La quarta inchiesta: il catalogo è questo…

Shopping con Mordenti…

Be’ a quanto pare ci siamo proprio, fra quattro giorni Pessime scuse per un massacro sarà in libreria.
La quarta inchiesta de les italiens. Ne è passato di tempo dalla prima avventura, quella fuga frenetica in giro per Parigi, in compagnia di una bellissima Moët.
Adesso per Mordenti il gioco si fa duro, è arrivato il momento di stringere i denti e tenere testa al tempo che passa. Questa volta il nemico pare inafferrabile, ha molte facce, si nasconde in tanti luoghi. Se volete provare a stargli dietro è meglio che vi procuriate qualcosa di meglio di un battipanni.
Però, ascoltate un buon consiglio, evitate di fare la spesa dove la fa Jean-Pierre Mordenti.

La scala per il terzo piano era stata ripristinata dai pompieri. Scavalcando qualche calcinaccio siamo riusciti ad arrivare in cima. Chantonna ci ha ricevuti sulla porta. Mi ha chiesto se era tutto ok. Gli ho risposto che non c’era male.
….«Questo è ciò che cercavamo» ha detto accompagnandoci nella stanza accanto.
….Sul pavimento erano allineate tre casse di legno, un metro e mezzo di lunghezza per mezzo metro di larghezza e un altro mezzo d’altezza. Due erano aperte e contenevanano i componenti di una mitragliatrice o qualcosa del genere. La terza era vuota. Il contenuto era montato su un treppiede in mezzo alla stanza. Era tozza, spessa, unta di olio per armi e aveva l’aspetto di un grosso scorpione pronto a piantarti il pungiglione nel culo.
….Un gruppetto di flic le gironzolava attorno guardandola con attenzione. Maurice De Clock della Balistica stava finendo di fissare l’arma al treppiede. Si è lisciato i baffi a manubrio e mi ha dato un’occhiata.
….«Se questa finiva nelle mani sbagliate erano cazzi» ha detto.
….«Che diavolo è?» ho chiesto. Era la più grossa che avessi mai visto, Rocco Siffredi avrebbe potuto infilare comodamente l’uccello nel buco della canna.
….«È una mitragliatrice pesante» ha spiegato Maurice. La carezzava come se avesse avuto accanto una pantera ammaestrata. «Spara granate esplosive da 40 mm. Ne può sputare trecentocinquanta al minuto e si alimenta a nastro.»
….Ha indicato delle cassette di munizioni in metallo verde. Una era aperta e conteneva una cartuccera fatta di enormi proiettili dalla punta rotonda.

Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

La quarta inchiesta: vertigine blu

Bandits, twelve o’clock high…

Volavano a ottomila metri di altezza, lasciando dietro di sé un cielo graffiato dalle strisce di condensa dei motori. Erano grandi, pesanti, lenti. I dieci membri dell’equipaggio sopportavano gelo, fatica e una tensione inimmaginabile, proteti da una fusoliera di alluminio che i proiettili dei caccia tedeschi passavano da parte a parte come carta velina.
Distruggevano tutto ciò che si trovava sotto di loro. E non sempre si trattava dell’obiettivo da bombardare. Ma il Boeing B-17, la famosa Fortezza Volante, era una macchina da guerra senza pari.
In Pessime scuse per un massacro, la quarta inchiesta de les italiens, il commissario Mordenti se ne trova uno tra i piedi. Un fantasma ingombrante, che non fa che complicare le cose in un’indagine già di per sé molto complessa.
Per il nostro flic, che non sopporta nemmeno di salire su un elicottero, non è che l’ennesima rottura di palle.

