Teaser per La donna di troppo: un lavoraccio divertente

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Taglia e cuci con Photoshop®

Quando hai una passione, è difficile non cascarci dentro ogni volta che ne hai l’occasione. Per me, la grafica lo è, soprattutto quando posso fare quello che voglio e il committente sono io. Questo mi capita ogni volta che qualcuno si pende la briga di pubblicare un mio libro e io lo voglio, come dire, pubblicizzare. L’ho fatto per Troppo piombo, per Lezioni di tenebra e per Pessime scuse per un massacro (ai tempi di Les italiens ero troppo emozionato e non ho fatto nulla).
A maggior ragione valeva la pena sbattersi per questo quinto romanzo, La donna di troppo, per via di Torino, dei nuovi personaggi e della storia che ha tutti gli aspetti di un noir pieno di suspense e colpi di scena.
La mia idea era quella di creare una serie di immagini ispirate ad altrettante scene del romanzo, composte come una serie di polaroid ritrovate su di un’ipotetica scena del crimine. Per fare questo dovevo prima di tutto procurarmi il materiale adatto e Internet, in questi casi, è il mezzo più appropriato.

Pezzi

Avevo un’idea di dove sarei andato a parare, quindi mi sono messo a cercare tutti gli oggetti con i quali avrei composto la mia scena. Volevo che le immagini avessero un aspetto fotografico ma non troppo. Nella mia immaginazione dovevano essere evocative, stimolanti e con un vago sentore di illustrazione. Insomma, la mia intenzione era incuriosire il futuro lettore.
attraverso una ricerca che si è rivelata piuttosto complicata, ho trovato tutti gli oggetti di cui avevo bisogno. Complicata perché immagini piccole se ne trovano tante, grandi molte meno. E io le volevo grandi. Per giunta, per ottenere la quantità di immagini che avevo in mente, di materiale me ne serviva tanto. Qui mostro il procedimento usato per realizzare il fondo sul quale posano le dieci polaroid; Come ho realizzato le immagini ve lo racconto un’altra volta, è più lungo e complicato.
Insomma, ho trovato tracce di sangue, bossoli, diversi tipi di polaroid, timbri, scritte a mano, numeri scritti con il gessetto, e tante altre cose che mi sarebbero servite. Quando il materiale raccolto mi è parso sufficiente, ho cominciato a lavorare sull’illustrazione vera e propria.

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La prima cosa che da sistemare era un fondo che desse l’impressione di un luogo un po’ sporco, vecchio, non tanto luminoso. Le texture, anche molto grandi, sono la cosa più facile da trovare su Internet. Io ne ho scaricata una che mi piaceva molto. La tonalità giallastra funzionava bene perché avrebbe contrastato con il resto degli oggetti senza prevalere. L’ho tagliata, pulita, e inquadrata. Ho accentuato alcune ombre e creato una specie di pozza di luce. Il lavoro successivo è stato quello di isolare e pulire una foto polaroid di cui avevo un paio di versioni (ne ho ricavate tre più o meno differenti tra loro). L’ho scontornata, ruotata, e posizionata al centro dell’immagine. Poi, lavorando sui livelli di Photoshop, le ho costruito un’ombra che desse l’impressione di una foto posata per terra.

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Il passo successivo sono state le macchie di sangue. Dovevano esserci ma senza vampirizzare sul resto e senza essere troppo splatter. Le ho scurite e in parte coperte dalla foto. Ho però pensato che il riflesso bianco sulla goccia in basso a sinistra avrebbe dato un tocco drammatico. Altro elemento importante, che volevo ci fosse, era il righello metrico che viene usato per le foto della scientifica. La ricerca è stata dura, alla fine ne ho trovato uno in bianco e nero che poteva anche funzionare. L’ho scontornato, dandogli una tonalità più calda, e l’ho posizionato in alto sopra la foto dopo averlo ridimensionato. Poi ho aggiunto i rettangoli di colore che hanno quasi tutti questi aggeggi accanto alla scala metrica. Per finire l’ombra appena accennata. Devo dire che le potenzialità di Photoshop sono incredibili e ogni volta ne scopri di nuove. Tra maschere, filtri, livelli e tutto il resto, le possibilità sono infinite.

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I bossoli mi hanno dato da lavorare. Primo perché dovevo trovarli con un’angolatura credibile per una foto presa dall’alto e secondo perché non esistono due foto nelle quali l’ottone abbia la stessa luce e gli stessi riflessi. Con questi due ho sputato l’anima. Anche perché non volevo che sembrasse lo stesso bossolo duplicato. Comunque, alla fine credo di essere riuscito a renderli simili ma “diversi”. La loro posizione mi piace molto perché è piuttosto casuale e, una volta messa l’ombra, li trovo pure realistici.
Per finire ho aggiunto un’ombra che scende dall’alto, lasciando qualche riflesso sulla scala metrica e sul bordo superiore della polaroid. Questo aggiunge drammaticità alla scena. Ho sostituito la polaroid vergine con la prima di quelle che avevo preparato e ho aggiunto il numero a gesso bianco scritto sul pavimento. Mi sembra che il risultato sia credibile, no? Fare ’sta roba è stato molto divertente, questa è la cosa importante.

