Lezioni di Tenebra: habemus papam.

La copertina della prossima inchiesta.

Alla fine, dopo alcune riflessioni con l’editore, la copertina di Lezioni di tenbra, la prossima inchiesta de les italiens,  è finalmente decisa.
Sulla decisione hanno pesato alcune questioni di carattere grafico, altre di carattere commerciale e, non ultime, poche ma decisive questioni di carattere visivo.
Tanto per cominciare, il giallo di fondo è stato fatto più brillante per differenziarlo dall’arancio scuro di Troppo piombo e dalla mano che regge la pistola sono stati tolti tutti gli anelli alle dita tranne uno per rendere la figura meno “metallica”. La fascetta che regge il logo FuoriClasse e che corre sul retro di copertina è diventata azzurra per meglio sposarsi con il giallo del fondo.

Sulla scelta è pesato anche il fatto che tutta la promozione nelle librerie era stata fatta con questa immagine. La donna legata, alla fine era troppo forte e rischiava di scadere in un clichet che abbiamo deciso di evitare anche grazie ai commenti che sono stati fatti da alcuni di coloro che hanno letto e guardato gli articoli sulla copertina e che gentilmente hanno espresso la loro opinione. Quando stavo scrivendo il romanzo, la forza di questo personaggio mi aveva ispirato la copertina (che io ancora trovo molto forte e con una punta perversa che non mi dispiace). Anche la macchia rossa dei capelli è più attraente del rosso delle corde sulla seconda ipotesi proposta.
E così, anche questo problema ce lo siamo levati dalle palle. È ok per me.
Per ringraziare i sostenitori di questa copertina e consolare quelli dell’altra, vi propino un pezzetto di Lezioni di tenebra che, se tutto va bene, sarà in libreria verso la metà di febbraio.

Nella piazza la gente andava e veniva, ce n’era tanta, troppa. Qualcuno mi ha guardato con un risolino. Fermo sull’angolo del marciapiede con l’aria avvilita e quell’impermeabile rosa in mano, dovevo essere irresistibile. Ho rimesso la camicia nei pantaloni e mi son dato una pettinata.
Ingoiando rabbia a ogni respiro sono tornato su rue Réaumur, via dedicata a quel benefattore dell’umanità freddolosa che ha inventato il termometro ad alcol. Stava passando un taxi, così l’ho fermato agitando la tessera di flic.
Il tassista ha inchiodato. Sul sedile dietro erano seduti due esseri di sesso femminile carichi di pacchetti e pacchettini.

«Polizia» ho tuonato aprendo la porta. «Devo requisire questo taxi, scendete prego.»
La più impavida, una bionda, ha cercato di fulminarmi con lo sguardo. «Ma come si permette?» ha strillato, stringendo al petto un sacchetto di Hermès.
«Signora» ho detto paziente, «è già arrivata fin qui a costo zero, le consiglio di non tirare troppo la corda.»
Sono scese dall’auto protestando e hanno ammucchiato i loro prezisi acquisti accanto al marciapiede. Erano proprio in tiro, la gonna giusta, le scarpe di moda, un giro dal coiffeur di grido. Ho premiato con un sorriso il loro patetico sforzo di sembrare signore.
«Vi prego di scusarmi» ho detto salendo sul taxi, «causa di forza maggiore.»
«Ma vai a prenderlo nel culo» ha detto la bruna.
«Dove andiamo, colonnello?» ha chiesto divertito l’autista.
Ho dato l’indirizzo di Gustave, poi gli ho sventolato un biglietto da cinquanta sotto al naso. «Se ci arrivi in meno di cinque minuti, ti pago la corsa di quelle due stronze e in più ti offro un pranzo alla Coupole.»
È partito sgommando, ha fatto un’inversione a «U» da galera a vita, poi ha infilato boulevard Sébastopole e lo ha divorato a centoventi all’ora. Mi sono lasciato andare sul sedile di morbida pelle color champagne, mentre la città scorreva accanto a me a velocità siderale. Mi tremavano le mani e non mi riusciva di fermarle, così le ho ficcate nelle tasche. L’avevo avuta tra le mani, giusto a portata del mio odio, e me l’ero fatta scappare. Ho chiuso gli occhi assecondando i movimenti della vettura, lasciando che mi cullassero almeno loro.

