Farneticazioni de les italiens

«Le armi sono solo strumenti, non hanno potere intrinseco, non hanno proprietà metafisiche. Sono fatte d’acciaio e legno, costruite per svolgere una funzione. Un’arma non ti da più appoggio morale di quanto te ne possa dare un cacciavite. Saperle usare vuol dire saperne fare a meno».

Questo dice fra sé il commissario Mordenti in un momento di grande tensione dell’ultimo romanzo de les italens, Pessime scuse per un massacro. Quello che succederà subito dopo dipenderà molto da questa massima e dal saperla o non saperla rispettare.
Un’arma non è che un oggetto, quando è posata su un tavolo, scarica, può giusto servire per tener ferma una pila di fogli. Non è molto diversa da un fermacarte. Fintanto che non la si prende in mano.
Io scrivo romanzi polizieschi e ne ho letti tanti, sono sempre stati una mia passione. Non penso che un autore possa scrivere storie di gente che vive con la pistola al fianco se almeno una volta non ne ha tenuta in mano una, non ne ha sentito il peso e non ne ha subito il fascino. Non è esattamente come prendere in mano un telefono o il telecomando della televisione. Nulla ti fa l’effetto di una pistola quando la tieni in mano.
E stiamo parlando di un’arma scarica.
A parte l’aver fatto il militare, c’è un solo altro posto dove una persona qualsiasi può usare una pistola vera e capire cosa significa sparare e cosa comporta: il tiro a segno.
Anni fa ne ho comprata una, ho chiesto un permesso d’acquisto e mi sono regalato LA pistola, quella con la “P” maiuscola: una Colt M1911A1 militare calibro .45. È diversa dalle pistole che si vedono oggi nei film, è sottile, elegante, non è fatta di policarbonato ma di acciaio brunito. È stata costruita dalla Colt nel 1934, ha fatto la Seconda guerra mondiale e in seguito e diventata un oggetto da collezione. Penso sia diventato anche un discreto investimento, essendo completamente originale, il suo valore aumenta col tempo.
E questa è la parte da soprammobile.
Volevo sapere cosa si prova a sparare, volevo che le sensazioni che provano i miei personaggi fossero basate su qualcosa di reale, non soltanto su racconti e supposizioni. Quindi, un bel giorno ho preso la mia Colt e sono andato al poligono di tiro. È solo a questo punto che ho capito cosa sia in realtà una pistola e cosa significhi tenerne in mano un’arma piena di proiettili e pronta a colpire. Non è più un soprammobile ma uno strumento micidiale, in grado di sparare sette colpi calibro .45 in meno di tre secondi. Nel momento stesso in cui infili il caricatore pieno nel calcio dell’arma, ti prende la tremarella. Anche se sei solo, chiuso nella tua cabina di tiro senza nessuno davanti, la mano comincia a tremare. Un attimo prima era ferma, avevi tra le dita un semplice pezzo di metallo. Ora hai una pistola carica, sei pericoloso per te stesso e per gli altri, il tuo batticuore ti dice che potresti uccidere qualcuno. Sarebbe sufficiente una distrazione o un’imprudenza premendo il grilletto.
È una sensazione opprimente, che ti rende insicuro, che ti mette addosso un’agitazione che fai fatica a controllare. Il tremito è così forte che con il primo caricatore a malapena riesci a colpire il grosso bersaglio a venticinque metri di distanza. È solo quando finiscono i colpi e il carrello della Colt rimane aperto che puoi tirare un respiro di sollievo, quando hai di nuovo in mano del metallo inerte.
La prima volta che sono andato a sparare mi ci sono voluti diversi caricatori prima di riuscire a controllare in qualche modo il tiro, riuscendo a fare qualche buco nel cerchio interno del bersaglio. Ma anche in seguito, la pistola carica in mano mi ha sempre fatto paura. Così ho capito che non è facile averne sempre una addosso, che la responsabilità è molto pesante.
Penso che arrivare al punto di portare con naturalezza una pistola ogni giorno della tua vita comporti un addestramento ferreo nei confronti di te stesso. Girare armati dimenticandosi di esserlo non credo sia una cosa da tutti e non credo sia un’attitudine facile da gestire. Una pistola ti attrae, ti chiede di essere presa in mano, di essere maneggiata, guardata, toccata. Il suo fascino fosco è come quello di una sirena e, finché non superi questa attrazione, sarà sempre lei a controllare te.
Non è un caso se in paesi come gli Stati Uniti, dove il diritto di portare un’arma è sacrosanto e sancito perfino dalla costituzione, ogni anno quasi 10.000 persone vengono uccise a colpi di arma da fuoco.

Tutto qui, un paio di pensieri che mi sono venuti in mente mentre scrivevo un brano di uno dei miei romanzi. Il rapporto non passivo che i miei personaggi hanno con la violenza, il modo in cui la subiscono, piuttosto che praticarla, è un particolare della loro personalità su cui mi concentro molto.

Les italiens alla Scientifica, ma quella vera…

The real thing. Toccare con mano

Ieri mi è capitato di vivere una di quelle esperienze che nella vita di uno scrittore di romanzi noir sono importanti come per un pasticcare saper fare la crema chantilly. Una di quelle giornate che ti fanno conoscere un mondo che tante volte hai descritto senza conoscerlo a fondo e che, alla fine di un pomeriggio molto intenso, ti lasciano totalmente stupefatto.
In breve, un amico, al quale sono molto riconoscente, mi ha portato in visita  al Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Generale Anticrimine della Polizia di Stato.
Inutile dire che siamo lontani mille miglia dalle stronzate che ci propinano a CSI Las Vegas. Qui si tocca con mano la cosa reale, si percepisce una preparazione coi fiocchi, si conoscono persone competenti che ti sanno raccontare il loro mestiere speciale con parole semplici e chiare. Davanti agli occhi ti si apre un mondo che fino a quel momento ti eri inventato e che ti accorgi essere molto più affascinante delle palle che ti propinano in tivù e su molti libri.
Intanto la Scientifica è un organo di supporto. Non compie indagini, non arresta nessuno, non partecipa a sparatorie e non dà ordini agli investigatori. Compie piuttosto un lavoro importantissimo di assistenza agli organismi inquirenti.
Un’altra grande differenza con i cugini del piccolo schermo sono le differenti mansioni all’interno dell’organizzazione scientifica. Siamo abituati a vedere Grissom e compagni farsi tutta la trafila delle indagini; vanno sulla scena del crimine, fanno i rilievi, raccolgono i reperti, tornano in laboratorio, se li studiano, li analizzano, indagano i sospettati, li inseguono, li arrestano e li portano dentro. Non si capisce bene cosa ci stia a fare, a Las Vegas, la Polizia Giudiziaria.
Nella realtà, sulla scena del crimine ci va la Squadra Sopralluoghi. Sono loro che fanno i rilievi e raccolgono i reperti. Ad esaminarli ci penseranno i loro colleghi nei vari settori: l’esperto di dattiloscopia si occuperà delle impronte digitali (e qui ci sarà poi da aprire un’interessante parentesi), quello della balistica si occuperà delle armi, toccherà all’esperto in contraffazione e falsi  valutare soldi e documenti. E via discorrendo.
Parlando di impronte digitali, ho scoperto che il sistema AFIS, acronimo dell’Automated Fingerprints Identification System, nominato in dozzine di telefilm, l’abbiamo inventato noi. È in uso quotidiano nelle polizie di parecchie nazioni, Stati Uniti compresi, ma l’idea è nata in Italia, dove, fin dalla sua nascita, l’analisi delle impronte digitali è sempre stata all’avanguardia. Mi è stato tra l’altro spiegato che a metà degli anni 2000, e penso che chi fa il mio mestiere lo ricordi, molti immigrati dai paesi extracomunitari arrivavano nel nostro paese con le impronte seriamente compromesse nel tentativo di cancellare le impronte con acidi, lime e altri sistemi, nel tentativo di nascondere la propria identità. Questo pare abbia mandato in palla il sistema di identificazione alias dell’AFIS, che si occupa, tra le altre cose, di ricercare gli alias, nomi differenti utilizzati per svariati motivi dalla stessa persona, vagliando le impronte degli immigrati entrati nel nostro paese raccolte nei centri di accoglienza. A questo si è ovviando analizzando le impronte palmari delle mani che hanno più o meno le stesse caratteristiche dattiloscopiche delle dita. È nata così l’idea di un APIS, Automated Palms Identification System, che alla lunga ha scoraggiato la pratica di cancellare le impronte.
Insomma, si direbbe che i nostri siano all’avanguardia.

Altro settore interessante è la Balistica. Ho potuto vedere di persona come si analizzano proiettili e bossoli trovati sulla scena di un crimine e come vengono fatte le ricostruzioni di sparatorie e altri fatti di sangue. Un tecnico molto competente mi ha raccontato di segni identificativi, rigature della canna e sistemi per identificare l’arma usata in un delitto. Ho potuto vedere da vicino il microscopio da comparazione per proiettili e constatare di persona quanto pesa una mitraglietta israeliana Uzi. E soprattutto ho saputo che questo lavoro lo fanno le persone e non le macchine.  Pare infatti che il famoso IBIS, Integrated Ballistics Identification System, un gioiello piuttosto costoso messo a punto dalla polizia su una piattaforma sviluppata da una compagnia di ricerca forense canadese, non sia in grado di interpretare le rigature lasciate dalla canna sui proiettili. Questo lo rende quindi molto meno efficace di quanto film e televisione ci abbiano fatto immaginare. Il sistema è soltanto in grado di fare una ricerca nell’archivio, restituendo un certo numero, in genere piuttosto alto, di reperti compatibili. il vero lavoro di comparazione lo fanno i tecnici con la loro esperienza. Pare che adesso sia stato inventato un IBIS 3D, in grado di fare un lavoro più preciso interpretando le rigature, ma da quello che ho capito sarà sempre l’uomo ad avere l’ultima parola.

Ma, proseguendo nel mio giro esplorativo, cosa mi ha lasciato davvero a bocca aperta è il settore contraffazione e falso del quale sapevo poco o nulla. Mi è stato detto che, dopo la droga, quello della falsificazione è il secondo business, per importanza, della criminalità organizzata. Non avete idea del livello di sofisticazione al quale riescono ad arrivare i falsari che procurano documenti contraffatti in giro per il mondo. Riescono a simulare inchiostri cangianti, inchiostri a rilievo, ologrammi, filigrane, fibre e quant’altro. Sono in grado di staccare la pellicola trasparente del vostro passaporto, dividere in due il foglio di carta e sostituire la parte identificativa con i dati anagrafici e la foto di un’altra persona. Questo dopo avervelo fregato. Hanno una conoscenza straordinaria dell’anatomia di ogni tipo di documento, sanno simulare fibre anomale, micro incisioni al laser, inchiostri che al tatto devono essere in rilievo. Possono cancellare la foto da un documento identificativo di plastica sostituendola con un’altra. Riescono a diffondere documenti contraffatti che mettono a dura prova l’abilità dei tecnici della scientifica. Insomma un mondo di cose da pazzi. E la lotta non si ferma mai perché la ricerca di nuove tecniche per fregare i controlli è inarrestabile. Per non parlare del denaro. Ho avuto tra le mani banconote false da 50 e 200 euro che chiunque mi avrebbe potuto rifilare senza la minima difficoltà. Penso, d’altra parte, di aver imparato qualcosa di più per riconoscerle. E poi monete, timbri postali, assegni. Tutto viene contraffatto a questo mondo.
A questo proposito, ho saputo che esiste una sola ditta al mondo che produce l’inchiostro cangiante che viene usato per stampare le banconote. Tutte le zecche del mondo lo comprano da loro e per averlo sono necessarie procedure di estrema sicurezza. Non ricordo il prezzo di un chilo di quella roba, ma il costo si aggirava attorno a quello di una Aston Martin, franco più, franco meno. Nessuno lo può avere se non attraverso canali ufficiali e altamente controllati. La mancanza di questo elemento è la principale debolezza della cartamoneta falsa.

