Parlando de Les italiens

Approfittando del fatto che intanto è uscito il tascabile de Les Italiens (Instar libri 2012) e che dopo quattro anni questo pezzo di antiquariato continua a vendere con mia sorpresa e soddisfazione, riprendo le pubblicazioni sul blog che per mancanza di tempo si erano interrotte.
Lo faccio con una bella e dotta recensione di Mario Moschera, dal suo blog Vintarama. Al di là del piacere di continuare a parlare dei miei personaggi, ve ne consiglio la lettura perché Mario ha toccato punti interessanti della mia narrativa.
Smetto di sbrodolare parole e vi lascio alla recensione.

Dal Noir al Poliziottesco in un solo Respiro

di Mario Moschera (dal blog Vintarama, 26-09-2012)

Per chi di voi avesse dato un’occhiata alla mia classe del 2012, le cose da prendere in considerazione potrebbero essere differenti. Per esempio è da aprile che non trovo buoni dischi da ascoltare. Un po’ è l’effetto Boss, un po’ è che molti album interessanti si apprestano ad uscire solo ora. La seconda cosa interessante, è la totale predominanza di romanzi italiani. Era da un po’ che la tendenza si stava invertendo. Un po’ perché effettivamente, a parte i soliti autori, il mercato non sembrava proporre nulla che potesse essere spassionatamente di mio gusto. Un po’ perché a volte, ho solo voglia di immergermi in un mondo in cui posso identificarmi più o meno completamente. Gli ultimi mesi specialmente sono stati dedicati alle avventure del commissario Jean-Pierre Mordenti, impiegato alla brigata criminale di Parigi. Creato dalla penna di Enrico Pandiani, che ha un blog su wordpress niente male, il commissario è la voce narrante di una serie di romanzi intitolati idealmente les italiens. Protagonista è appunto una brigata criminale composta quasi esclusivamente da italo francesi, e così voluta dal suo fondatore per i metodi un po’ sbrigativi e bislacchi, ma efficaci dei figli degli emigrati. E da torinese, il senso di essere un esule Pandiani in un modo o nell’altro deve averlo vissuto. Ora, fermo restando che secondo me ambientare un noir o, come in questo caso, un poliziottesco, fuori dai patri confini mi sa molto di semplice escamotage per rendere subito più fighi i tuoi personaggi (vuoi mettere indagare nelle banlieu di Parigi invece che nelle zone industriali di Sesto?), e che farli francesi invece che yankee mi odora di intellighenzia, deve dire che il primo ciclo di romanzi (tutti usciti dal 2007 al 2011) sono appetibili e con l’inusitata capacità di tenerti attaccato al libro pagina dopo pagina.

Sentii nominare per la prima volta les italiens in una recensione del Mucchio Selvaggio. Si parlava del secondo romanzo del ciclo, Troppo Piombo, e l’idea di una narrativa pulp ambientata in una città europea che non fosse teutonica o svedese mi sembrava una grande fottutissima idea. Corsi subito a reperire i primi due romanzi. Solo che essendo quella, la leggendaria estate del 2010, come molte altre cose, le avventure di Mordenti finirono presto nel dimenticatoio, arrestandosi a circa un terzo del primo episodio. Poi, quest’ anno, per tutta una serie di similitudini, mi sono riavvicinato a quell’edizione dalla grafica spudorata. Per chi si aspetta dei noir a tinte fosche, popolati da nebbia e luci soffuse credo che debba abbandonare il disco di jazz ed il maglione a collo alto. Le avventure della brigata criminale sono spregiudicate, puzzano di sangue e liquidi corporei, condite di tanto sesso e rock’n roll. E se pensate che sia un difetto vi sbagliate. Il cinico e disilluso Jean Pierre è un personaggio tutto di un pezzo, che come tanti sbirri della vita reale ha una donna in ogni porto, e le sue avventure non portano galloni ma cicatrici e ricordi acidi. Personalmente sono affezionato al di lui fidato amico, Alain Servandoni, con la sua inimitabile cacciatora e la pessima abitudine di accedere i cerini sfregandoli ovunque,  Credo che se Sky si dimenticasse per una stagione intera di romanzo Criminale, con il materiale fornito dai primi tre libri (il terzo, Lezione di Tenebra, è leggermente più arzigogolato e barocco, con un finale culminante in una Torino, omaggio appassionato di uno scrittore romantico) avrebbe palinsesti interi da riempire. Invece quasi nessuno si è accorto di questi piccoli gioiellini, infarciti di un immaginario, che è un po’ fumettone d’avanspettacolo, un po’ opera colta. Solo il quarto volume, Pessime Scuse per un Massacro, che sto divorando in questi giorni, ha fatto il grande passo finendo in mano alla Rizzoli. In un’edizione però che somiglia più ad un vecchio almanacco che un romanzaccio cattivo pulp. Eppure ce ne dovrebbero volere di più di simili caratterizzazioni. La Parigi di Mordenti è pulsante di vita ed affamata. C’è la criminalità, ci sono le belle donne, forse è un filino turistica, ma non ti delude mai. é ben lontana dalla metropoli a tinte seppia e dai cieli animati di un altro commissario, lo spalatore di nuvole Jean Baptiste Adambsberg. Nei romanzi della Vargas (che quest’anno non mi ha regalato nulla di nuovo), l’azione lascia il posto al crimine scellerato ma intellettuale, comprensibile a più livelli, ma forse poco concreto.

Eppure, se devo essere sincero, pur su mondi separati, sono convinto che i due Jean debbano per forza essersi incontrati una volta o l’altra. in fondo, bazzicano gli stessi arrondissement.