 

 

Il bacio della principessa nera

Questo mio racconto è uscito sulle pagine torinesi di Repubblica il 21 agosto 2010 nell’iniziativa Un giallo in cento righe ideata dalla redazione per il periodo estivo.
Il racconto in origine si intitolava semplicemente Principessa. Il titolo è stato cambiato per esigenze redazionali.
Assieme al mio racconto ne sono stati pubblicati altri che potete trovare a questo indirizzo: Un giallo in cento righe

Il bacio della principessa nera
di Enrico Pandiani

Sono poco più che un pappone. Una volta ero uno sbirro, vestivo un’uniforme da poveraccio suo malgrado e fingevo di far parte dei buoni. È durato finché non ho conosciuto Sganzerla. Adesso porto le sue battone nere a clienti eccellenti che non hanno neppure il tempo di andarsele a cercare.
La scuderia Sganzerla, le più belle. Per me non sono che negre, hanno un odore diverso, un colore diverso e sono tutte uguali. Ma mi pagano e quindi va bene così.
Il corridoio puzzava. Saranno anche state il meglio, ma la loro tana aveva odore di umanità poco pulita. Nadifa era nuova, andava dressata, così ha detto Platania. Giusto l’altro giorno ho assistito a un bel pestaggio, due negre picchiate a sangue. È così che le fanno rigare dritto. Volevo dire qualcosa ma poi non l’ho fatto, non sono cazzi miei.
Ho aperto la porta della stanza. Nadifa si stava vestendo e si è coperta il seno con uno straccetto d’argento.
«Una battona che ha paura di farsi vedere nuda?» ho detto.
«Non sono una battona» ha detto lei.
Buon italiano, begli occhi, bella bocca, meglio delle altre. «E cos’è che sei, una principessa?»
Mi ha fissato senza espressione. «Aspettami fuori» ha detto asciutta.
Non avevo voglia di discutere, così mi sono chiuso la porta alle spalle. Ho fumato due sigarette prima che sua altezza si degnasse di uscire.
Porta Palazzo era scura, resa lucida da una pioggerella spray che rifletteva lampi vaghi e giallastri. Il mio umore, simile alla sporcizia che mi stava attorno, era anche peggiore della voglia di tirare avanti. Nadifa mi camminava accanto sul selciato umido, il portamento fiero di quelle zulù dei film di Tarzan. Il vestito di paillettes d’argento le stava come verniciato sulla pelle, pareva cromata. Mi è pure venuto duro nei pantaloni.
«Com’è che parli italiano così bene?» ho chiesto.
«Sono in Italia da tre anni, prima stavo a Milano.»
«Hai sempre fatto la puttana?»
«Ti ho detto che non sono una puttana.»
«Vai a letto con i clienti, no, com’è che lo chiami?»
«Non l’ho mai fatto, ero la donna di Sganzerla.»
«Sei caduta in disgrazia?» ho chiesto sogghignando.
Non mi ha risposto. Siamo saliti in auto e ho messo in moto.
«Beh, questa sera ti tocca, principessa» ho detto, «ti scopi uno stronzo di avvocato.»
«Ti sbagli» ha sussurrato.
Ha continuato a guardare davanti a sé mentre mi infilavo in corso Regina. Alle due di notte la città era deserta. Questa gente vive solo il fine settimana, specie quando il tempo fa schifo. Ho svoltato in via Vanchiglia, passato piazza Vittorio e proseguito per corso Cairoli.
Mi si sono affiancati al semaforo del ponte. Erano in due, Insalaco e il Rossi. Ho tirato giù il finestrino.
«Ciao Arnaud» ha detto Rossi, «cambiamento di programma. Entra nel Valentino e ferma dopo l’arco.»
«Platania non mi ha detto niente» ho borbottato.
«Lo ha detto a noi, non rompere e fai come ti dico.»
Intanto era scattato il verde. Ho attraversato il viale e superato quello schifo di arco coi muli e i cannoni. Mi sono fermato all’altezza della Latteria Svizzera. Loro mi sono venuti dietro, sono scesi dall’auto e Insalaco ha aperto la porta dalla parte del passeggero.
«Forza bella, smonta» ha detto tirando la principessa per un braccio.
I nostri sguardi si sono incontrati. È stato un attimo, i suoi occhi erano quelli di una bestia braccata. Poi è scesa.
«Gira l’auto e smamma» ha detto Rossi chinandosi sul mio finestrino.
«Cosa le volete fare?» ho chiesto.
«Non sono cazzi tuoi. Ti chiamerà Platania, adesso fila.»