E per finire c’è una chicca. Vi ricordate di Gorky Park? A un certo punto del film, per identificare le vittime di un feroce omicidio alle quali erano stati tolti faccia, denti, impronte e qualsiasi altra forma di identità, ne venivano ricostruiti i volti partendo dal loro teschio scarnificato. Be’, alla scientifica di Torino c’è anche questo.  Ho conosciuto un tecnico, ma sarebbe meglio chiamarlo un artista, in grado di ricostruire in maniera impressionante le fattezze di un individuo da identificare, partendo dal suo cranio bollito e spolpato. Dopo aver esaminato i resti per stabilire l’età probabile del soggetto, si parte con la ricostruzione. Seguendo una delle due procedure accreditate a livello internazionale, si applicano un certo numero di cilindretti di diverse altezze che indicano lo spessore della muscolatura sulle diverse parti della testa che viene poi applicata con fogli di cera che ne simulano le fibre muscolari. Ogni elemento del viso, naso, occhi, bocca, labbra, eccetera viene dettato da un protocolla che, tenendo conto della conformazione ossea del teschio, indica quale direzione prendere. Il tecnico che compie questo lavoro deve attenersi strettamente a questo protocollo, dimenticando le proprie sensazioni e ignorando il proprio senso artistico. Il risultato, coadiuvato dalla medicina legale e ordinaria, TAC e compagnia bella, è sbalorditivo.

Com’è stata sbalorditiva questa giornata sul campo, utilissima e interessante, della quale devo ringraziare di cuore tutti coloro che hanno permesso che succedesse. Ho avuto il privilegio e il piacere di parlare con le persone vere, quelle che fanno il lavoro sul campo, e di sentire i loro racconti, di percepire la passione e la professionalità di chi fa questo mestiere in condizioni spesso difficili. Sono entrato in contatto con l’umanità di queste persone, ho condiviso i pensieri e ne sono uscito arricchito.
D’ora in avanti guarderò a questo settore delle indagini con occhio molto diverso.

Torino, novembre 2011

Les italiens al premio Scerbanenco

Il romanzo Lezioni di tenebra di Enrico Pandiani, edito Instar Libri, è tra i 15 romanzi selezionati per concorrere al prestigioso Premio Scerbanenco-La Stampa.
Per poter entrare nella rosa dei cinque romanzi finalisti è necessario anche il voto dei lettori. Più voti arrivano più alte sono le possibilità di entrare in finale.
Per votare Lezioni di tenebra dovete iscrivervi sulla pagina del Premio Scerbanenco.  La procedura è un pò lunga e prende qualche minuto. Una volta compilati i campi e completata la registrazione riceverete una mail con un link di conferma il quale vi porterà sul sito e quindi alla lista dei quindici romanzi selezionati.
Qui dovete cliccare VOTA accanto al titolo del romanzo:

Enrico Pandiani LEZIONI DI TENEBRA Instar libri

Il commissario Mordenti, certo di avervi divertiti con le sue avventure, sentitamente ringrazia.

Intervista su Nero Café

Un intervista pubblicata dal blog Nero Café sul numero 2 della rivista Knife.
L’intervista è a cura di Francesco G. Lo Polito

Partiamo dalla domanda forse più abusata, quella che tormenta ogni autore dalla notte dei tempi. C’è chi scrive per sedurre il mondo, chi per desiderio di fama e gloria, chi per condividere la sua visione estetica, chi per tante altre ragioni. Perché scrive Enrico Pandiani? E come vive la scrittura?
Sostanzialmente scrivo perché sono un grafomane, perché mi piace raccontare, perché mi permette di evadere da una quotidianità nonostante tutto ripetitiva. Non sono un gran parlatore, mi piace piuttosto ascoltare quello che dicono gli altri. Del resto, ogni volta che apro bocca offendo qualcuno o mi ci metto a litigare. Quindi preferisco star zitto. E scrivo. Sono io il primo a godere delle cose che vengono fuori dalla mia testa, mi piace rileggerle, modificarle, anche se alla fine ho sempre bisogno di qualcuno che mi dica se funzionano o meno. E naturalmente mi fa molto piacere che coloro che leggono i miei romanzi si divertano e passino qualche ora piacevole immersi nelle storie che racconto; senza di loro non sarebbe che un esercizio sterile. La scrittura mi rilassa, mi tranquillizza, mi sistema i bioritmi, almeno per ora non mi preoccupa mai. A parte leggere, è la cosa più coinvolgente che mi capiti di fare con il cervello.

Lei è definito spesso, oltre che scrittore per passione, grafico per necessità. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna per chi nota l’aspetto visivo della sua scrittura, ricorda le sue prove sulla rivista Orient Express, e segue sul suo blog il lavoro che c’è dietro le copertine dei suoi libri. Viene da pensare che le due vocazioni siano in realtà molto più legate di quanto sembri a prima vista. In che modo?
Penso che anche la grafica racconti delle storie, soltanto lo fa in maniera diversa dalla scrittura. Dietro l’impaginazione di una rivista o l’illustrazione di una copertina c’è un processo mentale non troppo differente da quello della scrittura. Anziché una serie di parole, si mettono in fila immagini e segni dando in questo modo una chiave di lettura a chi ne fruisce. A seconda di quanto siano riusciti, un impaginato o un disegno possono coinvolgere o lasciare del tutto indifferenti. Così come può capitare di mollare un libro alla decima riga perché la scrittura non ci piace, si può chiudere una rivista o una brochure perché la grafica è brutta o malfatta. Sono entrambi processi creativi, spesso molto legati tra loro, ma la scrittura è forse più intima e coinvolgente. L’aver disegnato per anni storie a fumetti credo mi abbia dato un certo amore per la descrizione visiva, per la scansione veloce, soprattutto nelle scene d’azione, e per la sintesi. Non ho infatti una grande passione per i thriller troppo lunghi.

Parliamo un po’ del commissario Mordenti e dei suoi Italiens. Come sintetizzerebbe il nucleo attorno a cui nascono le storie di questa squadra di poliziotti della Brigata Criminale di Parigi?
Mordenti, Servandoni e Coccioni sono il residuo di un nucleo originario. Sono i sopravvissuti a una specie di guerra quotidiana, gli eredi dell’idea di qualcuno che non c’è più. Sono loro la squadra de les italiens. Quello che cerco di rendere nei miei romanzi è il loro essere una specie di famiglia dove Alain è il vecchio saggio, Jean-Pierre il figlio scavezzacollo e Michel il giullare sempre di buon umore. Forse la storia trita e ritrita dei tre moschettieri, ma con un côté sentimentale tutto loro e un cameratismo in qualche modo di sinistra. Il loro lessico, il non essere né francesi né italiani, la loro goliardia un po’ intellettuale e l’insofferenza per l’autorità e per il potere costituito sono ciò che li fa essere i miei personaggi. Leila, Didier e gli altri flic sono un po’ come i parenti stretti, fanno parte del gruppo ma non ne condividono la storia e il dolore. Vedere questi caratteri emergere romanzo dopo romanzo, sentire che i lettori ne parlano come di persone reali incontrate qualche minuto prima, è un’esperienza che mi lascia senza fiato. Nella stesura di una trama, la maggior parte del tempo la concentro sui personaggi, su ciò che si dicono, su quello che fanno e sulle loro emozioni.

L’ambientazione francese dei suoi romanzi è parsa ad alcuni insolita e ad altri, che hanno colto una certa somiglianza tra Parigi e la sua Torino, logica e coerente. Mi domando però cosa sia questo qualcosa d’indefinito che fa di Parigi uno scenario perfetto per qualsiasi storia e, nel suo caso, per dei romanzi noir. Come lo descriverebbe?
Parigi è un’arma a doppio taglio, una bella donna che ti seduce per tradirti non appena le volti le spalle. Capita che i miei romanzi arrivino in finale ai premi di scrittura ma, salvo un’unica eccezione, il fatto che si svolgano in Francia si rivela perdente; c’è sempre qualcuno che ne ha scritto uno, che so, sulla naja e alla fine vince lui. Scherzi a parte, non so se Parigi abbia alcunché di indefinito, probabilmente sì, ma al di là del fascino indiscutibile è una città nella quale io mi perdo volentieri. Nonostante i quattro milioni di turisti all’anno, esistono ancora molti posti nei quali si può vagare in solitudine cercando l’ispirazione. Puoi scoprire ogni volta luoghi nuovi, scorci meravigliosi, spazi così grandi da mozzare il fiato. Più di una volta mi è capitato di dover inventare una scena solo per poterla ambientare in un luogo che mi era piaciuto in maniera particolare. Con Torino i punti di contatto sono certamente molti; in piccolo forse, ma la somiglianza c’è. Vicoli strettissimi, grandi corsi, aperture inaspettate, molto verde e il fiume che attraversa la città. Ha in più una bellissima collina e la corona delle montagne che la circonda.

Si dice che per uno scrittore è impossibile frequentare per molto tempo gli stessi personaggi senza investire in loro una buona parte di se. A parte Jean-Pierre Mordenti, a quale si sente più legato? Chi potrebbe essere il protagonista di una storia tutta sua?
Più che una frequentazione, alla fine si tratta di una vera e propria convivenza. Mi capita molto spesso di ragionare sui miei personaggi ventiquattr’ore al giorno, soprattutto quando sto lavorando a un nuovo romanzo, vale a dire quasi sempre. Sono loro la parte che mi interessa di più, c’è quindi il bisogno costante di dedicare loro le mie attenzioni, di pensare a quello che faranno, a cosa si diranno, come si trarranno d’impiccio o che piega prenderà la loro storia. Naturalmente entrano in gioco i miei gusti, le mie passioni, le cose che mi piacciono di più, le cose che ho letto e delle quali, loro, tendono ad appropriarsi piuttosto spesso. Di sicuro Mordenti è il mio punto focale, è lui che determina la piega che prenderà il romanzo, lo stato d’animo che ne verrà fuori e la quantità di tensione che legherà tra loro i vari personaggi. Però il mio preferito è Servandoni, la colonna portante della squadra, quello calmo, riflessivo, con più esperienza. È anche il personaggio nel quale tendo di più a identificare me stesso e di sicuro il più adatto per una storia tutta sua.

Con Lezioni di tenebra siamo arrivati alla terza inchiesta di Mordenti, che qui tocca il suo lato più oscuro, una sorta di discesa agli inferi, se così si può dire. Sembra quasi che questo stia diventando per lui un gioco al rialzo. Mi è parso di notare atmosfere e temi progressivamente più cupi a partire da Les Italiens, passando per Troppo piombo fino ad arrivare all’ultimo libro. Cosa sta cambiando in Mordenti e in che direzione si muove?
In questo mondo che sta andando a rotoli, dove la democrazia non è più una certezza e tutto quanto ti si sfalda davanti, non mi sembra che ci sia molto da stare allegri. È difficile per me pensare in maniera positiva e questo probabilmente si riflette nei miei romanzi. Mi piace però molto il contrasto tra una storia cupa e l’ironia un po’ cinica che ne frantuma l’oscurità, una buona risata è ancora più piacevole quando è inaspettata. Trovo che in questo momento la gente sia in linea di massima portata all’individualismo, la politica stessa ti impone di farlo, e questo crea un terreno molto fertile per uno che voglia raccontare delle storie. In quanto a Mordenti, beh, il commissario si trovava in bilico tra la figura dello sciupafemmine e quella del ranger solitario, entrambi caratteri che detesto, per questo in Lezioni di tenebra volevo che esplorasse il suo lato oscuro. Gli serviva qualche facciata contro il muro e, soprattutto, doveva consolidare la sua fragilità, se mi passa questa contraddizione in termini, per trovare una solitudine più umana. Questa è la direzione che voglio per lui, una dimensione più reale, dove assieme a cameratismo e divertimento ci siano anche sofferenza, dubbi e malinconia.

