Jeu de rapprochements

La mia carissima amica Catherine, dopo aver letto Troppo piombo, ha lavorato sulla figura molto complessa di Gaspar Wendling, il miserabile giornalista al quale sono dovuti gli accadimenti più raccapriccianti nella vicenda del romanzo.
Wendling non lo vediamo che in un’occasione, per il resto lo sentiamo soltanto nominare. Ma siamo testimoni della sua vigliaccheria e assistiamo alla miseria della sua condizione di uomo debole, avido e privo di principi.
Lo scritto di Catherine è un gioco di accostamenti sulla figura del gaspard, il topo di chiavica, da cui Wendling pare proprio prendere il suo nome.

Gaspar Wendling de Troppo Piombo : un personnage de littérature
Par Catherine Beaunier

On le voit peu. On en parle beaucoup. Celui à cause de qui tout arrive.
Son nom… un symbole : Gaspardus du sanskrit Gathaspa, celui qui vient voir.
Wendling fourre son nez partout, dans la merde de préférence.
Gaspard, surnom donné au rat.
Gaspard-le rat qui, à l’instar des gaspards du film de Pierre Tchernia vivant dans les sous-sols de Paris, évolue dans l’ombre et le glauque (le lugubre, le sinistre, le sordide).
En effet, à ce nom surgissent à l’esprit les égouts, les cachots, les immondices, la peste. L’avarice.

Troppo Piombo: Nous y sommes allées de mille euros chacune que nous lui avons donnés. L’idée de Gaspar était de rassembler un groupe de délinquants de ses amis qui auraient fait passer à Nadège une petite heure de pure terreur.

Wendling est bien un rat. Aussi âpre au gain, ambitieux, cynique, froid, calculateur et délateur que son homonyme de La Fortune de Gaspard de la Comtesse de Ségur; parfois lui aussi troublé par de vagues remords.
A la lecture très descriptive et glaçante de la présence nocturne dans les ex Ateliers Felissi de Nadège d’abord, puis de Daphnée et bien sûr à chaque fois du funeste Gaspar Wendling (seul moment du livre où on le voit et l’entend directement), comment ne pas penser au poème à l’atmosphère cauchemardesque d’Aloysius Bertrand Gaspard de la nuit et à sa mise en musique par Ravel dont la noirceur évoque la mort.

Extraits de Un Rêve d’Aloysius :
Il était nuit… une abbaye aux murailles lézardées par la lune- une forêt percée de sentiers tortueux- et le Morimont* grouillant de capes et de chapeaux.
Ce furent ensuite… le glas funèbre d’une cloche auquel répondaient les sanglots funèbres d’une cellule- des cris plaintifs et des rires féroces dont frissonnait chaque fleur le long d’une ramée- et les prières bourdonnantes des pénitents noirs qui accompagnent un criminel au supplice.
Ce furent enfin…un moine qui expirait couché dans la cendre des agonisants- une jeune fille qui se débattait pendue aux branches d’un chêne- et moi que le bourreau liait échevelé sur les rayons de la roue.

Dans Troppo Piombo, lieux inquiétants aussi : La nuit.
Les bâtiments sombres d’une vieille usine abandonnée et délabrée avec ses machines rouillées, ses ferrailles, ses ordures, les fenêtres sales et cassées comme des bouches édentées, béantes dans l’obscurité (on pense aux monstrueuses gargouilles du Moyen-Age).
La banlieue en une période de troubles, avec des groupes de jeunes qui errent sans but. Atmosphère tendue, voitures en flamme, lueurs d’incendies, bruits d’émeutes, de sirènes.
Dédalle de ruelles
Endroit mal éclairé : une vingtaine de bougies puis trois ou quatre.
Le viol, l’horreur infligé à Daphnée. La réflexion de Gaspar W. aux voyous: Regardez dans quel état vous avez mis cette pauvre fille… mais son esquive.

Daphnée eut envie de vomir, de ne plus sentir la douleur, de ne plus rien sentir… Elle rampait et pleurait…Les tôles lui avaient griffé la peau et avaient lacéré ses vêtements. 

A notre Gaspar Rabelais aurait pu dire:
Science sans conscience n’est que ruine de l’âme.
Comme le célèbre brigand provençal Gaspard Bouis de Besse, il désire faire fortune par ruse, malice et séduction. Il finira lui aussi fait comme un rat, non pas écartelé par la roue et décapité – à chaque époque sa méthode – mais achevé sur un tas d’immondices par un justicier sadique.

*  Place Morimont a Digione, dove avvenivano le esecuzioni con la ghigliottina

Les italiens alla Scientifica, ma quella vera…

The real thing. Toccare con mano

Ieri mi è capitato di vivere una di quelle esperienze che nella vita di uno scrittore di romanzi noir sono importanti come per un pasticcare saper fare la crema chantilly. Una di quelle giornate che ti fanno conoscere un mondo che tante volte hai descritto senza conoscerlo a fondo e che, alla fine di un pomeriggio molto intenso, ti lasciano totalmente stupefatto.
In breve, un amico, al quale sono molto riconoscente, mi ha portato in visita  al Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Generale Anticrimine della Polizia di Stato.
Inutile dire che siamo lontani mille miglia dalle stronzate che ci propinano a CSI Las Vegas. Qui si tocca con mano la cosa reale, si percepisce una preparazione coi fiocchi, si conoscono persone competenti che ti sanno raccontare il loro mestiere speciale con parole semplici e chiare. Davanti agli occhi ti si apre un mondo che fino a quel momento ti eri inventato e che ti accorgi essere molto più affascinante delle palle che ti propinano in tivù e su molti libri.
Intanto la Scientifica è un organo di supporto. Non compie indagini, non arresta nessuno, non partecipa a sparatorie e non dà ordini agli investigatori. Compie piuttosto un lavoro importantissimo di assistenza agli organismi inquirenti.
Un’altra grande differenza con i cugini del piccolo schermo sono le differenti mansioni all’interno dell’organizzazione scientifica. Siamo abituati a vedere Grissom e compagni farsi tutta la trafila delle indagini; vanno sulla scena del crimine, fanno i rilievi, raccolgono i reperti, tornano in laboratorio, se li studiano, li analizzano, indagano i sospettati, li inseguono, li arrestano e li portano dentro. Non si capisce bene cosa ci stia a fare, a Las Vegas, la Polizia Giudiziaria.
Nella realtà, sulla scena del crimine ci va la Squadra Sopralluoghi. Sono loro che fanno i rilievi e raccolgono i reperti. Ad esaminarli ci penseranno i loro colleghi nei vari settori: l’esperto di dattiloscopia si occuperà delle impronte digitali (e qui ci sarà poi da aprire un’interessante parentesi), quello della balistica si occuperà delle armi, toccherà all’esperto in contraffazione e falsi  valutare soldi e documenti. E via discorrendo.
Parlando di impronte digitali, ho scoperto che il sistema AFIS, acronimo dell’Automated Fingerprints Identification System, nominato in dozzine di telefilm, l’abbiamo inventato noi. È in uso quotidiano nelle polizie di parecchie nazioni, Stati Uniti compresi, ma l’idea è nata in Italia, dove, fin dalla sua nascita, l’analisi delle impronte digitali è sempre stata all’avanguardia. Mi è stato tra l’altro spiegato che a metà degli anni 2000, e penso che chi fa il mio mestiere lo ricordi, molti immigrati dai paesi extracomunitari arrivavano nel nostro paese con le impronte seriamente compromesse nel tentativo di cancellare le impronte con acidi, lime e altri sistemi, nel tentativo di nascondere la propria identità. Questo pare abbia mandato in palla il sistema di identificazione alias dell’AFIS, che si occupa, tra le altre cose, di ricercare gli alias, nomi differenti utilizzati per svariati motivi dalla stessa persona, vagliando le impronte degli immigrati entrati nel nostro paese raccolte nei centri di accoglienza. A questo si è ovviando analizzando le impronte palmari delle mani che hanno più o meno le stesse caratteristiche dattiloscopiche delle dita. È nata così l’idea di un APIS, Automated Palms Identification System, che alla lunga ha scoraggiato la pratica di cancellare le impronte.
Insomma, si direbbe che i nostri siano all’avanguardia.

Altro settore interessante è la Balistica. Ho potuto vedere di persona come si analizzano proiettili e bossoli trovati sulla scena di un crimine e come vengono fatte le ricostruzioni di sparatorie e altri fatti di sangue. Un tecnico molto competente mi ha raccontato di segni identificativi, rigature della canna e sistemi per identificare l’arma usata in un delitto. Ho potuto vedere da vicino il microscopio da comparazione per proiettili e constatare di persona quanto pesa una mitraglietta israeliana Uzi. E soprattutto ho saputo che questo lavoro lo fanno le persone e non le macchine.  Pare infatti che il famoso IBIS, Integrated Ballistics Identification System, un gioiello piuttosto costoso messo a punto dalla polizia su una piattaforma sviluppata da una compagnia di ricerca forense canadese, non sia in grado di interpretare le rigature lasciate dalla canna sui proiettili. Questo lo rende quindi molto meno efficace di quanto film e televisione ci abbiano fatto immaginare. Il sistema è soltanto in grado di fare una ricerca nell’archivio, restituendo un certo numero, in genere piuttosto alto, di reperti compatibili. il vero lavoro di comparazione lo fanno i tecnici con la loro esperienza. Pare che adesso sia stato inventato un IBIS 3D, in grado di fare un lavoro più preciso interpretando le rigature, ma da quello che ho capito sarà sempre l’uomo ad avere l’ultima parola.

Ma, proseguendo nel mio giro esplorativo, cosa mi ha lasciato davvero a bocca aperta è il settore contraffazione e falso del quale sapevo poco o nulla. Mi è stato detto che, dopo la droga, quello della falsificazione è il secondo business, per importanza, della criminalità organizzata. Non avete idea del livello di sofisticazione al quale riescono ad arrivare i falsari che procurano documenti contraffatti in giro per il mondo. Riescono a simulare inchiostri cangianti, inchiostri a rilievo, ologrammi, filigrane, fibre e quant’altro. Sono in grado di staccare la pellicola trasparente del vostro passaporto, dividere in due il foglio di carta e sostituire la parte identificativa con i dati anagrafici e la foto di un’altra persona. Questo dopo avervelo fregato. Hanno una conoscenza straordinaria dell’anatomia di ogni tipo di documento, sanno simulare fibre anomale, micro incisioni al laser, inchiostri che al tatto devono essere in rilievo. Possono cancellare la foto da un documento identificativo di plastica sostituendola con un’altra. Riescono a diffondere documenti contraffatti che mettono a dura prova l’abilità dei tecnici della scientifica. Insomma un mondo di cose da pazzi. E la lotta non si ferma mai perché la ricerca di nuove tecniche per fregare i controlli è inarrestabile. Per non parlare del denaro. Ho avuto tra le mani banconote false da 50 e 200 euro che chiunque mi avrebbe potuto rifilare senza la minima difficoltà. Penso, d’altra parte, di aver imparato qualcosa di più per riconoscerle. E poi monete, timbri postali, assegni. Tutto viene contraffatto a questo mondo.
A questo proposito, ho saputo che esiste una sola ditta al mondo che produce l’inchiostro cangiante che viene usato per stampare le banconote. Tutte le zecche del mondo lo comprano da loro e per averlo sono necessarie procedure di estrema sicurezza. Non ricordo il prezzo di un chilo di quella roba, ma il costo si aggirava attorno a quello di una Aston Martin, franco più, franco meno. Nessuno lo può avere se non attraverso canali ufficiali e altamente controllati. La mancanza di questo elemento è la principale debolezza della cartamoneta falsa.