Mordenti e il Fatto Quotidiano

Recensione di Giovanni Ziccardi
Uscita il 14 febbraio 2012 su Saturno, supplemento culturale de Il Fatto Quotidiano

Pessime scuse per un massacro

Ho letto il nuovo giallo dello scrittore torinese Enrico PandianiPessime scuse per un massacro, senza conoscere, prima, le vicende del gruppo di poliziotti francesi “Les italiens” (guidato dal Commissario Mordenti) che già si erano sviluppate nei tre romanzi che lo hanno preceduto: Les italiensTroppo piombo eLezioni di tenebra. Mi sono, comunque, subito trovato “a casa”, grazie all’indipendenza della trama e all’innegabile capacità dello scrittore di tratteggiare con cura, senza lasciare alcuna curiosità insoddisfatta, i caratteri dei personaggi e i dettagli dei luoghi che si trovano ad attraversare.Pessime scuse per un massacro ha, a mio modesto avviso, quattro pregi evidenti. Il primo è la precisionedelle informazioni (quasi “lezioni di balistica”, mutuando un’espressione di Mordenti) nel momento in cui, durante la vicenda, entrano in scena pistole, fucili, bombe a mano, altri tipi di armi, munizioni e avvenimenti storici spesso correlati a contesti di guerra. Il secondo aspetto interessante è una caratterizzazione dei personaggi che non sconfina mai nell’eccesso, ma che riesce a connotare questi poliziotti (e i soggetti in cui si imbattono) mantenendo un registro “medio” che è, però, più che sufficiente per rappresentarli, per molti versi, come dei perdenti (ma simpatici) o come elementi problematici e “asimmetrici”. Il terzo punto è che, nel momento in cui si parla di noir (inteso come atmosfera noir), be’, in queste pagine il noir c’è davvero, senza però scimmiottare i grandi maestri di tanti anni orsono bensì disegnando ex novo atmosfere da pioggia sui marciapiedi e da profumo di proiettili. Il quarto pregio, infine, è che anche la trama tiene: è ampia, ricca di colpi di scena, si estende per un periodo di tempo molto lungo (sino ad arrivare a questioni correlate alla resistenza francese) senza però annoiare quel lettore spaventato da “salti” storici troppo frequenti.

La prima caratteristica di Pandiani, l’attenzione ai dettagli, è quella che apre il libro poco prima dell’entrata in gioco dei protagonisti, con una scena (subito) molto movimentata che ruota attorno a una vecchia mitragliatrice Browning calibro .50 della seconda guerra mondiale e al killer che la utilizza. La mitragliatrice che battezza il romanzo fa già comprendere che le armi (nuove, vecchie, di contrabbando) e le sparatorie saranno il filo conduttore di tutta la storia.

Il gruppo di poliziotti, con diverse competenze, che seguiranno il caso e che condivideranno non solo paure ma anche momenti di vita quotidiana, è molto variegato, e per ogni persona Pandiani enfatizza una o due caratteristiche che sono più che sufficienti per definirla bene.

Tutti i toni, nonostante le sparatorie e le deflagrazioni frequenti, sono tenuti molto bassi e cupi, adatti agli ambienti descritti. Non ci sono mai grandi amori ma approcci spesso goffi e situazioni problematiche (che si concludono con un rifiuto o con un abbandono), non si lavora mai in un ufficio ideale ma in ambienti tesi per le continue grane con i superiori, i problemi con i colleghi e l’ingerenza della politica, e anche i rapporti di amicizia, in questo quadro, non sono mai “puliti”: o vengono recuperati dopo decenni o sono sempre molto fragili e condizionati dagli eventi. La camicia è un po’ sporca, il vestito stazzonato, il calzino spaiato, il capello scompigliato «Lo specchio mi ha rimandato un’immagine di me stesso che mi ha spaventato. Spettinato, livido, la barba lunga e le occhiaie. La camicia sembrava l’avessi addosso da una settimana», i sogni sono imbarazzanti e la gaffe è sempre in agguato.

Anche le idee politiche sono poche ma chiare «La democrazia ha sempre il suo prezzo, anche quando te la infilano su per il culo a forza di calci e somiglia tanto al regime che intende sostituire». Ciò rende la storia sempre imprevedibile e mai banale ma, soprattutto, credibile. Il panorama tutto attorno lo definirei “instabile”: può cambiare improvvisamente di registro a causa, sì, di un proiettile vagante, ma anche per colpa di un wurstel coi crauti mal digerito o di un hangover smaltito male.

Uno degli aspetti più gustosi di questo libro è il fatto che non solo il “passato” (come si diceva: resistenza in territorio francese, famiglie sterminate da nazisti e traffico d’armi) sia inserito nell’atmosfera noir, ma anche il presente, di solito ben poco adatto a contesti così classici. Ebay, a un certo punto, diventa un ambiente perfettamente simile e integrato con quello che circonda i poliziotti «Ebay non è più la figata di una volta. Come tutte le buone idee ha finito per corrompersi diventando una specie di grande magazzino dove i negozi sono più numerosi delle aste. Prezzi allineati e venditori che si inventano ogni genere di porcata per alzare la posta». Gli stessi paesaggi sono noir e ostili (“C’era un solo fottutissimo ponte per passare la Senna, l’unico nel raggio di cinquanta chilometri, così abbiamo dovuto fare un giro della madonna”).

È bello, e mi è piaciuto, questo modo di scrivere che cala un velo di noir su tutto ciò che circonda il protagonista o, meglio, che interagisce coi caratteri senza bisogno di eventi eclatanti, di paesaggi eccezionali, di sesso gratuito o volgarità, ma solo grazie a tanto umore nero, a problemi quotidiani e a sparatorie che, in un certo senso, scandiscono il ritmo della trama.

Sembra di assistere a uno di quei film gialli francesi dove piove dall’inizio alla fine della pellicola, o di leggere qualche giallo ambientato a Marsiglia. Scritto, però, da un autore italiano.

Giovanni Ziccardi è docente di informatica giuridica all’università di Miliano. È in libreria con il recente L’ultimo Hacker  (Marsilio, 2012), che unisce le competenze professionali nel mondo del cyber crimine alla narrativa. In passato ha pubblicato, oltre a un certo numero di monografie, libri e articoli scientifici, anche il precedente Hacker, sempre per Marsilio.

