Jeu de rapprochements

La mia carissima amica Catherine, dopo aver letto Troppo piombo, ha lavorato sulla figura molto complessa di Gaspar Wendling, il miserabile giornalista al quale sono dovuti gli accadimenti più raccapriccianti nella vicenda del romanzo.
Wendling non lo vediamo che in un’occasione, per il resto lo sentiamo soltanto nominare. Ma siamo testimoni della sua vigliaccheria e assistiamo alla miseria della sua condizione di uomo debole, avido e privo di principi.
Lo scritto di Catherine è un gioco di accostamenti sulla figura del gaspard, il topo di chiavica, da cui Wendling pare proprio prendere il suo nome.

Gaspar Wendling de Troppo Piombo : un personnage de littérature
Par Catherine Beaunier

On le voit peu. On en parle beaucoup. Celui à cause de qui tout arrive.
Son nom… un symbole : Gaspardus du sanskrit Gathaspa, celui qui vient voir.
Wendling fourre son nez partout, dans la merde de préférence.
Gaspard, surnom donné au rat.
Gaspard-le rat qui, à l’instar des gaspards du film de Pierre Tchernia vivant dans les sous-sols de Paris, évolue dans l’ombre et le glauque (le lugubre, le sinistre, le sordide).
En effet, à ce nom surgissent à l’esprit les égouts, les cachots, les immondices, la peste. L’avarice.

Troppo Piombo: Nous y sommes allées de mille euros chacune que nous lui avons donnés. L’idée de Gaspar était de rassembler un groupe de délinquants de ses amis qui auraient fait passer à Nadège une petite heure de pure terreur.

Wendling est bien un rat. Aussi âpre au gain, ambitieux, cynique, froid, calculateur et délateur que son homonyme de La Fortune de Gaspard de la Comtesse de Ségur; parfois lui aussi troublé par de vagues remords.
A la lecture très descriptive et glaçante de la présence nocturne dans les ex Ateliers Felissi de Nadège d’abord, puis de Daphnée et bien sûr à chaque fois du funeste Gaspar Wendling (seul moment du livre où on le voit et l’entend directement), comment ne pas penser au poème à l’atmosphère cauchemardesque d’Aloysius Bertrand Gaspard de la nuit et à sa mise en musique par Ravel dont la noirceur évoque la mort.

Extraits de Un Rêve d’Aloysius :
Il était nuit… une abbaye aux murailles lézardées par la lune- une forêt percée de sentiers tortueux- et le Morimont* grouillant de capes et de chapeaux.
Ce furent ensuite… le glas funèbre d’une cloche auquel répondaient les sanglots funèbres d’une cellule- des cris plaintifs et des rires féroces dont frissonnait chaque fleur le long d’une ramée- et les prières bourdonnantes des pénitents noirs qui accompagnent un criminel au supplice.
Ce furent enfin…un moine qui expirait couché dans la cendre des agonisants- une jeune fille qui se débattait pendue aux branches d’un chêne- et moi que le bourreau liait échevelé sur les rayons de la roue.

Dans Troppo Piombo, lieux inquiétants aussi : La nuit.
Les bâtiments sombres d’une vieille usine abandonnée et délabrée avec ses machines rouillées, ses ferrailles, ses ordures, les fenêtres sales et cassées comme des bouches édentées, béantes dans l’obscurité (on pense aux monstrueuses gargouilles du Moyen-Age).
La banlieue en une période de troubles, avec des groupes de jeunes qui errent sans but. Atmosphère tendue, voitures en flamme, lueurs d’incendies, bruits d’émeutes, de sirènes.
Dédalle de ruelles
Endroit mal éclairé : une vingtaine de bougies puis trois ou quatre.
Le viol, l’horreur infligé à Daphnée. La réflexion de Gaspar W. aux voyous: Regardez dans quel état vous avez mis cette pauvre fille… mais son esquive.

Daphnée eut envie de vomir, de ne plus sentir la douleur, de ne plus rien sentir… Elle rampait et pleurait…Les tôles lui avaient griffé la peau et avaient lacéré ses vêtements. 

A notre Gaspar Rabelais aurait pu dire:
Science sans conscience n’est que ruine de l’âme.
Comme le célèbre brigand provençal Gaspard Bouis de Besse, il désire faire fortune par ruse, malice et séduction. Il finira lui aussi fait comme un rat, non pas écartelé par la roue et décapité – à chaque époque sa méthode – mais achevé sur un tas d’immondices par un justicier sadique.