Si sono allontanati verso l’orto botanico. Lei si è voltata ancora a guardarmi ma Rossi l’ha tirata via con uno strattone. Alla luce dei fari le paillettes d’argento parevano le squame di una sirena.
Avevo il batticuore. «È solo una negra» mi sono detto. Facendo manovra mi tremavano le mani sul volante, mi sono accorto che era rabbia. Ho fatto cento metri, poi ho spento i fari e ho parcheggiato. La pistola mi premeva contro il fianco. «Affanculo» mi son detto.
Sono smontato e ho rifatto il percorso in senso inverso. Il giardino era deserto e le mie scarpe di gomma non facevano rumore. Erano là davanti a me, diretti verso il fiume.
Camminando rasente la cancellata li ho seguiti fin oltre l’Armida e la Cerea. Non c’era un’anima e le vecchie canoe parevano strani animali addormentati nell’ombra. Il ticchettio dei sandali di Nadifa era il solo suono nel silenzio della notte. Li ho visti scendere in un giardinetto sotto al castello di Architettura.
Li ho osservati al riparo dei cespugli. Discutevano a bassa voce e non riuscivo a sentire cosa stavano dicendo. D’improvviso Rossi l’ha colpita con un ceffone cattivo. Le gambe della principessa si sono piegate ma è rimasta in piedi. Un altra sberla ed è caduta in ginocchio.
Mentre Rossi urlava incazzato, Insalaco l’ha spinta con un piede e l’ha buttata a terra, poi l’ha colpita con un paio di calci. Da quel mucchietto d’argento non è uscito neppure un lamento. Anche Rossi ha cominciato a prenderla a calci.
Allora ho deciso che bastava così.
«Cosa cazzo vi salta in mente» ho gridato facendomi sotto, «la volete ammazzare?»
Si sono girati di scatto. «Che diavolo ci fai qui?» ha berciato Rossi, «ti avevo detto di sparire.»
«Adesso basta» ho detto gelido, «lasciatela stare.»
Insalaco è venuto verso di me. «Sparisci, pezzente» ha grugnito.
Ero furibondo. Gli ho fracassato il naso con una testata e prima che potesse banfare gli ho affondato un ginocchio tra le gambe. Poi con due montanti l’ho sdraiato lungo e tirato per terra.
Con la coda dell’occhio ho visto che Rossi si frugava nel giubbotto. Ho estratto la .38 e gli ho sparato due volte. Lungo e tirato pure lui. Mi sono chinato sul suo corpo e gli ho sentito la gola. Morto stecchito, io sparo da dio.
Nadifa si stava rialzando. Mi sono accucciato accanto a Insalaco e gli ho preso il mento fra le dita. Era una maschera di sangue. Ha aperto gli occhi e qualcosa mi ha morso sul fianco. Sono caduto indietro mentre lui cercava di colpirmi ancora con il coltello. Gli ho sparato in faccia e nel collo. Bastardo.
Il fianco bruciava da morire e sentivo la camicia bagnata. Lei mi si è avvicinata. Un filo di sangue le scendeva dal naso. «Dammi una mano, principessa» ho balbettato, «dobbiamo filare.»
Con il suo aiuto mi sono alzato.
«Grazie» ha mormorato.
Siamo tornati alla macchina senza incontrare nessuno. Il dolore stava diventando lancinante e cominciava a scendere lungo la gamba. Sul sedile ho chiuso gli occhi per qualche momento. Poi ho messo in moto e sono partito. In corso Cairoli abbiamo incrociato due pantere a sirene spiegate.
«Conosco un posto dove ti possono aiutare» ho detto. Parlare mi costava fatica. «Potrai smettere di fare la puttana.»
«Io non sono una puttana» ha detto. La sua voce aveva una nota triste.
Ho vagato per una Torino addormentata e mi sono fermato davanti alla casa di accoglienza. La via era deserta.
«Ci siamo, principessa, prova a suonare» ho ansimato, «qualcuno ti farà entrare.»
Lei ha aperto la portiera. Prima di scendere si è voltata verso di me. Stava piangendo.
«Perché lo hai fatto?» ha chiesto.
«Per rabbia» ho detto, «o per nostalgia. Adesso vai.»
Si è chinata e mi ha baciato sulla bocca. Le sue labbra erano grandi e morbide. E non è vero che aveva un odore diverso, il suo profumo era buono e mi è rimasto nelle narici mentre la guardavo attraversare la strada. Non sentivo più il dolore e la mia testa era leggera. Non mi sono nemmeno accorto che stava arrivando il buio.