Dicono di Mordenti

Monsieur Mordenti vu par madame Catherine

Un commissaire de police, Le commissaire, efficace, beau gosse, sympathique à ses collègues, aux femmes et même peut-être à ses ennemis.
Le fait qu’il soit le narrateur de ses aventures entraîne l’auteur à faire de lui un personnage complexe, aux multiples facettes puisque c’est par ses yeux que sont décrits, non seulement ses propres actes, réactions et sentiments, mais aussi les autres personnages, leur physique, leurs particularités, leurs tics, leur façon de s’habiller, leurs agissements, leurs relations avec lui et encore les lieux.
En bon mousquetaire plein d’énergie, il est toujours prêt à débusquer les criminels, les fourbes, les salauds. Rien ne l’arrête, ni le risque de prendre des coups, de se faire descendre, ni celui d’enfreindre les ordres supérieurs de modération et de strict respect des lois. Il n’est pas vantard mais il sait, bien qu’effleuré par quelques doutes, qu’il finira par attraper les coupables grâce à son flair, à la chance qui souvent lui sourit, à son équipe qui lui fait confiance et le seconde avec diligence et efficacité, à son supérieur hiérarchique –haut en couleur- qui, malgré ses mises en garde et ses appels à la modération, le laisse agir à sa guise et le couvre.
Cependant, tout autre que tête brûlée, il agit par devoir, poussé par son sens de la justice et non par désir effréné et téméraire d’en découdre avec des assassins armés par des hommes de grande envergure protégés par leur position sociale. Notre commissaire s’impose de (est aussi amené à), non seulement supprimer les tueurs, mais faire rendre gorge aux individus ignobles qui tirent leur puissance, leur renommée, leur richesse, de comportements illicites, présomptueux, vengeurs.
Un fonceur qui, pourtant, n’est jamais aussi heureux que lorsqu’il peut se détendre en dégustant un bon vin, un bon plat. Les lieux qu’il fréquente et qu’il découvre sont décrits avec intérêt. Il est sensible (très évidemment comme l’auteur) au climat, aux couleurs de la nature, aux effets de lumière, à la beauté, aux œuvres d’art, aux femmes, aux femmes belles et élégantes. Rien n’échappe à son regard séduit et bienveillant : la forme du corps, l’odeur, la couleur des yeux et des cheveux, les détails, les vêtements, les chaussures, les accessoires, le comportement, les pulsions.
Un homme au cœur sensible donc, un esthète confronté à des situations difficiles, à des scènes de massacre très pénibles à supporter par le lecteur, qu’il décrit avec autant de minutie qu’il décrit celles de ses ébats amoureux. Un dur au mal, un révolté contre les abus sociaux et contre ceux qui les pratiquent et en jouissent et dont il dénonce les agissements, dans un langage fleuri, cru, plein de comparaisons amusantes et même désopilantes.
Quelqu’un que rien n’étonne, surtout pas les coups de théâtre, nombreux au cours de l’histoire. Et là, nous nous situons sur deux niveaux :
• le récit du commissaire et ce que lui-même comprend et perçoit des événements,
• ce que le lecteur en reçoit, peut en déduire et sa possibilité d’anticiper – avant même le commissaire peut-être- la suite de l’intrigue.

È piaciuto a les italiens: Jan Costin Wagner

Questa non vuole essere una recensione, non ne sono capace e non mi interessa farne. È semplicemente un insieme di pensieri e commenti su un libro che ho letto e mi è piaciuto, un romanzo che mi ha lasciato delle cose e me ne ha insegnate altre.