Lei ha spesso notato negli autori italiani di gialli e noir un certo eccesso di serietà, quasi di tristezza. Si direbbe che la realtà del nostro Paese in caduta libera non autorizzi l’umorismo. Quali sono i vantaggi dell’ironia in un genere come il noir, e fin dove si può arrivare?
In alcuni romanzi di autori italiani, a prescindere che mi siano piaciuti o meno, ho trovato una certa tendenza all’azione pura e semplice, a un certo compiacimento superficiale della forza bruta, cose che portano a tralasciare gli ingredienti che in un romanzo io amo di più, il sentimentalismo, l’ironia e una buona dose di umorismo. Altri si immergono in storie e atmosfere attorno alle quali si è già letto moltissimo, tentando di dare una nuova verginità a personaggi che difficilmente ne possono avere una. Ne risultano storie tetre, poco credibili e poco coinvolgenti. Del resto ho notato come, al contrario, molti lettori apprezzino queste storie, quindi la mia finisce per essere un’opinione squisitamente personale. A ogni modo immagino sia diventato difficile fare qualcosa di veramente nuovo, il déjà vu è sempre dietro l’angolo. Al contrario, c’è ancora molto spazio per chi si voglia raccontare in maniera personale. Ora dirò una cosa per la quale potrei venire crocifisso: non mi piacciono i romanzi di Jean-Claude Izzo, li trovo troppo melensi e piagnucolosi. Preferisco la secca violenza di Manchette o la graffiante ironia di Malet, i cui personaggi non si piangono addosso. Le storie che preferisco sono quelle non troppo lunghe, con personaggi sfaccettati, a volte fragili, che sbagliano ma sanno ironizzare con humour sui propri errori e sulle proprie debolezze. Non vado matto per il troppo tecnicismo, specie quando trasforma un romanzo in una sorta di documentario e neppure amo i supereroi senza macchia e senzapaura, quelli che sparano con una pistola per mano e che vincono sempre, magari saltando fuori da una buca nella terra profonda tre metri, nella quale il cattivissimo di turno li ha sepolti dopo averli feriti gravemente. L’ironia aiuta a parlare di temi dolorosi e difficili, ma non può nulla contro le esagerazioni alla Tarantino.

In un’intervista fattale dalla scrittrice Marilù Oliva lei ha affermato, a proposito di violenza, che la realtà dei giornali supera ormai la fantasia di qualsiasi scrittore. Solo per fare l’avvocato del diavolo: perché allora scrivere ancora romanzi noir o anche solo realistici, se la vita ormai supera l’arte?
Che sia fisica, verbale o mentale, la violenza è un concetto che ormai viviamo quotidianamente. Si leggono cose sui giornali che fanno accapponare la pelle, che farebbero impallidire la maggior parte degli scrittori di noir. Però, alla fine sono cose crude, fredde, scaturite spesso da motivi banali. Io non sono assolutamente interessato alla cronaca giudiziaria, quando invento una storia parto sempre da un particolare che ha attirato la mia attenzione e sul quale costruisco una trama di fantasia. Cerco naturalmente di rimanere nel limite del credibile, non amo spararle troppo grosse. Voglio che i miei lettori ci pensino su e poi dicano: beh, tutto sommato si potrebbe anche fare. Mi diverte piuttosto far trapelare la cronaca attraverso i giornali che leggono i miei personaggi, magari scherzandoci su e prendendo in giro le notizie. La violenza, invece, è necessaria al genere poliziesco, le mie storie ne sono impregnate, ma mi sforzo perché non diventi mai compiacimento. Bisogna sapersi fermare, basta una parola di troppo per snaturare un’azione rendendola spiacevole e splatter.

Lei ha iniziato con una piccola casa editrice, la Instar, e da poco ha fatto il “salto nel buio” con Rizzoli. Come si vive la scalata ai vertici della grande editoria?
Non mi azzarderei a definirla “scalata”, ancora non ho piantato manco un chiodino nella parete. Il solo fatto che Rizzoli mi abbia cercato e che pubblichino il mio romanzo è già una sensazione indescrivibile. Da lì a fare scalate, credo che la strada sia ancora lunga. Cerco di non pensare al giorno della pubblicazione e di proiettare sul mondo una signorile indifferenza, ma, in realtà, da un lato faccio fatica a contenere l’entusiasmo e dall’altro sono roso dalla tensione. Quello che mi aspetto, uscendo con Rizzoli, è che gli Italiens di Mordenti entrino in migliaia di case e che il mio commissario raccolga un numero sempre maggiore di estimatori. Uno scrittore non è nulla senza i lettori, la loro opinione e i loro consigli sono di estrema importanza. Uno scrittore non è un divo né deve vivere nella sua torre d’avorio, lo scambio con il mondo è essenziale alla sua sopravvivenza. Quindi, la maggior parte delle mie energie viene impiegata a questo fine. Con Instar è stata una bellissima stagione, hanno fatto moltissimo per me e l’amicizia e la riconoscenza che ho con l’editore e la redazione non credo siano state chiuse dietro una porta. Una cosa è certa, per me questo mondo è ancora tutto nuovo e coinvolgente.

Per concludere, la nostra domanda di rito. Enrico Pandiani ha un tavolo prenotato al Nero Cafè. Chi starà aspettando?
Immagino che sul tavolino ci siano quattro bicchieri di Muscadet, quindi non ci sono dubbi, a minuti arriveranno il commissario Sanantonio e gli ispettori Bérurier e Pinaud. Il quarto bicchiere è per me. Nella serie degli incontri impossibili, questo è forse quello che mi divertirebbe di più. Per dirne una, leggendo le loro storie è iniziata la mia passione per la scrittura, e ancora oggi mi sento molto influenzato da ciò che di loro mi è rimasto appiccicato alle dita, il ritmo delle avventure, i dialoghi surreali e le scene platealmente rivoltanti. L’idea di avere davanti a me Bérurier che divora tartine spalmandosele sulla cravatta mi orripila e affascina allo stesso tempo. Per non parlare dello charme maschio, insolente e un po’ cafone di Sanantonio, che chiacchiera infilando le mani su per le gonne della cameriera, o lo spettacolo di Pinuche che si accende il mozzicone di sigaretta dandosi fuoco ai baffi. Sarebbe un gran piacere e sicuramente una serata esilarante.

I posti de les italiens: I Grands Boulevards

I grandi archi gialli di Ludovico Magno

Spesso il turista si comporta come uno di quei ronzini che trascinano per tutta la vita la loro carrozzella in alcune delle gradi città europee, con dei bei paraocchi che gli permettono di vedere quello che sanno, ignorando stoicamente tutto ciò che non conoscono o di cui non hanno mai sentito parlare. Basta mettergli un secchiello di biada davanti al naso e dargli una pedata nel sedere.
Il turista non si lascia quasi mai trasportare dal venticello, camminando qui e là dove ti porta l’estro, preferisce arrivare in città, spalancare la guida e mettersi in coda per visitare questo, quest’altro, quello e quell’altro ancora. Non si pone nemmeno il problema che ci siano cose non segnalate sulla sua Baedeker che vale magari la pena di vedere. Parigi è piena di posti ignorati, alcuni sono delle solenni minchiate, altri ti lasciano di stucco.
Un giorno di parecchi mesi fa mi trovavo a Parigi con moglie e figlio, moglie che aveva un cantiere in corso e, di conseguenza un’occupazione, e figlio che bramava per fare qualcosa con il paparino suo.
Decidiamo di andare al cinema a vedere non so più cosa, che, per combinazione davano al Grand Rex, cinema di cui avevo sentito parlare e che da tempo bramavo vedere. Siccome ne parlo abbastanza diffusamente qui, al momento lo tralasciamo.
Fatto sta che assieme al pupo mi ritrovo in un posto da urlo. Per la cronaca, questa avventura si svolge nel decimo arrondissément su in alto, nella zona dei Grands Boulevards, dove la gente va in genere a vedere quella puttanata di Musée Grevin delle cere e non si accorge, di regola, del posto strabiliante che gli sta attorno. Ci si arriva con una quantità industriale di metropolitane, qualcuna più in qua e qualcuna più in là, ma anche se dovete fare qualche passo pour y aller, non c’è mica da strapparsi i capelli. Parigi è bella tutta, ogni passo è un oh di meraviglia.
Ad ogni modo, il giorno seguente ho spedito il pargolo in cantiere con la mamma e io sono tornato a passare una mezza giornata gironzolando in quei posti. Stavo scrivendo Lezioni di tenebra e avevo giusto bisogno di un bel posto dove ambientare una delle scene clou.
Le vedettes della zona sono due meravigliosi archi trionfali, quello della Porte Saint-Martin e quello della Porte Saint-Senis. Sono grandi, gialli, imponenti, carichi di storia e di decorazioni. Al contrario degli archi di trionfo canonici sono costruiti parallelamente al corso. Distano tra loro circa duecento metri e sono divisi dal boulevard de Sébastopol che, diventando poi de Strasbourg, forma un’arteria che attraversa la parte alta di Parigi dall’Hôpital Saint-Lazare fin giù alla Senna.
Leggiamoci un pezzetto da Lezioni di Tenebra, la terza esplosiva inchiesta de les italiens, poi vi rompo i coglioni con un po di storia.

Ho aspettato qualche secondo, poi sono uscito dal bistrot per non farmelo scappare. Davanti al teatro non c’era più nessuno, lo sconosciuto era sparito. Ho preso rabbiosamente a calci un pacchetto vuoto di sigarette che qualcuno aveva gettato per terra. Coglione di uno sbirro, se avessi avuto una macchina fotografica, in mezza giornata avrei saputo chi era quell’uomo. Martine me lo diceva continuamente: «Dammi retta, piedipiatti, portati sempre in tasca una di quelle compatte.»
Martine…
Gustave stava camminando a passi spediti lungo boulevard Saint-Denis. Continuava a guardarsi alle spalle come se adesso avesse l’impressione di essere seguito.
Ho attraversato la strada per continuare il pedinamento dal marciapiede opposto, tanto lo sapevo bene dove stava andando. Camminava veloce, ravviandosi continuamente i capelli con aria inquieta. All’altezza dell’arco della Porte Saint-Denis ha attraversato boulevard de Bonne Nouvelle con il semaforo rosso, scatenando un putiferio di clacson. Poi, senza rallentare, è salito a passo svelto su per rue Beauregard.
Non c’era molto passaggio, da quelle parti, così gli ho lasciato un buon vantaggio prima di infilare a mia volta la salita. Sentivo i suoi passi echeggiare davanti a me, sempre più veloci e lontani. Sono arrivato in cima giusto in tempo per vederlo entrare nel portone di casa.
Il sottomarino, un furgone grigio con dipinta in giallo sui fianchi la ragione sociale di una ditta di lavori idraulici, era parcheggiato una decina di metri più avanti. Ho superato il portone e gli sono passato di lato dando due piccoli colpi sulla portiera. Dall’interno altri due colpetti hanno risposto al mio saluto.
Metz aveva fermato la Rénault Scénic sulla pista ciclabile dall’altra parte della strada. Ho percorso rapidamente l’isolato che ci separava e sono montato chiudendomi la porta alle spalle. Mi sono lasciato andare contro lo schienale con un sospiro insoddisfatto.
Constance e Maëlis si sono voltate a guardarmi.
«Pensavamo l’avessi perso» ha detto una. «Che diavolo è successo» le ha fatto eco l’altra.
«Ha incontrato un tizio» ho borbottato, «giù alla Porte Saint-Martin.»
«Uno dello studio?» ha detto Maëlis.
«Macché, mai visto prima. Si sono parlati e Gustave si è messo a fare il diavolo a quattro. Ho paura che ci sia dentro fino al collo, mi sa che aveva ragione lei, tenente.»
«Che cosa si sono detti?»
«Non ne ho la più pallida idea, ero troppo lontano.» Ho abbassato il finestrino per far entrare un po’ d’aria, poi mi sono sfilato la giacca. «Quell’uomo ha cercato di calmarlo, ma Gustave sembrava fuori dalla grazia di dio.»
Cercando di stringere ho raccontato quel poco che avevo potuto vedere. Un camioncino coperto di ruggine e polvere si è fermato davanti al portone di casa Deshayes. Ne sono scesi due uomini che hanno scaricato quattro grandi cristalli dopo averli liberati dall’intelaiatura che li sorreggeva. Da una finestra del secondo piano si è affacciata una signora anziana che li ha salutati. Due minuti dopo gli ha aperto il portone. Scambio di battute, risate, pacche sulle spalle, poi i vetrai hanno afferrato un paio di cristalli ciascuno e sono entrati in casa tutti insieme.