*  Place Morimont a Digione, dove avvenivano le esecuzioni con la ghigliottina

Le armi de les italiens: Akdal Ghost

La pistola della Mezzaluna

L’Akdal Ghost TR01 è una pistola semi-automatica compatta disegnata e prodotta dalla Ucylidiz Arms (Akdal Arms) in Turchia. Evidentemente la madama turca aveva bisogno di una nuova berta e l’Akdal, senza farselo dire due volte, ha preso una Glock 17 e l’ha scopiazzata quasi spudoratamente. Difatti condivide con la sorella austriaca diverse caratteristiche.
La Ghost TR01 è stata progettata per supplire al bisogno di una pistola per il personale della sicurezza e per le forze di polizia piuttosto che per un uso militare. Pare, infatti, che i militari turchi preferiscano usare la Yavuz 16, un aggeggio scopiazzato, tanto per cambiare, dalla Beretta, che ha la stessa aria goffa, ha passato incredibilmente le prove di affidabilità, è in servizio presso diversi regimenti, eccetera eccetera.
La TR01 è stata messa sul mercato nel 1990 e non dev’essere proprio così male se ancora oggi stanno li a costruirla.

Seduti ai quattro lati di un tavolo nel confortevole salotto di quella specie di rifugio antiatomico siamo rimasti in silenzio per qualche momento. Ancora non riuscivo a credere di avere Calogero Vastedda davanti a me, anche se non sembrava molto in vena di confidenze.
«Lei non sa nulla, commissario» ha detto con un lieve dolcissimo accento siciliano, «mi ha trovato, è vero, ma questo la lascia esattamente al punto di partenza.»
«So più cose di quanto lei creda» ho detto giocherellando con la Akdal Ghost calibro 9 che avevo trovato sulla libreria. Dopo averla scaricata l’avevo posata sul tavolo in mezzo a noi. «Per cominciare so che lei e Gustave avete deciso di farvi un lavoretto per conto vostro senza dirlo al ai vostri amici. Loro lo hanno saputo e vi ha messo quella donna alle calcagna.»
«Quale donna?» ha domandato fingendo curiosità.
Il posto offriva ogni tipo di confort: libri, liquori, una grande televisione, una cucina perfettamente attrezzata e una camera da letto nella quale mi sarei chiuso volentieri con la mia collega per una mezz’oretta di relax.
«Andiamo, Calogero, lei ha paura» ho detto sventolandgli sotto al naso l’automatica turca, «e questa pistola me lo conferma. So che la conosce bene, se la lasciassi girare per Torino le farebbe la pelle senza batter ciglio. Per sua fortuna l’abbiamo trovata prima noi.»
Ha fatto spallucce fissandomi con un sorriso. Aveva fascino da vendere l’amico, era uno di quegli uomini che rimangono belli fino alla tomba. «Guardi, io non ho proprio nulla da dire, né a lei né ai suoi colleghi italiani. Non sono nemmeno sicuro che abbiate in mano qualcosa per trattenermi più a lungo delle formalità del caso, quindi la prego di non insistere.»
In cambio di un sopportabile ronzio, il generatore elettrico nascosto sotto il laboratorio della villa garantiva luce e aria pulita. Probabilmente il gasolio non sarebbe durato in eterno, ma i bisogni di Vastedda erano pochi e l’amico sembrava piuttosto fatalista.
(Da
Lezioni di tenebra, terza inchiesta de les italiens, edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse. Febbraio 2011)

Chi ha disegnato la Akdal Ghost si è premurato di renderla qualitativamente ergonomica dotandola di un’impugnatura confortevole e ben bilanciata e di un sacco di altre caratteristiche che si è trovato belle pronte sui blueprint della Glock. L’arma utilizza un meccanismo a corto rinculo di canna tale e quale la Glock 17, basato sul sistema Browning, nel quale la canna si innesta sulla slitta tramite una singola aletta che entra nella finestra di espulsione. La pistola utilizza un percussore pre-armato che diminuisce il carico di lavoro sul grilletto. In soldoni, per sparare un colpo non c’è bisogno di essere l’incredibile Hulk ma basta sfiorare il grilletto con una leggera presione. Una roba tipo del genere. Non so a che diavolo serva se non ad aumentare le probabilità di spararsi da soli.
La Akdal Ghost è dotata di una serie di sistemi di sicurezza che servono appunto a prevenire spari accidentali o scaricamento indesiderato dell’arma. Questi includono una sicurezza sul grilletto, una sullo spillo del percussore, un indicatore di cane armato, uno di pallottola in canna, eccetera eccetera. Il caricatore bifilare contiene quindici pallottole calibro 9×19. