutte le persone che alla Rizzoli hanno preso a cuore questo progetto e ne hanno fatto una bellissima realtà. Lavorare con loro è ed è stato emozionante. La loro amicizia, simpatia e professionalità mi hanno sovrastato.
Un ringraziamento anche agli amici e alle amiche che hanno letto il manoscritto, dandomi tanti utili consigli per migliorarlo e renderlo più interessante. Mario, Cesare, Sandra, Massimo, Nicola e Catherine, grazie di cuore.

E adesso l’appuntamento è in libreria e, per chi avrà voglia di conoscermi di persona (per quello che può valere), alle presentazioni che faremo in giro per l’Italia.

Jeu de rapprochements

La mia carissima amica Catherine, dopo aver letto Troppo piombo, ha lavorato sulla figura molto complessa di Gaspar Wendling, il miserabile giornalista al quale sono dovuti gli accadimenti più raccapriccianti nella vicenda del romanzo.
Wendling non lo vediamo che in un’occasione, per il resto lo sentiamo soltanto nominare. Ma siamo testimoni della sua vigliaccheria e assistiamo alla miseria della sua condizione di uomo debole, avido e privo di principi.
Lo scritto di Catherine è un gioco di accostamenti sulla figura del gaspard, il topo di chiavica, da cui Wendling pare proprio prendere il suo nome.

Gaspar Wendling de Troppo Piombo : un personnage de littérature
Par Catherine Beaunier

On le voit peu. On en parle beaucoup. Celui à cause de qui tout arrive.
Son nom… un symbole : Gaspardus du sanskrit Gathaspa, celui qui vient voir.
Wendling fourre son nez partout, dans la merde de préférence.
Gaspard, surnom donné au rat.
Gaspard-le rat qui, à l’instar des gaspards du film de Pierre Tchernia vivant dans les sous-sols de Paris, évolue dans l’ombre et le glauque (le lugubre, le sinistre, le sordide).
En effet, à ce nom surgissent à l’esprit les égouts, les cachots, les immondices, la peste. L’avarice.

Troppo Piombo: Nous y sommes allées de mille euros chacune que nous lui avons donnés. L’idée de Gaspar était de rassembler un groupe de délinquants de ses amis qui auraient fait passer à Nadège une petite heure de pure terreur.

Wendling est bien un rat. Aussi âpre au gain, ambitieux, cynique, froid, calculateur et délateur que son homonyme de La Fortune de Gaspard de la Comtesse de Ségur; parfois lui aussi troublé par de vagues remords.
A la lecture très descriptive et glaçante de la présence nocturne dans les ex Ateliers Felissi de Nadège d’abord, puis de Daphnée et bien sûr à chaque fois du funeste Gaspar Wendling (seul moment du livre où on le voit et l’entend directement), comment ne pas penser au poème à l’atmosphère cauchemardesque d’Aloysius Bertrand Gaspard de la nuit et à sa mise en musique par Ravel dont la noirceur évoque la mort.

Extraits de Un Rêve d’Aloysius :
Il était nuit… une abbaye aux murailles lézardées par la lune- une forêt percée de sentiers tortueux- et le Morimont* grouillant de capes et de chapeaux.
Ce furent ensuite… le glas funèbre d’une cloche auquel répondaient les sanglots funèbres d’une cellule- des cris plaintifs et des rires féroces dont frissonnait chaque fleur le long d’une ramée- et les prières bourdonnantes des pénitents noirs qui accompagnent un criminel au supplice.
Ce furent enfin…un moine qui expirait couché dans la cendre des agonisants- une jeune fille qui se débattait pendue aux branches d’un chêne- et moi que le bourreau liait échevelé sur les rayons de la roue.

Dans Troppo Piombo, lieux inquiétants aussi : La nuit.
Les bâtiments sombres d’une vieille usine abandonnée et délabrée avec ses machines rouillées, ses ferrailles, ses ordures, les fenêtres sales et cassées comme des bouches édentées, béantes dans l’obscurité (on pense aux monstrueuses gargouilles du Moyen-Age).
La banlieue en une période de troubles, avec des groupes de jeunes qui errent sans but. Atmosphère tendue, voitures en flamme, lueurs d’incendies, bruits d’émeutes, de sirènes.
Dédalle de ruelles
Endroit mal éclairé : une vingtaine de bougies puis trois ou quatre.
Le viol, l’horreur infligé à Daphnée. La réflexion de Gaspar W. aux voyous: Regardez dans quel état vous avez mis cette pauvre fille… mais son esquive.

Daphnée eut envie de vomir, de ne plus sentir la douleur, de ne plus rien sentir… Elle rampait et pleurait…Les tôles lui avaient griffé la peau et avaient lacéré ses vêtements. 

A notre Gaspar Rabelais aurait pu dire:
Science sans conscience n’est que ruine de l’âme.
Comme le célèbre brigand provençal Gaspard Bouis de Besse, il désire faire fortune par ruse, malice et séduction. Il finira lui aussi fait comme un rat, non pas écartelé par la roue et décapité – à chaque époque sa méthode – mais achevé sur un tas d’immondices par un justicier sadique.

*  Place Morimont a Digione, dove avvenivano le esecuzioni con la ghigliottina

Intervista su Nero Café

Un intervista pubblicata dal blog Nero Café sul numero 2 della rivista Knife.
L’intervista è a cura di Francesco G. Lo Polito

Partiamo dalla domanda forse più abusata, quella che tormenta ogni autore dalla notte dei tempi. C’è chi scrive per sedurre il mondo, chi per desiderio di fama e gloria, chi per condividere la sua visione estetica, chi per tante altre ragioni. Perché scrive Enrico Pandiani? E come vive la scrittura?
Sostanzialmente scrivo perché sono un grafomane, perché mi piace raccontare, perché mi permette di evadere da una quotidianità nonostante tutto ripetitiva. Non sono un gran parlatore, mi piace piuttosto ascoltare quello che dicono gli altri. Del resto, ogni volta che apro bocca offendo qualcuno o mi ci metto a litigare. Quindi preferisco star zitto. E scrivo. Sono io il primo a godere delle cose che vengono fuori dalla mia testa, mi piace rileggerle, modificarle, anche se alla fine ho sempre bisogno di qualcuno che mi dica se funzionano o meno. E naturalmente mi fa molto piacere che coloro che leggono i miei romanzi si divertano e passino qualche ora piacevole immersi nelle storie che racconto; senza di loro non sarebbe che un esercizio sterile. La scrittura mi rilassa, mi tranquillizza, mi sistema i bioritmi, almeno per ora non mi preoccupa mai. A parte leggere, è la cosa più coinvolgente che mi capiti di fare con il cervello.

Lei è definito spesso, oltre che scrittore per passione, grafico per necessità. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna per chi nota l’aspetto visivo della sua scrittura, ricorda le sue prove sulla rivista Orient Express, e segue sul suo blog il lavoro che c’è dietro le copertine dei suoi libri. Viene da pensare che le due vocazioni siano in realtà molto più legate di quanto sembri a prima vista. In che modo?
Penso che anche la grafica racconti delle storie, soltanto lo fa in maniera diversa dalla scrittura. Dietro l’impaginazione di una rivista o l’illustrazione di una copertina c’è un processo mentale non troppo differente da quello della scrittura. Anziché una serie di parole, si mettono in fila immagini e segni dando in questo modo una chiave di lettura a chi ne fruisce. A seconda di quanto siano riusciti, un impaginato o un disegno possono coinvolgere o lasciare del tutto indifferenti. Così come può capitare di mollare un libro alla decima riga perché la scrittura non ci piace, si può chiudere una rivista o una brochure perché la grafica è brutta o malfatta. Sono entrambi processi creativi, spesso molto legati tra loro, ma la scrittura è forse più intima e coinvolgente. L’aver disegnato per anni storie a fumetti credo mi abbia dato un certo amore per la descrizione visiva, per la scansione veloce, soprattutto nelle scene d’azione, e per la sintesi. Non ho infatti una grande passione per i thriller troppo lunghi.