E per finire c’è una chicca. Vi ricordate di Gorky Park? A un certo punto del film, per identificare le vittime di un feroce omicidio alle quali erano stati tolti faccia, denti, impronte e qualsiasi altra forma di identità, ne venivano ricostruiti i volti partendo dal loro teschio scarnificato. Be’, alla scientifica di Torino c’è anche questo.  Ho conosciuto un tecnico, ma sarebbe meglio chiamarlo un artista, in grado di ricostruire in maniera impressionante le fattezze di un individuo da identificare, partendo dal suo cranio bollito e spolpato. Dopo aver esaminato i resti per stabilire l’età probabile del soggetto, si parte con la ricostruzione. Seguendo una delle due procedure accreditate a livello internazionale, si applicano un certo numero di cilindretti di diverse altezze che indicano lo spessore della muscolatura sulle diverse parti della testa che viene poi applicata con fogli di cera che ne simulano le fibre muscolari. Ogni elemento del viso, naso, occhi, bocca, labbra, eccetera viene dettato da un protocolla che, tenendo conto della conformazione ossea del teschio, indica quale direzione prendere. Il tecnico che compie questo lavoro deve attenersi strettamente a questo protocollo, dimenticando le proprie sensazioni e ignorando il proprio senso artistico. Il risultato, coadiuvato dalla medicina legale e ordinaria, TAC e compagnia bella, è sbalorditivo.

Com’è stata sbalorditiva questa giornata sul campo, utilissima e interessante, della quale devo ringraziare di cuore tutti coloro che hanno permesso che succedesse. Ho avuto il privilegio e il piacere di parlare con le persone vere, quelle che fanno il lavoro sul campo, e di sentire i loro racconti, di percepire la passione e la professionalità di chi fa questo mestiere in condizioni spesso difficili. Sono entrato in contatto con l’umanità di queste persone, ho condiviso i pensieri e ne sono uscito arricchito.
D’ora in avanti guarderò a questo settore delle indagini con occhio molto diverso.

Torino, novembre 2011

Intervista su Nero Café

Un intervista pubblicata dal blog Nero Café sul numero 2 della rivista Knife.
L’intervista è a cura di Francesco G. Lo Polito

Partiamo dalla domanda forse più abusata, quella che tormenta ogni autore dalla notte dei tempi. C’è chi scrive per sedurre il mondo, chi per desiderio di fama e gloria, chi per condividere la sua visione estetica, chi per tante altre ragioni. Perché scrive Enrico Pandiani? E come vive la scrittura?
Sostanzialmente scrivo perché sono un grafomane, perché mi piace raccontare, perché mi permette di evadere da una quotidianità nonostante tutto ripetitiva. Non sono un gran parlatore, mi piace piuttosto ascoltare quello che dicono gli altri. Del resto, ogni volta che apro bocca offendo qualcuno o mi ci metto a litigare. Quindi preferisco star zitto. E scrivo. Sono io il primo a godere delle cose che vengono fuori dalla mia testa, mi piace rileggerle, modificarle, anche se alla fine ho sempre bisogno di qualcuno che mi dica se funzionano o meno. E naturalmente mi fa molto piacere che coloro che leggono i miei romanzi si divertano e passino qualche ora piacevole immersi nelle storie che racconto; senza di loro non sarebbe che un esercizio sterile. La scrittura mi rilassa, mi tranquillizza, mi sistema i bioritmi, almeno per ora non mi preoccupa mai. A parte leggere, è la cosa più coinvolgente che mi capiti di fare con il cervello.

Lei è definito spesso, oltre che scrittore per passione, grafico per necessità. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna per chi nota l’aspetto visivo della sua scrittura, ricorda le sue prove sulla rivista Orient Express, e segue sul suo blog il lavoro che c’è dietro le copertine dei suoi libri. Viene da pensare che le due vocazioni siano in realtà molto più legate di quanto sembri a prima vista. In che modo?
Penso che anche la grafica racconti delle storie, soltanto lo fa in maniera diversa dalla scrittura. Dietro l’impaginazione di una rivista o l’illustrazione di una copertina c’è un processo mentale non troppo differente da quello della scrittura. Anziché una serie di parole, si mettono in fila immagini e segni dando in questo modo una chiave di lettura a chi ne fruisce. A seconda di quanto siano riusciti, un impaginato o un disegno possono coinvolgere o lasciare del tutto indifferenti. Così come può capitare di mollare un libro alla decima riga perché la scrittura non ci piace, si può chiudere una rivista o una brochure perché la grafica è brutta o malfatta. Sono entrambi processi creativi, spesso molto legati tra loro, ma la scrittura è forse più intima e coinvolgente. L’aver disegnato per anni storie a fumetti credo mi abbia dato un certo amore per la descrizione visiva, per la scansione veloce, soprattutto nelle scene d’azione, e per la sintesi. Non ho infatti una grande passione per i thriller troppo lunghi.

Parliamo un po’ del commissario Mordenti e dei suoi Italiens. Come sintetizzerebbe il nucleo attorno a cui nascono le storie di questa squadra di poliziotti della Brigata Criminale di Parigi?
Mordenti, Servandoni e Coccioni sono il residuo di un nucleo originario. Sono i sopravvissuti a una specie di guerra quotidiana, gli eredi dell’idea di qualcuno che non c’è più. Sono loro la squadra de les italiens. Quello che cerco di rendere nei miei romanzi è il loro essere una specie di famiglia dove Alain è il vecchio saggio, Jean-Pierre il figlio scavezzacollo e Michel il giullare sempre di buon umore. Forse la storia trita e ritrita dei tre moschettieri, ma con un côté sentimentale tutto loro e un cameratismo in qualche modo di sinistra. Il loro lessico, il non essere né francesi né italiani, la loro goliardia un po’ intellettuale e l’insofferenza per l’autorità e per il potere costituito sono ciò che li fa essere i miei personaggi. Leila, Didier e gli altri flic sono un po’ come i parenti stretti, fanno parte del gruppo ma non ne condividono la storia e il dolore. Vedere questi caratteri emergere romanzo dopo romanzo, sentire che i lettori ne parlano come di persone reali incontrate qualche minuto prima, è un’esperienza che mi lascia senza fiato. Nella stesura di una trama, la maggior parte del tempo la concentro sui personaggi, su ciò che si dicono, su quello che fanno e sulle loro emozioni.

L’ambientazione francese dei suoi romanzi è parsa ad alcuni insolita e ad altri, che hanno colto una certa somiglianza tra Parigi e la sua Torino, logica e coerente. Mi domando però cosa sia questo qualcosa d’indefinito che fa di Parigi uno scenario perfetto per qualsiasi storia e, nel suo caso, per dei romanzi noir. Come lo descriverebbe?
Parigi è un’arma a doppio taglio, una bella donna che ti seduce per tradirti non appena le volti le spalle. Capita che i miei romanzi arrivino in finale ai premi di scrittura ma, salvo un’unica eccezione, il fatto che si svolgano in Francia si rivela perdente; c’è sempre qualcuno che ne ha scritto uno, che so, sulla naja e alla fine vince lui. Scherzi a parte, non so se Parigi abbia alcunché di indefinito, probabilmente sì, ma al di là del fascino indiscutibile è una città nella quale io mi perdo volentieri. Nonostante i quattro milioni di turisti all’anno, esistono ancora molti posti nei quali si può vagare in solitudine cercando l’ispirazione. Puoi scoprire ogni volta luoghi nuovi, scorci meravigliosi, spazi così grandi da mozzare il fiato. Più di una volta mi è capitato di dover inventare una scena solo per poterla ambientare in un luogo che mi era piaciuto in maniera particolare. Con Torino i punti di contatto sono certamente molti; in piccolo forse, ma la somiglianza c’è. Vicoli strettissimi, grandi corsi, aperture inaspettate, molto verde e il fiume che attraversa la città. Ha in più una bellissima collina e la corona delle montagne che la circonda.

Si dice che per uno scrittore è impossibile frequentare per molto tempo gli stessi personaggi senza investire in loro una buona parte di se. A parte Jean-Pierre Mordenti, a quale si sente più legato? Chi potrebbe essere il protagonista di una storia tutta sua?
Più che una frequentazione, alla fine si tratta di una vera e propria convivenza. Mi capita molto spesso di ragionare sui miei personaggi ventiquattr’ore al giorno, soprattutto quando sto lavorando a un nuovo romanzo, vale a dire quasi sempre. Sono loro la parte che mi interessa di più, c’è quindi il bisogno costante di dedicare loro le mie attenzioni, di pensare a quello che faranno, a cosa si diranno, come si trarranno d’impiccio o che piega prenderà la loro storia. Naturalmente entrano in gioco i miei gusti, le mie passioni, le cose che mi piacciono di più, le cose che ho letto e delle quali, loro, tendono ad appropriarsi piuttosto spesso. Di sicuro Mordenti è il mio punto focale, è lui che determina la piega che prenderà il romanzo, lo stato d’animo che ne verrà fuori e la quantità di tensione che legherà tra loro i vari personaggi. Però il mio preferito è Servandoni, la colonna portante della squadra, quello calmo, riflessivo, con più esperienza. È anche il personaggio nel quale tendo di più a identificare me stesso e di sicuro il più adatto per una storia tutta sua.

Con Lezioni di tenebra siamo arrivati alla terza inchiesta di Mordenti, che qui tocca il suo lato più oscuro, una sorta di discesa agli inferi, se così si può dire. Sembra quasi che questo stia diventando per lui un gioco al rialzo. Mi è parso di notare atmosfere e temi progressivamente più cupi a partire da Les Italiens, passando per Troppo piombo fino ad arrivare all’ultimo libro. Cosa sta cambiando in Mordenti e in che direzione si muove?
In questo mondo che sta andando a rotoli, dove la democrazia non è più una certezza e tutto quanto ti si sfalda davanti, non mi sembra che ci sia molto da stare allegri. È difficile per me pensare in maniera positiva e questo probabilmente si riflette nei miei romanzi. Mi piace però molto il contrasto tra una storia cupa e l’ironia un po’ cinica che ne frantuma l’oscurità, una buona risata è ancora più piacevole quando è inaspettata. Trovo che in questo momento la gente sia in linea di massima portata all’individualismo, la politica stessa ti impone di farlo, e questo crea un terreno molto fertile per uno che voglia raccontare delle storie. In quanto a Mordenti, beh, il commissario si trovava in bilico tra la figura dello sciupafemmine e quella del ranger solitario, entrambi caratteri che detesto, per questo in Lezioni di tenebra volevo che esplorasse il suo lato oscuro. Gli serviva qualche facciata contro il muro e, soprattutto, doveva consolidare la sua fragilità, se mi passa questa contraddizione in termini, per trovare una solitudine più umana. Questa è la direzione che voglio per lui, una dimensione più reale, dove assieme a cameratismo e divertimento ci siano anche sofferenza, dubbi e malinconia.