Sperlonga, giugno 2010

Fioccano le recensioni; ecco TuttoLibri

Un giallo per cinefili: «Troppo Piombo» di Pandiani
Recensione di Francesco Troiano (La Stampa – Tutto Libri, sabato 17 aprile, pag. III)

In unaParigi all’ultimo respiro

E’ decisamente feroce, la pagina iniziale di Troppo piombo (Instar Libri, pp. 312, e 14,50): un omicidio a mani nude, calci e pugni, il modus operandi d’un assassino che prende di mira le redattrici di un quotidiano parigino.
L’incipit shockante pare marchio di fabbrica di Enrico Pandiani, grafico di professione ed abile scrittore di noir: c’era già nel suo fortunato esordio, Les italiens, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2009. In questa nuova prova, ritroviamo la squadra d’italiani in forza alla Brigata Criminale, al quai des Orfèvres: protagonista è, ancora, il commissario Jean-Pierre Mordenti, quarantenne atletico, fascinoso, di buone letture.
Se le coordinate letterarie restano le medesime (l’ironia di Fréderic Dard, l’aggressività di Jean-Patrick Manchette e, tra gli statunitensi, la vividezza di Horace McCoy), Troppo piombo è libro su tutto innervato di celluloide: non è certo per caso che Mordenti, entrando nella brasserie Lipp con la femme fatale Nadège Blanc, s’imbatta in un invecchiato e spiritoso Jean-Paul Belmondo, né che sia boutdesouffle il nome utente dell’account creato dal killer per comunicare con la polizia.
L’intiero racconto, in verità, sembra un omaggio a certo polar cinematografico d’oltralpe, quello di José Giovanni e di Henri Verneuil: è, quest’ultimo, il regista di Peur sur la ville (Il poliziotto della Brigata Criminale, 1975), interpretato proprio da uno scatenato «Bebel», che – incentrato sullo scontro fra un commissario tanto sopra le righe quanto scanzonato ed un maniaco che uccide donne – è probabilmente stato tra le fonti d’ispirazione per Pandiani.
Ma, al di là di citazioni e di riferimenti, è il ritmo narrativo ad esser cinematografico: tra una sparatoria in un condominio ed uno stupro collettivo, la storia non perde un colpo. Rispetto alla tradizione del noir indigeno, infine, dal superbo Scerbanenco in avanti, lo scrittore torinese preferisce la sottolineatura ironica alla cupezza d’ordinanza: neanche nel finale, che paga pegno alla tradizione dello sbirro eroico per amore, vi rinunzia del tutto («Saresti davvero rimasto davanti a me fino alla fine?» – «Ma starai mica scherzando?»).
Ed è una choucroute, oltre a un bel corpo di donna, il pagano premio per il guerriero stanco.

Enrico Pandiani sul Venerdì di Repubblica

Dopo il successo dell’esordio,
Pandiani torna con i suoi sbirri di origine italiana

C’è un assassino in redazione
(ma les italiens lo fermeranno)

Di Brunella Schisa

Al 36 Quai des Orfèvres c’è un gruppo di poliziotti di origine italiana noti come les italiens, scelti per le loro doti di umanità e fantasia. Li ha inventati Enrico Pandiani, grafico di professione ma anche scrittore dotato, premiato al primo romanzo da pubblico e critica.
Il protagonista è il commissario Jean-Pierre Mordenti, un quarantenne bello e atletico che legge Camus e Proust ma quando c’è da sparare o menare le mani è un autentico professionista. Al secondo romanzo, il nostro eroe è alle prese con una serie di delitti di giornaliste di un quotidiano parigino. Le donne (tutte in carriera) vengono massacrate a botte e calci. Intorno ai cadaveri l’assassino apparecchia un rituale feticistico.

Confesso che, dopo la prima pagina, violentissima, di Troppo piombo, volevo abbandonare il libro. Poi per fortuna non l’ho fatto.
«Se è per questo, l’attacco del primo, Les italiens, era molto più forte e violento».

Un inizio pirotecnico costringe poi a mantenere il ritmo e lei c’è riuscito, ma come fa?
«Mi aiuto con i personaggi. Nel primo libro c’era Moët il transessuale, qui la bella Nadège».

Al suo eroe va sempre bene con queste femmine fatali.
«È il genere che lo richiede, anche nel prossimo romanzo ci sarà una donna interessante».

Le descrizioni sono realistiche e cinematografiche, ma il personaggio del suo commissario è forse un po’ troppo colto.
«Non è colpa mia se la madre ha voluto chge si iscrivesse a Filologia moderna».

Anche l’ironia di questa squadra di italiani mi sembra a volte eccessiva.
«Ho letto tanti noir italiani e li ho trovati cupi, incapaci di strapparti mezzo sorriso. Il mio brodo di coltura è Philip Marlowe. Questi poliziotti vivono nella violenza e immagino abbiano bisogno di scaricare lo stress attraverso l’ironia».

Descrive i giornalisti come degli assatanati di potere e successo e le donne sembrano le peggiori. È un caso?
«Ho riversato nel romanzo decenni di esperienze in redazione, ma le assicuro: le donne le ho inventate».

Il Venerdì di Repubblica, 26 marzo 2010, pag. 104-105

Teaser n. 7 del nuovo romanzo

Troppo piombo. Una seconda versione per la copertina.