Sei croci di marmo bianco e una stella di David. Su ciascuna nome, grado, appartenenza all’esercito e due date: nascita e morte. A parte il comandante Campbell, pilota del bombardiere, e il sergente Shaw, mitragliere di coda, gli altri non superavano i vent’anni d’ètà.
….Un ampio prato all’inglese circondava le lapidi andando a perdersi sotto gli alberi del bosco. Su un cippo di pietra grigia si ergevano le quattro eliche accartocciate dell’aeroplano, saldate fra loro in forma di una grande croce. Alla base del monumento un angelo di bronzo con l’aria potente e le ampie ali ripiegate dietro la schiena tendeva un braccio verso l’infinito per toccare una stella con la punta delle dita. Era maschio e muscoloso come uno di quei supermen del realismo socialista. Una targa sulla base di pietra raccontava l’ultima odissea del quadrimotore.
….Il piccolo memoriale aveva un aria marziale e commovente allo stesso tempo. Si stava bene tra gli alberi, immersi nel riverbero dell’erba verdissima sulla quale le lapidi bianche brillavano candide al sole. In cima a due alti pennoni, una bandiera americana e una francese sventolavano pigre contro il cielo azzurro.
….«Perché siamo qui?»
….La voce di Delphine m’è parsa lontana, come un effetto del vento.
….«Non lo so» ho detto scuotendomi. «Per cercare di capire cos’è successo, credo.»
….«Gli aviatori qui sotto non risponderanno alle nostre domande.»
….«No, immagino di no.» Ci siamo guardati. «Però possiamo trovare qualcuno che lo faccia al posto loro.»

Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

La quarta inchiesta: il passato ritorna

La memoria uccide…

I ricordi. Ognuno di noi ne ha di piacevoli e spiacevoli, ce li portiamo dietro come un diletto, da gustare di tanto in tanto, oppure li trasciniamo come un bagaglio pesante.
Girano nella nostra testa come i cavalli di legno del manege davanti all’Hôtel de Ville, figure confuse alle quali, per lo più, non facciamo caso. Ma capita che si fermino e diventino chiari. Allora possono scatenare pensieri terribili e portare a una violenza senza fine.
Il commissario Mordenti ha per le mani uno di questi momenti, deve seguirne la storia, capirne il dolore, raggiungere un’origine lontana. Un lavoro difficile e pieno di rischi. Ma a Mordenti, in Pessime scuse per un massacro, i rischi non danno più fastidio di un bicchiere di Sancerre che sa di tappo.

Siamo saliti su un furgoncino Renault Kangoo verde bottiglia. La Bruyère ha acceso il motore e siamo partiti in direzione della route du 23 Août.
….«Mi parli di quei giorni» ho detto.
….«Che cosa vuole sapere?»
….«Perché si entrava nella Resistenza?»
….Ha sorriso. «Per diversi motivi. Perché eri un comunista, un ex combattente o semplicemente un uomo libero. O per sfuggire il Servizio di Lavoro Obbligatorio.»
….«Senta, signor La Bruyère…»
….«Mi chiami Raymond.»
….«Raymond, lei come c’è finito nella Resistenza?»
….Sguardo fisso sulla strada, volante tra le mani e schiena rilassata contro il sedile. Sembrava stesse rivedendo se stesso da ragazzo, le labbra piegate in un sorriso nostalgico.
….«Quando uno ha la mia età» ha detto voltando il capo verso di me, «farebbe qualsiasi cosa pur di tornare indietro, anche affrontare di nuovo quell’inferno. In famiglia eravamo dei rossi, tutt’altro che gente di chiesa. Mio nonno faceva parte della Sezione Socialista, si sarebbe magari mangiato un prete ma era una persona onesta. Lei non ha idea di cosa voglia dire vedere un uomo grande e grosso piangere come un bambino per la disperazione. Senti che il tuo mondo si sgretola, vedi le tue idee, le tue convinzioni, tutto ciò in cui credi finire in pochi secondi, fatto a pezzi dalla suola di uno stivale chiodato.»

Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

La quarta inchiesta: la parte rischiosa

Conto fino a cinque…

A un certo punto di qualsiasi storia, nella vita di chiunque, arriva il momento di menar le mani. Al commissario Mordenti succede più spesso che a Madre Teresa di Calcutta. A ciascuno il suo karma. Del resto, da lui ci si aspetta anche questo.
In Pessime scuse per un massacro, la quarta inchiesta de les italiens capita ben di peggio. Alla fine di ogni scontro, quando si contano quelli rimasti per terra, c’è una sola cosa da fare: ringraziare il cielo per la tua nuova vita.

