Fioccano le recensioni; ecco TuttoLibri

Un giallo per cinefili: «Troppo Piombo» di Pandiani
Recensione di Francesco Troiano (La Stampa – Tutto Libri, sabato 17 aprile, pag. III)

In unaParigi all’ultimo respiro

E’ decisamente feroce, la pagina iniziale di Troppo piombo (Instar Libri, pp. 312, e 14,50): un omicidio a mani nude, calci e pugni, il modus operandi d’un assassino che prende di mira le redattrici di un quotidiano parigino.
L’incipit shockante pare marchio di fabbrica di Enrico Pandiani, grafico di professione ed abile scrittore di noir: c’era già nel suo fortunato esordio, Les italiens, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2009. In questa nuova prova, ritroviamo la squadra d’italiani in forza alla Brigata Criminale, al quai des Orfèvres: protagonista è, ancora, il commissario Jean-Pierre Mordenti, quarantenne atletico, fascinoso, di buone letture.
Se le coordinate letterarie restano le medesime (l’ironia di Fréderic Dard, l’aggressività di Jean-Patrick Manchette e, tra gli statunitensi, la vividezza di Horace McCoy), Troppo piombo è libro su tutto innervato di celluloide: non è certo per caso che Mordenti, entrando nella brasserie Lipp con la femme fatale Nadège Blanc, s’imbatta in un invecchiato e spiritoso Jean-Paul Belmondo, né che sia boutdesouffle il nome utente dell’account creato dal killer per comunicare con la polizia.
L’intiero racconto, in verità, sembra un omaggio a certo polar cinematografico d’oltralpe, quello di José Giovanni e di Henri Verneuil: è, quest’ultimo, il regista di Peur sur la ville (Il poliziotto della Brigata Criminale, 1975), interpretato proprio da uno scatenato «Bebel», che – incentrato sullo scontro fra un commissario tanto sopra le righe quanto scanzonato ed un maniaco che uccide donne – è probabilmente stato tra le fonti d’ispirazione per Pandiani.
Ma, al di là di citazioni e di riferimenti, è il ritmo narrativo ad esser cinematografico: tra una sparatoria in un condominio ed uno stupro collettivo, la storia non perde un colpo. Rispetto alla tradizione del noir indigeno, infine, dal superbo Scerbanenco in avanti, lo scrittore torinese preferisce la sottolineatura ironica alla cupezza d’ordinanza: neanche nel finale, che paga pegno alla tradizione dello sbirro eroico per amore, vi rinunzia del tutto («Saresti davvero rimasto davanti a me fino alla fine?» – «Ma starai mica scherzando?»).
Ed è una choucroute, oltre a un bel corpo di donna, il pagano premio per il guerriero stanco.

Troppo piombo: Ne parla Giovanni Tesio

Ritornano les italiens di Pandiani

Una recensione di Giovanni Tesio
Torino Sette, 9 aprile 2010 – pag. 69

Tornano «les italiens», i simpatici spostati. Torna il loro autore, Enrico Pandiani. E torna con un nuovo titolo, «Troppo piombo», edito dai torinesi di Instar Libri (pp. 312, euro 14,50), che già hanno tenuto a battesimo il loro esordio di buon conio.
Tra poliziesco e noir, tornano i cinque compari (ma potremmo anche dire i tre più due) che si dimenano come i magnifici sette. Tornano le loro imprese di investigazione celere e anche un po’ balorda. Tornano le citazioni estrosamente postmoderne di film, libri e canzoni. Tornano le atmosfere parigine tra cuore e banlieu (la periferia Nord), questa volta rese più suggestive dall’ ambientazione nivale che contrassegna una larga vigilia natalizia tra piccoli fiocchi e quasi bufera.
Ma con tanti bei ritorni dobbiamo pur registrare qualche segno di cedimento: una scrittura a tratti un po’ più cascante, una tensione un pò più protratta e anche una dose di effetti un po’ più speciali (con tanto di botto finale) di cui «les italiens» non avrebbero di per sé bisogno, perché la loro forza è la solidità del gruppo, il clima di simpatia che riescono a creare, e infine – va sans dire – la leadership del protagonista Jean-Pierre Mordenti.
Ovvero quello che dice io. Quello che va in giro con una Karmann Ghia azzurra. Quello che canticchia i suoi motivi vintage. Quello che veste stropicciato dopo notti di diluvi ormonali. Quello che a proposito di alcune fotografie indiziarie può affermare con piena coscienza del ridicolo: «Erano state scattate in redazione e ne ho dedotto che dovessero essere colleghe. Del resto sono uno sbirro, dedurre è il mio forte». Quello che con il tipico umorismo dei «tombeurs» sentimentali dalla patta ardita può concedersi un peana da caduta libera: «I suoi occhi scuri e penetranti ti passavano
da parte a parte come due proiettili di ossidiana. La bocca, d’altro canto, era un capolavoro di ingegneria labiale. Aveva un aspetto soffice e performante».
Questa volta la scena è la redazione di un giornale, è la lotta spietata per la sopraffazione e per il potere, che innesca tutta una vera e propria cattedrale di vendette – tremende vendette – anche se di più non voglio dire (e tanto meno voglio dire qualcosa che tolga piacere all’intreccio, essenziale in questo tipo di narrazioni). Ci sono delle donne, ci sono degli uomini e ce n’è uno in particolare (non rivelo nulla di indebito) che veste i panni del giustiziere inesorabile. Ma c’è soprattutto il ritmo che nell’insieme trasforma gli inseguimenti, le piste, i depistaggi, gli errori, gli spari in un gioco d’estri e di gusti. Un sound che al bal musette sa mescolare le note di un’infera magia sospesa con humour tra razionalità cartesiane e i molti diavoli capaci di beffarne le misure.