Lei ha spesso notato negli autori italiani di gialli e noir un certo eccesso di serietà, quasi di tristezza. Si direbbe che la realtà del nostro Paese in caduta libera non autorizzi l’umorismo. Quali sono i vantaggi dell’ironia in un genere come il noir, e fin dove si può arrivare?
In alcuni romanzi di autori italiani, a prescindere che mi siano piaciuti o meno, ho trovato una certa tendenza all’azione pura e semplice, a un certo compiacimento superficiale della forza bruta, cose che portano a tralasciare gli ingredienti che in un romanzo io amo di più, il sentimentalismo, l’ironia e una buona dose di umorismo. Altri si immergono in storie e atmosfere attorno alle quali si è già letto moltissimo, tentando di dare una nuova verginità a personaggi che difficilmente ne possono avere una. Ne risultano storie tetre, poco credibili e poco coinvolgenti. Del resto ho notato come, al contrario, molti lettori apprezzino queste storie, quindi la mia finisce per essere un’opinione squisitamente personale. A ogni modo immagino sia diventato difficile fare qualcosa di veramente nuovo, il déjà vu è sempre dietro l’angolo. Al contrario, c’è ancora molto spazio per chi si voglia raccontare in maniera personale. Ora dirò una cosa per la quale potrei venire crocifisso: non mi piacciono i romanzi di Jean-Claude Izzo, li trovo troppo melensi e piagnucolosi. Preferisco la secca violenza di Manchette o la graffiante ironia di Malet, i cui personaggi non si piangono addosso. Le storie che preferisco sono quelle non troppo lunghe, con personaggi sfaccettati, a volte fragili, che sbagliano ma sanno ironizzare con humour sui propri errori e sulle proprie debolezze. Non vado matto per il troppo tecnicismo, specie quando trasforma un romanzo in una sorta di documentario e neppure amo i supereroi senza macchia e senzapaura, quelli che sparano con una pistola per mano e che vincono sempre, magari saltando fuori da una buca nella terra profonda tre metri, nella quale il cattivissimo di turno li ha sepolti dopo averli feriti gravemente. L’ironia aiuta a parlare di temi dolorosi e difficili, ma non può nulla contro le esagerazioni alla Tarantino.

In un’intervista fattale dalla scrittrice Marilù Oliva lei ha affermato, a proposito di violenza, che la realtà dei giornali supera ormai la fantasia di qualsiasi scrittore. Solo per fare l’avvocato del diavolo: perché allora scrivere ancora romanzi noir o anche solo realistici, se la vita ormai supera l’arte?
Che sia fisica, verbale o mentale, la violenza è un concetto che ormai viviamo quotidianamente. Si leggono cose sui giornali che fanno accapponare la pelle, che farebbero impallidire la maggior parte degli scrittori di noir. Però, alla fine sono cose crude, fredde, scaturite spesso da motivi banali. Io non sono assolutamente interessato alla cronaca giudiziaria, quando invento una storia parto sempre da un particolare che ha attirato la mia attenzione e sul quale costruisco una trama di fantasia. Cerco naturalmente di rimanere nel limite del credibile, non amo spararle troppo grosse. Voglio che i miei lettori ci pensino su e poi dicano: beh, tutto sommato si potrebbe anche fare. Mi diverte piuttosto far trapelare la cronaca attraverso i giornali che leggono i miei personaggi, magari scherzandoci su e prendendo in giro le notizie. La violenza, invece, è necessaria al genere poliziesco, le mie storie ne sono impregnate, ma mi sforzo perché non diventi mai compiacimento. Bisogna sapersi fermare, basta una parola di troppo per snaturare un’azione rendendola spiacevole e splatter.

Lei ha iniziato con una piccola casa editrice, la Instar, e da poco ha fatto il “salto nel buio” con Rizzoli. Come si vive la scalata ai vertici della grande editoria?
Non mi azzarderei a definirla “scalata”, ancora non ho piantato manco un chiodino nella parete. Il solo fatto che Rizzoli mi abbia cercato e che pubblichino il mio romanzo è già una sensazione indescrivibile. Da lì a fare scalate, credo che la strada sia ancora lunga. Cerco di non pensare al giorno della pubblicazione e di proiettare sul mondo una signorile indifferenza, ma, in realtà, da un lato faccio fatica a contenere l’entusiasmo e dall’altro sono roso dalla tensione. Quello che mi aspetto, uscendo con Rizzoli, è che gli Italiens di Mordenti entrino in migliaia di case e che il mio commissario raccolga un numero sempre maggiore di estimatori. Uno scrittore non è nulla senza i lettori, la loro opinione e i loro consigli sono di estrema importanza. Uno scrittore non è un divo né deve vivere nella sua torre d’avorio, lo scambio con il mondo è essenziale alla sua sopravvivenza. Quindi, la maggior parte delle mie energie viene impiegata a questo fine. Con Instar è stata una bellissima stagione, hanno fatto moltissimo per me e l’amicizia e la riconoscenza che ho con l’editore e la redazione non credo siano state chiuse dietro una porta. Una cosa è certa, per me questo mondo è ancora tutto nuovo e coinvolgente.

Per concludere, la nostra domanda di rito. Enrico Pandiani ha un tavolo prenotato al Nero Cafè. Chi starà aspettando?
Immagino che sul tavolino ci siano quattro bicchieri di Muscadet, quindi non ci sono dubbi, a minuti arriveranno il commissario Sanantonio e gli ispettori Bérurier e Pinaud. Il quarto bicchiere è per me. Nella serie degli incontri impossibili, questo è forse quello che mi divertirebbe di più. Per dirne una, leggendo le loro storie è iniziata la mia passione per la scrittura, e ancora oggi mi sento molto influenzato da ciò che di loro mi è rimasto appiccicato alle dita, il ritmo delle avventure, i dialoghi surreali e le scene platealmente rivoltanti. L’idea di avere davanti a me Bérurier che divora tartine spalmandosele sulla cravatta mi orripila e affascina allo stesso tempo. Per non parlare dello charme maschio, insolente e un po’ cafone di Sanantonio, che chiacchiera infilando le mani su per le gonne della cameriera, o lo spettacolo di Pinuche che si accende il mozzicone di sigaretta dandosi fuoco ai baffi. Sarebbe un gran piacere e sicuramente una serata esilarante.

I posti de les italiens: l’Île aux Cygnes

Quella particolare visione dal basso

Al commissario Mordenti e alla sua squadra piace il fiume, quel grande nastro verdognolo che attraversa Parigi scorrendo sempre per di là. Questo mondo parallelo, seconda via di scorrimento della città, li attrae trasportandoli attraverso una visione urbanistica completamente differente. Una visione dal basso verso l’alto, dove la pietra ti sovrasta e tutto scorre più lentamente, anche il tempo.
Le brutture del mestiere si annidano anche tra le sue sponde, nascondono crimini che devono essere scoperti, corpi che si rivelano all’improvviso in tutta la loro crudezza.
Ogni volta che un battello a motore dell Fluv, la polizia fluviale, li trasporta lungo il Front de Seine, la bellezza dei palazzi visti da quella posizione straordinaria si mescola all’inquietudine per ciò che Mordenti e i suoi ragazzi si stanno recando a vedere. Il lato brutto della vita, quello che per un flic della Crim è pane quotidiano.
In Lezioni di tenebra, (Instar Libri, 2011) questo avviene accanto a un luogo di grande fascino e morbida tranquillità, l’Île aux Cygnes.

Ho guardato l’acqua verde del fiume che ribolliva di schiuma allontanandosi dalla poppa del battello. Le nuvole riflesse si ondulavano come deformate dal calore, per poi ricomporsi nuovamente poco più in là. Abbiamo incrociato due grandi bateau mouche che risalivano la corrente in direzione del Vert Galant. Stavo guardando distrattamente la mole color ruggine della Tour Eiffel che sfilava accanto a noi quando Wassim mi ha portato una tazza di caffè fumante.
«Per te, commissario» ha detto con un sorriso.
«Grazie» ho detto, «ne ho proprio bisogno.»
Avevo conosciuto Wassim Bedreddine parecchio tempo prima, in circostanze che avevano messo in pericolo la pelle di entrambi. Sbirro della Fluviale e genero di Servandoni, amava l’acqua e quella visione dal basso che offre la città mentre scorre sopra di te come se appartenesse a un altro universo. «Sul fiume, tutto è più pulito» diceva spesso. Quando gli avevo offerto di entrare nella squadra si era semplicemente rifiutato di lasciare il suo lavoro. Per questo, se c’era bisogno di andare in barchetta sulla Senna, Alain chiamava sempre lui.
«Ci metteremo altri dieci minuti» ha detto, «se ti serve qualcosa, sono là davanti.»
Ha raggiunto Servandoni a prua. Il mio socio stava fumando una delle sue pestilenziali sigarette e intanto chiacchierava con il flic al timone. Il sole stava cominciando a picchiare di brutto ma l’aria del fiume era fresca e piacevole.
Siamo passati davanti alla Maison de Radio France, poi il battello si è infilato nel canale tra l’argine del fiume e l’Île aux Cygnes. Il pilota ha ridotto la velocità lasciando il lungo isolotto a babordo. Superato il pont de Grenelle, ha puntato verso i due prefabbricati galleggianti del Port d’Auteuil.
Sull’argine c’erano sbirri a frotte, in divisa e in borghese. Sciamavano sul lungofiume cercando di avere un’aria indaffarata. Due sommozzatori della Fluv stavano entrando nell’acqua in quel momento, calandosi dalla stretta piattaforma a lato di uno dei piccoli edifici flottanti.
Autopattuglie, furgoni e ambulanze erano parcheggiati sul boulevard con i lampeggianti accesi. In quel marasma ho intravisto la figura del dottor Delarche che aspettava diligentemente la fine dei rilievi ben sapendo che le sue pazienti non sarebbero andate da nessuna parte.
Il collega di Wassim ha ridotto al minimo la velocità, poi, mentre la prua del battello si infilava tra il Poton des Glénans e l’altro edificio, ha frenato invertendo la spinta del motore in un ribollire di schiuma biancastra. L’imbarcazione si è fermata di sbieco contro una balaustra di metallo grigio alla quale Wassim l’ha ormeggiata con una cima bianca.
Un fotografo della scientifica stava riprendendo la scena del crimine, appollaiato su uno dei tralicci che tenevano ancorati i casotti alla riva. I cadaveri erano stati abbandonati contro l’argine di pietra, semisommersi nell’acqua torbida del fiume tra rifiuti di ogni genere. Due donne nude, legate schiena contro schiena per il collo, i gomiti, la vita e le caviglie. Una delle due sporgeva sopra il pelo dell’acqua, l’altra era quasi completamente sommersa.