Altri due individui armati di pistola sono entrati dalla porta sul fondo. Tutti urlavano come pazzi, puntando pistole, fucili, mitra e ogni sorta di arma da fuoco. Quando è tornato il silenzio sembrava di essere all’OK Corral. Loro erano in otto, noi in nove. Le armi erano puntate, i volti tesi, le dita sul grilletto e le nocche bianche. Situazione di stallo, come si dice tra aviatori.
….Alla mia sinistra c’era un’ampia nicchia all’interno della quale passavano dei tubi. Ne ho preso mentalmente nota con il cuore che batteva nel petto come un tamburo. Accanto a me c’era Ombra enorme e minaccioso. Dietro Alain, due teste di cuoio e Coccioni. Poi tutti gli altri.
….«Siete in arresto» ha detto secco Patornay che doveva essere avezzo a quel genere di passatempo. «Mettete giù le armi e portate le mani sopra la testa.»
….I cattivi hanno tentennato ma nessuno si è mosso. Un paio dei più giovani avevano il tremito alle mani e continuavano a passarsi la lingua sulle labbra. Dalla breccia nel muro entravano fumo e puzza di bruciato. Sembrava che nella stanza fosse salita la nebbia. Oltre la porta in fondo si vedeva un altro ambiente, una specie di ufficio rischiarato dalla luce del giorno. C’erano libri, casse di legno e si intravedeva una scrivania.
….«Conto fino a cinque, poi cominciamo a sparare» ha tuonato Patornay che evidentemente viveva in un film di Bruce Willis. «Cinque» ha detto, «quattro…»
….Un ragazzino di colore che indossava una camicia a quadri e una fascia sulla fronte ha ondeggiato guardando sperso nel vuoto. Era madido di sudore. Con molta calma ha cominciato ad abbassare il massiccio revolver che puntava verso di noi.
….«Tre… due…»
….Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

Altri quattro hanno tentennato abbassando la guardia.

La quarta inchiesta: Mordenti e le donne

Cherchez la femme…

Negli ultimi tempi, il commissario Mordenti non ha avuto molta fortuna con le donne. Per una ragione o per l’altra non ne ha ricavato che seccature e poco d’altro.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Per vincere la sua partita, questa volta Jean-Pierre dovrà tirare fuori tutte le sue carte migliori.

….Mi ha squadrato scettica mentre ci spostavamo al banco del bar. Ha tirato fuori il giornale, ha guardato la foto, poi ha guardato me. Cinque minuti più tardi eravamo seduti.
….«Cosa le ha detto?» ha chiesto diffidente Mai Linh.
….«Che lei è il Primo Ministro della Repubblica Socialista del Vietnam, che io sono la sua scorta e quindi devo tenere d’occhio la piazza.»
….«La diverte fare lo spaccone?» ha sospirato.
….«Noi italiens siamo un po’ spacconi, è colpa della timidezza.»
….«Lei ottiene sempre ciò che vuole, vero?»
….«No, qualche volta non mi riesce.» L’ho fissata negli occhi. «Però, anche se il suo cuore è distante, il suo corpo è qui con me e questo basta a rendermi felice.»
….Ha sorriso volgendo lo sguardo verso la città. L’ultimo chiarore del giorno stava scomparendo e tutte le luci si erano già accese. Parigi stava indossando l’abito da sera. Si è come estraniata guardando il panorama.
….«Fantastico» ho detto, «non trova?»
….Ha fatto un lieve cenno col capo. Il suo profilo si stagliava pallido contro il tramonto. Una brezzolina leggera le scompigliava i capelli.
….«Lune, quel esprit sombre» ho mormorato. «Promène au bout d’un fil, dans l’ombre, ta face et ton profil?»
….Una cameriera di colore, appena più bella di Naomi Campbell, ci ha portato il vino e ha preso le ordinazioni.

La quarta inchiesta: Mordenti indaga…

Vecchie armi, vecchi cassetti.

Come dice Mordenti, le armi stanno al poliziesco come le mele stanno alla Tarte Tatin. E infatti eccole che saltano fuori. Potrebbe essere una pista, potrebbe anche non esserlo. Però vale la pena vedere dove questa Luger può portare les italiens.

….Ha tirato giù dalla libreria un paio di grandi raccoglitori neri prima di sedersi all’altro capo della scrivania. Si è rigirato la Luger tra le mani appuntandosi su un post-it giallo alcuni dei numeri incisi nell’acciaio.
….«Tanto per cominciare, vi posso dire che quest’arma era in dotazione alla Wehrmacht. L’aquila con la svastica che si trova sul fianco destro vicino alla canna lo attesta senz’ombra di dubbio.»
….Ha preso il foglietto e ha spulciato le buste di plastica del primo raccoglitore. Si è fermato circa a metà delle pagine. «Dunque» ha detto, «è stata fabbricata dalla DWM, Deutsche Waffen und Munitionsfabriken, nel 1939.» Mi ha guardato da sopra le lenti degli occhiali. «Lo specifico perché molti modelli venivano prodotti dalla Simson, dalla Krieghoff, dall’arsenale di Erfurt e dalla Mauser. La bachelite delle guancette è in ottime condizioni e il metallo ha mantenuto più o meno il novanta per cento della brunitura originale.»
….Con una lente ha osservato il fianco destro. «Dev’essere rimasta in un cassetto per un mucchio di tempo, la molla dell’estrattore è piuttosto arrugginita.» Ha fatto scattare il giunto a ginocchio e ha sbirciato dentro la canna con uno strumento da otorinolaringoiatra. «La rigatura è buona ma la manutenzione lascia molto a desiderare. Dopo aver sparato l’ultima volta non è stata pulita.»

La quarta inchiesta: nuovi indizi

È un burlone o fa tremendamente sul serio?

Si muove su un terreno instabile questa volta, il commissario Mordenti, un terreno sul quale non sarà lui a dettare le condizioni. Circondati da personaggi che dovranno imparare a conoscere, e con i quali saranno, ob torto collo, costretti a collaborare, il nostro flic e il suo amico Servandoni, si troveranno a scavare in una materia che non conoscono affatto. E a farli dannare per bene ci penserà un nemico molto particolare.

Al fondo della strada le transenne della madama tenevano lontani giornalisti e curiosi. C’erano già due enormi furgoni della televisione con le paraboliche sul tetto. Un paio di frullini della stampa volteggiavano alti nel cielo come avvoltoi. Dall’altra parte del viottolo una collinetta pareva incoronata da un boschetto di querce e betulle. Tra gli alberi i tizi della Scientifica sembravano fantasmi.
….«Lassù c’è l’arma» ha detto Lemaître. «L’ha mollata qui, si vede che non gli stava in tasca.»
….Ha gorgogliato una risatina, poi ci siamo avviati verso la cima, Lemaître, Roussel, Servandoni, io e un altro paio di sbirri. La Browning calibro .50 era enorme, scura, cattiva, stava acquattata sotto le piante come un gigantesco insetto. Sul terreno erano sparsi un centinaio di bossoli. Il nastro era esaurito.
….E c’era Babar.
….«Cosa diavolo è quello?» ha chiesto Servandoni.
….«Lo ha lasciato il killer» ha detto uno della Scientifica.
….Mi sono avvicinato. Era una figurina di resina dipinta. Il vestitino verde, la camicia bianca, il cravattino rosso e la coroncina gialla sulla testa. Babar in tutto il suo tenero splendore. E non sembrava per nulla impressionato dallo spettacolo che aveva davanti.

Mordenti torna in campo: la quarta inchiesta.

L’inizio di una nuova avventura

Da oggi fino all’uscita del romanzo a gennaio, una volta a settimana, cercherò di far venire l’acquolina in bocca agli amici del commissario Mordenti, che stanno aspettando una nuova indagine, e ai lettori che ancora non lo conoscono e che non sanno cosa si perdono.
Con otto tavole disegnate apposta e altrettanti assaggi dai capitoli del romanzo. Spero vi divertano quanto farle ha divertito me. Cliccando sull’immagine la potete vedere più grande.
Con un po’ di magone e tanta riconoscenza, les italiens lasciano Instar Libri, con la quale hanno trascorso tre lunghi e prolifici anni, per passare a Rizzoli. Come direbbe Mordenti, “l’avidità è sempre in agguato”. La quarta avventura della squadra di poliziotti della Crim è una storia complessa, ricca di colpi di scena e grandi riflessioni. Il commissario e i suoi colleghi non mancheranno di stupirvi.
Quindi, appuntamento in libreria!

“Ha sollevato una mano per osservarne il tremito mentre il cuore batteva nel petto appena più veloce del solito. Ha fatto un respiro profondo e chiuso gli occhi cercando di non pensare a nulla per qualche secondo. I suoni delicati della campagna sono sfumati nel silenzio. Il suo cuore ha rallentato e il respiro è tornato regolare. Gli uccelli hanno ripreso a cantare.
Il rumore distante di un’auto che percorreva la strada sterrata è andato aumentando d’intensità alle sue spalle.
Stava arrivando.
La sua schiena si è raddrizzata di scatto. Con la destra ha afferrato la leva dell’otturatore, l’ha tirata indietro di una quindicina di centimetri e l’ha lasciata andare. Un colpo secco e la culatta è tornata al suo posto infilando la prima pallottola in canna. Ha controllato che il breve nastro non fosse impigliato nella zampa del treppiede. Ogni tre proiettili uno aveva la punta rossa. Traccianti. Immagini dimenticate hanno attraversato la sua mente come una nube di tempesta.”

Les italiens al premio Scerbanenco

Il romanzo Lezioni di tenebra di Enrico Pandiani, edito Instar Libri, è tra i 15 romanzi selezionati per concorrere al prestigioso Premio Scerbanenco-La Stampa.
Per poter entrare nella rosa dei cinque romanzi finalisti è necessario anche il voto dei lettori. Più voti arrivano più alte sono le possibilità di entrare in finale.
Per votare Lezioni di tenebra dovete iscrivervi sulla pagina del Premio Scerbanenco.  La procedura è un pò lunga e prende qualche minuto. Una volta compilati i campi e completata la registrazione riceverete una mail con un link di conferma il quale vi porterà sul sito e quindi alla lista dei quindici romanzi selezionati.
Qui dovete cliccare VOTA accanto al titolo del romanzo:

Enrico Pandiani LEZIONI DI TENEBRA Instar libri

Il commissario Mordenti, certo di avervi divertiti con le sue avventure, sentitamente ringrazia.

Intervista su Nero Café

Un intervista pubblicata dal blog Nero Café sul numero 2 della rivista Knife.
L’intervista è a cura di Francesco G. Lo Polito

Partiamo dalla domanda forse più abusata, quella che tormenta ogni autore dalla notte dei tempi. C’è chi scrive per sedurre il mondo, chi per desiderio di fama e gloria, chi per condividere la sua visione estetica, chi per tante altre ragioni. Perché scrive Enrico Pandiani? E come vive la scrittura?
Sostanzialmente scrivo perché sono un grafomane, perché mi piace raccontare, perché mi permette di evadere da una quotidianità nonostante tutto ripetitiva. Non sono un gran parlatore, mi piace piuttosto ascoltare quello che dicono gli altri. Del resto, ogni volta che apro bocca offendo qualcuno o mi ci metto a litigare. Quindi preferisco star zitto. E scrivo. Sono io il primo a godere delle cose che vengono fuori dalla mia testa, mi piace rileggerle, modificarle, anche se alla fine ho sempre bisogno di qualcuno che mi dica se funzionano o meno. E naturalmente mi fa molto piacere che coloro che leggono i miei romanzi si divertano e passino qualche ora piacevole immersi nelle storie che racconto; senza di loro non sarebbe che un esercizio sterile. La scrittura mi rilassa, mi tranquillizza, mi sistema i bioritmi, almeno per ora non mi preoccupa mai. A parte leggere, è la cosa più coinvolgente che mi capiti di fare con il cervello.

Lei è definito spesso, oltre che scrittore per passione, grafico per necessità. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna per chi nota l’aspetto visivo della sua scrittura, ricorda le sue prove sulla rivista Orient Express, e segue sul suo blog il lavoro che c’è dietro le copertine dei suoi libri. Viene da pensare che le due vocazioni siano in realtà molto più legate di quanto sembri a prima vista. In che modo?
Penso che anche la grafica racconti delle storie, soltanto lo fa in maniera diversa dalla scrittura. Dietro l’impaginazione di una rivista o l’illustrazione di una copertina c’è un processo mentale non troppo differente da quello della scrittura. Anziché una serie di parole, si mettono in fila immagini e segni dando in questo modo una chiave di lettura a chi ne fruisce. A seconda di quanto siano riusciti, un impaginato o un disegno possono coinvolgere o lasciare del tutto indifferenti. Così come può capitare di mollare un libro alla decima riga perché la scrittura non ci piace, si può chiudere una rivista o una brochure perché la grafica è brutta o malfatta. Sono entrambi processi creativi, spesso molto legati tra loro, ma la scrittura è forse più intima e coinvolgente. L’aver disegnato per anni storie a fumetti credo mi abbia dato un certo amore per la descrizione visiva, per la scansione veloce, soprattutto nelle scene d’azione, e per la sintesi. Non ho infatti una grande passione per i thriller troppo lunghi.

Parliamo un po’ del commissario Mordenti e dei suoi Italiens. Come sintetizzerebbe il nucleo attorno a cui nascono le storie di questa squadra di poliziotti della Brigata Criminale di Parigi?
Mordenti, Servandoni e Coccioni sono il residuo di un nucleo originario. Sono i sopravvissuti a una specie di guerra quotidiana, gli eredi dell’idea di qualcuno che non c’è più. Sono loro la squadra de les italiens. Quello che cerco di rendere nei miei romanzi è il loro essere una specie di famiglia dove Alain è il vecchio saggio, Jean-Pierre il figlio scavezzacollo e Michel il giullare sempre di buon umore. Forse la storia trita e ritrita dei tre moschettieri, ma con un côté sentimentale tutto loro e un cameratismo in qualche modo di sinistra. Il loro lessico, il non essere né francesi né italiani, la loro goliardia un po’ intellettuale e l’insofferenza per l’autorità e per il potere costituito sono ciò che li fa essere i miei personaggi. Leila, Didier e gli altri flic sono un po’ come i parenti stretti, fanno parte del gruppo ma non ne condividono la storia e il dolore. Vedere questi caratteri emergere romanzo dopo romanzo, sentire che i lettori ne parlano come di persone reali incontrate qualche minuto prima, è un’esperienza che mi lascia senza fiato. Nella stesura di una trama, la maggior parte del tempo la concentro sui personaggi, su ciò che si dicono, su quello che fanno e sulle loro emozioni.

L’ambientazione francese dei suoi romanzi è parsa ad alcuni insolita e ad altri, che hanno colto una certa somiglianza tra Parigi e la sua Torino, logica e coerente. Mi domando però cosa sia questo qualcosa d’indefinito che fa di Parigi uno scenario perfetto per qualsiasi storia e, nel suo caso, per dei romanzi noir. Come lo descriverebbe?
Parigi è un’arma a doppio taglio, una bella donna che ti seduce per tradirti non appena le volti le spalle. Capita che i miei romanzi arrivino in finale ai premi di scrittura ma, salvo un’unica eccezione, il fatto che si svolgano in Francia si rivela perdente; c’è sempre qualcuno che ne ha scritto uno, che so, sulla naja e alla fine vince lui. Scherzi a parte, non so se Parigi abbia alcunché di indefinito, probabilmente sì, ma al di là del fascino indiscutibile è una città nella quale io mi perdo volentieri. Nonostante i quattro milioni di turisti all’anno, esistono ancora molti posti nei quali si può vagare in solitudine cercando l’ispirazione. Puoi scoprire ogni volta luoghi nuovi, scorci meravigliosi, spazi così grandi da mozzare il fiato. Più di una volta mi è capitato di dover inventare una scena solo per poterla ambientare in un luogo che mi era piaciuto in maniera particolare. Con Torino i punti di contatto sono certamente molti; in piccolo forse, ma la somiglianza c’è. Vicoli strettissimi, grandi corsi, aperture inaspettate, molto verde e il fiume che attraversa la città. Ha in più una bellissima collina e la corona delle montagne che la circonda.

Si dice che per uno scrittore è impossibile frequentare per molto tempo gli stessi personaggi senza investire in loro una buona parte di se. A parte Jean-Pierre Mordenti, a quale si sente più legato? Chi potrebbe essere il protagonista di una storia tutta sua?
Più che una frequentazione, alla fine si tratta di una vera e propria convivenza. Mi capita molto spesso di ragionare sui miei personaggi ventiquattr’ore al giorno, soprattutto quando sto lavorando a un nuovo romanzo, vale a dire quasi sempre. Sono loro la parte che mi interessa di più, c’è quindi il bisogno costante di dedicare loro le mie attenzioni, di pensare a quello che faranno, a cosa si diranno, come si trarranno d’impiccio o che piega prenderà la loro storia. Naturalmente entrano in gioco i miei gusti, le mie passioni, le cose che mi piacciono di più, le cose che ho letto e delle quali, loro, tendono ad appropriarsi piuttosto spesso. Di sicuro Mordenti è il mio punto focale, è lui che determina la piega che prenderà il romanzo, lo stato d’animo che ne verrà fuori e la quantità di tensione che legherà tra loro i vari personaggi. Però il mio preferito è Servandoni, la colonna portante della squadra, quello calmo, riflessivo, con più esperienza. È anche il personaggio nel quale tendo di più a identificare me stesso e di sicuro il più adatto per una storia tutta sua.