Parliamo un po’ del commissario Mordenti e dei suoi Italiens. Come sintetizzerebbe il nucleo attorno a cui nascono le storie di questa squadra di poliziotti della Brigata Criminale di Parigi?
Mordenti, Servandoni e Coccioni sono il residuo di un nucleo originario. Sono i sopravvissuti a una specie di guerra quotidiana, gli eredi dell’idea di qualcuno che non c’è più. Sono loro la squadra de les italiens. Quello che cerco di rendere nei miei romanzi è il loro essere una specie di famiglia dove Alain è il vecchio saggio, Jean-Pierre il figlio scavezzacollo e Michel il giullare sempre di buon umore. Forse la storia trita e ritrita dei tre moschettieri, ma con un côté sentimentale tutto loro e un cameratismo in qualche modo di sinistra. Il loro lessico, il non essere né francesi né italiani, la loro goliardia un po’ intellettuale e l’insofferenza per l’autorità e per il potere costituito sono ciò che li fa essere i miei personaggi. Leila, Didier e gli altri flic sono un po’ come i parenti stretti, fanno parte del gruppo ma non ne condividono la storia e il dolore. Vedere questi caratteri emergere romanzo dopo romanzo, sentire che i lettori ne parlano come di persone reali incontrate qualche minuto prima, è un’esperienza che mi lascia senza fiato. Nella stesura di una trama, la maggior parte del tempo la concentro sui personaggi, su ciò che si dicono, su quello che fanno e sulle loro emozioni.

L’ambientazione francese dei suoi romanzi è parsa ad alcuni insolita e ad altri, che hanno colto una certa somiglianza tra Parigi e la sua Torino, logica e coerente. Mi domando però cosa sia questo qualcosa d’indefinito che fa di Parigi uno scenario perfetto per qualsiasi storia e, nel suo caso, per dei romanzi noir. Come lo descriverebbe?
Parigi è un’arma a doppio taglio, una bella donna che ti seduce per tradirti non appena le volti le spalle. Capita che i miei romanzi arrivino in finale ai premi di scrittura ma, salvo un’unica eccezione, il fatto che si svolgano in Francia si rivela perdente; c’è sempre qualcuno che ne ha scritto uno, che so, sulla naja e alla fine vince lui. Scherzi a parte, non so se Parigi abbia alcunché di indefinito, probabilmente sì, ma al di là del fascino indiscutibile è una città nella quale io mi perdo volentieri. Nonostante i quattro milioni di turisti all’anno, esistono ancora molti posti nei quali si può vagare in solitudine cercando l’ispirazione. Puoi scoprire ogni volta luoghi nuovi, scorci meravigliosi, spazi così grandi da mozzare il fiato. Più di una volta mi è capitato di dover inventare una scena solo per poterla ambientare in un luogo che mi era piaciuto in maniera particolare. Con Torino i punti di contatto sono certamente molti; in piccolo forse, ma la somiglianza c’è. Vicoli strettissimi, grandi corsi, aperture inaspettate, molto verde e il fiume che attraversa la città. Ha in più una bellissima collina e la corona delle montagne che la circonda.