La Porte Saint-Denis e relativo arco monumentale, il più bello dei due, si trova all’incrocio tra la cosa, la rue Saint-Denis (dopo l’arco, rue du Faubourg-Saint-Denis) e i boulevard de Bonne-Nouvelle e Saint-Denis. È vidente che da queste parti il santo andava fortissimo, quasi tutto porta il suo nome.
Per altro, la cosa, la rue Saint-Denis è una delle strade più antiche di Parigi, e pare risalga addirittura all’epoca romana. Era la via che nell’antichità conduceva i pellegrini alla basilica omonima che si trovava fuori dalle mura della città.
Siccome santi e madonne non erano proprio ben visti, nel periodo della Rivoluzione francese, la cosa, la rue Saint-Denis venne chiamata rue deFranciade. Risalendola, cosa per altro piacevolissima da fare a piedi, si arriva dritti dritti alla porta in questione. L’arco di trionfo pare sia stato ispirato dall’arco di Tito a Roma. Siccome Parigi si stava ingrandendo, la cinta fortificata di Carlo V venne sostituita da una sorta di barriera fiscale che si materializzò sotto forma di un muro e di qualche boulevard. Le porte fortificate che risalivano al medioevo vennero così sostitutite da archi di trionfo.
La grande scritta dorata sulla sommità dell’arco, Ludovico Magno, indica che l’arco della Porte Saint-Denis venne eretto, naturalmente a spese della comunità, su ordine di Luigi XIV dall’architetto François Blondel, molto raccomandato a corte e direttore nientemeno che de l’Académie Royale d’Architecture. Dovendo celebrare le vittorie che, stando comodamente seduto a palazzo, il Re aveva avuto sul Reno e nel Franche-Comté venne riccamente e, bisogna dire, magnificamente addobbato dallo scultore Michel Anguier. Due grandi obelischi si elevano ai lati dell’arco, ricoperti di trofei, mentre ai loro piedi due figure sedute, scolpite dai disegni di Lebrun, rappresentano le Province unite. I bassorilievi sopra l’apertura raccontano l’attraversamento del Reno e le figure allegoriche del reno e dell’Olanda vinti sotto forma di una donna afflitta.
Verso la fine del pomeriggio, quando la luce del sole si tinge di arancione, le sue lame di luce rendono questo monumento straordinariamente godibile. Tutta la zona circostante è fantastica, un pezzo della città bello e variegato con piccole vie che si arrampicano in salita, collegate tra loro da piccole scalinate e i grandi corsi dalle fogge più disparate. Magnifico il boulevard Saint-Martin con i suoi marciapiedi rialzati, che dalla Porte Saint-Martin conduce a place de la République.
Interruzione pubblicitaria :)

Ho raggiunto Michel che arrancava affaticato. Assieme a lui c’erano due giovani flic della Crim.
«Piantiamo tutto» ho detto infilando la giacca, «adesso li imbarchiamo e li portiamo dentro per interrogarli.»
«Così, di punto in bianco?»
«Esatto, fatevi aprire il portone e andate su a prenderli.»
«E per quel cane cosa facciamo?» ha chiesto uno dei suoi accompagnatori.
«Quale cane?» ho chiesto.
«Qualche stronzo ha abbandonato un cane lungo la via» ha detto Coccioni indicando con il pollice alle proprie spalle. «Voglio chiamare la protezione animali per farlo prelevare.»
Mi è preso un bel batticuore, tipo i tamburi della giungla misteriosa.
«Di che cazzo di cane state parlando?» ho rantolato.
«Un botolo bianco e nero» ha detto Coccio,
«Con tutto il culo rosa» ha detto il suo scudiero.
«Andate su da quei due» ho urlato correndo giù per la strada, «e fate venire qualcuno per frugare l’appartamento.»
Al fondo della discesa sono passato accanto al cagnetto bianco e nero. Vedendomi passare di corsa ha abbaiato un paio di volte. La troia lo aveva attaccato a uno di quei paletti di metallo nero che impediscono alle auto di parcheggiare.
Ho aumentato l’andatura sbucando sulla spianata della Porte Saint-Denis. Mi sono guardato intorno; se aveva un’auto, tanti saluti, ma c’era la possibilità che fosse diretta al metro. Ho scavalcato la ringhiera del marciapiede e sono saltato sul selciato sottostante, poi via di corsa verso la fermata Strasbourg-Saint-Denis.
L’ho vista mentre attraversavo il boulevard, una macchia rosa che spariva inghiottita dalle scale della metropolitana. Avevo recuperato un po’ di vantaggio ma da lì ad acchiapparla era tutta un’altra storia. Scendendo a precipizio gli scalini dell’ingresso sapevo già di averla persa. La stazione era piena zeppa di gente che entrava e usciva dalle gallerie. Mi sono fermato un secondo, dovevo ragionare in fretta.
Tre linee, la 9, la 8 e la 4, nemmeno a testa o croce potevo fare. La 9 e la 8 tagliavano in diagonale andando verso le periferie mentre la 4 portava verso il centro. Ho scelto quella.
Scavalcando il tornello con un balzo mi sono fatto di corsa il tragitto fino alla pensilina, direzione Porte d’Orléans. Ho divorato l’ultima scala quattro gradini alla volta, mentre la sirena segnalava la chiusura delle porte. Sono salito sul treno per un pelo, la giacca m’è rimasta presa tra gli sportelli, un piccolo spettacolo extra per i pendolari.
Siamo partiti. Nel vagone nessun impermeabile rosa, ammesso che non lo avesse buttato in un bidone dell’immondizia prima di salire sul treno. La fermata successiva è arrivata in un minuto e mezzo, una stazione enorme, il labirinto perfetto per scomparire in un baleno. Non appena si sono aperte le porte sono schizzato fuori. Ero sudato e il mio cuore andava a mille. La banchina era affollata, gente che saliva sul treno o diretta verso le uscite e le coincidenze. Ho infilato la mano sotto la giacca chiudendo le dita attorno al calcio della pistola e, chino come un cammello, ho percorso il treno nella sua lunghezza.
Era sul terz’ultimo vagone e mi ha colto quasi di sorpresa. C’è stato uno sparo amplificato dalle pareti della galleria, quasi un boato. Il finestrino davanti a me è andato in mille pezzi. Un tizio che avevo di fianco è crollato lungo e tirato senza emettere un suono.

Sempre costruita su ordine di Luigi XIV, è firmata Ludovico Magno pure questa, la Porte Saint-Martin è meno grandiosa dell’altra, ma con i suoi tre archi, due piccoli e uno grande, porta con una certa grazia il suo fascino asciutto ed essenziale. Venne eretta nel 1674 dall’architetto Pierre Bullet, già allievo di François Blondel. Si tratta di na costruzione in pietra calcarea a sbalzo con la sommità in marmo. Le due facciate sono ornate da quattro allegorie a bassorilievo.
Tutto è suggestivo in questo quartiere, vi si trovano pure alcune di quelle antiche gallerie di passaggio che vale veramente la pena visitare. Per i maniaci della cucina francese, esiste nelle vicinanze un posto strepitoso che si chiama le Bouillon Chartier. Lo si trova al 7 di rue du Faubourg Montmartre e si tratta di un’esperienza unica nel suo genere. Se vi piacciono la folla, la buona cucina e spendere relativamente poco, Chartier è il ristorante che fa per voi. Parlando di cifre, dalla sua apertura ai nostri giorni, le Bouillon Chartier ha già attraversato cento anni nei quali si sono succeduti soltanto quattro proprietari.
Aperta 365 giorni all’anno, questa sala è classificata monumento storico dal 1989 (ci hanno messo solo trecento anni ad accorgersi che valeva la pena). Non è dunque un esagerazione presentare Chartier come una vera istituzione della capitale e un condensato dello spirito parigino. Eccellente il famoso bouillon di carne e legumi che un tempo si poteva consumare al bancone pagando quattro soldi.
Insomma alla fine, gira e rigira si finisce sempre con le gambe sotto al tavolo. E con questo mi taccio e do un taglio a tutta questa storia. Ma se, la prossima volta che sarete a Parigi, avrete voglia di passare un mezzo pomeriggio in questi luoghi, di sicuro non ve ne pentirete.

Le armi de les italiens: la Leica M8

English text below

Un’arma per immortalare la gente

Nei romanzi del commissario Mordenti , in genere si punta e si preme il grilletto. Ma capita che a volte chi punta prema poi un pulsante. In Lezioni di tenebra, la terza inchiesta de les italiens, la sfortunata Martine possiede una Leica M8, oggetto che per tutto il romanzo Mordenti e la sua squadra cercano forsennatamente per scoprire che foto contiene. Eccone un breve brano.

Martine aveva scritto in stampatello Pinturicchio??? Tre punti interrogativi bastavano a rendere la cosa quantomeno interessante. Aveva poi cincischiato attorno alla parola con la biro e l’aveva ripassata diverse volte. Una freccia, ricalcata anch’essa più volte, portava a un’altra breve frase, con il lenzuolo avrebbero dei problemi, che era stata cerchiata nervosamente. Più in basso aveva schizzato un piccolo cristo in croce e una macchina fotografica dall’aria antiquata. Lo faceva sempre, una specie di tic, quando stava al telefono disegnava piccole, deliziose macchine fotografiche. Il crocefisso, invece, era una novità.
«Avete per caso trovato la sua Leica?» ho domandato senza distogliere lo sguardo dal foglio.
«La sua cosa?» ha detto Leila.
«La macchina fotografica di Martine, una Leica M8, se la portava sempre dietro.»
«Mi spiace, qui non abbiamo trovato nulla. A casa hai guardato?»
Ho sospirato. «Non ci ho fatto caso.»
«Questo ti dice niente?» ha detto Alain indicando il foglio.
Sotto alla parola Pinturicchio Martine aveva scritto Lavoro a Torino… parlarne al pistolero? Poi aveva cerchiato la frase diverse volte e infine l’aveva cancellata tirandoci sopra un paio di righe.
«Il pistolero sono io» ho detto, «forse voleva parlarmi di qualcosa, magari del suo lavoro.»
«Non eri il piedipiatti?» ha detto Alain.
«Dipendeva dalle situazioni» ho detto io.

La Leica M8 è la prima vera macchina fotografica range finder digitale della prestigiosa ditta di Solms, uno sputo di paese su dalle parti di Francoforte in Germania. Non è esattamente una macchina fotografica, è piuttosto un oggetto del desiderio, un mito, la fotografia nuda e cruda. O te ne innamori o la detesti. Una solida struttura in metallo, l’aspetto da fotocamera degli anni 50, tre pulsanti in croce e un automatismo sui tempi d’esposizione, punto e stop. Niente autofocus, niente diaframmi automatici, solo abilità manuale. Devi puntare il soggetto, mettere a fuoco, impostare tempi e diaframmi e poi scattare. E se ti viene, la tua fotografia ti farà fare un balzo per la sua bellezza. A volte l’errore, che in un moderno catafalco automatico non è quasi possibile, dà alla tua foto una sorta di valore aggiunto.
Chi decide di possedere questa meraviglia (che adesso è stata rimpiazzata dalla M9) ha a propria disposizione una gamma enorme di obiettivi che spazia dal 1950 a oggi. Comprando una M8, infatti, si deve essere pronti a intraprendere un lungo, faticoso, costoso ed eccitante viaggio nel tunnel della droga degli obiettivi Leitz. Perché non ne avrai mai abbastanza. Prima ti comprerai i nuovi Summarit che, spaziando tra i 1200 e i 1800 euro, sono, si fa per dire, quelli economici. Ma poi ti metterai a cercare, parlerai con altri leichisti e, prima di potertene accorgere passerai le tue giornate su eBay per comprare un Summicron guadagnando così 0,5 punti di stop. Ma a questo punto sarai ben lungi dall’esserne fuori, perché intanto ti sarà capitato di leggere delle meraviglie possibili con gli obiettivi Summilux Asferici (non ho mai capito che cazzo vuol dire ma pare sa una figata pazzesca), considerati i migliori al mondo. Vuoi non averne almeno uno o magari due, che so, un 50 e un 35? Senza accorgertene sei così passato dai 1500 euro iniziali ai 3000 e fischia delle lenti per fotografare in condizioni critiche di luce. I Summilux, infatti, sono f:1.4, ci fai quasi le foto al buio. Lo sa anche Caron, tecnico della scientifica parigina.