L’antica Île des Cygnes nacque dalla fusione di varie isole minori, l’île des treilles, l’île aux vaches, l’île Maquerelle, l’île de Jérusalem et l’île de Longchamp. Nel 1782 vi si fabbricava l’olio di interiora d’animale, l’huile de tripes, che serviva ad alimentare i réverbères, i lampioni della citta.
Verso la fine del XVIII secolo questa lunga lingua di terra che un tempo ospitava la Riserva Reale dei Cigni e sulla quale era solito passeggiare Russeau, venne incorporata alla riva sinistra (oggi vi sorge il Musée du Quai Branly). Proprio di fronte, era stata intanto edificata una specie di diga che seguiva, dritta come una banchina, il corso del fiume. Gradualmente, nonostante di cigni non ve ne fosse manco l’ombra, quest’isola artificiale lunga e sottile conosciuta come Digue de Grenelle, prese il nome di Isola dei Cigni.
Creata nel 1827, l’isola faceva parte del complesso del Port fluvial de Grenelle, realizzato tra il 1824 e il 1829 secondo il piano urbanistico per la plaine de Grenelle. Artefici del prodigio gli imprenditori e consiglieri municipali (la solita pastetta) Léonard Violet et Alphonse Letellier che, con l’aggiunta di una stazione fluviale e con il pont de Grenelle, completarono il progetto.
Lunga 890 metri e larga 11, dal 1878 l’Île aux Cygnes (la nostra) offre in tutta la sua estensione una bellissima promenade racchiusa tra due quinte vegetali, per un totale di 322 alberi di 61 specie differenti. Il posto è molto particolare, lontano dai rumori della città, estremamente piacevole per passeggiare, pensare, flirtare, riprendersi da una depressione o dimenticare il partners che ti ha cornificato l’ultima volta. Vi si possono incontrare coppiette di innamorati, gente che fa jogging, senzatetto che bivaccano in tende colorate o perdigiorno che osservano il fiume. Se vi serve la quiete pressapoco assoluta, questo è il posto che fa per voi.
Percorrendo l’isola si passano ben tre ponti ai quali serve da basamento centrale, il Pont de Grenelle, che taglia la punta occidentale dell’isola e dal quale si può scendere sulla passeggiata tramite una rampa d’accesso, il Pont Rouelle o pont SNCF-Passy-Grenelle che taglia l’isola a metà e il Pont de Bir-Hakeim che ne taglia la punta orientale e che provvede una seconda discesa al fiume.
Durante l’Exposition internationale des arts et techniques del 1937 L’Île aux Cygnes ospitava gli straordinari padiglioni de la France d’Outre-mer, un variopinto insieme di sontuosi edifici che parevano galleggiare sull’acqua. Peccato non esserci stati.
Sulla punta occidentale dell’isola, solenne sul suo piedistallo, si erge la più grande delle due riproduzioni della Statua della Libertà che si trovano a Parigi (l’altra è al Jardin du Luxembourg). Libby Junior si trova sull’isola dal 1886, tre anni dopo l’installazione della sorella più grande nella baia di New York. Si tratta di una fusione in bronzo ottenuta da un modello di studio originale dello scultore Frédéric Auguste Bartholdi. Fin dal 1884 il Comitato degli Americani di Parigi aveva lanciato una sottoscrizione per farne dono alla Francia e il modello originale in gesso alto 11 metri venne inaugurato nel maggio del 1885 in Place des Etats-Unis. La successiva scultura in bronzo, realizzata due anni più tardi nel corso dell’Esposizione Universale di quell’anno, fu trasportata sull’Île aux Cygnes nel giugno 1889 in occasione del centenario della Rivoluzione francese. Venne inaugurata in pompa magna il 4 luglio dal presidente Carnet.
Non è certamente imponente come la sorellona americana, ma è comunque il punto d’arrivo emozionante di una bellissima passeggiata. Giungendo al fondo dell’isola, quando le chiome degli alberi si aprono sul fiume, la presenza oltre l’arcata del Pont de Grenelle di questa figura così conosciuta in un luogo che non le appartiene, è una visione di emozionante bellezza.  In Lezioni di tenebra, al contrario, per l’amico Mordenti rappresenta la fine di una brutta giornata.

L’alcol mi ha dato una bella botta fissando quelle immagini nella mia testa in maniera indelebile. Un odio come quello non lo avevo provato in tutta la mia vita, riuscivo a toccarlo, potevo plasmarlo e dargli forma. Sembrava vivo.
«Non voglio che sui giornali esca una sola parola di questa specie di messaggio» ho detto cupo. «Non voglio nomi, né fotografie. Soprattutto non voglio che circoli il nome di quella troia, vediamo di non farne un personaggio. Fammi il favore di parlarne a Le Normand.»
Alain ha messo una Gauloise tra le labbra e l’ha accesa sfregando un fiammifero sul ponte. Ha soffiato una nuvoletta bianca che si è stemperata nel sole. «Ci penso io» ha detto.
I due cadaveri sono stati adagiati sull’argine. Il fotografo ha ancora scattato qualche particolare della scritta, dei nodi e dei fori di proiettile. Poi le hanno separate. Delarche si è avvicinato per gli esami di rito, mi ha scorto e ha fatto un segno per dirmi che mi avrebbe chiamato più tardi.
Il mio sguardo ha incrociato quello di Bremond che si trovava accanto al dottore. Come padrone di casa, per ora l’indagine competeva al suo commissariato. Ho risposto al cenno di saluto che mi ha fatto, poi ho indicato le due donne. Poi ho indicato Alain e me. Volevo fosse chiaro che si trattava di roba nostra. Ha assentito cupamente con un leggero movimento del capo.
Un paio di flic hanno isolato la zona con dei paraventi mobili per nascondere i corpi alla vista dei curiosi. Delarche ha aperto la borsa e ha cominciato le sue pratiche disgustose.
«Andiamo via di qui» ho detto a Wassim.
Il suo collega ha acceso il motore e tutto lo scafo si è messo a tremare. La cima d’ormeggio è stata slegata, poi il battello ha rinculato staccandosi dalla riva con uno scossone. Mentre mi rimettevo in piedi, l’aria del fiume mi ha schiaffeggiato violentemente la faccia. Mi sono sporto oltre la murata e ho vomitato nell’acqua, due lunghi conati che mi hanno portato via anche lo stomaco.
Alain ha aspettato che mi pulissi con il fazzoletto poi mi ha ridato la sua fiaschetta. Ho bevuto un bel sorso di rum. È sceso bruciando lungo la gola facendo del suo meglio per rimettermi in sesto.
Il timoniere ha compiuto un ampio giro scivolando al di là dell’isola. Siamo passati davanti alla Statua della Libertà, poi abbiamo messo la prua a nord-est e l’imbarcazione ha cominciato a risalire lentamente la corrente.

Nel 2007 l’Île aux Cygnes è diventata uno scalo del porto autonomo di Parigi con un imbarcadero e un posto d’ormeggio.
Percorrerla nella sua lunghezza ci conduce attraverso un paesaggio urbano che mescola il nuovo con l’antico, la pietra con il ferro e l’acqua con il cielo. Osservando le grandi péniches e le chiatte ormeggiate sulle rive della Senna si ha quasi l’impressione di trovarsi sul ponte di una grande barca di pietra che si muove senza tempo lungo la corrente del fiume.

I posti de les italiens: I Grands Boulevards

I grandi archi gialli di Ludovico Magno

Spesso il turista si comporta come uno di quei ronzini che trascinano per tutta la vita la loro carrozzella in alcune delle gradi città europee, con dei bei paraocchi che gli permettono di vedere quello che sanno, ignorando stoicamente tutto ciò che non conoscono o di cui non hanno mai sentito parlare. Basta mettergli un secchiello di biada davanti al naso e dargli una pedata nel sedere.
Il turista non si lascia quasi mai trasportare dal venticello, camminando qui e là dove ti porta l’estro, preferisce arrivare in città, spalancare la guida e mettersi in coda per visitare questo, quest’altro, quello e quell’altro ancora. Non si pone nemmeno il problema che ci siano cose non segnalate sulla sua Baedeker che vale magari la pena di vedere. Parigi è piena di posti ignorati, alcuni sono delle solenni minchiate, altri ti lasciano di stucco.
Un giorno di parecchi mesi fa mi trovavo a Parigi con moglie e figlio, moglie che aveva un cantiere in corso e, di conseguenza un’occupazione, e figlio che bramava per fare qualcosa con il paparino suo.
Decidiamo di andare al cinema a vedere non so più cosa, che, per combinazione davano al Grand Rex, cinema di cui avevo sentito parlare e che da tempo bramavo vedere. Siccome ne parlo abbastanza diffusamente qui, al momento lo tralasciamo.
Fatto sta che assieme al pupo mi ritrovo in un posto da urlo. Per la cronaca, questa avventura si svolge nel decimo arrondissément su in alto, nella zona dei Grands Boulevards, dove la gente va in genere a vedere quella puttanata di Musée Grevin delle cere e non si accorge, di regola, del posto strabiliante che gli sta attorno. Ci si arriva con una quantità industriale di metropolitane, qualcuna più in qua e qualcuna più in là, ma anche se dovete fare qualche passo pour y aller, non c’è mica da strapparsi i capelli. Parigi è bella tutta, ogni passo è un oh di meraviglia.
Ad ogni modo, il giorno seguente ho spedito il pargolo in cantiere con la mamma e io sono tornato a passare una mezza giornata gironzolando in quei posti. Stavo scrivendo Lezioni di tenebra e avevo giusto bisogno di un bel posto dove ambientare una delle scene clou.
Le vedettes della zona sono due meravigliosi archi trionfali, quello della Porte Saint-Martin e quello della Porte Saint-Senis. Sono grandi, gialli, imponenti, carichi di storia e di decorazioni. Al contrario degli archi di trionfo canonici sono costruiti parallelamente al corso. Distano tra loro circa duecento metri e sono divisi dal boulevard de Sébastopol che, diventando poi de Strasbourg, forma un’arteria che attraversa la parte alta di Parigi dall’Hôpital Saint-Lazare fin giù alla Senna.
Leggiamoci un pezzetto da Lezioni di Tenebra, la terza esplosiva inchiesta de les italiens, poi vi rompo i coglioni con un po di storia.

Ho aspettato qualche secondo, poi sono uscito dal bistrot per non farmelo scappare. Davanti al teatro non c’era più nessuno, lo sconosciuto era sparito. Ho preso rabbiosamente a calci un pacchetto vuoto di sigarette che qualcuno aveva gettato per terra. Coglione di uno sbirro, se avessi avuto una macchina fotografica, in mezza giornata avrei saputo chi era quell’uomo. Martine me lo diceva continuamente: «Dammi retta, piedipiatti, portati sempre in tasca una di quelle compatte.»
Martine…
Gustave stava camminando a passi spediti lungo boulevard Saint-Denis. Continuava a guardarsi alle spalle come se adesso avesse l’impressione di essere seguito.
Ho attraversato la strada per continuare il pedinamento dal marciapiede opposto, tanto lo sapevo bene dove stava andando. Camminava veloce, ravviandosi continuamente i capelli con aria inquieta. All’altezza dell’arco della Porte Saint-Denis ha attraversato boulevard de Bonne Nouvelle con il semaforo rosso, scatenando un putiferio di clacson. Poi, senza rallentare, è salito a passo svelto su per rue Beauregard.
Non c’era molto passaggio, da quelle parti, così gli ho lasciato un buon vantaggio prima di infilare a mia volta la salita. Sentivo i suoi passi echeggiare davanti a me, sempre più veloci e lontani. Sono arrivato in cima giusto in tempo per vederlo entrare nel portone di casa.
Il sottomarino, un furgone grigio con dipinta in giallo sui fianchi la ragione sociale di una ditta di lavori idraulici, era parcheggiato una decina di metri più avanti. Ho superato il portone e gli sono passato di lato dando due piccoli colpi sulla portiera. Dall’interno altri due colpetti hanno risposto al mio saluto.
Metz aveva fermato la Rénault Scénic sulla pista ciclabile dall’altra parte della strada. Ho percorso rapidamente l’isolato che ci separava e sono montato chiudendomi la porta alle spalle. Mi sono lasciato andare contro lo schienale con un sospiro insoddisfatto.
Constance e Maëlis si sono voltate a guardarmi.
«Pensavamo l’avessi perso» ha detto una. «Che diavolo è successo» le ha fatto eco l’altra.
«Ha incontrato un tizio» ho borbottato, «giù alla Porte Saint-Martin.»
«Uno dello studio?» ha detto Maëlis.
«Macché, mai visto prima. Si sono parlati e Gustave si è messo a fare il diavolo a quattro. Ho paura che ci sia dentro fino al collo, mi sa che aveva ragione lei, tenente.»
«Che cosa si sono detti?»
«Non ne ho la più pallida idea, ero troppo lontano.» Ho abbassato il finestrino per far entrare un po’ d’aria, poi mi sono sfilato la giacca. «Quell’uomo ha cercato di calmarlo, ma Gustave sembrava fuori dalla grazia di dio.»
Cercando di stringere ho raccontato quel poco che avevo potuto vedere. Un camioncino coperto di ruggine e polvere si è fermato davanti al portone di casa Deshayes. Ne sono scesi due uomini che hanno scaricato quattro grandi cristalli dopo averli liberati dall’intelaiatura che li sorreggeva. Da una finestra del secondo piano si è affacciata una signora anziana che li ha salutati. Due minuti dopo gli ha aperto il portone. Scambio di battute, risate, pacche sulle spalle, poi i vetrai hanno afferrato un paio di cristalli ciascuno e sono entrati in casa tutti insieme.