Qualche mese fa, si stava seriamente avvicinando la pubblicazione del secondo romanzo de les italiens, Troppo piombo, e ancora non c’era un’idea precisa di quale avrebbe potuto essere la copertina. Siccome quella di Les italiens era piaciuta molto, la mia intenzione era di continuare a utilizzare un’immagine forte e molto grafica e che comunque avesse un riferimento diretto alla trama del romanzo.
Mi dovevo quindi allontanare parecchio dall’idea do copertina che avevo realizzato mentre scrivevo Troppo piombo, una fotografia che raccoglieva, sopra un tavolo , tutti gli elementi della storia senza dire troppo (http://lesitaliens.wordpress.com/2009/12/02/teaser-n-3-del-prossimo-romanzo ). In quel momento nessun editore aveva ancora accettato di pubblicare il mio primo romanzo, quindi la realizzazione di una copertina fotografica era una specie di gioco che avveniva nella mia testa, in pratica, il grafico che dà una mano allo scrittore.
Quando mi sono messo a pensare ala vera copertina, invece, esisteva già una collana e Les italiens era ormai uscito da parecchi mesi. Così la linea grafica da seguire era certa, ciò che bisognava inventare era l’immagine. Eccola qui.

Sulla copertina di Les italiens c’era la tipica sagoma da tiro a segno della polizia, un’immagine che richiamava immediatamente il genere poliziesco e il ruolo da bersagli in fuga dei due protagonisti. Era un’immagine sobria e forte allo stesso tempo e il fondo rosso cupo portava alla memoria il sangue e la violenza, facendosi nel contempo notare sullo scaffale di una libreria. Quindi, per Troppo piombo ci voleva un’immagine altrettanto forte.
La storia si svolge dentro e fuori da un giornale, brutali omicidi nei quali alcune giornaliste vengono pestate a sangue e uccise da un assassino molto incazzato. Investigazioni e notizie, pistole e carta stampata. Così mi è venuta fuori l’idea della rivoltella con la canna che diventa una stilografica. Il fondo verde marcio mi sembrava si intonasse bene con il bianco e nero secco dell’immagine e ho messo insieme la copertina.
L’abbiamo valutata per un po’ di tempo, cambiato il colore di fondo un paio di volte, pensando che sì, era bellina, molto pulita e sicuramente parlava degli elementi del romanzo. Ma…
Alla fine abbiamo deciso che il revolver penna era un po’ freddo e che avrebbe potuto sviare l’eventuale lettore dando l’impressione di un saggio che so, sui poteri forti che impongono le scelte al giornalismo. Ragionando con la redazione dell’editore, abbiamo pensato che  ci voleva una figura umana, magari coinvolta in un momento molto drammatico, dall’esito incerto, che invogliasse l’eventuale lettore a prendere il libro dallo scaffale per portarselo via e vedere come andava a finire.
Così mi sono rimesso al lavoro e ho prodotto la copertina definitiva di cui parlerò fra qualche giorno.

Giovanni Tesio recensisce «Les italiens»

La Stampa –Torino Sette
12 luglio 2009, pagina 56
Di Giovanni Tesio

Più di un “buon vecchio noir”

S’intitola «Les italiens» l’esordio letterario del torinese Enrico Pandiani, edito da Instar Libri