«Come mai è tutto mosso?» ho chiesto indicando a Caron le foto di Vastedda.
Si è schiarito la gola stirando quel suo lungo collo da tacchino. «Le condizioni di luce all’interno della mostra erano critiche» ha detto, «quindi, per avere un tempo di posa accettabile, la signorina Delvaux ha dovuto aprire completamente il diaframma. Questo comporta una profondità di campo estremamente ridotta.»
«Ho capito» ho detto, anche se non era vero. «Martine era una brava fotografa e queste sono tutte mosse.»
«Dall’angolo di ripresa direi che le ha scattate senza portare la fotocamera agli occhi, immagino per non farsi notare. Ci può scommettere le palle che fosse una brava fotografa, l’esposizione è eccellente e il soggetto è perfettamente a fuoco.»
Ci siamo guardati. Ha fatto un sorriso ebete. «Le chiedo scusa» ha detto, poi si è sistemato gli occhiali sul naso.
«Nessun problema. Mi dica, Caron, Si possono fare degli ingrandimenti?»
«Vuole scherzare?» ha detto prendendo in mano la Leica, «Questo obiettivo è un Summilux 35/1.4 asferico, il meglio che si possa trovare sulla piazza. Cosa devo ingrandire?»
Nelle foto Vastedda parlava in tutto con tre persone. Ho chiesto a Caron di farmi un particolare di ciascuna faccia. Le ho riguardate una per una lentamente, chiedendomi cosa mi stesse sfuggendo. La mia cicatrice si è messa a prudere, segno chiarissimo che qualcosa non mi tornava. L’ho massaggiata delicatamente con le dita, guardando le due ultime fotografie. Un uomo e una donna presi di spalle stavano percorrendo una specie di viale alberato. Accanto a loro si vedeva il muro di una chiesa. Nell’ultima fotografia si scorgeva parte della facciata e il tetto coperto di verderame. L’uomo aveva i capelli bianchi e poteva essere Vastedda. La donna, castana ed elegante, non avevo proprio idea di chi diavolo fosse.
Deslandes mi si è avvicinata porgendomi una tazza di caffè. Sorrisi, zero. L’ho ringraziata con un cenno del capo e ho bevuto un sorso di liquido amaro.

Comunque non è mica finita qui. Adesso avete un obiettivo Summilux, lo stato dell’arte della divinità, e il vostro solo problema è non far sapere a vostra moglie quanto vi è costato. Altrimenti vi ammazza. Ma il vostro cervello, ormai segnato dal bollino rosso di Solms, ha intanto scoperto che nell’universo Leica esiste l’oggetto assoluto, la divinità inarrivabile per molti, il santo Graal degli obiettivi fotografici: il leggendario Noctilux 50 mm.
Il Noctilux (solo a dirlo ti si rizzano i peli sulla schiena) è Grosso, nero, pesante, lucido e possente. I modelli passati vanno da f:1.2 a f:1.0 e ormai li si trova quasi esclusivamente sul mercato dell’usato. E chi li vende non li molla certo per un pugno di nocciline; preparatevi a tossire dai 3500 ai 5000 euro. In genere lo hanno persone molto ricche che invece di comprarsi una Canon Powershot da 350 euro si comprano la Leica e il Noctilux e poi fotografano il proprio cagnolino. E questo vi fa incazzare da morire, perché con quell’aggeggio, voi freste delle foto da urlo. A questo punto comincerete a mangiarvi le unghie cercando su Internet il coglione che ve lo venda per sbaglio a 500 euro, ma non lo troverete. Tutt’al più perderete i vostri soldi dandoli a un fellone che non aveva nessun Noctilux da vendere e vi ha inculati alla grande.
Il punto d’arrivo più alto, quello a cui tuti anelano e pochissimi (dentisti per lo più) arrivano, è il nuovo Noctilux 50/0.95. Sissignori, avete letto bene, 0.95. Sarà vostro per soli 7500 euro.
Ma nel momento in cui avrete preso atto che oltre certe cifre non ci potete arrivare, il tunnel della droga è ben lungi dal mostrarvi l’uscita. Gli obiettivi vanno da 12 a 135mm, ce ne sono di ogni tipo, lunghi, corti, larghi, stretti, piccoli, grandi e avrete voglia di provarli tutti. Alla fine vi butterete sui non meno mitici Voigtländer, oggi proprietà della giapponese Cosina, molto meno costosi dei cugini germanici, ma che poco hanno da invidiare in quanto a prestazioni (il mio 28/1.9 non lo cambierei con alcun 28 della Leitz).
Un’ulteriore distrazione del leichista sotto dipendenza sono gli accessori: soft-shutter release, la pelle del corpo macchina, il bollino nero invece che rosso, i vari tipi di tracolla, i grip per tenerla meglio e, soprattutto le custodie in pelle, le halfcase, che proteggono e danno un’aspetto un po’ vintage alla macchina fotografica. Le più famose sono quelle di Luigi Crescenzi, di Roma, che vende in tutto il mondo i suoi costosi prodotti fatti a mano.
Comunque, a un certo punto vi arrenderete e con le tre-quattro lenti che vi sono rimaste comincerete a fare fotografie sul serio. Il primo anno e mezzo lo avete perso nel tunnel della droga e, adesso che ne siete più o meno usciti (continuerete a grattarvi la guancia ogni volta che vedrete un’obiettivo che vi pace) potete finalmente capire cosa avete in mano. A qualsiasi matrimonio vi invitino, ad esempio, gli sposi preferiranno le vostre foto a quelle del fotografo ufficiale. Perché sono più vere, meravigliosamente imperfette, perché lo sfocato è da urlo e perché i bianchi e neri che avete fatto dal negativo digitale (DNG) lo farebbero rizzare anche a un morto.
Perché la Leica M8 (e adesso la M9) è più o meno la stessa fotocamera che utilizzava ai suoi tempi Cartier-Bresson, gli obiettivi sono quelli e tutto funziona nella stessa identica maniera. La sola cosa che è cambiata è che adesso non c’è più la pellicola ma un sensore. Per il resto devi saper fotografare, perché la fotocamera non fa nulla, devi fare tutto tu. Non ti basta puntare e schiacciare un pulsante, nossignore, ci devi pensare, devi valutare e impostare a seconda dell’effetto che vuoi ottenere. Oppure, se vuoi prendere al volo le tue foto, devi essere abbastanza in gamba da saper pre-impostare tempi e diaframmi. E devi diventare un manico con la messa a fuoco.
È un modo antico di fotografare, una cosa tipo l’uomo e la sua macchina fotografica. La fotografia con la Leica non è un’abitudine, è una passione, un apprendistato continuo verso qualcosa a cui non riuscirai mai ad arrivare.

Esiste in rete un Forum fantastico, un posto dove appassionati da ogni parte del mondo(leggi maniaci), professionisti o dilettanti che usano la Leica, si incontrano, chiacchierano, mostrano e commentano le rispettive fotografie. È un posto dove i problemi vengono risolti in brevissimo tempo da membri molto competenti e dove le amicizie spesso diventano reali. È il Leica International User Forum. L’abbonamento è gratuito, ma se volete strafare o diventare membri sostenitori potete cacciare un po’ di euro.

A weapon to immortalize people

In the novels of commissioner Mordenti in general they point and pull the trigger. But it may happen that someone points and clicks the shutter button. In Lessons of darkness, the third investigation of Les Italiens, the unfortunate Martine owns a Leica M8, an object that will be frantically searched for by Mordenti and his team through the entire novel since they want to know what kind of pictures are saved on the card. Here it is a passage.

Martine had written the word Pinturicchio??? Three question marks were enough to make it quite interesting. She had then sketched on the word with a pen and had gone over it again several times. An arrow, several times gone over as well, led to another short sentence, They’ll have some problems with the sheet, that had been nervously circled. On the lower side of the sheet of paper she had sketched a small Christ on the cross and a vintage-looking camera. She was used to that, sort of a fixation; when she was at the phone she drew many small, delicious cameras. The cross was something new.
«Did you find her Leica, by chance?» I asked without looking away from the sheet of paper.
«Her what?» said Leila.
«Martine’s camera, a Leica M8, she used to carry it with her.»
«We didn’t find anything like that here, I’m sorry. Did you look at home?»
I sighed. «I took no notice of that.»
«Is this ringing any bells?» said Alain pointing at the sheet.
Under the word Pinturicchio, Martine had written Job in Turin… Talk about that to the gunman? Then she had circled the sentence several times before erasing it with a couple of lines.
«The gunman it’s me» I said, «maybe she wanted to talk to me about that, maybe about her job.»
«I thought you were the dick» Alain said.
«It depends on circumstances» I said.

The Leica M8 is the first real digital range finder camera from the famous company in Solms, a small town close to Frankfurt in Germany. It’s not really a camera, it is more an object of desire, a myth, photography at its purest essence. You will either fall in love with it or you will hate it. A solid metal body, a fifties camera look, three simple buttons and some auto mode for exposure, just that. No autofocus, no automatic stops, just manual skill. You have to point the subject, focus, set the aperture and shutter speed and then shoot. That simple. And if the picture comes out ok you will be surprised by its beauty. Sometimes, an error, not possible on one of those huge automatic plastic monsters, will give your picture a special value.
Those who decide to own this marvel (that has been replaced by the new M9) have a wide variety of lenses to choose from, ranging from those made in the fifties to the most recent ones. When you buy an M8, in fact, you have to be ready to join in a long, wearing, expensive and exciting journey in the tunnel of drug addiction of the Leitz lenses. Because you will never have enough of them. You will first buy the new Summarit lenses that being between 1400 and 1800 dollars are the cheapest ones. But you will then begin to talk with other Leica users and before you can be aware of it you will spend your days on eBay searching for a Summicron so as to gain those bloody 0.5 points of stop. At this time you’re still far from being out of it, because in the meantime you happened to read about the wonders of the Summilux Aspherical lenses, reputed the best in the world. And you will want at least one of them or maybe two, the 50 and the 35. In short, you switched from the original 1400 to the present 3000 dollars and more of those lenses for critical light conditions (it sounds so cool). The Summiluxes, in fact, are f:1.4 and you can almost take pictures in the dark. Even Caron of the police forensics, in the novel Lessons of Darkness, knows it.

«How come that everything is blurred?» I asked Caron pointing at Vastedda’s pictures.
He cleared his voice stretching his long turkey neck. «Light conditions inside the exhibition were critical» he said, «this is why miss Delvaux had to fully increase the aperture in order to gain a correct exposure. That means a quite reduced depth of field.»
«I’ve got it» I said even if I didn’t at all. «but Martine was a good photographer and all of those pictures are blurred.»
«Given the vantagepoint I’d say she shot without taking the camera to the eye, I suppose not to be spotted. You can bet your balls she was a good photographer,  exposure is excellent and the subject is perfectly in focus.»
We looked at each other. He smiled dully. «I’m sorry» he said then he arranged his spectacles on his nose.
«Don’t worry about it. Tell me, Caron, can you make any enlargements out of these pictures?»
«You gotta be kidding» he said taking the Leica from my hands, «this is a Summilux 35/1.4 Aspherical, the best lens you can find on the market. What do you want me to enlarge?»
In the pictures Vastedda was talking with three different persons. I asked Caron to enlarge each face. I slowly looked at them again asking myself what I was missing. My scar started itching, a quite evident sign that something didn’t make sense. I gently rubbed it with my fingers looking at the last two pictures. A man and a woman taken from behind while strolling along a sort of a tree-lined road. Beside of them there was the wall of a church. In the last picture I could see part of the façade and the roof covered with verdigris. The man’s hair was white and he could even be Vastedda. The woman had brown hair and was quite elegant. I didn’t have the faintest who the hell they were.
Deslandes came close to me offering a mug of coffee. No smiles at all. I thanked her with a nod and i drank a sip of the bitter drink.