Il terzo leone arriva d’inverno
Un romanzo di Jan Costin Wagner
Einaudi, 2010

Kimmo Joentaa, Tuomas Heinonen, Kai-Petteri Hämäläinen, Ari Pekka Sorajärvi, Salme Salonen, Olli Latvala. Sono questi i nomi con cui un lettore si trova a doversi confrontare quando si addentra nel fenomeno del momento: il giallo nordico.
Sono nomi che, a prescindere che il romanzo ti piaccia o meno, fanno si che una vocina nella tua testa ti dica in continuazione «ma che cacchio sto leggendo?»
Io non ne ho letti molti, lo confesso, un paio di Staalesen, due o tre norvegesi, il secondo della famosa trilogia e due romanzi di Jan Costin Wagner editi da Einaudi, Il silenzio (2008) e Il terzo leone arriva d’inverno (2010). Questi ultimi due mi sono assai piaciuti, soprattutto il secondo.
Wagner, scrittore tedesco nato a Langen nel 1972, è riuscito a inventarsi qualcosa di nuovo. Niente serial killers di bambini, niente mamme problematiche, niente sparatorie e nemmeno cadaveri squartati e analizzati da zelanti medici legali. Solamente dei sani polizieschi lenti e riflessivi.
Una sola cosa ci perplette iniziando la lettura e una domanda sorge spontanea: ma perché diavolo Jan Costin ha deciso di ambientare i suoi romanzi in Finlandia? L’unico a poter rispondere a questa domanda è l’autore, ma per ovvie ragioni la cosa non mi sorprende. Perché mai un autore deve per forza ambientare i suoi libri nella propria terra natia? Il mondo è di tutti, quindi è giusto che ci si sposti. Una cosa è comunque certa, la Finlandia è piuttosto in alto, di conseguenza i romanzi di Wagner si possono tranquillamente infilare nel filone nordico.
Il terzo leone arriva d’inverno è un bel romanzo rilassante. La sola cosa che non mi è piaciuta, faccio che dirlo subito, è l’utilizzo del tempo presente in alcuni capitoli nei quali seguiamo i movimenti e i pensieri di un certo personaggio. Questo fa un po’ “maniera”, è una cosa già vista, un’espediente troppo comune e quindi stride, a mio avviso, con la fresca narrazione della storia. Il resto del romanzo è molto piacevolmente scorrevole, sempre sospeso in una delicata malinconia che si direbbe propria di quei luoghi.
Il protagonista, come già ne Il silenzio, è il poliziotto Kimmo Joentaa, sbirro riflessivo, tristanzuolo, e solitario. Già dal romanzo precedente sappiamo che ancora non è riuscito a superare il dolore per la morte della moglie Sanna, avvenuta per malattia alcuni anni prima. Elaborare il lutto, per Kimmo, è impresa tremendamente più ardua del risolvere le sue intricate indagini.
Eppure, contrariamente a quanto avviene ne Il silenzio, dove si strugge per tutto il romanzo straziandosi nel ricordo, questa volta Kimmo inizia le danze con una scopata come si deve. La bella Larissa, giovane prostituta dai modi alquanto folli, entra prepotentemente nella sua vita, tipo la notte di Natale o giù di lì, gli dà una bella ripassata e lo aiuta a mettere palline e angioletti sull’albero.
Ma l’idilio viene bruscamente interrotto dal lavoro. Patrick Laukkanen (fateci l’abitudine, i nomi sono tutti così), medico legale della polizia di Turku, una delle più importanti città finlandesi, viene trovato ucciso a coltellate. Qualcuno lo ha aggredito con una certa furia mentre faceva la sua passeggiata mattutina in sci di fondo. Tempo prima, la vittima era stata ospite in televisione nella celebre trasmissione del giornalista Kai-Petteri Hämäläinen (sic!), una specie di Marzullo finlandese, ma molto più famoso. Al talk show era presente una terza persona, Harri Mäkelä, abilissimo costruttore di finti cadaveri per il cinema.
Manco a dirlo, mentre Kimmo si destreggia tra il ricordo astratto della moglie e le tette molto reali di Larissa, l’assassino gli fulmina pure il secondo. Anche per lui qualche bella coltellata ben data, fuori dalla sua casa laboratorio a Helsinki.
La trasmissione televisiva sembra dunque essere il filo che lega fra loro i due omicidi e Kimmo da bravo sbirro, ci si butta a capofitto seguendo il suo istinto fino alla soluzione finale. Il plot ha quel tanto di romantico e irreale da poter piacere a chi rifugge la cronaca nera nuda e cruda preferendo piuttosto la ricerca psicologica dell’animo umano che porta sempre con sé una certa irrealtà.
La scrittura di Wagner è netta, pulita, a tratti affilata ma mai noiosa. I personaggi, soprattutto i poliziotti colleghi di Kimmo, dei quali vi risparmio i nomi impronunciabili, hanno un loro spessore fatto di determinazione, debolezza, rabbia, vizi, incertezze e un umanità freddina ma tutt’altro che spiacevole.
Il romanzo scorre con incalzante lentezza, calibrata alla perfezione per portare avanti il lettore, appassionandolo al procedere dell’indagine ma senza distrarlo dai movimenti, dai dialoghi e dai sentimenti dei protagonisti. Kimmo Joentaa è una figura piuttosto nuova nel panorama degli sbirri letterari. È un uomo fragile, melanconico, un poliziotto gentile che non alza mai il tono della voce. Il suo carattere riflessivo diventa vincente perché lo salva dal pragmatismo un po’ ottuso dei suoi colleghi permettendogli di vedere e intuire cose che agli altri sono precluse.
La Finlandia è bella e gelida, la sua natura selvaggia è il palcoscenico perfetto per questa storia che va a scavare nel dolore della perdita per trovare l’origine di una violenza alla quale, tuttavia, non dà una giustificazione.
Siccome siamo molto fighi, a un certo punto del romanzo intuiamo chi è l’assassino, ne comprendiamo le motivazioni e nonostante questo Wagner ci porta avanti senza che la nostra curiosità venga meno, perché le cose il furbastro ce le propina con sapiente parsimonia. Le centelliniamo fino in fondo rimanendo comunque mangnetizzati dalla narrazione e assorbiti da una fortissima empatia.

Recensione dal blog Cinemadadenuncia

Lezioni di tenebra

Di Enrico Pandiani, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 359, € 16,00