Con Lezioni di tenebra siamo arrivati alla terza inchiesta di Mordenti, che qui tocca il suo lato più oscuro, una sorta di discesa agli inferi, se così si può dire. Sembra quasi che questo stia diventando per lui un gioco al rialzo. Mi è parso di notare atmosfere e temi progressivamente più cupi a partire da Les Italiens, passando per Troppo piombo fino ad arrivare all’ultimo libro. Cosa sta cambiando in Mordenti e in che direzione si muove?
In questo mondo che sta andando a rotoli, dove la democrazia non è più una certezza e tutto quanto ti si sfalda davanti, non mi sembra che ci sia molto da stare allegri. È difficile per me pensare in maniera positiva e questo probabilmente si riflette nei miei romanzi. Mi piace però molto il contrasto tra una storia cupa e l’ironia un po’ cinica che ne frantuma l’oscurità, una buona risata è ancora più piacevole quando è inaspettata. Trovo che in questo momento la gente sia in linea di massima portata all’individualismo, la politica stessa ti impone di farlo, e questo crea un terreno molto fertile per uno che voglia raccontare delle storie. In quanto a Mordenti, beh, il commissario si trovava in bilico tra la figura dello sciupafemmine e quella del ranger solitario, entrambi caratteri che detesto, per questo in Lezioni di tenebra volevo che esplorasse il suo lato oscuro. Gli serviva qualche facciata contro il muro e, soprattutto, doveva consolidare la sua fragilità, se mi passa questa contraddizione in termini, per trovare una solitudine più umana. Questa è la direzione che voglio per lui, una dimensione più reale, dove assieme a cameratismo e divertimento ci siano anche sofferenza, dubbi e malinconia.

Lei ha spesso notato negli autori italiani di gialli e noir un certo eccesso di serietà, quasi di tristezza. Si direbbe che la realtà del nostro Paese in caduta libera non autorizzi l’umorismo. Quali sono i vantaggi dell’ironia in un genere come il noir, e fin dove si può arrivare?
In alcuni romanzi di autori italiani, a prescindere che mi siano piaciuti o meno, ho trovato una certa tendenza all’azione pura e semplice, a un certo compiacimento superficiale della forza bruta, cose che portano a tralasciare gli ingredienti che in un romanzo io amo di più, il sentimentalismo, l’ironia e una buona dose di umorismo. Altri si immergono in storie e atmosfere attorno alle quali si è già letto moltissimo, tentando di dare una nuova verginità a personaggi che difficilmente ne possono avere una. Ne risultano storie tetre, poco credibili e poco coinvolgenti. Del resto ho notato come, al contrario, molti lettori apprezzino queste storie, quindi la mia finisce per essere un’opinione squisitamente personale. A ogni modo immagino sia diventato difficile fare qualcosa di veramente nuovo, il déjà vu è sempre dietro l’angolo. Al contrario, c’è ancora molto spazio per chi si voglia raccontare in maniera personale. Ora dirò una cosa per la quale potrei venire crocifisso: non mi piacciono i romanzi di Jean-Claude Izzo, li trovo troppo melensi e piagnucolosi. Preferisco la secca violenza di Manchette o la graffiante ironia di Malet, i cui personaggi non si piangono addosso. Le storie che preferisco sono quelle non troppo lunghe, con personaggi sfaccettati, a volte fragili, che sbagliano ma sanno ironizzare con humour sui propri errori e sulle proprie debolezze. Non vado matto per il troppo tecnicismo, specie quando trasforma un romanzo in una sorta di documentario e neppure amo i supereroi senza macchia e senzapaura, quelli che sparano con una pistola per mano e che vincono sempre, magari saltando fuori da una buca nella terra profonda tre metri, nella quale il cattivissimo di turno li ha sepolti dopo averli feriti gravemente. L’ironia aiuta a parlare di temi dolorosi e difficili, ma non può nulla contro le esagerazioni alla Tarantino.