Giovanni Tesio recensisce «Les italiens»

La Stampa –Torino Sette
12 luglio 2009, pagina 56
Di Giovanni Tesio

Più di un “buon vecchio noir”

S’intitola «Les italiens» l’esordio letterario del torinese Enrico Pandiani, edito da Instar Libri

In copertina una frase a effetto di un noto collega per l’esordio narrativo di Enrico Pandiani, un torinese che fa il grafico pubblicitario e che ha la passione del poliziesco. La frase è di Giancarlo De Cataldo e fa bella mostra di sé al cuore di una stilizzata sagoma da tiro: «Una boccata d’ossigeno nel buon vecchio noir».
Niente male perché dice tutto o quasi: dice che il «buon vecchio noir» è un genere cui convengono le pacche sulle spalle e dice della boccata d’ossigeno che qui non è data soltanto dalla vivacità dell’autore, ma anche – e di più – dal senso dell’umorismo che attraversa ogni sua pagina.
Il romanzo s’intitola felicemente «Les italiens» (258 pagine, prezzo di vendita euro 13,50) ed è pubblicato dalla torinese Instar Libri, ormai solidamente attestata su un buon regime di qualità.
Les italiens sono dei bravi poliziotti-mousquetaires (Brigata Criminale) che non mancano di estro e di duttilità e che conservano dell’origine la disinvoltura un po’ sfacciata e sbruffona. Insomma dei parigini un po’ speciali, che iniettano nel cartesianesimo indigeno qualche goccia di imprevedibilità, prendendosi delle licenze che fanno simpatia.
Questa volta sono alle prese con un «affaire» nemmeno tanto intricato, ma sorprendente.
Una storia di identità negate, che coinvolgono una malcapitata che si chiama Delphine Quillard; un trans mozzafiato che fa l’artista e si chiama Moët (ma anche qualcosa di più che la storia rivelerà), un’amica gallerista, amante di lui (o di lei? un dilemma che l’io narrante riuscirà a sciogliere), che si chiama Aline Bergerac; Una signora di rango che si chiama Océane (madame Océane  d’Anglas, a dirla intera); Un politico razzista, un verme che lo sostiene, una banda di scagnozzi che lo servono. Ma anche un delizioso nume protettivo che si chiama Papà Simon, un amicoche non tradisce, un capo che sa capire, un poliziotto nero che cita Dante, una serie di comparse che tengono tutte bene il loro ruolo.
Situazioni-tipo, situazioni limite, situazioni incresciose da cui si esce con la mossa del cavallo e la fortunosa prontezza dei predestinati.
Pugni sparatorie agguati trappole insidie carnaccia pesta e spappolata, macelleria assortita a colpi dei più svariati calibri, tregue di letto (magari intinte di salsa plurima), e poi tante citazioni: di film, di canzoni, di battutecollocate in giusti punti di tensione (c’è perfino un gatto che si chiama Chanoine, come quello di Victor Hugo). Grand guignol e spirito aguzzo, dunque, di cui do un esempio solo: «Océane ha aperto una botiglia di Pichon Longueville Comtesse de Lalande, Pauillac 1983. Per sapere tutto il resto, temperatura, cru, eccetera, è meglio se chiedete a James Bond».
Ma sotto sotto, ben avvertibile, anche un sentore di fumo e di cenere che da Philip Marlowe in poi costituisce la forza del genere.
Un’ultima osservazione per questo esordio non precoce (Pandiani ha da tempo scavalcato i quaranta), che consiglio a tutti i lettori intelligenti: la bellezza di Parigi sta lì come un incanto a fare da carta di delizie, tra «droite» e «gauche», vie monumentali e viuzze più segrete, centro e periferie, per accompagnare l’avventura come una dichiarazione di (vero) amore.

Le recensioni de La Stampa su Les italiens

La Stampa, 2 giugno 2009 – Pagina 34, sezione Società & Cultura.
Di Bruno Ventavoli.

Con il flic di Pandiani, il “noir” è da vedere

Un proiettile entra dalla finestra di un ufficio di polizia e si conficca nella pancia di un flic. Poi un altro, e un altro ancora. Dodici in tutto. Che frantumano oggetti, scheggiano muri, lacerano corpi. La scena dura sì e no una decina di secondi. E occupa l’intera prima pagina di Les Italiens (Instar Libri) il fortunato romanzo noir d’esordio di Enrico Pandiani. Di professione, lui, nella vita fa il grafico editoriale. Un tempo con matite, pennarelli, chine, sapeva trarre disegni stupendi, ora lo fa con il mouse di un computer. Ma l’estro tracima in tutta la sua esuberanza nella scrittura. Perché la forza di questo romanzo poliziesco, che ha il sapore dei grandi noir francesi con Ventura o Delon, da Melville a Malet, sta proprio nella incisiva visività della scrittura. Ogni frase è come la sequenza di un film, la tavola di una graphic novel. Capace di cogliere il dettaglio d’un bossolo, un fiotto di sangue, la fibbia d’un sandalo, ma anche la sensualità d’un corpo in amore. E di ammanettare il lettore fino all’ultima riga d’una vicenda «à bout de souffle», scritta e osservata in prima persona.
Protagonista è un flic parigino che appartiene a una squadra di colleghi, tutti d’origine italiana, compattati dall’amicizia, dal medesimo gusto per spaghetti e Brassens. Un giorno, per un banale scherzo, piombano nell’inferno. Un paio ci lasciano le penne. Uno, il più coriaceo, il più disincantato, decide di andare fino in fondo e capire perché un cecchino professionista ha sparato quei dodici colpi che hanno seminato morte. Troppo innamorato della verità per farsi illudere dalla giustizia. Come tanti sbirri che l’hanno preceduto nella letteratura poliziesca, s’aggira in una Parigi traslucida di glamour e malata di corruzione, estremismo destrorso, volontà di potenza. E come tutti loro, anch’egli inciampa nel calappio dell’eros, attratto da Moet, un’affascinante transessuale, spumeggiante quanto le bollicine dello champagne omonimo. Dopo cadaveri, busse, zigomi fratturati, sparatorie e inseguimenti, arriva la soluzione del caso, che affonda le radici nel marcio di un segreto famigliare.
Un noir di valore, scritto col piglio impertinente dei classici, ma sorprendente come gli amplessi non convenzionali che esplora – provandone non parco godimento – il protagonista. Ancora una volta, per sfuggire dalla banalità dell’oggi, ci viene in soccorso la letteratura di genere. Che di genere non è.

La Stampa – Tutto Libri, 20 giugno 2009 – Pagina 2.
Di Margherita Oggero.

L’esordio di Pandiani. Les italiens in giallo

Les italiens sono tali soltanto per approssimazione: nati in Francia da genitori italiani, della ex patria conservano un’idea affettuosamente d’antan intrecciata con l’immaginario francese: «Eravamo italiani in modo strano, noi italiens, più per cognome che per altro. Lo eravamo in maniera inventata su quel poco che sapevamo dell’Italia o sull’immagine che ce n’eravamo fatta dai film. Luoghi comuni, perlopiù. Un’italianità terribilmente francese, infarcita di atteggiamenti indulgenti alla Lino Ventura e di sguardi languidi alla Yves Montand. Molto incline a sentimentalismi un po’ meridionali e a un certo gusto per l’indolenza».
Nel bell’esordio di Enrico Pandiani Les italiens (Instar Libri, pp. 257) costituiscono, all’interno della Brigata Criminale, una squadra affiatata e solidale, che viene drasticamente ridotta nelle prime due pagine del libro da un cecchino che spara dall’attico di un palazzo di fronte agli uffici del mitico quai des Orfèvres. Spazzati via Brunazzi, Livi e un paio di comparse, in gioco restano lo sbrigativo Coccioni e il sornione Servandoni, più il loro capo, la voce narrante di cui non trapela il nome. Tutto nasce da un equivoco prodotto da uno scherzo, ma a monte c’è ben altro: la protervia criminale di un movimento politico che ha forti agganci col potere. Tocca ai tre superstiti della squadra venirne a capo, e contemporaneamente proteggere la bellissima pungente e ambigua Moet da pericoli mortali. Scrittura veloce e precisa di taglio cinematografico, grazie alla quale sfilano davanti ai nostri occhi il fascino intramontabile di Parigi e la insidiosa complessità delle periferie; dialoghi concisamente efficaci e, grazie a dio, un finale che non scivola nel miele di un’iperdisponibilità posticcia.