In copertina una frase a effetto di un noto collega per l’esordio narrativo di Enrico Pandiani, un torinese che fa il grafico pubblicitario e che ha la passione del poliziesco. La frase è di Giancarlo De Cataldo e fa bella mostra di sé al cuore di una stilizzata sagoma da tiro: «Una boccata d’ossigeno nel buon vecchio noir».
Niente male perché dice tutto o quasi: dice che il «buon vecchio noir» è un genere cui convengono le pacche sulle spalle e dice della boccata d’ossigeno che qui non è data soltanto dalla vivacità dell’autore, ma anche – e di più – dal senso dell’umorismo che attraversa ogni sua pagina.
Il romanzo s’intitola felicemente «Les italiens» (258 pagine, prezzo di vendita euro 13,50) ed è pubblicato dalla torinese Instar Libri, ormai solidamente attestata su un buon regime di qualità.
Les italiens sono dei bravi poliziotti-mousquetaires (Brigata Criminale) che non mancano di estro e di duttilità e che conservano dell’origine la disinvoltura un po’ sfacciata e sbruffona. Insomma dei parigini un po’ speciali, che iniettano nel cartesianesimo indigeno qualche goccia di imprevedibilità, prendendosi delle licenze che fanno simpatia.
Questa volta sono alle prese con un «affaire» nemmeno tanto intricato, ma sorprendente.
Una storia di identità negate, che coinvolgono una malcapitata che si chiama Delphine Quillard; un trans mozzafiato che fa l’artista e si chiama Moët (ma anche qualcosa di più che la storia rivelerà), un’amica gallerista, amante di lui (o di lei? un dilemma che l’io narrante riuscirà a sciogliere), che si chiama Aline Bergerac; Una signora di rango che si chiama Océane (madame Océane  d’Anglas, a dirla intera); Un politico razzista, un verme che lo sostiene, una banda di scagnozzi che lo servono. Ma anche un delizioso nume protettivo che si chiama Papà Simon, un amicoche non tradisce, un capo che sa capire, un poliziotto nero che cita Dante, una serie di comparse che tengono tutte bene il loro ruolo.
Situazioni-tipo, situazioni limite, situazioni incresciose da cui si esce con la mossa del cavallo e la fortunosa prontezza dei predestinati.
Pugni sparatorie agguati trappole insidie carnaccia pesta e spappolata, macelleria assortita a colpi dei più svariati calibri, tregue di letto (magari intinte di salsa plurima), e poi tante citazioni: di film, di canzoni, di battutecollocate in giusti punti di tensione (c’è perfino un gatto che si chiama Chanoine, come quello di Victor Hugo). Grand guignol e spirito aguzzo, dunque, di cui do un esempio solo: «Océane ha aperto una botiglia di Pichon Longueville Comtesse de Lalande, Pauillac 1983. Per sapere tutto il resto, temperatura, cru, eccetera, è meglio se chiedete a James Bond».
Ma sotto sotto, ben avvertibile, anche un sentore di fumo e di cenere che da Philip Marlowe in poi costituisce la forza del genere.
Un’ultima osservazione per questo esordio non precoce (Pandiani ha da tempo scavalcato i quaranta), che consiglio a tutti i lettori intelligenti: la bellezza di Parigi sta lì come un incanto a fare da carta di delizie, tra «droite» e «gauche», vie monumentali e viuzze più segrete, centro e periferie, per accompagnare l’avventura come una dichiarazione di (vero) amore.

Escalier A, troisième étage. La “Crim”

La leggendaria Brigata Criminale

La brigata criminale o, come la chiamano in centinaia di film, telefilm e romanzi, la “Crim”, è senza dubbio la più celebre brigata della polizia giudiziaria francese e una delle più famose del mondo.
Erede dei servizi della Sûreté, quella dell’ispettore Cluseau, la Crim è stata creata con un decreto ministeriale il 29giugno del 1912. Ma all’epoca non era che la prima sezione di una brigata più vasta che contava già oltre trecento poliziotti. La seconda sezione era incaricata della repressione dei furti e la terza si occupava di truffe, imbrogli e falsificazione di moneta.
L’atto di nascita ufficiale della Crim, risale dunque al primo dicembre del 1924 con il nome di Brigata Speciale n. 1, ma occupava già i locali nei quali si trova attualmente; terzo e quarto piano, scala A al 36 del quai des Orfèvres. Un indirizzo mitico che ha fatto sognare generazioni di scrittori e cineasti. Uno per tutti, il celeberrimo film di Henry Georges Clouzot 36 quai des Orfèvres nel quale il grande Louis Jouvet interpretava un vecchio ispettore principale alla vigilia della pensione.
Ma il primo a rendere famoso questo edificio grigio e serioso è stato Georges Simenon che, all’epoca, come giornalista di cronaca dell’Intransigeant, saliva frequentemente i 148 scalini ricoperti di vecchio linoleum nero che portano agli uffici della Crim.
L’allora patron della brigata si chiamava monsieur Nicolle e fumava oviamente la pipa. Questo signore, senza saperlo, divenne il modello del commissario Maigret. «Il personaggio del commissario Maigret costituisce d’altra parte uno dei più grandi falsi nella storia della brigata» racconta Maurice Gouny, ufficiale di polizia dal 1946 al 1963 e memoria vivente della Crim, «poichè nei suoi romanzi ha sempre lavorato da solo. Nella realtà, alla brigata criminale non esiste che il lavoro d’equipe.»
Questo non ha naturalmente impedito a Simenon di rendere immortale questa brigata nella quale, nemmeno a farlo apposta, molti dei patrons che si sono succeduti al comando fumavano la pipa.
È stato subito dopo la Liberazione, al fine di evitare una confusione con quelle sinistre brigate collaborazioniste che davano la caccia alla resistenza e agli ebrei, che la Brigata Speciale n.1 è diventata la Brigata Criminale. Il suo primo patron, monsieur Pinault (il cui nome ricorda stranamente il Pinaud di San-Antonio) si è insediato nel famoso “ufficio 315″ il 22 agosto 1944 mentre alla periferia di Parigi ancora si combatteva contro i tedeschi.
Molti altri hanno occupato quell’ufficio dopo di lui. Alcuni di loro sono divenuti Prefetti, come la celebre e bellissima Martine Monteil, autrice dell’interessante best seller Flic tout simplement, altri si sono rifatti un nome in letteratura. Altri ancora hanno terminato la loro carriera all’IGS, l’Inspection Générale des Services,  gli Affari Interni della polizia francese, che viene anche chiamato Il cimitero degli elefanti.
L’elitismo non si trova nei corridoi della Crim, tut’al più un bricciolo di vanteria compare nelle parole dei più anziani. I giovani flic della brigata preferiscono parlare delle condizioni di lavoro oggi molto migliori e, soprattutto del fattore tempo che permette di dedicarsi interamente ad ogni inchiesta. «Noi lavoriamo sulla durata» racconta una investigatrice, «abbiamo la possibilità di dedicarci totalmente a un singolo caso di omicidio, in caso di bisogno, anche per lunghi mesi. alla Crim il tempo non conta, la sola cosa importante è il risultato.» E questo è positivo nel 70% dei casi, un record invidiato dalle polizie di molti paesi.
Un record costato anche parecchio sangue. Ogni primo novembre la Crim onora i propri morti in servizio.