Torino, febbraio 2013

Zara

Les italiens alla Scientifica, ma quella vera…

The real thing. Toccare con mano

Ieri mi è capitato di vivere una di quelle esperienze che nella vita di uno scrittore di romanzi noir sono importanti come per un pasticcare saper fare la crema chantilly. Una di quelle giornate che ti fanno conoscere un mondo che tante volte hai descritto senza conoscerlo a fondo e che, alla fine di un pomeriggio molto intenso, ti lasciano totalmente stupefatto.
In breve, un amico, al quale sono molto riconoscente, mi ha portato in visita  al Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Generale Anticrimine della Polizia di Stato.
Inutile dire che siamo lontani mille miglia dalle stronzate che ci propinano a CSI Las Vegas. Qui si tocca con mano la cosa reale, si percepisce una preparazione coi fiocchi, si conoscono persone competenti che ti sanno raccontare il loro mestiere speciale con parole semplici e chiare. Davanti agli occhi ti si apre un mondo che fino a quel momento ti eri inventato e che ti accorgi essere molto più affascinante delle palle che ti propinano in tivù e su molti libri.
Intanto la Scientifica è un organo di supporto. Non compie indagini, non arresta nessuno, non partecipa a sparatorie e non dà ordini agli investigatori. Compie piuttosto un lavoro importantissimo di assistenza agli organismi inquirenti.
Un’altra grande differenza con i cugini del piccolo schermo sono le differenti mansioni all’interno dell’organizzazione scientifica. Siamo abituati a vedere Grissom e compagni farsi tutta la trafila delle indagini; vanno sulla scena del crimine, fanno i rilievi, raccolgono i reperti, tornano in laboratorio, se li studiano, li analizzano, indagano i sospettati, li inseguono, li arrestano e li portano dentro. Non si capisce bene cosa ci stia a fare, a Las Vegas, la Polizia Giudiziaria.
Nella realtà, sulla scena del crimine ci va la Squadra Sopralluoghi. Sono loro che fanno i rilievi e raccolgono i reperti. Ad esaminarli ci penseranno i loro colleghi nei vari settori: l’esperto di dattiloscopia si occuperà delle impronte digitali (e qui ci sarà poi da aprire un’interessante parentesi), quello della balistica si occuperà delle armi, toccherà all’esperto in contraffazione e falsi  valutare soldi e documenti. E via discorrendo.
Parlando di impronte digitali, ho scoperto che il sistema AFIS, acronimo dell’Automated Fingerprints Identification System, nominato in dozzine di telefilm, l’abbiamo inventato noi. È in uso quotidiano nelle polizie di parecchie nazioni, Stati Uniti compresi, ma l’idea è nata in Italia, dove, fin dalla sua nascita, l’analisi delle impronte digitali è sempre stata all’avanguardia. Mi è stato tra l’altro spiegato che a metà degli anni 2000, e penso che chi fa il mio mestiere lo ricordi, molti immigrati dai paesi extracomunitari arrivavano nel nostro paese con le impronte seriamente compromesse nel tentativo di cancellare le impronte con acidi, lime e altri sistemi, nel tentativo di nascondere la propria identità. Questo pare abbia mandato in palla il sistema di identificazione alias dell’AFIS, che si occupa, tra le altre cose, di ricercare gli alias, nomi differenti utilizzati per svariati motivi dalla stessa persona, vagliando le impronte degli immigrati entrati nel nostro paese raccolte nei centri di accoglienza. A questo si è ovviando analizzando le impronte palmari delle mani che hanno più o meno le stesse caratteristiche dattiloscopiche delle dita. È nata così l’idea di un APIS, Automated Palms Identification System, che alla lunga ha scoraggiato la pratica di cancellare le impronte.
Insomma, si direbbe che i nostri siano all’avanguardia.

Altro settore interessante è la Balistica. Ho potuto vedere di persona come si analizzano proiettili e bossoli trovati sulla scena di un crimine e come vengono fatte le ricostruzioni di sparatorie e altri fatti di sangue. Un tecnico molto competente mi ha raccontato di segni identificativi, rigature della canna e sistemi per identificare l’arma usata in un delitto. Ho potuto vedere da vicino il microscopio da comparazione per proiettili e constatare di persona quanto pesa una mitraglietta israeliana Uzi. E soprattutto ho saputo che questo lavoro lo fanno le persone e non le macchine.  Pare infatti che il famoso IBIS, Integrated Ballistics Identification System, un gioiello piuttosto costoso messo a punto dalla polizia su una piattaforma sviluppata da una compagnia di ricerca forense canadese, non sia in grado di interpretare le rigature lasciate dalla canna sui proiettili. Questo lo rende quindi molto meno efficace di quanto film e televisione ci abbiano fatto immaginare. Il sistema è soltanto in grado di fare una ricerca nell’archivio, restituendo un certo numero, in genere piuttosto alto, di reperti compatibili. il vero lavoro di comparazione lo fanno i tecnici con la loro esperienza. Pare che adesso sia stato inventato un IBIS 3D, in grado di fare un lavoro più preciso interpretando le rigature, ma da quello che ho capito sarà sempre l’uomo ad avere l’ultima parola.