In un’intervista fattale dalla scrittrice Marilù Oliva lei ha affermato, a proposito di violenza, che la realtà dei giornali supera ormai la fantasia di qualsiasi scrittore. Solo per fare l’avvocato del diavolo: perché allora scrivere ancora romanzi noir o anche solo realistici, se la vita ormai supera l’arte?
Che sia fisica, verbale o mentale, la violenza è un concetto che ormai viviamo quotidianamente. Si leggono cose sui giornali che fanno accapponare la pelle, che farebbero impallidire la maggior parte degli scrittori di noir. Però, alla fine sono cose crude, fredde, scaturite spesso da motivi banali. Io non sono assolutamente interessato alla cronaca giudiziaria, quando invento una storia parto sempre da un particolare che ha attirato la mia attenzione e sul quale costruisco una trama di fantasia. Cerco naturalmente di rimanere nel limite del credibile, non amo spararle troppo grosse. Voglio che i miei lettori ci pensino su e poi dicano: beh, tutto sommato si potrebbe anche fare. Mi diverte piuttosto far trapelare la cronaca attraverso i giornali che leggono i miei personaggi, magari scherzandoci su e prendendo in giro le notizie. La violenza, invece, è necessaria al genere poliziesco, le mie storie ne sono impregnate, ma mi sforzo perché non diventi mai compiacimento. Bisogna sapersi fermare, basta una parola di troppo per snaturare un’azione rendendola spiacevole e splatter.

Lei ha iniziato con una piccola casa editrice, la Instar, e da poco ha fatto il “salto nel buio” con Rizzoli. Come si vive la scalata ai vertici della grande editoria?
Non mi azzarderei a definirla “scalata”, ancora non ho piantato manco un chiodino nella parete. Il solo fatto che Rizzoli mi abbia cercato e che pubblichino il mio romanzo è già una sensazione indescrivibile. Da lì a fare scalate, credo che la strada sia ancora lunga. Cerco di non pensare al giorno della pubblicazione e di proiettare sul mondo una signorile indifferenza, ma, in realtà, da un lato faccio fatica a contenere l’entusiasmo e dall’altro sono roso dalla tensione. Quello che mi aspetto, uscendo con Rizzoli, è che gli Italiens di Mordenti entrino in migliaia di case e che il mio commissario raccolga un numero sempre maggiore di estimatori. Uno scrittore non è nulla senza i lettori, la loro opinione e i loro consigli sono di estrema importanza. Uno scrittore non è un divo né deve vivere nella sua torre d’avorio, lo scambio con il mondo è essenziale alla sua sopravvivenza. Quindi, la maggior parte delle mie energie viene impiegata a questo fine. Con Instar è stata una bellissima stagione, hanno fatto moltissimo per me e l’amicizia e la riconoscenza che ho con l’editore e la redazione non credo siano state chiuse dietro una porta. Una cosa è certa, per me questo mondo è ancora tutto nuovo e coinvolgente.

Per concludere, la nostra domanda di rito. Enrico Pandiani ha un tavolo prenotato al Nero Cafè. Chi starà aspettando?
Immagino che sul tavolino ci siano quattro bicchieri di Muscadet, quindi non ci sono dubbi, a minuti arriveranno il commissario Sanantonio e gli ispettori Bérurier e Pinaud. Il quarto bicchiere è per me. Nella serie degli incontri impossibili, questo è forse quello che mi divertirebbe di più. Per dirne una, leggendo le loro storie è iniziata la mia passione per la scrittura, e ancora oggi mi sento molto influenzato da ciò che di loro mi è rimasto appiccicato alle dita, il ritmo delle avventure, i dialoghi surreali e le scene platealmente rivoltanti. L’idea di avere davanti a me Bérurier che divora tartine spalmandosele sulla cravatta mi orripila e affascina allo stesso tempo. Per non parlare dello charme maschio, insolente e un po’ cafone di Sanantonio, che chiacchiera infilando le mani su per le gonne della cameriera, o lo spettacolo di Pinuche che si accende il mozzicone di sigaretta dandosi fuoco ai baffi. Sarebbe un gran piacere e sicuramente una serata esilarante.