Teaser n.4 del prossimo romanzo

Parigi sotto la neve.

Terminato Les italiens, mi sono trovato in una specie di limbo nel quale non sapevo bene come muovermi.  Quando si finisce di scrivere un romanzo, e per me quella era la prima volta, ti prende una sensazione simile a quella che si prova quando si termina di leggere un libro che ci è piaciuto molto. Dopo un breve periodo di spaesamento hai subito il desiderio di leggerne un’altro. E infatti io avevo una grandissima voglia di cominciare un nuovo romanzo.
Avevo i miei personaggi e una immensa tela bianca sulla quale inventarmi una storia nella quale farli muovere. E una montagna di dubbi. Il più grosso era rappresentato dal personaggio di Moët, la giovane pittrice transessuale che alla fine del primo romanzo si lascia in maniera piuttosto amara con il commissario. Moët è un personaggio che mi è piaciuto moltissimo, mi è piaciuto costruirla, darle un carattere, una vita, i ricordi, i dolori e i piaceri. Così, mi spiaceva molto doverla abbandonare per strada.
Il secondo dubbio era se trovare o meno un nome al protagonista che nel primo romanzo non ne ha uno. Ma intanto dovevo inventare una storia.
Da circa trent’anni, con alcuni periodi di fuga, collaboro con il quotidiano La Stampa. Conosco tante persone all’interno del giornale, giornalisti, poligrafici, impiegati. In tanti anni mi sono fatto un’idea, giusta o sbagliata che sia, di quali possano essere le dinamiche di una vita di redazione. Basandomi sulle mie esperienze personali ho deciso che l’avrei raccontata. In più mi sembrava un ambiente interessante del quale la gente sa poco o nulla. Lentamente si è andata formando una storia che ruotava attorno a un quotidiano parigino, che naturalmente mi sono inventato, all’interno del quale avvengono una serie di omicidi sui quali deve indagare l’equipe degli italiens.
Les italiens si svolgeva in estate, in giro per una Parigi rovente, quindi per questo nuovo romanzo mi sarebbe piaciuto un rigido inverno.  Per giunta, la storia che avevo in testa si prestava ad ad una lenta e inesorabile caduta in un gelo senza fine.
All’inizio ho deciso di provare a mantenere il personaggio di Moët. Siccome verso la fine del romanzo precedente il commissario, tornando finalmente a casa, trovava lo sfratto nella buca delle lettere, ho pensato che all’inizio della nuova avventura lui poteva essersi trasferito in una specie di dependance della bellissima casa di Moët pagandole un modesto affittato. Una specie di convivenza senza implicazioni, tipo che tra i due è rimasto l’affetto, ma si è spenta la fiamma del peccato.
Con questa premessa ho cominciato a scrivere, infoiato come un pazzo e felice come un cane che si rotola su una merda di mucca bella fesca.
Nel frattempo, messo alle strette, dovevo trovare un nome per il commissario. Tutti lo volevano, il mio editore, alcuni lettori e, pare, persino qualche editore straniero. Così, man mano che andavo avanti, accumulavo nomi e cognomi.
Ci voleva qualcosa di accattivante e, naturalmente, nome francese e cognome italiano.
La storia intanto procedeva tra alti e bassi. A volte non ti viene un’idea a pagarla un milione, altre volte non smetteresti di scrivere nemmeno di notte. Per giunta, il racconto stava prendendo uno strano ritmo, molto somigliante alla famosa pallina di neve dei cartoni animati che si trasforma rapidamente in un’enorme valanga. Avvenimenti che si succedevano sempre più incalzanti, scoprendo piano piano una storia terrificante e violenta, all’interno della quale tutti i personaggi venivano trascinati in un gigantesco gorgo gelato.
Ad un certo punto mi sono reso conto che la presenza di Moët nel contesto del romanzo non c’entrava assolutamente nulla. Mi trovavo costretto a far tornare a casa il commissario (che nel frattempo era stato battezzato Jean-Pierre Mordenti) perchè lei potesse comparire e dire qualche battuta. In più, tra una tenerezza e l’altra, mi veniva voglia di farli scopare di nuovo e tutto questo complicava le cose, anche perchè Jean-Pierre intanto si dava da fare su altri fronti. Insomma, mi sono reso conto che la presenza della bella transessuale, anche se solo in versione padrona di casa, era totalmente pretestuosa. Per questo sono stato costretto a levarla di mezzo. Cosa che non solo mi ha pemesso di sveltire l’azione, ma anche di evitare che l’attenzione del lettore venisse distolta continuamente dal filo del racconto.
Comunque aspettatevi pure scintille. Troppo piombo, così si intitolerà il romanzo, è una storia dura, senza vincitori nè vinti, il cui amaro pessimismo è salvato solamente dall’ironia e dal consueto humour de les italiens.