Si dice che per uno scrittore è impossibile frequentare per molto tempo gli stessi personaggi senza investire in loro una buona parte di se. A parte Jean-Pierre Mordenti, a quale si sente più legato? Chi potrebbe essere il protagonista di una storia tutta sua?
Più che una frequentazione, alla fine si tratta di una vera e propria convivenza. Mi capita molto spesso di ragionare sui miei personaggi ventiquattr’ore al giorno, soprattutto quando sto lavorando a un nuovo romanzo, vale a dire quasi sempre. Sono loro la parte che mi interessa di più, c’è quindi il bisogno costante di dedicare loro le mie attenzioni, di pensare a quello che faranno, a cosa si diranno, come si trarranno d’impiccio o che piega prenderà la loro storia. Naturalmente entrano in gioco i miei gusti, le mie passioni, le cose che mi piacciono di più, le cose che ho letto e delle quali, loro, tendono ad appropriarsi piuttosto spesso. Di sicuro Mordenti è il mio punto focale, è lui che determina la piega che prenderà il romanzo, lo stato d’animo che ne verrà fuori e la quantità di tensione che legherà tra loro i vari personaggi. Però il mio preferito è Servandoni, la colonna portante della squadra, quello calmo, riflessivo, con più esperienza. È anche il personaggio nel quale tendo di più a identificare me stesso e di sicuro il più adatto per una storia tutta sua.

Con Lezioni di tenebra siamo arrivati alla terza inchiesta di Mordenti, che qui tocca il suo lato più oscuro, una sorta di discesa agli inferi, se così si può dire. Sembra quasi che questo stia diventando per lui un gioco al rialzo. Mi è parso di notare atmosfere e temi progressivamente più cupi a partire da Les Italiens, passando per Troppo piombo fino ad arrivare all’ultimo libro. Cosa sta cambiando in Mordenti e in che direzione si muove?
In questo mondo che sta andando a rotoli, dove la democrazia non è più una certezza e tutto quanto ti si sfalda davanti, non mi sembra che ci sia molto da stare allegri. È difficile per me pensare in maniera positiva e questo probabilmente si riflette nei miei romanzi. Mi piace però molto il contrasto tra una storia cupa e l’ironia un po’ cinica che ne frantuma l’oscurità, una buona risata è ancora più piacevole quando è inaspettata. Trovo che in questo momento la gente sia in linea di massima portata all’individualismo, la politica stessa ti impone di farlo, e questo crea un terreno molto fertile per uno che voglia raccontare delle storie. In quanto a Mordenti, beh, il commissario si trovava in bilico tra la figura dello sciupafemmine e quella del ranger solitario, entrambi caratteri che detesto, per questo in Lezioni di tenebra volevo che esplorasse il suo lato oscuro. Gli serviva qualche facciata contro il muro e, soprattutto, doveva consolidare la sua fragilità, se mi passa questa contraddizione in termini, per trovare una solitudine più umana. Questa è la direzione che voglio per lui, una dimensione più reale, dove assieme a cameratismo e divertimento ci siano anche sofferenza, dubbi e malinconia.

Lei ha spesso notato negli autori italiani di gialli e noir un certo eccesso di serietà, quasi di tristezza. Si direbbe che la realtà del nostro Paese in caduta libera non autorizzi l’umorismo. Quali sono i vantaggi dell’ironia in un genere come il noir, e fin dove si può arrivare?
In alcuni romanzi di autori italiani, a prescindere che mi siano piaciuti o meno, ho trovato una certa tendenza all’azione pura e semplice, a un certo compiacimento superficiale della forza bruta, cose che portano a tralasciare gli ingredienti che in un romanzo io amo di più, il sentimentalismo, l’ironia e una buona dose di umorismo. Altri si immergono in storie e atmosfere attorno alle quali si è già letto moltissimo, tentando di dare una nuova verginità a personaggi che difficilmente ne possono avere una. Ne risultano storie tetre, poco credibili e poco coinvolgenti. Del resto ho notato come, al contrario, molti lettori apprezzino queste storie, quindi la mia finisce per essere un’opinione squisitamente personale. A ogni modo immagino sia diventato difficile fare qualcosa di veramente nuovo, il déjà vu è sempre dietro l’angolo. Al contrario, c’è ancora molto spazio per chi si voglia raccontare in maniera personale. Ora dirò una cosa per la quale potrei venire crocifisso: non mi piacciono i romanzi di Jean-Claude Izzo, li trovo troppo melensi e piagnucolosi. Preferisco la secca violenza di Manchette o la graffiante ironia di Malet, i cui personaggi non si piangono addosso. Le storie che preferisco sono quelle non troppo lunghe, con personaggi sfaccettati, a volte fragili, che sbagliano ma sanno ironizzare con humour sui propri errori e sulle proprie debolezze. Non vado matto per il troppo tecnicismo, specie quando trasforma un romanzo in una sorta di documentario e neppure amo i supereroi senza macchia e senzapaura, quelli che sparano con una pistola per mano e che vincono sempre, magari saltando fuori da una buca nella terra profonda tre metri, nella quale il cattivissimo di turno li ha sepolti dopo averli feriti gravemente. L’ironia aiuta a parlare di temi dolorosi e difficili, ma non può nulla contro le esagerazioni alla Tarantino.