Parigi, fine giugno, sera. Il volto coperto da un foulard di seta nera, un’assassina dagli occhi troppo azzurri maestra nella tecnica dello Shibari (bondage portato a un eccesso di estetismo), uccide freddamente Martine Delvaux, attuale compagna del commissario Jean-Pierre Mordenti e fotografa del prestigioso studio Art-en-Images. Per il comandante degli italiens non è che l’inizio di un’indagine-labirinto in cui il desiderio di vendetta dovrà fare i conti con gli obblighi ufficiali dell’inchiesta, col seducente affiancamento del bellissimo tenente di polizia Maëlis Deslandes e coi deliri di onnipotenza di un grottesco mecenate torinese. Un viaggio verso la parte scura della sua anima.
Cresce di romanzo in romanzo la statura letteraria di Enrico Pandiani, ideatore della saga de «les italiens», squadra della Crim parigina inzialmente composta da sbirri di origine italiana e integrata all’occorrenza da flic corsi e alsaziani. Se l’eponimo Les italiens metteva in scena in 256 pagine la lotta per la sopravvivenza di un commissario senza nome e le 311 di Troppo piombo assegnavano a Jean-Pierre Mordenti nome, cognome e un’investigazione nell’ambiente del giornalismo, le 359 di Lezioni di tenebra squadernano un’indagine che fa la spola tra sex club dove si pratica il bondage e il mondo dell’arte, offrendo a Mordenti e compagnia sparante una movimentata trasferta torinese. Non si tratta soltanto di crescita quantitativa o di semplice espansione geografica: libro dopo libro, Pandiani si cimenta con trame sempre più intricate e operazioni sempre più rocambolesche senza ripiegare su formule collaudate e schemi rassicuranti, esplorando al contrario territori narrativi contraddistinti dal segno dell’imprevedibilità e del divertimento sfrenato.
Gioca Pandiani, anche quando i toni sembrano farsi più tetri e sinistri. Gioca coi cliché di genere (il protagonista spavaldo e sciupafemmine) per contenerli e ridimensionarli (non è certo fortuito che nel primo capitolo Mordenti venga messo al tappeto e incaprettato da una sconosciuta che gli uccide la donna sotto gli occhi). Gioca con le atmosfere, costantemente attraversate da scariche di ironia e sarcasmo graffiante. Gioca col linguaggio, ora piegandolo verso il tecnicismo fotografico (obiettivi Summilux asferici, banchi ottici Linhof Master Technika) ora sporcandolo col dialetto torinese (la telefonata dell’ispettore Francesco Cat Berro): sempre padroneggiandolo con la sicurezza di uno scrittore di razza. Gioca con la narrazione, autentico pretesto per parlare di ciò che conosce e ama: Parigi in tutte le sue suggestive proiezioni, le armi inconsuete e terribili, la musica (il Couperin delle Leçons ovviamente, ma anche l’immancabile Georges Brassens, i Led Zeppelin, i Jefferson Airplane e molto altro ancora).
Lezioni di tenebra non è soltanto il libro più bello e maturo che Pandiani abbia scritto finora, ma anche il più estremo: più di cinquanta personaggi, teatro dell’azione fortemente dilatato (da Parigi a Torino passando per Le Kremlin-Bicêtre e Troyes), indagini parallele (i Brocs che stanno dietro al famigerato falsario Calogero Vastedda), pratiche erotiche ad alto coefficiente di raffinatezza e sadismo (lo Shibari praticato dalla “dea della perdizione” Madame Satin) e, dulcis in fundo, il delirante progetto di un furto indicibile, tassello conclusivo di una collezione concepita da un individuo in preda alla megalomania e al delirio di onnipotenza (vi ricorda qualcuno?). Ma, soprattutto, il terzo capitolo della saga degli «italiani del cazzo» (denominazione alternativa del gruppo di Mordenti e soci all’interno della Brigata Criminale) è quello in cui il gusto (il piacere e la necessità) dello scrivere sovrasta ogni altra cosa, mettendo in secondo piano la logica dell’intreccio e la linea retta dell’indagine poliziesca.
Lezioni di tenebra, infine, è il Jackie Brown di Pandiani: se i romanzi precedenti mettevano i personaggi sbozzati al servizio dell’intrigo poliziesco e alla descrizione della violenza dilagante, ora il rapporto di forza si ribalta. La narrazione in prima persona di Mordenti non è più il dazio narrativo da pagare alla tradizione del genere, ma diventa voce vera e propria, testimonianza in presa diretta che non rifugge da ammissioni di fragilità (“Ho lasciato la buoncostume per questa mia incapacità di reagire al dolore della gente inerme”), lampi di consapevolezza (“La sera in cui Martine era morta, avevo intrapreso un viaggio verso un’oscurità popolata di ombre incerte”) e sentori di abbrutimento (“Avevo l’impressione che la parte scura della mia anima mi ammorbasse, come se tutta questa tensione stesse cercando di trasformarmi lentamente in una persona peggiore”). Finalmente Mordenti si smarca dal cliché di flic scanzonato e si tramuta in personaggio con luci e ombre. O meglio, come direbbe lui, in “un commissario della polizia francese in missione per conto del mio paese”.

venerdì, 4 febbraio 2011
http://cinemadadenuncia.splinder.com/post/23987842/lezioni-di-tenebra

 

Philippe Djian: la carne viva della scrittura

Incidenze

Un romanzo di Philippe Djan, Voland Editore, 2011

È probabile che anni fa molta gente abbia apprezzato Philippe Djian senza saperlo. In Italia infatti, Philippe è stato preceduto dalla fama dei suoi libri quando Betty Blue, il film di Beineix tratto dal suo romanzo 37°2 le matin, per una lunga stagione è diventato film di culto. Si trattava del terzo romanzo di Philippe, già carico dei suoi temi prediletti, gli anti eroi complessi, i mondi strappati che si portano dentro, il loro gusto per l’assoluto e la vana ricerca di un briciolo di felicità. Elementi che ritroviamo, se possibile ancora più intensi e definitivi, in Incidenze.
L’inizio di Incidenze mi ha ricordato un altro grande romanzo che comincia con la morte accidentale di un’amante che il proprio compagno si ritrova morta nel letto, Domani nella battaglia pensa a me di Xavier Marias. Nel romanzo di Philippe Djian, Barbara, una ragazza dall’aria per bene, muore nel letto di Marc, il protagonista, dopo una notte passata a bere e a scopare. In entrambi i romanzi sono queste morti improvvise a scatenare gli avvenimenti che daranno forma alla vicenda, in Marias la ricerca di identità e di ruoli, in Djian una discesa negli inferi della coscienza, che porterà inevitabilmente il protagonista verso il suo destino.
A cinquantatre anni, Marc è professore di letteratura applicata in un’università, non meglio identificata, da qualche parte in Francia. Ma potrebbe anche essere l’America. Ha scoperto di esercitare un fascino quasi animale sulle sue studentesse, alle quali non lesina umiliazioni e stroncature, e naturalmente ne approfitta portando avanti una serie di avventure sessuali con la sola preoccupazione di tenere il più possibile nascosta questa sua infrazione alle ferree regole dell’istituto. La nemesi di Marc è Richard, grigio e insulso direttore del dipartimento di letteratura che gli sta con gli occhi addosso cercando un pretesto per licenziarlo e ne insidia la sorella.
Marc è un uomo stanco, disilluso. È cattivo con se e con gli altri. Si muove come un automa impazzito in un ambiente che conosce bene, nel quale è nato e cresciuto e ha sofferto. Ha il terrore della lombaggine e si lascia andare a piccole astuzie da disonesto, come quando riceve per errore una manica a vento in forma di pesce gatto e la tiene senza pagarla negando di averla mai ricevuta. Il gioco delle parti è in questo romanzo, ai suoi massimi livelli.
Il sesso pare essere il cemento che ancora tiene in piedi il muro sgretolato che è la sua vita. Marc è un uomo che ha riscoperto la propria mascolinità e ne gode apertamente. L’amore e la tenerezza non sono contemplate, non fanno parete del suo mondo. L’infanzia terribile che ha avuto, le cose che fa e ha dovuto fare gliele hanno portate via.
Fuma come un turco, insegna ciò che ritiene di non essere capace a fare e scopa con le sue studentesse. Per il resto del tempo corre con la sua 500 che lo porta dal lavoro alla casa di famiglia che divide con una sorella anoressica, con la quale ha un rapporto morboso e insofferente che Djian ci svelerà sapientemente nel corso del romanzo, senza fretta. Del loro presente e del loro passato ci lascia indovinare solamente i contorni permettendoci di intravedere i traumi che ne hanno costellato le vite. Marc è un personaggio sfaccettato che a momenti ispira simpatia e poche righe più avanti ci disgusta. Ognuno dei due ha i suoi spazi ma i bisogni e le insofferenze si sovrappongono, creano un clima pesante squarciato da brevi spasmi di un affetto senza sbocco. La ferocia di questo rapporto è esasperata dalla sua apparente normalità.
La morte di Barbara manda in pezzi questo meccanismo quasi perfetto. Per una quantità di motivi più o meno condivisibili, Marc decide di far sparire il cadavere della ragazza. Questa decisione scatena una serie di avvenimenti che porteranno il protagonista verso un finale esplosivo che ne vaporizzerà le emozioni in un fuoco d’artificio triste e colorato. Il luogo stesso nel quale Marc getterà il cadavere è allo stesso tempo utero e pattumiera,
Reduce da un’infanzia segnata scandita da drammi e miserie, il protagonista ha ormai capito come comportarsi nella vita. Ha rinunciato a scrivere accontentandosi di insegnare ai suoi studenti ciò che non si può insegnare: il mistero della creazione. Non gli rimangono, dunque, per rendere più sopportabile la vita, che le avventure sessuali con le sue giovani allieve, delle quali nemmeno riesce a ricordare il nome.
Fino al momento in cui Myriam entra nella sua vita, Marc ha diviso la sua sofferente esistenza soltanto con Marianne. Myriam appare una mattina. È la matrigna di Barbara e vuole sapere, vuole conoscerla attraverso i ricordi di Marc. Il rapporto tra i due è difficile, a volte soffocante, diviso tra un amore freddo e l’insofferenza bestiale di due vite insoddisfatte. Si cercano, si lasciano, si ritrovano, scopano. Del loro presente e del loro passato Philippe ci lascia indovinare solamente i contorni permettendoci di intravedere i traumi che hanno costellato le loro vite. Marc è un personaggio sfaccettato che a momenti ispira simpatia e poche righe più avanti ci disgusta. Il suo autolesionismo è pari all’enormità di ciò che ci nasconde.
Per tutto il corso del romanzo la tragedia incombe sulla testa dei protagonisti. A volte possiamo quasi toccarla con mano, altre volte pare allontanarsi, ma è sempre lì. Il ritmo affannato della narrazione tiene il lettore costantemente in tensione. Incidenze è un romanzo crudo e crudele, dal quale non si esce indifferenti. Ci mostra i muscoli e i nervi dell’esistenza, ne scopre la carne viva. Ce ne sbatte in faccia la fluida complessità attraverso i gesti e i pensieri di Marc. Non c’è un solo momento che sia banale o scontato. Ogni pagina è una sorpresa, ogni gesto è inaspettato e ci confonde.
Con un’abilità estrema Djian si permette persino alcuni passaggi di barocca bellezza, quasi volesse coinvolgerci in una festa goliardica che caracolla diabolica tra le tombe di un cimitero. Ce ne fa sentire le urla, le perplessità, la sofferenza fisica, ci schiaffeggia con un formidabile simbolismo. I pochi momenti di apparente serenità stridono come la lama di un badile che gratta sul cemento.
Chiudere l’ultima pagina strappa un sospiro di sollievo, ti permette finalmente di riprendere a respirare. Lentamente esci da quell’abisso senza fondo dal quale sei stato assorbito, ma ti rendi conto che qualche cicatrice ti è rimasta addosso.

Di Philippe Djian, Voland ha già pubblicato 37°2 al mattino (Betty Blue) e Imperdonabili

Troppo piombo: recensisce Liberal

Giovani narratori crescono

Recensione su Liberal di mercoledì 8 settembre 2010. P. 20
di Alessandro Marongiu

È passato poco più di un anno, era il giugno del 2009, da quando Liberal ha tenuto a battesimo i debutti di due scrittori che, per i loro primi passi, avevano scelto di muoversi, pur se ognuno con il proprio stile, nei territori del noir. Quel battesimo deve aver portato bene (o almeno non deve aver portato poi troppo male), se a distanza di dodici mesi da Les italiens e Nero riflesso i rispettivi autori, Enrico Pandiani ed Elias Mandreu, tornano in libreria praticamente in contemporanea con Troppo piombo (Instar, 320 pagine, 14,50 euro) e Dopotutto (Il Maestrale, 230 pagine, 17 euro)

Partiamo esattamente come un anno fa, da Pandiani. La sua opera prima era talmente valida, che pensare che il grafico torinese riuscisse a ripetersi poteva apparire un azzardo: e invece non solo Pandiani ha saputo ripetersi, ma addirittura superarsi, facendo di Troppo piombo un altro gioiello della narrativa di genere contemporanea, dimostrando di avere una scrittura e e una vena artistica ben più felici di tanti colleghi (al momento) più blasonati.
Il romanzo racconta una nuova avventura de les italiens, la squadra di flic parigini di origine italiana capitanata dal commissario Mordenti, alle prese questa volta con un assassino che turba il clima natalizio della capitale transalpina uccidendo con una violenza esagerata, quasi parossistica, alcune redattrici del quotidiano Paris24h. Seguendo la strategia che Pandiani ha deciso di adottare per i suoi libri come fosse un marchio di fabbrica, l’inizio di Troppo piombo, col criminale intento a a far fuori una delle sue vittime a mani nude, è di quelli cui l’espressione «pugno nello stomaco» calza a pennello. Incredulo anch’egli di fronte a tanta ferocia, che non si esaurisce con il primo omicidio ma si ripeterà in seguito, il buon Mordenti comincia a investigare da par suo, ma con un elemento di novità a complicargli le mosse: la passione per la bellissima, irresistibile Nadège, passione in cui non ci sarebbe niente di sconveniente, non fosse che la donna lavora proprio come giornalista e proprio per Paris24h, ed è coinvolta, in un modo o nell’altro, nella scia di sangue e morte cui il commissario sta cercando di porre fine. Quell’«in un modo o nell’altro», a ben vedere, fa però tutta la differenza del mondo: perché Mordenti, confuso dai suoi sentimenti, fa sempre più fatica a capire se Nadège sia solo una potenziale vittima che va protetta o, piuttosto, una complice dell’aguzzino delle sue colleghe. Enrico Pandiani non inventa niente (né del resto ha l’aspirazione a farlo), ma è la qualità della sua scrittura a renderlo unico nell’attuale panorama della letteratura poliziesca (intendo con «poliziesca» tutto ciò che è variamente assimilabile alla detection story) del nostro paese: nei suoi libri tutto è perfetto, non c’è una parola fuori posto, il ritmo è incalzante e i personaggi ben delineati, con un cinismo marcato ma allo stesso tempo leggero a fare da piacevole basso continuo alle storie.
D’altro canto, quando c’è da spingere sul pedale della sgradevolezza, Pandiani non si tira indietro: in Troppo piombo c’è ad esempio una durissima sequenza che descrive uno dei crimini più odiosi che si possano immaginare, cioè un lungo, lunghissimo, pare infinito, stupro di gruppo che l’autore torinese riesce a rendere con tale verosimiglianza da far gelare il sangue nelle vene al lettore.
Non c’è verso di restare impassibili; un pezzo di maestria narrativa dal quale è davvero difficile riprendersi.
(…)

Il Mucchio e La Sicilia, due recensioni

Recensione di Carlo Bordone
Il Mucchio, aprile 2010, pag. 143

Troppo piombo
Instar Libri, pp. 311, euro14,50

Gli incipit delle storie degli italiens, la squadra di poliziotti parigini con cognomi da paisà inventati da Enrico Pandiani, swmbrano un po’ quelle dei Ramones, 1-2-3-4 e sei già nel vivo della storia. Con un bang! o con un crash! Se l’esordio eponimo, pubblicato l’anno scorso, partiva in quarta con una bella sparatoria nella quale la parte del bersaglio spettava proprio ai nostri piedipiatti presi di mira da un cecchino spietato, Troppo piombo ci trasporta subito sul luogo del delitto, eseguito, contrariamente a quello che farebbe pensare il titolo, a mani nude. Un assassinio portato a termine con efferata bestialità, del quale non ci viene risparmiato nessun dettaglio horror da medicina legale. La vittima è una giornalista del giornale centrista/liberale Paris 24h, bella, rampante e carrierista. Una stronza, insomma, odiata dall’intera redazione tranne che dalle sue tre amiche, carrieriste rampanti e stronze proprio come lei. Proprio come lei, invischiate in una strana vicenda iniziata mesi prima con una sfilata di moda “alternativa” mentre nella banlieue si accendevano i fuochi della rivolta. E, proprio come lei, destinate a una gran brutta fine. Sulle tracce del Killer di giornaliste stronze si mette il commissario Mordenti, con al seguito la sua squadra di italiens; il caso sembra impossibile, vista l’assenza totale di indizi, ma Mordenti non ci metterà molto a trovare il bandolo della matassa, non prima, naturalmente, di portarsi a letto la bellissima Nadège, responsabile delle pagine di moda.
Rispetto al primo romanzo, il commissario/voce narrante guadagna, oltre che un nome, anche una maggior ricchezza di sfumature, pur rimanendo intenzionalmente nel canone del pulotto un po’ disilluso, un po’ romantico, un po’ (molto) autoironico: tra Sanantonio e Philip Marlowe, con qualche spruzzata di Lino Ventura, sotto il cielo di una Prigi invernale e a tratti pennachiana. Pandiani sa dosare con grande abilità non solo i meccanismi del genere poliziesco, ma sopratutto i suoi stereotipi, utilizzati con notevole vena umoristica e un gran senso el ritmo. Insomma: se non ci si diverte con storie come queste, si merita di essere sbattuti a dirigere il traffico.

STACCO

Recensione di Carlotta Romano
La Sicilia, 27 aprile 2010, pag. 18

Due morti e un pizzico d’ironia

Les italiens (2009, Instar Libri), il primo libro di Enrico Pandiani, è il nome di una squadra di poliziotti di origine italiana che lavora alla Brigata Criminale della polizia di Parigi. Amano Brassens e gli spaghetti. Sono serviti all’autore per sganciarsi sia dagli italiani che dai francesi: Parigi come intrigante ambientazione sulla quale far muovere personaggi di origine italiana. Vero appassionato della capitale francese, Pandiani si apre alle sue suggestioni, trae dagli angoli della città spunti per storie noir che sanno tenere il lettore inchiodato alla pagina. Les italiens seguivano la storia di una fuga e tornano ora in Troppo piombo (sempre Instar Libri) per indagare sulla morte di due giornaliste di un immaginario giornale parigino, uccise in modo particolarmente violento. Prima che le indagini prendano una direzione precisa c’è spazio per la storia personale, per parlare dei rapporti, dei flirt, dei luoghi. Ciò che maggiormente sembra interessare l’autore è proprio l’intreccio dei personaggi. Insieme a fare qualcosa di diverso dal noir italiano, spesso triste e problematico, seguendo una scrittura che, ad esempio, recuperi più evidentemente il senso del divertimento.