Anyway, it is still a long way to go. You now have your Summilux lens, the state of the art of the divinity, and your only problem is hiding from wife how much you have paid for it. Otherwise she would kill you. But in the meanwhile your brain, now marked with the Leica red dot, has discovered the absolute object, the divinity unattainable to many, the Holy Grail of photographic lenses: the legendary Noctilux 50mm.
The Noctilux (at only naming I shiver) is big, black, heavy, slick and powerful. Old models go from f:1.2 to f:1.0 and today you can only find them on the used market. And those who sell them do not slacken their hold just for pennies. Be prepeared to part from 4000 to 5500 of your beloved dollars. Generally speaking, very rich people, instead of buying a $ 350 Canon Powershot, buy a Leica and a Noctilux just to take pictures of their sweet little dog. And this makes you furious, because you would take some helluva good pictures with that lens. So you will start eating your nails looking on the internet for that moron that, for mistake, will sell you his Noctilux for no more than 700 dollars. That’s how you will end up loosing your money giving it to the felon that have no Noctilux to sell and fucked you in style.
However, the highest edge anybody tend but very few reach (mostly dentists) is the brand new Noctilux 50/0.95. Yes, my friends, it is correct, 0.95. It will be yours for only 10 grand.
Anyway, the moment you will take note of not being able to go beyond a certain amount of money, the tunnel of drugs is far from showing the light of the exit. Lenses go from 12 to 135 mm, any kind is available, short, long, wide, narrow, small, big and you will want to try them all. In the end you will switch to the not less legendary Voigtländer lenses, nowadays a property of Cosina Japan, much less expensive but with often nothing to envy in performance to their German cousins (I would not change my Ultron 28/1.9 with any Leitz one).
A further distraction for the Leica user under addiction are the accessories: soft-shutter release, the vulcanite skin, black dot instead of the red one, straps, grips and, above all, the leather half cases that protect and give your camera that pretty vintage look. The most famous are from Mr. Luigi Crescenzi in Rome that sells worldwide his hand made expensive products.
Anyhow, at a certain point you will give up and with the 3-4 lenses you have you seriously start taking pictures. You’ve lost the first year and a half in the Leica lenses tunnel of drug addiction and now that more or less you’re out of it (you will keep on rubbing your cheek any time you see a lens you like), you can now understand what you have in your hands. The married couple at any of the several marriages you are invited will always prefer your pictures to those of the official big-Canon/Nikon photographer. Because they are more true, so wonderfully defective, because the out of focus areas are so sexy and the B&W pictures you made converting your color digital negatives (DNG) would give even a dead man an erection.
That’s because the Leica M8 (and now the M9) is more or less the same camera Cartier-Bresson used to shoot with, those are the lenses and everything still works in the same way. The only difference is you no longer have film, you have a sensor. And you must be be good at taking pictures because it’s you that have to set everything, not the camera. Pressing the shutter button is not enough, no Sir, you have to think, evaluate and set everything according to the effect you want to gain. Or if you want to take action pictures you have to know how to pre-set stop and time. And you must gain a strong skill at hand focusing.
It is an old way of taking pictures, something like a man and his camera. With Leica, photography is not a habit, is a passion, an endless apprenticeship toward something you will probably never reach.

On the Net there is a fantastic Forum, a place where people from all over the world (read maniacs), pros or amateurs using Leica props, meet and chat, show and comment each other pictures. It’s a place where problems are quickly solved by very competent members and where friendship often become real. It is the Leica International Users Forum.

I posti de les italiens: Montmartre

Alla ricerca di un tempo perduto

Montmartre, o la Butte de Montmartre, è il luogo giusto, se siete un po’ arroganti, per poter guardare Parigi dall’alto in basso. Comune piuttosto antico del dipartimento della Senna, venne annesso alla capitale nel 1860. Da allora, buona parte dei suoi edifici abbarbicati sulla collina formano il XVIII arrondissemet. Il resto fa parte del comune di Saint-Ouen. Come accennato in partenza, i suoi 130,53 metri di altitudine sul livello del mare non fanno di Montmartre un concorrente diretto del Monte Bianco ma lo rendono senz’altro il punto topografico più elevato di Parigi (la Tour Eiffel e la Tour Montparnasse, infatti, sono più alte). Vi si accede tramite una funicolare che sembra uscita da un film di fantascienza degli anni ’50 o trascinandosi su per i 222 scalini che portano in cima.
Per i maniaci della storia, Montmartre è stato per lungo tempo un villaggio fuori dalla cerchia muraria della capitale. Manco a dirlo, una delle etimologie ne fa risalire il nome al latino Mons Martis, il Monte di Marte. In epoca gallo-romana, quando Asterix e Obelix visitavano Lutèce, un tempio dedicato a Marte sorgeva difatti sulla collina. Altra brillante ipotesi è quella di Mont du Martyre, Monte del Martirio, poiché Saint-Denis, primo vescovo di Parigi e vittima delle persecuzioni anti cristiane, venne decapitato sulla collina assieme ad alcuni altri fedeli. La leggenda racconta che il sant’uomo, certamente un buontempone, raccolse da terra la propria testa e, tenendola sotto braccio, si fece una bella passeggiata fino al luogo in cui oggi sorge l’omonima basilica, dove si fece infine seppellire. Una delle vie storiche che portano a Montmartre si chiama difatti rue des Martyrs.
Come ben sa Umberto Eco, che ne parla nel suo Cimitero di Praga, Montmartre è stato uno dei luoghi importanti durante la Comune di Parigi nel 1871. L’idea di costruire quell’ammasso di panna montata chiamato basilica del Sacré-Coeur prese inesorabilmente forma dopo la guerra franco-prussiana del 1870. La costruzione venne decretata da un’infelice votazione dell’Assemblea Nazionale il 23 luglio 1873 per «espiare i crimini dei Comunardi» e per rendere omaggio ai numerosi cittadini francesi deceduti durante la guerra.
Le vie di Montmartre si arrampicano su per la collina in una ragnatela confusa e tortuosa. A salire a piedi ci si fa il mazzo, l’orientamento è difficoltoso e non è detto che al primo colpo si riesca ad arrivare dove si voleva. Luoghi di antica bellezza si mescolano a dozzinali attrazioni turistiche e spesso, orrendi negozi di ciarpame assediano luoghi mozzafiato. Tralasciando il Sacré-Coeur, meta di milioni di fotografi della domenica, torme di cinesi che guardano il mondo attraverso lo schermo delle loro macchine fotografiche e altra varia umanità in posa sulla scalinata accanto a finte sculture viventi un po’ patetiche, se volete veramente vivere Montmartre ci dovete andare nei periodi in cui i turisti se ne stanno a casa loro. Momenti rarissimi a Parigi, ma che capita di cuccare. Solo allora, in una maggiore solitudine, la Butte de Montmartre vi svelerà il suo fascino particolare. Posti magici che sfilano uno dietro l’altro.
Place du Tertre, tanto per dirne uno, dove nel 1814, al restaurant de La Mère Catherine comparve per la prima volta la parola “bistro” (presto), coniata dagli esuli russi che abitavano la butte. L’ Eglise St-Jean-de-Montmartre, costruita ne 1901 da Anatole de Baudot, dove, se vi tira vedere quel genere di cose, potete ammirare le tre grandi vetrate policrome disegnate dal pittore dell’Art Nuveau Pascal Blanchard. Le Lapin Agile, in precedenza Cabaret des Assassins, dove si ritrovavano artisti come Alphonse Allais, Caran d’Ache o André Gill, al quale si deve la pitura che dà il nome al locale (Le Lapin à Gill). Le Lapin fu in seguito acquistato dal chansonnier e scrittore Aristide Bruant che accoglieva artisti squattrinati come Picasso, Modigliani e Utrillo.
Prima o poi, trascinando i piedi per la fatica, finirete per trovarvi nella bellissima Place des Abbesses con il suo giardino le botteghe e l’omonima via molto trafficata. Su uno de muri della piazza si trova un grande murale in piastrelle con le parole “je t’aime” ripetute in dozzine di lingue. Se volete far colpo sulla ragazza, quello è il posto che fa per voi. La fermata della metropolitana Abbesses è la più profonda di Parigi; per prendere il treno dovete scendere di una quarantina di metri verso il centro della terra.
È proprio in questa piazza che inizia il terzo romanzo del commissario Mordenti, Lezioni di Tenebra. Tanto per non perdere l’abitudine leggiamoci l’incipit.

Uno.

«Comincia a salire» ha detto, «cerco un parcheggio e ti raggiungo.»
Giunti sotto casa non c’era un posto a pagarlo un milione così Martine aveva fermato la Karmann Ghia davanti al portone. Place des Abbesses era ancora piena di gente.
«Hai una faccia» ha detto.
«Sei di cattivo umore?» le ho chiesto sforzandomi di parlare. «Questa sera sembravi assente.» Un fiotto di nausea mi si è arrampicato su per la gola.
«Non è nulla, sono solamente stanca.»
«Problemi in studio?»
«Mi hanno affidato un paio di contratti importanti, te ne parlo appena starai meglio.»
Ho soffocato un conato. «Nient’altro?»
«Non fare lo sbirro con me, ragazzo» ha riso, «vai a metterti sotto le coperte.»
Sono sceso con la stessa agilità di un ippopotamo che scavalca una staccionata. Nonostante i piedi per terra, la piazza continuava a ruotare attorno a me come un vortice di colori. Ho aspettato che rallentasse prima di chiudere lo sportello. Martine mi ha mandato un bacio sulla punta delle dita.
L’ho guardata partire, poi sono strisciato fino al portone. Ho battuto il codice sul tastierino e sono entrato nell’androne illuminato. Niente ascensore così per trascinarmi fino al terzo piano m’è toccato scalare i gradini aggrappato al mancorrente.
La nausea è una brutta bestia, lo sapeva bene Sartre. Ti s’insinua su per la gola impedendoti di parlare, di muoverti e di pensare, non la puoi combattere, né le puoi resistere.
Sul pianerottolo avvolto dal suono discreto del silenzio ho trovato la porta di casa solo accostata. Ho fatto un respiro profondo. Il mondo si è fermato per qualche istante, poi ha ripreso a girare. Ci mancava l’appartamento svaligiato.
Ho guardato le chiavi che avevo in mano prima di rimetterle in tasca, poi ho spinto il battente. Cassetti aperti, libri sul pavimento, mobili spalancati. Dal soggiorno proveniva una luce fioca. Mi ci sono diretto fermando la parete con una mano per evitare che tutta la casa ricominciasse a girare.
La lampada a piantana accanto al divano era accesa. Qualcosa si è mosso nell’ombra.
Mi sono avvicinato di un passo e una figura è apparsa nel cono di luce. Un metro e settantacinque, impermeabile di vinile nero stretto in vita da una cintura. I capelli erano rossi, tagliati a caschetto. Il resto del viso era nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca.
Una strana pistola ha brillato alla luce della piantana. Era piatta e larga, un’arma che non avevo mai visto. Un fiotto di adrenalina mi ha attraversato le viscere e questo mi ha permesso di fare altri due passi verso di lei.
Lezioni di Tenebra, di Enrico Pandiani. Instar Libri (2011)

Insomma, come tutti i posti troppo famosi, troppo visitati, troppo fotografati, anche Montmartre ha perso parte del suo fascino. Eppure è ancora capace di stupire il visitatore attento, quello che non cerca le false atmosfere di una volta e che sa che i grandi pittori non ci sono più. Dimore meravigiose aspettano solo di essere riscoperte, piccoli giardini di grandi privilegiati si nascondono dietro a muri di cinta che il tempo ha soltanto scalfito. Se siete curiosi e non avete paura che la vostra testa rimanga bloccata tra le stanghe di un vecchio cancello, vedrete case di campagna in piena città, viali alberati che formano prospettive accanto a piccoli boschi tranquilli. Roba da ricchi, direte voi. Temo di sì.
Con poco sforzo potrete allontanarvi dalla folla, ritrovandovi magari su un sentiero tra gi alberi che vi leva il fiato portandovi verso la cima della collina. Quando la vostra lingua toccherà per terra, potrete fermarvi su piccole terrazze dalle quali avrete una vista sublime sui tetti digradanti verso il centro della città. Una pausa al bistrot Le Consulat, sperando che sulla piazzetta non ci siano milleduecento persone per metro quadro, poi, snobbando finti pittori bohemiens, falsi locali tipici e tonnellate di negozietti di ciarpame, possiamo cominciare a scendere, dando ovviamente per scontato che del Sacré-Coeur non ce ne frega un beneamato cazzo.
Ai piedi della sua scalinata, ad ogni modo, si trovano due dei posti più incredibili che mi sia capitato di vedere a Parigi, il magasin Tissus Reine e soprattutto il Marché Saint-Pierre, il tempio dei tessuti a Parigi. Quattro piani in un vecchio edificio bianco dove potrete trovare tutte le stoffe del mondo. Migliaia di colori, disegni, pattern e chi più ne ha ne metta. Aggirarsi in queste grandi stanze, tra massaie francesi, cinesi, africane è un divertimento sopraffino. Se riuscite a uscire dal Marché Saint-Pierre senza una pezza di stoffa vuol dire che il vostro animo è gelido come il pirillo di un esquimese.
Giusto lì di fronte, ai Tissus Reine, sopra ogni banco è esposto un manichino in miniatura addobbato con le pezze in vendita. Sono soltanto tagli di tessuto ma rendono perfettamente l’idea di un vestito. È meno sbalorditivo del Marché Saint-Pierre ma vale comunque un giro.
Se non siete dei lumaconi senza guscio, mentre l’ora volge al desio, una lunga, bellissima passeggiata vi porterà con calma verso il centro. Vedrete la città cambiare colore mentre il sole si ritira, la luce si tingerà pian piano d’arancio per lasciare infine il posto a un’ombra violetta che si arrampica sulle facciate delle case. Sarete stanchi ma felici e nessuno vi impedirà a un certo punto di saltare su un taxi o di infilarvi nella metropolitana. Da qualche parte vi porterà di certo.