Ma, proseguendo nel mio giro esplorativo, cosa mi ha lasciato davvero a bocca aperta è il settore contraffazione e falso del quale sapevo poco o nulla. Mi è stato detto che, dopo la droga, quello della falsificazione è il secondo business, per importanza, della criminalità organizzata. Non avete idea del livello di sofisticazione al quale riescono ad arrivare i falsari che procurano documenti contraffatti in giro per il mondo. Riescono a simulare inchiostri cangianti, inchiostri a rilievo, ologrammi, filigrane, fibre e quant’altro. Sono in grado di staccare la pellicola trasparente del vostro passaporto, dividere in due il foglio di carta e sostituire la parte identificativa con i dati anagrafici e la foto di un’altra persona. Questo dopo avervelo fregato. Hanno una conoscenza straordinaria dell’anatomia di ogni tipo di documento, sanno simulare fibre anomale, micro incisioni al laser, inchiostri che al tatto devono essere in rilievo. Possono cancellare la foto da un documento identificativo di plastica sostituendola con un’altra. Riescono a diffondere documenti contraffatti che mettono a dura prova l’abilità dei tecnici della scientifica. Insomma un mondo di cose da pazzi. E la lotta non si ferma mai perché la ricerca di nuove tecniche per fregare i controlli è inarrestabile. Per non parlare del denaro. Ho avuto tra le mani banconote false da 50 e 200 euro che chiunque mi avrebbe potuto rifilare senza la minima difficoltà. Penso, d’altra parte, di aver imparato qualcosa di più per riconoscerle. E poi monete, timbri postali, assegni. Tutto viene contraffatto a questo mondo.
A questo proposito, ho saputo che esiste una sola ditta al mondo che produce l’inchiostro cangiante che viene usato per stampare le banconote. Tutte le zecche del mondo lo comprano da loro e per averlo sono necessarie procedure di estrema sicurezza. Non ricordo il prezzo di un chilo di quella roba, ma il costo si aggirava attorno a quello di una Aston Martin, franco più, franco meno. Nessuno lo può avere se non attraverso canali ufficiali e altamente controllati. La mancanza di questo elemento è la principale debolezza della cartamoneta falsa.

E per finire c’è una chicca. Vi ricordate di Gorky Park? A un certo punto del film, per identificare le vittime di un feroce omicidio alle quali erano stati tolti faccia, denti, impronte e qualsiasi altra forma di identità, ne venivano ricostruiti i volti partendo dal loro teschio scarnificato. Be’, alla scientifica di Torino c’è anche questo.  Ho conosciuto un tecnico, ma sarebbe meglio chiamarlo un artista, in grado di ricostruire in maniera impressionante le fattezze di un individuo da identificare, partendo dal suo cranio bollito e spolpato. Dopo aver esaminato i resti per stabilire l’età probabile del soggetto, si parte con la ricostruzione. Seguendo una delle due procedure accreditate a livello internazionale, si applicano un certo numero di cilindretti di diverse altezze che indicano lo spessore della muscolatura sulle diverse parti della testa che viene poi applicata con fogli di cera che ne simulano le fibre muscolari. Ogni elemento del viso, naso, occhi, bocca, labbra, eccetera viene dettato da un protocolla che, tenendo conto della conformazione ossea del teschio, indica quale direzione prendere. Il tecnico che compie questo lavoro deve attenersi strettamente a questo protocollo, dimenticando le proprie sensazioni e ignorando il proprio senso artistico. Il risultato, coadiuvato dalla medicina legale e ordinaria, TAC e compagnia bella, è sbalorditivo.

Com’è stata sbalorditiva questa giornata sul campo, utilissima e interessante, della quale devo ringraziare di cuore tutti coloro che hanno permesso che succedesse. Ho avuto il privilegio e il piacere di parlare con le persone vere, quelle che fanno il lavoro sul campo, e di sentire i loro racconti, di percepire la passione e la professionalità di chi fa questo mestiere in condizioni spesso difficili. Sono entrato in contatto con l’umanità di queste persone, ho condiviso i pensieri e ne sono uscito arricchito.
D’ora in avanti guarderò a questo settore delle indagini con occhio molto diverso.

Torino, novembre 2011