Philippe Djian: la carne viva della scrittura

Incidenze

Un romanzo di Philippe Djan, Voland Editore, 2011

È probabile che anni fa molta gente abbia apprezzato Philippe Djian senza saperlo. In Italia infatti, Philippe è stato preceduto dalla fama dei suoi libri quando Betty Blue, il film di Beineix tratto dal suo romanzo 37°2 le matin, per una lunga stagione è diventato film di culto. Si trattava del terzo romanzo di Philippe, già carico dei suoi temi prediletti, gli anti eroi complessi, i mondi strappati che si portano dentro, il loro gusto per l’assoluto e la vana ricerca di un briciolo di felicità. Elementi che ritroviamo, se possibile ancora più intensi e definitivi, in Incidenze.
L’inizio di Incidenze mi ha ricordato un altro grande romanzo che comincia con la morte accidentale di un’amante che il proprio compagno si ritrova morta nel letto, Domani nella battaglia pensa a me di Xavier Marias. Nel romanzo di Philippe Djian, Barbara, una ragazza dall’aria per bene, muore nel letto di Marc, il protagonista, dopo una notte passata a bere e a scopare. In entrambi i romanzi sono queste morti improvvise a scatenare gli avvenimenti che daranno forma alla vicenda, in Marias la ricerca di identità e di ruoli, in Djian una discesa negli inferi della coscienza, che porterà inevitabilmente il protagonista verso il suo destino.
A cinquantatre anni, Marc è professore di letteratura applicata in un’università, non meglio identificata, da qualche parte in Francia. Ma potrebbe anche essere l’America. Ha scoperto di esercitare un fascino quasi animale sulle sue studentesse, alle quali non lesina umiliazioni e stroncature, e naturalmente ne approfitta portando avanti una serie di avventure sessuali con la sola preoccupazione di tenere il più possibile nascosta questa sua infrazione alle ferree regole dell’istituto. La nemesi di Marc è Richard, grigio e insulso direttore del dipartimento di letteratura che gli sta con gli occhi addosso cercando un pretesto per licenziarlo e ne insidia la sorella.
Marc è un uomo stanco, disilluso. È cattivo con se e con gli altri. Si muove come un automa impazzito in un ambiente che conosce bene, nel quale è nato e cresciuto e ha sofferto. Ha il terrore della lombaggine e si lascia andare a piccole astuzie da disonesto, come quando riceve per errore una manica a vento in forma di pesce gatto e la tiene senza pagarla negando di averla mai ricevuta. Il gioco delle parti è in questo romanzo, ai suoi massimi livelli.
Il sesso pare essere il cemento che ancora tiene in piedi il muro sgretolato che è la sua vita. Marc è un uomo che ha riscoperto la propria mascolinità e ne gode apertamente. L’amore e la tenerezza non sono contemplate, non fanno parete del suo mondo. L’infanzia terribile che ha avuto, le cose che fa e ha dovuto fare gliele hanno portate via.
Fuma come un turco, insegna ciò che ritiene di non essere capace a fare e scopa con le sue studentesse. Per il resto del tempo corre con la sua 500 che lo porta dal lavoro alla casa di famiglia che divide con una sorella anoressica, con la quale ha un rapporto morboso e insofferente che Djian ci svelerà sapientemente nel corso del romanzo, senza fretta. Del loro presente e del loro passato ci lascia indovinare solamente i contorni permettendoci di intravedere i traumi che ne hanno costellato le vite. Marc è un personaggio sfaccettato che a momenti ispira simpatia e poche righe più avanti ci disgusta. Ognuno dei due ha i suoi spazi ma i bisogni e le insofferenze si sovrappongono, creano un clima pesante squarciato da brevi spasmi di un affetto senza sbocco. La ferocia di questo rapporto è esasperata dalla sua apparente normalità.
La morte di Barbara manda in pezzi questo meccanismo quasi perfetto. Per una quantità di motivi più o meno condivisibili, Marc decide di far sparire il cadavere della ragazza. Questa decisione scatena una serie di avvenimenti che porteranno il protagonista verso un finale esplosivo che ne vaporizzerà le emozioni in un fuoco d’artificio triste e colorato. Il luogo stesso nel quale Marc getterà il cadavere è allo stesso tempo utero e pattumiera,
Reduce da un’infanzia segnata scandita da drammi e miserie, il protagonista ha ormai capito come comportarsi nella vita. Ha rinunciato a scrivere accontentandosi di insegnare ai suoi studenti ciò che non si può insegnare: il mistero della creazione. Non gli rimangono, dunque, per rendere più sopportabile la vita, che le avventure sessuali con le sue giovani allieve, delle quali nemmeno riesce a ricordare il nome.
Fino al momento in cui Myriam entra nella sua vita, Marc ha diviso la sua sofferente esistenza soltanto con Marianne. Myriam appare una mattina. È la matrigna di Barbara e vuole sapere, vuole conoscerla attraverso i ricordi di Marc. Il rapporto tra i due è difficile, a volte soffocante, diviso tra un amore freddo e l’insofferenza bestiale di due vite insoddisfatte. Si cercano, si lasciano, si ritrovano, scopano. Del loro presente e del loro passato Philippe ci lascia indovinare solamente i contorni permettendoci di intravedere i traumi che hanno costellato le loro vite. Marc è un personaggio sfaccettato che a momenti ispira simpatia e poche righe più avanti ci disgusta. Il suo autolesionismo è pari all’enormità di ciò che ci nasconde.
Per tutto il corso del romanzo la tragedia incombe sulla testa dei protagonisti. A volte possiamo quasi toccarla con mano, altre volte pare allontanarsi, ma è sempre lì. Il ritmo affannato della narrazione tiene il lettore costantemente in tensione. Incidenze è un romanzo crudo e crudele, dal quale non si esce indifferenti. Ci mostra i muscoli e i nervi dell’esistenza, ne scopre la carne viva. Ce ne sbatte in faccia la fluida complessità attraverso i gesti e i pensieri di Marc. Non c’è un solo momento che sia banale o scontato. Ogni pagina è una sorpresa, ogni gesto è inaspettato e ci confonde.
Con un’abilità estrema Djian si permette persino alcuni passaggi di barocca bellezza, quasi volesse coinvolgerci in una festa goliardica che caracolla diabolica tra le tombe di un cimitero. Ce ne fa sentire le urla, le perplessità, la sofferenza fisica, ci schiaffeggia con un formidabile simbolismo. I pochi momenti di apparente serenità stridono come la lama di un badile che gratta sul cemento.
Chiudere l’ultima pagina strappa un sospiro di sollievo, ti permette finalmente di riprendere a respirare. Lentamente esci da quell’abisso senza fondo dal quale sei stato assorbito, ma ti rendi conto che qualche cicatrice ti è rimasta addosso.

Di Philippe Djian, Voland ha già pubblicato 37°2 al mattino (Betty Blue) e Imperdonabili