Per chiudere, un elenco di tipi famosi che hanno vissuto a Montmartre.
Marcel Aymé, scrittore
Georges Braque, pittore e scultore
Louis-Ferdinand Céline, scrittore
Georges Clemenceau, giornalista, politico, sindaco di Montmartre (1870)
Dalida, Cantante e attrice. Rue d’Orchampt
Dominique Field, liutaio di chitarre classiche
La Goulue, danzatrice al Moulin Rouge
Max Jacob, poeta, romanziere, saggista e pittore francese
Jean Marais, attore e scultore
Georges Michel, detto Michel de Montmartre, primo pittore di Montmartre
Michou, artista e direttore di cabaret
Monique Morelli, chanteuse
Hector Berlioz, compositore
Pablo Picasso, pittore
Fontenay de Saint-Affrique, pittore
Erik Satie, compositore e pianista
Henri de Toulouse-Lautrec, pittore
Tristan Tzara, scrittore
Maurice Utrillo, pittore
Suzanne Valadon, pittore
Vincent Van Gogh, pittore. Stava dal fratello Théo al 54 di rue Lepic
Boris Vian, scrittore, poeta, paroliere, cantante, musicista di jazz
Jacques Prévert, poeta e scenografo. Stesso pianerottolo di Vian, al 6b di Cité Véron

Recensione dal blog Cinemadadenuncia

Lezioni di tenebra

Di Enrico Pandiani, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 359, € 16,00

Parigi, fine giugno, sera. Il volto coperto da un foulard di seta nera, un’assassina dagli occhi troppo azzurri maestra nella tecnica dello Shibari (bondage portato a un eccesso di estetismo), uccide freddamente Martine Delvaux, attuale compagna del commissario Jean-Pierre Mordenti e fotografa del prestigioso studio Art-en-Images. Per il comandante degli italiens non è che l’inizio di un’indagine-labirinto in cui il desiderio di vendetta dovrà fare i conti con gli obblighi ufficiali dell’inchiesta, col seducente affiancamento del bellissimo tenente di polizia Maëlis Deslandes e coi deliri di onnipotenza di un grottesco mecenate torinese. Un viaggio verso la parte scura della sua anima.
Cresce di romanzo in romanzo la statura letteraria di Enrico Pandiani, ideatore della saga de «les italiens», squadra della Crim parigina inzialmente composta da sbirri di origine italiana e integrata all’occorrenza da flic corsi e alsaziani. Se l’eponimo Les italiens metteva in scena in 256 pagine la lotta per la sopravvivenza di un commissario senza nome e le 311 di Troppo piombo assegnavano a Jean-Pierre Mordenti nome, cognome e un’investigazione nell’ambiente del giornalismo, le 359 di Lezioni di tenebra squadernano un’indagine che fa la spola tra sex club dove si pratica il bondage e il mondo dell’arte, offrendo a Mordenti e compagnia sparante una movimentata trasferta torinese. Non si tratta soltanto di crescita quantitativa o di semplice espansione geografica: libro dopo libro, Pandiani si cimenta con trame sempre più intricate e operazioni sempre più rocambolesche senza ripiegare su formule collaudate e schemi rassicuranti, esplorando al contrario territori narrativi contraddistinti dal segno dell’imprevedibilità e del divertimento sfrenato.
Gioca Pandiani, anche quando i toni sembrano farsi più tetri e sinistri. Gioca coi cliché di genere (il protagonista spavaldo e sciupafemmine) per contenerli e ridimensionarli (non è certo fortuito che nel primo capitolo Mordenti venga messo al tappeto e incaprettato da una sconosciuta che gli uccide la donna sotto gli occhi). Gioca con le atmosfere, costantemente attraversate da scariche di ironia e sarcasmo graffiante. Gioca col linguaggio, ora piegandolo verso il tecnicismo fotografico (obiettivi Summilux asferici, banchi ottici Linhof Master Technika) ora sporcandolo col dialetto torinese (la telefonata dell’ispettore Francesco Cat Berro): sempre padroneggiandolo con la sicurezza di uno scrittore di razza. Gioca con la narrazione, autentico pretesto per parlare di ciò che conosce e ama: Parigi in tutte le sue suggestive proiezioni, le armi inconsuete e terribili, la musica (il Couperin delle Leçons ovviamente, ma anche l’immancabile Georges Brassens, i Led Zeppelin, i Jefferson Airplane e molto altro ancora).
Lezioni di tenebra non è soltanto il libro più bello e maturo che Pandiani abbia scritto finora, ma anche il più estremo: più di cinquanta personaggi, teatro dell’azione fortemente dilatato (da Parigi a Torino passando per Le Kremlin-Bicêtre e Troyes), indagini parallele (i Brocs che stanno dietro al famigerato falsario Calogero Vastedda), pratiche erotiche ad alto coefficiente di raffinatezza e sadismo (lo Shibari praticato dalla “dea della perdizione” Madame Satin) e, dulcis in fundo, il delirante progetto di un furto indicibile, tassello conclusivo di una collezione concepita da un individuo in preda alla megalomania e al delirio di onnipotenza (vi ricorda qualcuno?). Ma, soprattutto, il terzo capitolo della saga degli «italiani del cazzo» (denominazione alternativa del gruppo di Mordenti e soci all’interno della Brigata Criminale) è quello in cui il gusto (il piacere e la necessità) dello scrivere sovrasta ogni altra cosa, mettendo in secondo piano la logica dell’intreccio e la linea retta dell’indagine poliziesca.
Lezioni di tenebra, infine, è il Jackie Brown di Pandiani: se i romanzi precedenti mettevano i personaggi sbozzati al servizio dell’intrigo poliziesco e alla descrizione della violenza dilagante, ora il rapporto di forza si ribalta. La narrazione in prima persona di Mordenti non è più il dazio narrativo da pagare alla tradizione del genere, ma diventa voce vera e propria, testimonianza in presa diretta che non rifugge da ammissioni di fragilità (“Ho lasciato la buoncostume per questa mia incapacità di reagire al dolore della gente inerme”), lampi di consapevolezza (“La sera in cui Martine era morta, avevo intrapreso un viaggio verso un’oscurità popolata di ombre incerte”) e sentori di abbrutimento (“Avevo l’impressione che la parte scura della mia anima mi ammorbasse, come se tutta questa tensione stesse cercando di trasformarmi lentamente in una persona peggiore”). Finalmente Mordenti si smarca dal cliché di flic scanzonato e si tramuta in personaggio con luci e ombre. O meglio, come direbbe lui, in “un commissario della polizia francese in missione per conto del mio paese”.

venerdì, 4 febbraio 2011
http://cinemadadenuncia.splinder.com/post/23987842/lezioni-di-tenebra

 

I colleghi de les italiens: la Balistica

Che cosa diavolo è la balistica?

A Parigi la trovate in place Mazas, dalle parti del quai de la Rapée, proprio accanto alla morgue e all’Istituto di Medicina Legale. Divide gli uffici con il laboratorio di tossicologia, ci svela i segreti delle traiettorie e il suo pane quotidiano è l’ultimo grido del bum bum.
Pare assodato che la balistica sia una scienza fisica che studia il movimento dei corpi lanciati nello spazio. Il che non significa astronauti buttati a calci fuori da una nave spaziale, ma piuttosto la traiettoria attraverso l’aria di un “proiettile”, in particolare quelli sparati dalle armi da fuoco. E comunque non è così semplice.
Secondo questi competenti signori, lo spostamento di un proiettile, dall’istante in cui viene espulso dall’arma al suo impatto sul bersaglio comprende ben tre fasi distinte:

  • la balistica interna, che si occupa dello spostamento del proiettile nella canna dell’arma;
  • la balistica esterna, che si occupa dello spostamento del proiettile nell’aria tra l’uscita dalla canna e il momento in cui colpisce il bersaglio;
  • la balistica terminale (è il caso di dirlo) che si occupa degli effetti del proiettile sul bersaglio.

Adesso, ci leggiamo un pezzetto da Lezioni di Tenebra, poi,  tanto per fare un po’ di accademia, le vediamo in dettaglio.

Ho guidato fino a place Mazas e parcheggiato nei pressi del Laboratorio di Tossicologia. Dopo aver mostrato la patacca al gendarme di servizio, sono salito alla sezione balistica. De Clock era seduto alla scrivania del suo ufficio. Mi sono accomodato davanti a lui. Il piano del tavolo era ingombro di carte, documenti, dossier e libri. C’era anche una scatola di plastica trasparente con dentro una pistola ceca CZ Mod. 97 B, due caricatori e una trentina di proiettili dum dum calibro .45. La pistola sembrava nuova di zecca e aveva il carrello aperto.
Ho preso uno dei proiettili. La pallottola, camiciata in rame fino a metà, lasciava scoperta la punta cava di piombo. Già così sarebbe stata micidiale, ma qualcuno ne aveva pure inciso profondamente l’estremità con un coltello.
«Dove hai preso questa roba?»
«L’hanno sequestrata a un grosso spacciatore, pensano sia l’arma usata per una serie di omicidi.»
«Mi auguro di non trovarmi mai davanti qualcuno che spara nespole come questa.»
«Sarebbe decisamente un brutto incontro» ha detto con un piccolo cenno del capo.
Mi sono rigirato tra le dita quell’oggetto diabolico osservandone i bagliori sinistri riflessi dal bossolo d’ottone. Ci potevi vedere tante cose in quei lampi, il passato, il presente e il futuro. Con un piccolo sforzo, ci potevi anche vedere la parte peggiore di te stesso.
«Ti spiace se ne prendo uno?»
Mi ha squadrato per diversi secondi lisciando con due dita uno dei suoi baffi a manubrio.
«Fai pure» ha detto senza levare gli occhi dai miei. «Vedi di farne buon uso.»
«Lo terrò come portafortuna» ho detto infilandolo in tasca. «Di cosa mi volevi parlare?»
Si è messo comodo sulla sua poltroncina. Da lontano sono arrivate due o tre esplosioni ovattate, un tecnico che sparava in un tunnel d’arresto. Maurice ha preso un quinterno pinzato da una graffa metallica e lo ha fatto scivolare verso di me.
«C’è un riscontro interessante sul proiettile che ho cavato fuori dal pavimento di Martine» ha detto sfogliando una copia del documento che mi aveva messo in mano.
«Stessa pistola?» ho chiesto scorrendo il dattiloscritto. Ho colto una serie di parole che hanno acceso altrettanti campanelli: Torino, duplice omicidio, restauratori d’arte.
«Uno dei miei ragazzi lo ha scovato su segnalazione dell’Interpol. Un paio di omcidi a Torino. Due restauratori d’arte ammazzati con la stessa pistola che ha ucciso Martine.»
«Che altro sai di quei due?»
«Due noti culattoni, famosi anche come restauratori. In biblioteca ti ho recuperato le edizioni della Stampa uscite nei giorni successivi al ritrovamento dei cadaveri. Purtroppo non c’è molto, per avere maggiori dettagli dovrai chiamare la Questura di Torino.»
Gli ultimi quattro fogli del documento che avevo in mano erano articoli di quotidiano stampati da microfilm. Una sera di un paio di mesi prima, qualcuno aveva ucciso Attilio Beltramo e Roberto De Medici. Già che c’era, aveva dato alle fiamme il loro laboratorio. I pompieri non erano riusciti a salvare che parte della villa. La polizia aveva seguito fin dall’inizio la pista del sottobosco omosessuale. Il resto degli articoli non diceva nient’altro di interessante.
(Lezioni di tenebra, la terza inchiesta de les italiens, edita da Instar Libri nella collana FuoriClasse. Febbraio 2011)

Allora, stavamo parlando di tutte quelle balistiche differenti, vediamole rapidamente in dettaglio.