La Porte Saint-Denis e relativo arco monumentale, il più bello dei due, si trova all’incrocio tra la cosa, la rue Saint-Denis (dopo l’arco, rue du Faubourg-Saint-Denis) e i boulevard de Bonne-Nouvelle e Saint-Denis. È vidente che da queste parti il santo andava fortissimo, quasi tutto porta il suo nome.
Per altro, la cosa, la rue Saint-Denis è una delle strade più antiche di Parigi, e pare risalga addirittura all’epoca romana. Era la via che nell’antichità conduceva i pellegrini alla basilica omonima che si trovava fuori dalle mura della città.
Siccome santi e madonne non erano proprio ben visti, nel periodo della Rivoluzione francese, la cosa, la rue Saint-Denis venne chiamata rue deFranciade. Risalendola, cosa per altro piacevolissima da fare a piedi, si arriva dritti dritti alla porta in questione. L’arco di trionfo pare sia stato ispirato dall’arco di Tito a Roma. Siccome Parigi si stava ingrandendo, la cinta fortificata di Carlo V venne sostituita da una sorta di barriera fiscale che si materializzò sotto forma di un muro e di qualche boulevard. Le porte fortificate che risalivano al medioevo vennero così sostitutite da archi di trionfo.
La grande scritta dorata sulla sommità dell’arco, Ludovico Magno, indica che l’arco della Porte Saint-Denis venne eretto, naturalmente a spese della comunità, su ordine di Luigi XIV dall’architetto François Blondel, molto raccomandato a corte e direttore nientemeno che de l’Académie Royale d’Architecture. Dovendo celebrare le vittorie che, stando comodamente seduto a palazzo, il Re aveva avuto sul Reno e nel Franche-Comté venne riccamente e, bisogna dire, magnificamente addobbato dallo scultore Michel Anguier. Due grandi obelischi si elevano ai lati dell’arco, ricoperti di trofei, mentre ai loro piedi due figure sedute, scolpite dai disegni di Lebrun, rappresentano le Province unite. I bassorilievi sopra l’apertura raccontano l’attraversamento del Reno e le figure allegoriche del reno e dell’Olanda vinti sotto forma di una donna afflitta.
Verso la fine del pomeriggio, quando la luce del sole si tinge di arancione, le sue lame di luce rendono questo monumento straordinariamente godibile. Tutta la zona circostante è fantastica, un pezzo della città bello e variegato con piccole vie che si arrampicano in salita, collegate tra loro da piccole scalinate e i grandi corsi dalle fogge più disparate. Magnifico il boulevard Saint-Martin con i suoi marciapiedi rialzati, che dalla Porte Saint-Martin conduce a place de la République.
Interruzione pubblicitaria :)

Ho raggiunto Michel che arrancava affaticato. Assieme a lui c’erano due giovani flic della Crim.
«Piantiamo tutto» ho detto infilando la giacca, «adesso li imbarchiamo e li portiamo dentro per interrogarli.»
«Così, di punto in bianco?»
«Esatto, fatevi aprire il portone e andate su a prenderli.»
«E per quel cane cosa facciamo?» ha chiesto uno dei suoi accompagnatori.
«Quale cane?» ho chiesto.
«Qualche stronzo ha abbandonato un cane lungo la via» ha detto Coccioni indicando con il pollice alle proprie spalle. «Voglio chiamare la protezione animali per farlo prelevare.»
Mi è preso un bel batticuore, tipo i tamburi della giungla misteriosa.
«Di che cazzo di cane state parlando?» ho rantolato.
«Un botolo bianco e nero» ha detto Coccio,
«Con tutto il culo rosa» ha detto il suo scudiero.
«Andate su da quei due» ho urlato correndo giù per la strada, «e fate venire qualcuno per frugare l’appartamento.»
Al fondo della discesa sono passato accanto al cagnetto bianco e nero. Vedendomi passare di corsa ha abbaiato un paio di volte. La troia lo aveva attaccato a uno di quei paletti di metallo nero che impediscono alle auto di parcheggiare.
Ho aumentato l’andatura sbucando sulla spianata della Porte Saint-Denis. Mi sono guardato intorno; se aveva un’auto, tanti saluti, ma c’era la possibilità che fosse diretta al metro. Ho scavalcato la ringhiera del marciapiede e sono saltato sul selciato sottostante, poi via di corsa verso la fermata Strasbourg-Saint-Denis.
L’ho vista mentre attraversavo il boulevard, una macchia rosa che spariva inghiottita dalle scale della metropolitana. Avevo recuperato un po’ di vantaggio ma da lì ad acchiapparla era tutta un’altra storia. Scendendo a precipizio gli scalini dell’ingresso sapevo già di averla persa. La stazione era piena zeppa di gente che entrava e usciva dalle gallerie. Mi sono fermato un secondo, dovevo ragionare in fretta.
Tre linee, la 9, la 8 e la 4, nemmeno a testa o croce potevo fare. La 9 e la 8 tagliavano in diagonale andando verso le periferie mentre la 4 portava verso il centro. Ho scelto quella.
Scavalcando il tornello con un balzo mi sono fatto di corsa il tragitto fino alla pensilina, direzione Porte d’Orléans. Ho divorato l’ultima scala quattro gradini alla volta, mentre la sirena segnalava la chiusura delle porte. Sono salito sul treno per un pelo, la giacca m’è rimasta presa tra gli sportelli, un piccolo spettacolo extra per i pendolari.
Siamo partiti. Nel vagone nessun impermeabile rosa, ammesso che non lo avesse buttato in un bidone dell’immondizia prima di salire sul treno. La fermata successiva è arrivata in un minuto e mezzo, una stazione enorme, il labirinto perfetto per scomparire in un baleno. Non appena si sono aperte le porte sono schizzato fuori. Ero sudato e il mio cuore andava a mille. La banchina era affollata, gente che saliva sul treno o diretta verso le uscite e le coincidenze. Ho infilato la mano sotto la giacca chiudendo le dita attorno al calcio della pistola e, chino come un cammello, ho percorso il treno nella sua lunghezza.
Era sul terz’ultimo vagone e mi ha colto quasi di sorpresa. C’è stato uno sparo amplificato dalle pareti della galleria, quasi un boato. Il finestrino davanti a me è andato in mille pezzi. Un tizio che avevo di fianco è crollato lungo e tirato senza emettere un suono.

Sempre costruita su ordine di Luigi XIV, è firmata Ludovico Magno pure questa, la Porte Saint-Martin è meno grandiosa dell’altra, ma con i suoi tre archi, due piccoli e uno grande, porta con una certa grazia il suo fascino asciutto ed essenziale. Venne eretta nel 1674 dall’architetto Pierre Bullet, già allievo di François Blondel. Si tratta di na costruzione in pietra calcarea a sbalzo con la sommità in marmo. Le due facciate sono ornate da quattro allegorie a bassorilievo.
Tutto è suggestivo in questo quartiere, vi si trovano pure alcune di quelle antiche gallerie di passaggio che vale veramente la pena visitare. Per i maniaci della cucina francese, esiste nelle vicinanze un posto strepitoso che si chiama le Bouillon Chartier. Lo si trova al 7 di rue du Faubourg Montmartre e si tratta di un’esperienza unica nel suo genere. Se vi piacciono la folla, la buona cucina e spendere relativamente poco, Chartier è il ristorante che fa per voi. Parlando di cifre, dalla sua apertura ai nostri giorni, le Bouillon Chartier ha già attraversato cento anni nei quali si sono succeduti soltanto quattro proprietari.
Aperta 365 giorni all’anno, questa sala è classificata monumento storico dal 1989 (ci hanno messo solo trecento anni ad accorgersi che valeva la pena). Non è dunque un esagerazione presentare Chartier come una vera istituzione della capitale e un condensato dello spirito parigino. Eccellente il famoso bouillon di carne e legumi che un tempo si poteva consumare al bancone pagando quattro soldi.
Insomma alla fine, gira e rigira si finisce sempre con le gambe sotto al tavolo. E con questo mi taccio e do un taglio a tutta questa storia. Ma se, la prossima volta che sarete a Parigi, avrete voglia di passare un mezzo pomeriggio in questi luoghi, di sicuro non ve ne pentirete.

Intervista su Il Sole 24 Ore Nord Ovest

Intervista di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore Nord Ovest (mercoledì 30 marzo, pag. 25)

«I miei personaggi? Nati sul Tgv»

Tre romanzi in tre anni, più di 12mila copie vendute e una saga noir – quella degli «italiens» della brigata criminale di Parigi – destinata a crescere. Tanto che il quarto capitolo delle avventure del commissario Mordenti e della sua squadra, dopo i primi tre pubblicati con la torinese Instar (Les italiens nell’aprile del 2009, Troppo piombo nel marzo 2010 e Lezioni di tenebra lo scorso febbraio), uscirà per Rizzoli. È tutta in ascesa la carriera letteraria di Enrico Pandiani, torinese, classe 1956, grafico per necessità e scrittore per passione.

Ha esordito tardi, ma ora sta bruciando le tappe.
«In realtà ho iniziato a scrivere, quando ero molto giovane, con le storie a fumetti pubblicate su alcune riviste, come il Mago e Orient Express. Poi ho tolto le vignette e sono rimaste le parole».

Come sono nati Les italiens?
«In 25 anni ho avviato una mezza dozzina di romanzi, rimasti a metà, che raccontavano la fuga di due personaggi antitetici: mi interessava il rapporto fra di loro e il tema della tolleranza. A scrivere mi divertivo, e mi diverto, tantissimo, ma lo facevo senza convinzione. Poi ho deciso di provarci davvero: ho scritto la prima pagina di Les italiens su un Tgv di ritorno da Parigi la mattina dell’1 gennaio 2007 e in sette mesi l’ho finito. Ed ero così entusiasta che ho iniziato subito il secondo».

Pensava che Les italiens sarebbe stato il suo romanzo d’esordio?
«Quando l’ho finito sentivo di aver lavorato meglio del solito. Ho fatto leggere il manoscritto a un’amica che ha una piccola casa editrice e lei mi ha incoraggiato. Così l’ho proposto alla Instar e loro non solo hanno deciso di pubblicarlo, ma con il mio romanzo hanno anche inaugurato una nuova collana. È stato stupendo».
E ora il passaggio a Rizzoli.

«È un salto nel buio, anche perché con Instar lavoro molto bene e vorrei continuare a farlo. Ma uno scrittore sogna che le sue pagine siano lette da più persone possibili e con Rizzoli spero che questo accada».

Progetti per il futuro?
«Ne ho una montagna: vorrei scrivere storie a fumetti sulle vicende dei personaggi “minori” dei miei romanzi; mi hanno proposto di fare una trasposizione cinematografica di Les italiens; poi sto lavorando a un libro per bambini con mio figlio, che ha otto anni; vorrei anche scrivere storie per ragazzi. Ma non ho tempo: quello dello scrittore è un lavoro per ricchi scapoli, mentre io ho un lavoro e una famiglia. Per fortuna»

Le armi de les italiens: la Leica M8

English text below

Un’arma per immortalare la gente

Nei romanzi del commissario Mordenti , in genere si punta e si preme il grilletto. Ma capita che a volte chi punta prema poi un pulsante. In Lezioni di tenebra, la terza inchiesta de les italiens, la sfortunata Martine possiede una Leica M8, oggetto che per tutto il romanzo Mordenti e la sua squadra cercano forsennatamente per scoprire che foto contiene. Eccone un breve brano.

Martine aveva scritto in stampatello Pinturicchio??? Tre punti interrogativi bastavano a rendere la cosa quantomeno interessante. Aveva poi cincischiato attorno alla parola con la biro e l’aveva ripassata diverse volte. Una freccia, ricalcata anch’essa più volte, portava a un’altra breve frase, con il lenzuolo avrebbero dei problemi, che era stata cerchiata nervosamente. Più in basso aveva schizzato un piccolo cristo in croce e una macchina fotografica dall’aria antiquata. Lo faceva sempre, una specie di tic, quando stava al telefono disegnava piccole, deliziose macchine fotografiche. Il crocefisso, invece, era una novità.
«Avete per caso trovato la sua Leica?» ho domandato senza distogliere lo sguardo dal foglio.
«La sua cosa?» ha detto Leila.
«La macchina fotografica di Martine, una Leica M8, se la portava sempre dietro.»
«Mi spiace, qui non abbiamo trovato nulla. A casa hai guardato?»
Ho sospirato. «Non ci ho fatto caso.»
«Questo ti dice niente?» ha detto Alain indicando il foglio.
Sotto alla parola Pinturicchio Martine aveva scritto Lavoro a Torino… parlarne al pistolero? Poi aveva cerchiato la frase diverse volte e infine l’aveva cancellata tirandoci sopra un paio di righe.
«Il pistolero sono io» ho detto, «forse voleva parlarmi di qualcosa, magari del suo lavoro.»
«Non eri il piedipiatti?» ha detto Alain.
«Dipendeva dalle situazioni» ho detto io.

La Leica M8 è la prima vera macchina fotografica range finder digitale della prestigiosa ditta di Solms, uno sputo di paese su dalle parti di Francoforte in Germania. Non è esattamente una macchina fotografica, è piuttosto un oggetto del desiderio, un mito, la fotografia nuda e cruda. O te ne innamori o la detesti. Una solida struttura in metallo, l’aspetto da fotocamera degli anni 50, tre pulsanti in croce e un automatismo sui tempi d’esposizione, punto e stop. Niente autofocus, niente diaframmi automatici, solo abilità manuale. Devi puntare il soggetto, mettere a fuoco, impostare tempi e diaframmi e poi scattare. E se ti viene, la tua fotografia ti farà fare un balzo per la sua bellezza. A volte l’errore, che in un moderno catafalco automatico non è quasi possibile, dà alla tua foto una sorta di valore aggiunto.
Chi decide di possedere questa meraviglia (che adesso è stata rimpiazzata dalla M9) ha a propria disposizione una gamma enorme di obiettivi che spazia dal 1950 a oggi. Comprando una M8, infatti, si deve essere pronti a intraprendere un lungo, faticoso, costoso ed eccitante viaggio nel tunnel della droga degli obiettivi Leitz. Perché non ne avrai mai abbastanza. Prima ti comprerai i nuovi Summarit che, spaziando tra i 1200 e i 1800 euro, sono, si fa per dire, quelli economici. Ma poi ti metterai a cercare, parlerai con altri leichisti e, prima di potertene accorgere passerai le tue giornate su eBay per comprare un Summicron guadagnando così 0,5 punti di stop. Ma a questo punto sarai ben lungi dall’esserne fuori, perché intanto ti sarà capitato di leggere delle meraviglie possibili con gli obiettivi Summilux Asferici (non ho mai capito che cazzo vuol dire ma pare sa una figata pazzesca), considerati i migliori al mondo. Vuoi non averne almeno uno o magari due, che so, un 50 e un 35? Senza accorgertene sei così passato dai 1500 euro iniziali ai 3000 e fischia delle lenti per fotografare in condizioni critiche di luce. I Summilux, infatti, sono f:1.4, ci fai quasi le foto al buio. Lo sa anche Caron, tecnico della scientifica parigina.

«Come mai è tutto mosso?» ho chiesto indicando a Caron le foto di Vastedda.
Si è schiarito la gola stirando quel suo lungo collo da tacchino. «Le condizioni di luce all’interno della mostra erano critiche» ha detto, «quindi, per avere un tempo di posa accettabile, la signorina Delvaux ha dovuto aprire completamente il diaframma. Questo comporta una profondità di campo estremamente ridotta.»
«Ho capito» ho detto, anche se non era vero. «Martine era una brava fotografa e queste sono tutte mosse.»
«Dall’angolo di ripresa direi che le ha scattate senza portare la fotocamera agli occhi, immagino per non farsi notare. Ci può scommettere le palle che fosse una brava fotografa, l’esposizione è eccellente e il soggetto è perfettamente a fuoco.»
Ci siamo guardati. Ha fatto un sorriso ebete. «Le chiedo scusa» ha detto, poi si è sistemato gli occhiali sul naso.
«Nessun problema. Mi dica, Caron, Si possono fare degli ingrandimenti?»
«Vuole scherzare?» ha detto prendendo in mano la Leica, «Questo obiettivo è un Summilux 35/1.4 asferico, il meglio che si possa trovare sulla piazza. Cosa devo ingrandire?»
Nelle foto Vastedda parlava in tutto con tre persone. Ho chiesto a Caron di farmi un particolare di ciascuna faccia. Le ho riguardate una per una lentamente, chiedendomi cosa mi stesse sfuggendo. La mia cicatrice si è messa a prudere, segno chiarissimo che qualcosa non mi tornava. L’ho massaggiata delicatamente con le dita, guardando le due ultime fotografie. Un uomo e una donna presi di spalle stavano percorrendo una specie di viale alberato. Accanto a loro si vedeva il muro di una chiesa. Nell’ultima fotografia si scorgeva parte della facciata e il tetto coperto di verderame. L’uomo aveva i capelli bianchi e poteva essere Vastedda. La donna, castana ed elegante, non avevo proprio idea di chi diavolo fosse.
Deslandes mi si è avvicinata porgendomi una tazza di caffè. Sorrisi, zero. L’ho ringraziata con un cenno del capo e ho bevuto un sorso di liquido amaro.

Comunque non è mica finita qui. Adesso avete un obiettivo Summilux, lo stato dell’arte della divinità, e il vostro solo problema è non far sapere a vostra moglie quanto vi è costato. Altrimenti vi ammazza. Ma il vostro cervello, ormai segnato dal bollino rosso di Solms, ha intanto scoperto che nell’universo Leica esiste l’oggetto assoluto, la divinità inarrivabile per molti, il santo Graal degli obiettivi fotografici: il leggendario Noctilux 50 mm.
Il Noctilux (solo a dirlo ti si rizzano i peli sulla schiena) è Grosso, nero, pesante, lucido e possente. I modelli passati vanno da f:1.2 a f:1.0 e ormai li si trova quasi esclusivamente sul mercato dell’usato. E chi li vende non li molla certo per un pugno di nocciline; preparatevi a tossire dai 3500 ai 5000 euro. In genere lo hanno persone molto ricche che invece di comprarsi una Canon Powershot da 350 euro si comprano la Leica e il Noctilux e poi fotografano il proprio cagnolino. E questo vi fa incazzare da morire, perché con quell’aggeggio, voi freste delle foto da urlo. A questo punto comincerete a mangiarvi le unghie cercando su Internet il coglione che ve lo venda per sbaglio a 500 euro, ma non lo troverete. Tutt’al più perderete i vostri soldi dandoli a un fellone che non aveva nessun Noctilux da vendere e vi ha inculati alla grande.
Il punto d’arrivo più alto, quello a cui tuti anelano e pochissimi (dentisti per lo più) arrivano, è il nuovo Noctilux 50/0.95. Sissignori, avete letto bene, 0.95. Sarà vostro per soli 7500 euro.
Ma nel momento in cui avrete preso atto che oltre certe cifre non ci potete arrivare, il tunnel della droga è ben lungi dal mostrarvi l’uscita. Gli obiettivi vanno da 12 a 135mm, ce ne sono di ogni tipo, lunghi, corti, larghi, stretti, piccoli, grandi e avrete voglia di provarli tutti. Alla fine vi butterete sui non meno mitici Voigtländer, oggi proprietà della giapponese Cosina, molto meno costosi dei cugini germanici, ma che poco hanno da invidiare in quanto a prestazioni (il mio 28/1.9 non lo cambierei con alcun 28 della Leitz).
Un’ulteriore distrazione del leichista sotto dipendenza sono gli accessori: soft-shutter release, la pelle del corpo macchina, il bollino nero invece che rosso, i vari tipi di tracolla, i grip per tenerla meglio e, soprattutto le custodie in pelle, le halfcase, che proteggono e danno un’aspetto un po’ vintage alla macchina fotografica. Le più famose sono quelle di Luigi Crescenzi, di Roma, che vende in tutto il mondo i suoi costosi prodotti fatti a mano.
Comunque, a un certo punto vi arrenderete e con le tre-quattro lenti che vi sono rimaste comincerete a fare fotografie sul serio. Il primo anno e mezzo lo avete perso nel tunnel della droga e, adesso che ne siete più o meno usciti (continuerete a grattarvi la guancia ogni volta che vedrete un’obiettivo che vi pace) potete finalmente capire cosa avete in mano. A qualsiasi matrimonio vi invitino, ad esempio, gli sposi preferiranno le vostre foto a quelle del fotografo ufficiale. Perché sono più vere, meravigliosamente imperfette, perché lo sfocato è da urlo e perché i bianchi e neri che avete fatto dal negativo digitale (DNG) lo farebbero rizzare anche a un morto.
Perché la Leica M8 (e adesso la M9) è più o meno la stessa fotocamera che utilizzava ai suoi tempi Cartier-Bresson, gli obiettivi sono quelli e tutto funziona nella stessa identica maniera. La sola cosa che è cambiata è che adesso non c’è più la pellicola ma un sensore. Per il resto devi saper fotografare, perché la fotocamera non fa nulla, devi fare tutto tu. Non ti basta puntare e schiacciare un pulsante, nossignore, ci devi pensare, devi valutare e impostare a seconda dell’effetto che vuoi ottenere. Oppure, se vuoi prendere al volo le tue foto, devi essere abbastanza in gamba da saper pre-impostare tempi e diaframmi. E devi diventare un manico con la messa a fuoco.
È un modo antico di fotografare, una cosa tipo l’uomo e la sua macchina fotografica. La fotografia con la Leica non è un’abitudine, è una passione, un apprendistato continuo verso qualcosa a cui non riuscirai mai ad arrivare.

Esiste in rete un Forum fantastico, un posto dove appassionati da ogni parte del mondo(leggi maniaci), professionisti o dilettanti che usano la Leica, si incontrano, chiacchierano, mostrano e commentano le rispettive fotografie. È un posto dove i problemi vengono risolti in brevissimo tempo da membri molto competenti e dove le amicizie spesso diventano reali. È il Leica International User Forum. L’abbonamento è gratuito, ma se volete strafare o diventare membri sostenitori potete cacciare un po’ di euro.

A weapon to immortalize people

In the novels of commissioner Mordenti in general they point and pull the trigger. But it may happen that someone points and clicks the shutter button. In Lessons of darkness, the third investigation of Les Italiens, the unfortunate Martine owns a Leica M8, an object that will be frantically searched for by Mordenti and his team through the entire novel since they want to know what kind of pictures are saved on the card. Here it is a passage.

Martine had written the word Pinturicchio??? Three question marks were enough to make it quite interesting. She had then sketched on the word with a pen and had gone over it again several times. An arrow, several times gone over as well, led to another short sentence, They’ll have some problems with the sheet, that had been nervously circled. On the lower side of the sheet of paper she had sketched a small Christ on the cross and a vintage-looking camera. She was used to that, sort of a fixation; when she was at the phone she drew many small, delicious cameras. The cross was something new.
«Did you find her Leica, by chance?» I asked without looking away from the sheet of paper.
«Her what?» said Leila.
«Martine’s camera, a Leica M8, she used to carry it with her.»
«We didn’t find anything like that here, I’m sorry. Did you look at home?»
I sighed. «I took no notice of that.»
«Is this ringing any bells?» said Alain pointing at the sheet.
Under the word Pinturicchio, Martine had written Job in Turin… Talk about that to the gunman? Then she had circled the sentence several times before erasing it with a couple of lines.
«The gunman it’s me» I said, «maybe she wanted to talk to me about that, maybe about her job.»
«I thought you were the dick» Alain said.
«It depends on circumstances» I said.

The Leica M8 is the first real digital range finder camera from the famous company in Solms, a small town close to Frankfurt in Germany. It’s not really a camera, it is more an object of desire, a myth, photography at its purest essence. You will either fall in love with it or you will hate it. A solid metal body, a fifties camera look, three simple buttons and some auto mode for exposure, just that. No autofocus, no automatic stops, just manual skill. You have to point the subject, focus, set the aperture and shutter speed and then shoot. That simple. And if the picture comes out ok you will be surprised by its beauty. Sometimes, an error, not possible on one of those huge automatic plastic monsters, will give your picture a special value.
Those who decide to own this marvel (that has been replaced by the new M9) have a wide variety of lenses to choose from, ranging from those made in the fifties to the most recent ones. When you buy an M8, in fact, you have to be ready to join in a long, wearing, expensive and exciting journey in the tunnel of drug addiction of the Leitz lenses. Because you will never have enough of them. You will first buy the new Summarit lenses that being between 1400 and 1800 dollars are the cheapest ones. But you will then begin to talk with other Leica users and before you can be aware of it you will spend your days on eBay searching for a Summicron so as to gain those bloody 0.5 points of stop. At this time you’re still far from being out of it, because in the meantime you happened to read about the wonders of the Summilux Aspherical lenses, reputed the best in the world. And you will want at least one of them or maybe two, the 50 and the 35. In short, you switched from the original 1400 to the present 3000 dollars and more of those lenses for critical light conditions (it sounds so cool). The Summiluxes, in fact, are f:1.4 and you can almost take pictures in the dark. Even Caron of the police forensics, in the novel Lessons of Darkness, knows it.

«How come that everything is blurred?» I asked Caron pointing at Vastedda’s pictures.
He cleared his voice stretching his long turkey neck. «Light conditions inside the exhibition were critical» he said, «this is why miss Delvaux had to fully increase the aperture in order to gain a correct exposure. That means a quite reduced depth of field.»
«I’ve got it» I said even if I didn’t at all. «but Martine was a good photographer and all of those pictures are blurred.»
«Given the vantagepoint I’d say she shot without taking the camera to the eye, I suppose not to be spotted. You can bet your balls she was a good photographer,  exposure is excellent and the subject is perfectly in focus.»
We looked at each other. He smiled dully. «I’m sorry» he said then he arranged his spectacles on his nose.
«Don’t worry about it. Tell me, Caron, can you make any enlargements out of these pictures?»
«You gotta be kidding» he said taking the Leica from my hands, «this is a Summilux 35/1.4 Aspherical, the best lens you can find on the market. What do you want me to enlarge?»
In the pictures Vastedda was talking with three different persons. I asked Caron to enlarge each face. I slowly looked at them again asking myself what I was missing. My scar started itching, a quite evident sign that something didn’t make sense. I gently rubbed it with my fingers looking at the last two pictures. A man and a woman taken from behind while strolling along a sort of a tree-lined road. Beside of them there was the wall of a church. In the last picture I could see part of the façade and the roof covered with verdigris. The man’s hair was white and he could even be Vastedda. The woman had brown hair and was quite elegant. I didn’t have the faintest who the hell they were.
Deslandes came close to me offering a mug of coffee. No smiles at all. I thanked her with a nod and i drank a sip of the bitter drink.

Anyway, it is still a long way to go. You now have your Summilux lens, the state of the art of the divinity, and your only problem is hiding from wife how much you have paid for it. Otherwise she would kill you. But in the meanwhile your brain, now marked with the Leica red dot, has discovered the absolute object, the divinity unattainable to many, the Holy Grail of photographic lenses: the legendary Noctilux 50mm.
The Noctilux (at only naming I shiver) is big, black, heavy, slick and powerful. Old models go from f:1.2 to f:1.0 and today you can only find them on the used market. And those who sell them do not slacken their hold just for pennies. Be prepeared to part from 4000 to 5500 of your beloved dollars. Generally speaking, very rich people, instead of buying a $ 350 Canon Powershot, buy a Leica and a Noctilux just to take pictures of their sweet little dog. And this makes you furious, because you would take some helluva good pictures with that lens. So you will start eating your nails looking on the internet for that moron that, for mistake, will sell you his Noctilux for no more than 700 dollars. That’s how you will end up loosing your money giving it to the felon that have no Noctilux to sell and fucked you in style.
However, the highest edge anybody tend but very few reach (mostly dentists) is the brand new Noctilux 50/0.95. Yes, my friends, it is correct, 0.95. It will be yours for only 10 grand.
Anyway, the moment you will take note of not being able to go beyond a certain amount of money, the tunnel of drugs is far from showing the light of the exit. Lenses go from 12 to 135 mm, any kind is available, short, long, wide, narrow, small, big and you will want to try them all. In the end you will switch to the not less legendary Voigtländer lenses, nowadays a property of Cosina Japan, much less expensive but with often nothing to envy in performance to their German cousins (I would not change my Ultron 28/1.9 with any Leitz one).
A further distraction for the Leica user under addiction are the accessories: soft-shutter release, the vulcanite skin, black dot instead of the red one, straps, grips and, above all, the leather half cases that protect and give your camera that pretty vintage look. The most famous are from Mr. Luigi Crescenzi in Rome that sells worldwide his hand made expensive products.
Anyhow, at a certain point you will give up and with the 3-4 lenses you have you seriously start taking pictures. You’ve lost the first year and a half in the Leica lenses tunnel of drug addiction and now that more or less you’re out of it (you will keep on rubbing your cheek any time you see a lens you like), you can now understand what you have in your hands. The married couple at any of the several marriages you are invited will always prefer your pictures to those of the official big-Canon/Nikon photographer. Because they are more true, so wonderfully defective, because the out of focus areas are so sexy and the B&W pictures you made converting your color digital negatives (DNG) would give even a dead man an erection.
That’s because the Leica M8 (and now the M9) is more or less the same camera Cartier-Bresson used to shoot with, those are the lenses and everything still works in the same way. The only difference is you no longer have film, you have a sensor. And you must be be good at taking pictures because it’s you that have to set everything, not the camera. Pressing the shutter button is not enough, no Sir, you have to think, evaluate and set everything according to the effect you want to gain. Or if you want to take action pictures you have to know how to pre-set stop and time. And you must gain a strong skill at hand focusing.
It is an old way of taking pictures, something like a man and his camera. With Leica, photography is not a habit, is a passion, an endless apprenticeship toward something you will probably never reach.

On the Net there is a fantastic Forum, a place where people from all over the world (read maniacs), pros or amateurs using Leica props, meet and chat, show and comment each other pictures. It’s a place where problems are quickly solved by very competent members and where friendship often become real. It is the Leica International Users Forum.

Mordenti e il sacerdote

Ieri sera ho ricevuto questa mail che mi ha fatto molto piacere e mi ha costretto a ragionare su alcuni miei atteggiamenti, sulle mie idee e su come sono fatto. Intanto ecco la mail.

Gentilissimo sig. Pandiani,
mi complimento con lei per come scrive e per come è riuscito a farmi divorare il suo libro in pochissimi giorni… ho appena finito di leggere Lezioni di tenebra e, come le dicevo, mi è piaciuto moltissimo; non sono un accanito del suo genere letterario (il giallo, il noir, o come volete chiamarlo…) ma mi sono ripromesso di leggere almeno un altro dei suoi libri (uno dei primi due). Non si sorprenderà se le dico che a scriverle è un sacerdote cattolico; quando si pubblica ci si mette in pasto proprio a tutti! Mi piace leggere, leggo molto e di tutto… e come le dicevo ho trovato il suo stile narrativo molto coinvolgente; tuttavia non ho potuto fare a meno di storcere il naso circa le figure “ecclesiali” che emergono dal suo romanzo, impastate, a mio avviso, dai luoghi comuni più triti e ritriti (il prete rincoglionito – quello del funerale – e quello corrotto e compromesso coi poteri forti, il vicario generale); intendiamoci: sulla mia categoria se ne leggono di peggio e di solito non mi metto a scrivere a tutti; tuttavia con lei lo faccio perché il testo mi è piaciuto così tanto che mi sembrava rovinato dalle considerazioni suddette. Mi sono chiesto: è mai possibile che tutti ritengano che siamo un mucchio di rincoglioniti, pedofili, corrotti e quant’altro senza guardare bene cosa c’è sotto, quanta umanità può avere un prete e quanta speranza può donare in nome di Cristo? Poi “ho fatto spallucce” e l’ho mandata gentilmente a quel paese!
Non si offenda…
Mi stia bene!

La mail era naturalmente firmata ma un nome non ha nessuna importanza. Come dicevo, leggerla mi ha fatto un immenso piacere, prima di tutto per i complimenti, che sono sempre un bell’incentivo a continuare e una gratificazione per l’ego, e poi perché non mi aspettavo che un uomo di chiesa potesse apprezzare le cose che scrivo. Questo mi fa pensare che, tutto sommato, dentro ai miei romanzi ci sia qualcosa di più che una semplice trama, delle botte e degli spari. Incidentalmente è proprio quello che speravo.
Ma tornando alla mail, non credo che da parte mia ci fosse l’intenzione di sfottere una categoria, i preti, o i religiosi o come volete chiamarli, molto semplicemente si sono formati due personaggi che nella trama di Lezioni di tenebra erano quelli di cui avevo bisogno.
Per primo, il sacerdote che esce dal funerale di Martine e dice a Mordenti una di quelle frasi che io ho sentito dire a dozzine di funerali, su quanto siano fortunate le persone chiamate in cielo dal buon dio, magari prima del previsto. Io penso che non sia così, almeno, a me seccherebbe tremendamente, quindi ci ho ironizzato sopra.