Fioccano le recensioni; ecco TuttoLibri

Un giallo per cinefili: «Troppo Piombo» di Pandiani
Recensione di Francesco Troiano (La Stampa – Tutto Libri, sabato 17 aprile, pag. III)

In unaParigi all’ultimo respiro

E’ decisamente feroce, la pagina iniziale di Troppo piombo (Instar Libri, pp. 312, e 14,50): un omicidio a mani nude, calci e pugni, il modus operandi d’un assassino che prende di mira le redattrici di un quotidiano parigino.
L’incipit shockante pare marchio di fabbrica di Enrico Pandiani, grafico di professione ed abile scrittore di noir: c’era già nel suo fortunato esordio, Les italiens, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2009. In questa nuova prova, ritroviamo la squadra d’italiani in forza alla Brigata Criminale, al quai des Orfèvres: protagonista è, ancora, il commissario Jean-Pierre Mordenti, quarantenne atletico, fascinoso, di buone letture.
Se le coordinate letterarie restano le medesime (l’ironia di Fréderic Dard, l’aggressività di Jean-Patrick Manchette e, tra gli statunitensi, la vividezza di Horace McCoy), Troppo piombo è libro su tutto innervato di celluloide: non è certo per caso che Mordenti, entrando nella brasserie Lipp con la femme fatale Nadège Blanc, s’imbatta in un invecchiato e spiritoso Jean-Paul Belmondo, né che sia boutdesouffle il nome utente dell’account creato dal killer per comunicare con la polizia.
L’intiero racconto, in verità, sembra un omaggio a certo polar cinematografico d’oltralpe, quello di José Giovanni e di Henri Verneuil: è, quest’ultimo, il regista di Peur sur la ville (Il poliziotto della Brigata Criminale, 1975), interpretato proprio da uno scatenato «Bebel», che – incentrato sullo scontro fra un commissario tanto sopra le righe quanto scanzonato ed un maniaco che uccide donne – è probabilmente stato tra le fonti d’ispirazione per Pandiani.
Ma, al di là di citazioni e di riferimenti, è il ritmo narrativo ad esser cinematografico: tra una sparatoria in un condominio ed uno stupro collettivo, la storia non perde un colpo. Rispetto alla tradizione del noir indigeno, infine, dal superbo Scerbanenco in avanti, lo scrittore torinese preferisce la sottolineatura ironica alla cupezza d’ordinanza: neanche nel finale, che paga pegno alla tradizione dello sbirro eroico per amore, vi rinunzia del tutto («Saresti davvero rimasto davanti a me fino alla fine?» – «Ma starai mica scherzando?»).
Ed è una choucroute, oltre a un bel corpo di donna, il pagano premio per il guerriero stanco.

Troppo piombo: Ne parla Giovanni Tesio

Ritornano les italiens di Pandiani

Una recensione di Giovanni Tesio
Torino Sette, 9 aprile 2010 – pag. 69

Tornano «les italiens», i simpatici spostati. Torna il loro autore, Enrico Pandiani. E torna con un nuovo titolo, «Troppo piombo», edito dai torinesi di Instar Libri (pp. 312, euro 14,50), che già hanno tenuto a battesimo il loro esordio di buon conio.
Tra poliziesco e noir, tornano i cinque compari (ma potremmo anche dire i tre più due) che si dimenano come i magnifici sette. Tornano le loro imprese di investigazione celere e anche un po’ balorda. Tornano le citazioni estrosamente postmoderne di film, libri e canzoni. Tornano le atmosfere parigine tra cuore e banlieu (la periferia Nord), questa volta rese più suggestive dall’ ambientazione nivale che contrassegna una larga vigilia natalizia tra piccoli fiocchi e quasi bufera.
Ma con tanti bei ritorni dobbiamo pur registrare qualche segno di cedimento: una scrittura a tratti un po’ più cascante, una tensione un pò più protratta e anche una dose di effetti un po’ più speciali (con tanto di botto finale) di cui «les italiens» non avrebbero di per sé bisogno, perché la loro forza è la solidità del gruppo, il clima di simpatia che riescono a creare, e infine – va sans dire – la leadership del protagonista Jean-Pierre Mordenti.
Ovvero quello che dice io. Quello che va in giro con una Karmann Ghia azzurra. Quello che canticchia i suoi motivi vintage. Quello che veste stropicciato dopo notti di diluvi ormonali. Quello che a proposito di alcune fotografie indiziarie può affermare con piena coscienza del ridicolo: «Erano state scattate in redazione e ne ho dedotto che dovessero essere colleghe. Del resto sono uno sbirro, dedurre è il mio forte». Quello che con il tipico umorismo dei «tombeurs» sentimentali dalla patta ardita può concedersi un peana da caduta libera: «I suoi occhi scuri e penetranti ti passavano
da parte a parte come due proiettili di ossidiana. La bocca, d’altro canto, era un capolavoro di ingegneria labiale. Aveva un aspetto soffice e performante».
Questa volta la scena è la redazione di un giornale, è la lotta spietata per la sopraffazione e per il potere, che innesca tutta una vera e propria cattedrale di vendette – tremende vendette – anche se di più non voglio dire (e tanto meno voglio dire qualcosa che tolga piacere all’intreccio, essenziale in questo tipo di narrazioni). Ci sono delle donne, ci sono degli uomini e ce n’è uno in particolare (non rivelo nulla di indebito) che veste i panni del giustiziere inesorabile. Ma c’è soprattutto il ritmo che nell’insieme trasforma gli inseguimenti, le piste, i depistaggi, gli errori, gli spari in un gioco d’estri e di gusti. Un sound che al bal musette sa mescolare le note di un’infera magia sospesa con humour tra razionalità cartesiane e i molti diavoli capaci di beffarne le misure.