In un’intervista fattale dalla scrittrice Marilù Oliva lei ha affermato, a proposito di violenza, che la realtà dei giornali supera ormai la fantasia di qualsiasi scrittore. Solo per fare l’avvocato del diavolo: perché allora scrivere ancora romanzi noir o anche solo realistici, se la vita ormai supera l’arte?
Che sia fisica, verbale o mentale, la violenza è un concetto che ormai viviamo quotidianamente. Si leggono cose sui giornali che fanno accapponare la pelle, che farebbero impallidire la maggior parte degli scrittori di noir. Però, alla fine sono cose crude, fredde, scaturite spesso da motivi banali. Io non sono assolutamente interessato alla cronaca giudiziaria, quando invento una storia parto sempre da un particolare che ha attirato la mia attenzione e sul quale costruisco una trama di fantasia. Cerco naturalmente di rimanere nel limite del credibile, non amo spararle troppo grosse. Voglio che i miei lettori ci pensino su e poi dicano: beh, tutto sommato si potrebbe anche fare. Mi diverte piuttosto far trapelare la cronaca attraverso i giornali che leggono i miei personaggi, magari scherzandoci su e prendendo in giro le notizie. La violenza, invece, è necessaria al genere poliziesco, le mie storie ne sono impregnate, ma mi sforzo perché non diventi mai compiacimento. Bisogna sapersi fermare, basta una parola di troppo per snaturare un’azione rendendola spiacevole e splatter.

Lei ha iniziato con una piccola casa editrice, la Instar, e da poco ha fatto il “salto nel buio” con Rizzoli. Come si vive la scalata ai vertici della grande editoria?
Non mi azzarderei a definirla “scalata”, ancora non ho piantato manco un chiodino nella parete. Il solo fatto che Rizzoli mi abbia cercato e che pubblichino il mio romanzo è già una sensazione indescrivibile. Da lì a fare scalate, credo che la strada sia ancora lunga. Cerco di non pensare al giorno della pubblicazione e di proiettare sul mondo una signorile indifferenza, ma, in realtà, da un lato faccio fatica a contenere l’entusiasmo e dall’altro sono roso dalla tensione. Quello che mi aspetto, uscendo con Rizzoli, è che gli Italiens di Mordenti entrino in migliaia di case e che il mio commissario raccolga un numero sempre maggiore di estimatori. Uno scrittore non è nulla senza i lettori, la loro opinione e i loro consigli sono di estrema importanza. Uno scrittore non è un divo né deve vivere nella sua torre d’avorio, lo scambio con il mondo è essenziale alla sua sopravvivenza. Quindi, la maggior parte delle mie energie viene impiegata a questo fine. Con Instar è stata una bellissima stagione, hanno fatto moltissimo per me e l’amicizia e la riconoscenza che ho con l’editore e la redazione non credo siano state chiuse dietro una porta. Una cosa è certa, per me questo mondo è ancora tutto nuovo e coinvolgente.