Per poco meno di un’ora il sacerdote aveva cercato di convincerci del culo che Martine aveva avuto a essere chiamata in cielo dal buon dio, mentre a noialtri poveri stronzi toccava di restarcene quaggiù a bere buoni vini, mangiare cibi deliziosi, scopare belle donne, soffrire, incazzarsi, picchiarsi, spararsi, odiarsi, amarsi e volersi bene. All’uscita mi si è avvicinato.
«Mi hanno detto che voleva bene a Martine» ha detto stringendomi la mano. Ho fatto segno di sì.
«Adesso lei è felice, figliolo» ha detto con un’espressione che diceva tutto il contrario, «in questo momento è lassù in compagnia di nostro signore.»
«Lassù sarà anche fighissimo, padre» ho brontolato, «ma ho l’impressione che se Martine potesse scegliere vorrebbe essere quaggiù con noi, non crede?»
Ha assentito brevemente col capo, poi mi ha restituito la mano. «Probabilmente è così, ragazzo mio, ma i disegni del buon dio sono imperscrutabili.»
Questione di opinioni. La cerimonia era finita e parecchia gente ha alzato i tacchi. Le Normand è tornato al suo elicottero, gli amici e i colleghi al loro lavoro, i maniaci a qualche altro funerale.

Il secondo, è Monsignor Radicati, vicario generale e personaggio succube del Marchese Raschera-Bettelmatt che lo ha plagiato e convinto a partecipare al suo folle progetto. Radicati è una figura senz’altro meschina, un debole facilmente impressionabile, ma non perché io pensi che sono tutti così, ma perché la trama richiedeva una figura come lui. Per questo ho deciso di calcare un po’ la mano.

Siamo tornati dal gruppo dei notabili tenuto sotto tiro da un gelido Rolland.
«Cosa intendete fare?» ha belato il monsignore.
«Lei chi sarebbe?» ho chiesto.
«Sono il vicario generale, monsignor Radicati» ha enunciato con una certa spocchia.
«Ho paura, monsignore, che il marchese l’abbia messa in un mare di guai.»
«Come si permette?» ha sbottato Raschera-Bettelmat che intanto aveva ripreso un po’ di colore.
Mi sono avvicinato a lui. «Dov’è Madame Satin?»
«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo» ha sibilato.
«Lei è finito, amico» ho detto, «le sue citazioni non le serviranno a nulla.»

A questo punto devo però precisare che, nonostante il mio totale agnosticismo, nel senso che non credo in alcuna religione, non sono così tonto o occluso da non vedere quanti sacerdoti, preti e altri religiosi abbiano dedicato la propria vita ad aiutare il prossimo in condizioni spesso difficili quando non estremamente rischiose. Non è importante in nome di chi si fa del bene, molti lo fanno anche se sempre troppo pochi. Se poi uno ci tiene tanto a fare del proselitismo, alla fine sono solo affari suoi. Ho conosciuto preti estremamente interessanti, non faccio distinzioni di razza, sesso, credo e preferenze quando si tratta di avere uno scambio intelligente con chicchessia. Nella mia famiglia mi è stata insegnata la tolleranza, oltre alla curiosità e al desiderio di conoscere.
Ho i miei bravi problemi con la religione e con la pesante interferenza che tutti i giorni, tramite la politica, ha con la mia vita, le mie idee e il mio diritto di fare scelte. Ma questo non basta a fare di me un mangiapreti perché non lo sono e non mi interessa esserlo. Per di più, cosa che ho molto apprezzato, l’amico che mi ha scritto si è rivolto a me parlandomi da uomo a uomo e non da sacerdote a uomo o da religioso a non religioso. È questa, penso, la vera forza della sua lettera. Per questo lo ringrazio anche di avermi gentilmente mandato a quel paese.
E mi è venuta una tremenda voglia, in un prossimo romanzo, di avere una figura come lui da far incontrare-scontrare con Mordenti. Sarebbe estremamente stimolante.
Quindi ci sto già lavorando sopra ;)

Lezioni di Tenebra: habemus papam.

La copertina della prossima inchiesta.

Alla fine, dopo alcune riflessioni con l’editore, la copertina di Lezioni di tenbra, la prossima inchiesta de les italiens,  è finalmente decisa.
Sulla decisione hanno pesato alcune questioni di carattere grafico, altre di carattere commerciale e, non ultime, poche ma decisive questioni di carattere visivo.
Tanto per cominciare, il giallo di fondo è stato fatto più brillante per differenziarlo dall’arancio scuro di Troppo piombo e dalla mano che regge la pistola sono stati tolti tutti gli anelli alle dita tranne uno per rendere la figura meno “metallica”. La fascetta che regge il logo FuoriClasse e che corre sul retro di copertina è diventata azzurra per meglio sposarsi con il giallo del fondo.

Sulla scelta è pesato anche il fatto che tutta la promozione nelle librerie era stata fatta con questa immagine. La donna legata, alla fine era troppo forte e rischiava di scadere in un clichet che abbiamo deciso di evitare anche grazie ai commenti che sono stati fatti da alcuni di coloro che hanno letto e guardato gli articoli sulla copertina e che gentilmente hanno espresso la loro opinione. Quando stavo scrivendo il romanzo, la forza di questo personaggio mi aveva ispirato la copertina (che io ancora trovo molto forte e con una punta perversa che non mi dispiace). Anche la macchia rossa dei capelli è più attraente del rosso delle corde sulla seconda ipotesi proposta.
E così, anche questo problema ce lo siamo levati dalle palle. È ok per me.
Per ringraziare i sostenitori di questa copertina e consolare quelli dell’altra, vi propino un pezzetto di Lezioni di tenebra che, se tutto va bene, sarà in libreria verso la metà di febbraio.

Nella piazza la gente andava e veniva, ce n’era tanta, troppa. Qualcuno mi ha guardato con un risolino. Fermo sull’angolo del marciapiede con l’aria avvilita e quell’impermeabile rosa in mano, dovevo essere irresistibile. Ho rimesso la camicia nei pantaloni e mi son dato una pettinata.
Ingoiando rabbia a ogni respiro sono tornato su rue Réaumur, via dedicata a quel benefattore dell’umanità freddolosa che ha inventato il termometro ad alcol. Stava passando un taxi, così l’ho fermato agitando la tessera di flic.
Il tassista ha inchiodato. Sul sedile dietro erano seduti due esseri di sesso femminile carichi di pacchetti e pacchettini.

«Polizia» ho tuonato aprendo la porta. «Devo requisire questo taxi, scendete prego.»
La più impavida, una bionda, ha cercato di fulminarmi con lo sguardo. «Ma come si permette?» ha strillato, stringendo al petto un sacchetto di Hermès.
«Signora» ho detto paziente, «è già arrivata fin qui a costo zero, le consiglio di non tirare troppo la corda.»
Sono scese dall’auto protestando e hanno ammucchiato i loro prezisi acquisti accanto al marciapiede. Erano proprio in tiro, la gonna giusta, le scarpe di moda, un giro dal coiffeur di grido. Ho premiato con un sorriso il loro patetico sforzo di sembrare signore.
«Vi prego di scusarmi» ho detto salendo sul taxi, «causa di forza maggiore.»
«Ma vai a prenderlo nel culo» ha detto la bruna.
«Dove andiamo, colonnello?» ha chiesto divertito l’autista.
Ho dato l’indirizzo di Gustave, poi gli ho sventolato un biglietto da cinquanta sotto al naso. «Se ci arrivi in meno di cinque minuti, ti pago la corsa di quelle due stronze e in più ti offro un pranzo alla Coupole.»
È partito sgommando, ha fatto un’inversione a «U» da galera a vita, poi ha infilato boulevard Sébastopole e lo ha divorato a centoventi all’ora. Mi sono lasciato andare sul sedile di morbida pelle color champagne, mentre la città scorreva accanto a me a velocità siderale. Mi tremavano le mani e non mi riusciva di fermarle, così le ho ficcate nelle tasche. L’avevo avuta tra le mani, giusto a portata del mio odio, e me l’ero fatta scappare. Ho chiuso gli occhi assecondando i movimenti della vettura, lasciando che mi cullassero almeno loro.

 

 

Un’altra copertina per Les italiens

La seconda copertina

Una delle tracce che devono seguire il commissario Mordenti e les italiens nella terza inchiesta della serie, li porta nel sottobosco del sadomasochismo, pratica che sembra essere il collante che tiene insieme i personaggi “cattivi” di Lezioni di Tenebra. Ho intervistato diverse persone che legano o si fanno legare non appena ne hanno lʼoccasione. Se ci si piglia la briga di fare una ricerca su internet, per esempio scrivendo Shibari, si scoprirà che gli appassionati del genere sono una quantità importante. Per questo ho pensato che la figura di una donna legata con un complicato groviglio di corde, come questo passatempo richiede, sarebbe stata unʼimmagine anche più potente della donna mascherata della prima copertina.
Il problema è che certe immagini sono complicate da trovare (come la volevo io) e da disegnare. Comunque mi sono messo alla ricerca e, come sempre, Flickr è stato risolutivo.

La prima a sinistra mi piaceva molto ma dato il tipo di copertina non era per niente adatta. La terza sembrava la più promettente, tagliata in una certa maniera sarebbe stata piuttosto forte. Purtroppo ho perso tempo facendo un tentativo malriuscito con la seconda. Ho cambiato la posizione della testa, lʼho disegnata, scannerizzata, ridisegnata con Illustrator e messa in copertina.
Ecco rapidamente il risultato.

Alla fine non mi piaceva la posizione e il corpo, per via della tetta che si vede a sinistra, pareva bolso e informe. Quindi mi sono messo a lavorare sulla terza immagine che avevo selezionato. Le quattro cose da fare erano trovare lʼangolazione giusta, il taglio più efficace, levare la biancheria intima e la maniera migliore di disegnarla. Ho provato a partire da un disegno su lucido scannerizzato e portato al computer, ma in Illustrator, con tutte le ombrette delle corde, cʼera da diventare scemi. Quindi ho provato a disegnarla a mano con una serie di pennarelli sottili come rapidograph.
Più o meno una cosa del genere.

Il risultato mi ingrifava ma ancora non ero del tutto contento. La posizione era ok, il disegno mi piaceva e lʼespressione della donna, la sua posizione e condizione comunicavano il giusto senso di tensione e disagio. Però la copertina mi sembrava in qualche modo piatta. Mancava qualcosa.
Nel primo tentativo, la sola cosa che mi piaceva era il colore delle corde. Così, ho riaperto il disegno su Illustrator e mi sono messo a tracciare la maschera della parte coperta dalla legatura. Una volta finito lʼho tinta di rosso, proprio come avevo visto in alcune fotografie di bondage Shibari su Flickr. Adesso lʼimmagine schizzava.
Ecco qua.

Insomma sono piuttosto soddisfatto. E anche indeciso, con una moderata tendenza verso questa nuova copertina. Mi sembra più intrigante dellʼaltra.
Ad ogni modo questi sono i soliti colori. Quale sarà quello giusto?
Ci devo ancora pensare.