Paris under the snow

When finished the novel Les italiens, i found myself in that sort of limbo in which I did not exactly know how to behave. When you write a novel and you’re through with it, that was the first time to me, you feel the same as when you are through reading a book you loved. After a short moment of despair, you want to start with another one. In fact I starved for writing a new novel.
I had my characters and a huge, white canvas on which invent a new story for them to move in. And an amount of doubts. The greatest of them was reperesented by the character of Moët, the young transexual painter that at the end of the first novel parts from the protagonist in a quite bitter way. Moët is a character I loved very much, I loved building her, giving her a temper, a life, memories, pleasures and pains. Because of this I was unhappy to let her go.
The second doubt was to decide if the protagonist, that didn’t have one in the first novel, should have a name. But meanwhile, I had to invent a plot.
I’ve been working in the Turin’s newspaper La Stampa for almost the last twentyfive years, with some short getaway once in a while. I know many peoples inside the newspaper, journalists, printworkers, employees. In these many years I’ve build my own idea, right or wrong that is, of whic kind of dynamics life can have in an editorial office. I’ve decided to tell that based on my own experiences on the field. Plus i think that people knows little or nothing about it.
Slowly, a story begun to form around a newspaper in Paris, that I obviously invented, where some omicides occur and on which the police team of les italiens have to investigate. The novel Les italiens took place in the Summer, in the streets of a red-hot Paris, so for this new novel I wanted an ice-cold Winter. In addition, the story itself was perfect for a slow, hopeless fall into an endless chill.
In the beginning I thought I could keep the character of  Moët. Since in the end of the previous novel, the commissioner, when he gets home in the end, finds an eviction order in the mailbox, I thought that in the beginning of the new novel he could rent part of the beautiful mansion of Moët outside Paris, paying for it a modest rent. A sort of cohabitation without sexual implications, kind of when there is still affiction, but the passion is gone.
With these premises, I started again writing, strongly aroused and happy like a dog rolling itself in a big, fresh cow shit.
Meanwhile, I was pushed to find a name for the protagonist. Anybody wanted it, my publisher, most of the readers, and even some foreign publishers. So, while I was going on writing, I made out a list of names and surnames.
I needed a strong name, and obviously a French name with an Italian surname.
In the meanwhile, the novel went on with good and bad moments. There are times which you do not have an idea paying gold for it and other times which you could write even the night away. In addition, the story was taking a weird rhythm, something like the small snowball of the cartoons that quickly turns into an avalanche. Events following one another very quickly unveiling a violent and terrifying story, inside which the characters were dragged into a huge, icy maelstrom.
Unfotunately, at a certain point, I realized that in the plot of the novel, the character of Moët was totally unnecessary. I often found myself pushing the protagonist (that in the meantime had been named Jean-Pierre Mordenti) to get back home once i a while just to make her appear and say something. Besides, between a tenderness and the other, i felt I wanted to make them fuck again and this was furthermore complicating things. Even because meanwhile, Jean-Pierre was having some fun with another girl. This is why in the end I was forced to get rid of her. Her presence was slowing the action and was repeatedly taking the attention of the reader away from the plot.
Anyway, expect a lot of sprkles. Troppo Piombo, this will be the title of the second novel, is a tough story with neither victors nor vanquished, which bitter pessimism is only saved by the irony and the usual humour of  les italien
s.