Per concludere, la nostra domanda di rito. Enrico Pandiani ha un tavolo prenotato al Nero Cafè. Chi starà aspettando?
Immagino che sul tavolino ci siano quattro bicchieri di Muscadet, quindi non ci sono dubbi, a minuti arriveranno il commissario Sanantonio e gli ispettori Bérurier e Pinaud. Il quarto bicchiere è per me. Nella serie degli incontri impossibili, questo è forse quello che mi divertirebbe di più. Per dirne una, leggendo le loro storie è iniziata la mia passione per la scrittura, e ancora oggi mi sento molto influenzato da ciò che di loro mi è rimasto appiccicato alle dita, il ritmo delle avventure, i dialoghi surreali e le scene platealmente rivoltanti. L’idea di avere davanti a me Bérurier che divora tartine spalmandosele sulla cravatta mi orripila e affascina allo stesso tempo. Per non parlare dello charme maschio, insolente e un po’ cafone di Sanantonio, che chiacchiera infilando le mani su per le gonne della cameriera, o lo spettacolo di Pinuche che si accende il mozzicone di sigaretta dandosi fuoco ai baffi. Sarebbe un gran piacere e sicuramente una serata esilarante.

Farneticazioni del terzo traguardo

In viaggio con Mordenti

Fra poco meno di una settimana sarà in libreria il mio terzo romanzo, Lezioni di tenebra. Mi sembra che il numero 3 sia un traguardo al quale una persona che scrive si debba fermare per qualche momento, sedendosi a valutare il percorso che ha fatto. Quando nel 2008 Gaspare Bona, editore di Instar Libri, mi ha telefonato per dirmi che avrebbe pubblicato il mio primo lavoro, Les italiens, ho avuto la fortuna di essere seduto alla mia scrivania, altrimenti sarei finito lungo e tirato per terra. Era forse la telefonata che ho desiderato di più in vita mia.
Poi ho visto il mio libro stampato e questa, ve lo garantisco, è un’altra fortissima emozione. Per finire l’ho visto esposto in libreria. Mi sono fermato davanti a quella pila di libri rossi guardandoli quasi con amore. La gente che mi stava attorno non lo sapeva che quel libretto sperduto tra altri milioni l’avevo scritto io, ma questo non ne ha diminuito il piacere ipnotico né, tanto meno, il godimento intrinseco. Perché i libri sono oggetti affascinanti, ma il «tuo» libro è l’oggetto più bello del mondo.
Da allora sono passati poco più di due anni, è uscito il secondo, Troppo piombo, e adesso uscirà il terzo. Mi batte il cuore a pensare dove sono arrivati i miei personaggi, il commissario Mordenti, Alain Servandoni, Michel Coccioni, Leila Santoni e Didier Cofferati. In questo percorso che abbiamo fatto insieme, le nostre vite sono cambiate  mentre passavamo il tempo a risolvere casi impossibili, sparando un mucchio di cazzate. Non abbiamo inventato l’acqua calda, i miei flic e io, ma ci siamo divertiti immensamente.
Se c’è una cosa che continua a sbalordirmi di questo mestiere, del quale devo ancora imparare tutto, è la capacità dei tuoi personaggi di prendere vita, di appassionare, incuriosire, trascinare e far ridere i lettori, come se fossero persone reali. Ricordo il giorno in cui ho aperto il computer e ho scritto la prima frase di Les italiens, era una mattina del primo gennaio di qualche anno fa e mi trovavo in treno. Stavo tornando da Parigi e avevo la testa piena di immagini, di volti e di idee. Ogni tanto la vado a rileggere ed è ancora lì, esattamente come l’ho scritta quella mattina. Molte altre cose sono cambiate, ma quella frase no. Quello è il mio punto di partenza.
Durante la giornata i miei personaggi sono sempre presenti, mi ritrovo spesso a pensare a loro, alle cose che hanno fatto e a quelle che faranno. Quando scrivo, tre loro e me c’è uno scambio continuo, capita che la strada che prende la narrazione non sia voluta, ma provocata da qualcosa che ha detto o fatto uno di loro. Spesso l’azione si sviluppa da sola e mi diverto a pensare come reagiranno i lettori a una determinata frase o di fronte a un certo avvenimento. Si crea una grossa complicità fra un autore e i suoi personaggi e il lavoro sul loro carattere non finisce mai. A volte rido da solo rileggendo ciò che ho scritto e Mariolina, mia moglie, mi chiede se sono cretino.
Mi piace la direzione che ha preso Mordenti in questo terzo romanzo, e mi piace il cambiamento che c’è stato nel suo carattere nel corso del nostro sodalizio. Colpito in prima persona, in Lezioni di Tenebra permette alla sua parte scura di prendere il sopravvento. Questo ne fa un personaggio problematico, teso, che sa accettare i propri fallimenti ma cerca di reagire con ironia e umorismo. Il suo percorso lo ha portato verso una figura più umana, più sola e fragile, capace di guardare al proprio interno traendone una personalità estremamente sfaccettata. Fin dall’inizio non volevo un super eroe, ma piuttosto un uomo sensibile, colpito violentemente dalla brutalità del suo lavoro, che ne soffrisse, nonostante l’aria scanzonata con cui ci sguazza, e che a tratti ne fosse oppresso. Un personaggio che non potesse esimersi, a volte, dall’essere spiacevole e antipatico. Proprio come succede a me.
In Lezioni di tenebra tutto questo è ancora più accentuato. Mi piaceva pensare che la solitudine siderale del mio amico Mordenti fosse la caratteristica pregnante del romanzo. Spero di esserci riuscito.
Tre, dunque, un bel traguardo per un principiante attempato al quale piace raccontare un mucchio di storie. Ho parecchie idee e mica tanto tempo a disposizione, ma sono curioso di vedere fin dove riuscirò ad arrivare. Non sta a me dire se le cose che scrivo siano valide o divertenti o ben fatte, ma una cosa la posso dire con sicurezza, les italiens e io ci troviamo bene insieme.
Tempo fa, alla presentazione di un suo libro, Gianrico Carofiglio ha detto che uno scrittore può cominciare a ritenersi tale il giorno che da qualche parte, in treno, in aereo, in pulmann o in qualsiasi altro posto, troverà seduta davanti a sé una persona che sta leggendo un suo libro. A me ancora non è successo, ma un poco scrittore mi ci sento lo stesso.