La balistica interna
È un soggetto piuttosto complicato. Si potrebbe dire che si interessa alle variabili, studia infatti la dimensione, il diametro, la quantità di polvere, la massa della cartuccia e compagnia bella, in  modo da poter fabbricare i migliori proiettili possibili a seconda del rendimento che si vuole ottenere su un determinato bersaglio. Sembra difficile, ma stringendo, significa che se volete buttare giù un elefante vi serve un proiettile bello grosso.
Nelle questioni relative a idagini criminali, la sezione balistica è parecchio interessata a questa scienza, ma non per le ragioni sopra descritte. Prende infatti in esame tutti i segni lasciati dall’arma su una pallottola o un bossolo durante la fuoriuscita, particolari, questi, che li rendono assolutamente unici.
Un proiettle sparato da un’arma, proviene sempre da munizioni costituite di un bossolo riempito di polvere da sparo e chiuso da una pallottola. Perché una pallottola corra in linea retta fino al bersaglio, è indispensabile che giri su sé stessa. Come sanno anche i bambini, la rotazione gli viene data da una rigatura a spirale incisa all’interno della canna. Siccome il diametro della pallottola è leggermente più grande di quello della canna, nel passaggio queste rigature si imprimono indelebilmente su di essa. Sembra una minchiata, invece a seconda del numero di rigature  trovate sul proiettile, alla loro larghezza e inclinazione, si può identificare senz’ombra di dubbio l’arma dalla quale è stata sparata. Ogni arma, anche nel caso di pistole dello stesso modello e con matricola sequenziale, lascia segni unici e distinguibili.
È tuttavia possibile che sulla scena di un crimine la pallottola non si possa trovare, vuoi perché attraversando il corpo della vittima si è persa chissà dove oppure perché si è distrutta nell’impatto. È questo il caso in cui fa tanto comodo ritrovare il bossolo, perché anche questo porterà tracce uniche e caratteristiche. Sul fondello, infatti, l’arma lascia segni precisi come quello del percussore, e striature da contatto che permettono l’identificazione dell’arma. Quando viene sparato un colpo, la pallottola parte in un senso e il bossolo parte nell’altro. Anche l’estrattore di un’arma automatica o semi automatica lascia dei segni, così come, in quantità minore, il percussore di un revolver.
Nel caso pensiate di poterla fare franca dopo aver sparato al vostro socio, sappiate che ci sono parecchi sistemi per risalire alla pistola che avete usato.

Le balistiche esterna e terminale
Queste due scienze, chiamiamole così, come vi potrà confermare anche il mio amico Maurice De Clock, non sono molto utilizzate dagli esperti balistici dei laboratori di polizia. Questa gente, infatti, utilizza la balistica esterna solamente per determinare la posizione del tiratore in modo da ritrovarne la posizione. Questo, lo capirebbe anche un gendarme, viene fatto perché sul sito da cui sono stati sparati i colpi è molto probabile che si possano trovare dei bossoli.
Per ricreare le traiettorie sulla scena di un crimine, ci si serve di raggi laser, bacchette di plastica e spaghi sottili. In seguito i dati raccolti vengono elaborati da un computer che ricostruisce la scena nei minimi dettagli. Per determinare una traiettoria si utilizzano cose nauseabonde come i fori di entrata e uscita in un cadavere, buchi nei vetri, nelle carrozzerie delle auto, in sedili imbrattati di sangue, eccetera eccetera. La scientifica usa queste stesse tecniche per ritrovare proiettili e affini conficcati i muri, porte, alberi o simili.
La balistica terminale, come dice la parola stessa, studia principalmente i fori di proiettile sui cadaveri. Disgraziatamente, questo tipo di scienza è al giorno d’oggi ancora piuttosto fumosa, nonostante siano stati fatti enormi progressi nelle tecnologie  della fotografia a raggi X e dei test di simulazione.
Nelle sue giornate fortunate, a un tecnico della balistica può pure capitare di dover assistere il medico legale durante un’autopsia, magari subito dopo aver pranzato. Di una cosa, quindi, possiamo comunque essere sicuri, certa gente fa proprio un mestiere di merda.

Le armi de les italiens: la MSP silenced

Quando vi serve il peto di coniglio

Nel 1972, guidati dall’irrefrenabile desiderio di stirare i propri nemici senza fare baccano, sia il KGB, sia l’esercito sovietico, decisero di utilizzare una dotazione di armi silenziate, il Silenced Weapon Complex, che includeva le munizioni SP-3, in calibro 7,62 mm. e la pistola a due canne sovrapposte (tipo Derringer) MSP.
La MSP integrava e in parte sostituiva la più ingombrante S4M, di design simile ma grossa come un cannone anticarro, e che sparava pallottole dello stesso calibro, più massicce e pesanti.
MSP sta per Malogabaritnyj Spetsialnyj Pistolet (pistola speciale di piccolo calibro). È una delle rarissime pistole veramente silenziose. Quando si tira il grilletto, il solo suono udibile è il click del percussore che picchia sulla cartuccia. Silenzio totale, signori miei, a momenti potete sparare a uno sul tram e nessuno sente niente. Il peto di coniglio.
Intanto che vi riprendete dallo sbalordimento vi propino un breve brano dall’incipit di Lezioni di tenebra, la terza inchiesta di Jean-Pierre Mordenti.

La lampada a piantana accanto al divano era accesa. Qualcosa si è mosso nell’ombra.
Mi sono avvicinato di un passo e una figura è apparsa nel cono di luce. Un metro e settantacinque, impermeabile di vinile nero stretto in vita da una cintura. I capelli erano rossi, tagliati a caschetto. Il resto del viso era nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca.
Una strana pistola ha brillato alla luce della piantana. Era piatta e larga, un’arma che non avevo mai visto. Un fiotto di adrenalina mi ha attraversato le viscere e questo mi ha permesso di fare altri due passi verso di lei.
Si è mossa in silenzio. Non mi è piaciuto come teneva la pistola, aveva l’aria di quella che non sta affatto improvvisando. Un insetto dalle zampe gelate si è messo a passeggiare su e giù per la mia schiena. La stanza si è fermata e per qualche istante tutto è diventato nitido e immobile.
«Voltati» ha detto asciutta.
Con una velocità che ha sorpreso anche me le ho afferrato il polso armato allontanando la pistola dal mio petto finemente cesellato. È partito un colpo che ha fatto molto meno rumore di un peto di zanzara. Con la mano libera le ho afferrato una spalla; l’intenzione era quella di sgambettarla e spingerla per terra, ma qualcosa non ha funzionato perché tutta la stanza si è messa a girare vorticosamente e mi sono ritrovato lungo e tirato sul pavimento. L’intera Encyclopédie di Diderot e D’Alembert mi è caduta sulla testa mentre la mia schiena andava in mille pezzi.
Adesso lei era china su di me e la canna della pistola stava a pochi centimetri dal mio naso. I suoi occhi erano troppo azzurri.
Mi ha posato un piede sul petto per tenermi fermo. Sandali a tacco basso e smalto rosso scuro sulle unghie. Ha sollevato la parte anteriore della pistola e ne ha estratto due bossoli tenuti assieme da una piastrina metallica. Li ha lasciati cadere nella borsetta che aveva a tracolla, poi ne ha tirati fuori altri due con i quali ha ricaricato l’arma. Ha fatto scattare il cane con una specie di leva che sporgeva dal calcio, poi si è nuovamente chinata su di me. Portava dei sottili guanti di lattice, così trasparenti che sul momento non li avevo notati.
La nausea si è di nuovo fatta sentire, m’è salita in gola come un’onda di marea. Ho anche pensato che stesse per spararmi in faccia, invece non l’ha fatto. Ha frugato in una tasca dell’impermeabile e ha tirato fuori una corda marroncina.
«Sei mai stato legato da una donna?» ha chiesto.
Il tono era sarcastico, vagamente ovattato dalla seta del foulard, probabilmente stava mascherando la sua vera voce.
Mi ha afferrato per una spalla e mi ha voltato a pancia sotto. A legarmi mani e piedi non ci ha messo più di un paio di minuti. Io potevo vedere solamente il pavimento che girava attorno a me mentre le corde mi si stringevano attorno a polsi e caviglie. Poi mi ha fatto piegare le gambe e mi ha incaprettato.

Lezioni di Tenebra (2011), edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse.

Eppure questa piccola, micidiale pistola non è dotata di un silenziatore. Roba da matti, direte voi, fantascienza purissima. Nossignore, il semplice genio di qualche maniaco omicida che, mentre voi perdevate tempo guardando Rintintin in televisione, si scervellava su come sparare a qualcuno senza farsi sentire e senza girare con una pistola silenziata lunga un metro.
Il segreto, mesdames et messieurs, sta nella cartuccia. Al momento di tirare il grilletto, il percussore colpisce il fulminante che da fuoco alle polveri e fin qui non c’è nulla di sensazionale, funzionano tutte così le pallottole. Ma nel momento in cui avviene lo scoppio all’interno del bossolo, a spingere la pallottola fuori dalla canna non sono i gas dello sparo ma un pistone che nel contempo sigilla il bossolo impedendo ai gas di fuoriuscire. Siccome a fare baccano, quando si spara, sono proprio i gas compressi che escono dalla canna, la MSP, non avendone, è totalmente silenziosa.
La MSP è una pistola di dimensioni contenute e di forma compatta e schiacciata, perfetta per essere nascosta su di sé e usata sorprendendo l’avversario che non avrà nemmeno il tempo di mandarvi a quel paese. Come abbiamo detto, ha due canne sovrapposte, niente tamburo o caricatore, è un’arma a due colpi. Le cartucce sono montate due a due, tenute insieme da una clip in acciaio e vengono inserite assieme nella pistola. Non c’è estrattore o espulsore e sia i bossoli sparati, sia le eventuali pallottole inutilizzate vengono levati dall’arma per mezzo della famosa clip. Questo serve ad assicurare che nessun bossolo venga lasciato sulla scena del crimine, evitando tutte quelle conseguenze che ben conoscono coloro che sbavano davanti alle prodezze di Grissom e compagni.
Il grilletto è ad azione singola, con due cani interni separati, che vengono armati con una leva che sporge in avanti dal ponticello del grilletto e che deve essere tirata con le dita verso il basso. Una volta che l’arma è stata caricata e chiusa, la leva dev’essere azionata per armare il cane.
Una sicura può essere inserita quando l’arma è carica e con il cane armato. In questo modo eviterete di spararvi in un piede. Siccome non fa rumore non ve ne accorgereste e potreste morire dissanguati.
Le semplici tacche di mira sono fissate alla pistola e sono intese per un uso a bruciapelo. Infatti, a causa del sistema a cartuccia silenziata, il proiettile esce dalla canna a una velocità di soli 200 metri al secondo, cosa che, se corre proprio in fretta, permette alla vittima di farla franca. Non è vero, ma se dovete sparare a vostra suocera con questo arnese, il consiglio è: fatelo da vicino.

Riepilogando;
Tipo: azione singola
Calibro: 7.62×38 SP-3
Peso (scarica): 530 gr.
Lunghezza: 115 mm.
Lunghezza canna: 66 mm.
Carico: 2 pallottole in canne separate