Lezioni di tenebra, la terza inchiesta del commissario Mordenti.
Edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse. 355 pagine €16.
Il 10 febbraio 2011 in libreria

Teaser n.2 del prossimo romanzo

Nadège Blanc è una giornalista di colore, una creatura selvaggia e affascinante, che sa ciò che vuole e di regola se lo prende.
Tra le cose che desidera ultimamente c’è anche il commissario Jean-Pierre Mordenti, impegnato con i suoi colleghi italiens in un’indagine senza quartiere.
Nadège è bella e brava ma non tutti al giornale le sono amici. Lei stessa sembra nascondere qualcosa, un segreto che nemmeno il commissario, ubriaco della sua bellezza, riesce bene a inquadrare.
Occhi leggermente a mandorla con l’angolo esterno rivolto delicatamente all’insù e le iridi marroni appena striate di sottili pagliuzze dorate. Il naso era dritto, appena allargato alla radice. Aveva la pelle scura come il tabacco e la luce fredda della redazione evidenziava le curve morbide degli zigomi e della fronte.
Questa è la donna che Mordenti trova sulla sua strada. Il suo fascino avvolgente lo accompagnerà per tutto il romanzo verso un finale sorprendente e imprevisto.
Sembrava di ebano. I suoi denti erano talmente bianchi che quando schiudeva le labbra ci volevano gli occhiali scuri. Indossava una semplice maglia scollata a «V» di lana leggera grigio verde sopra un’ampia gonna pantalone di seta bianca che le cadeva morbida sulle caviglie.
L’attrazione che il commissario prova per lei lo distrae, il suo fascino morbido e avvolgente lo porta ad allontanarsi dall’indagine e dai suoi doveri per sprofondarsi tra le lenzuola. Ma Nadège, è veramente quello che dice di essere?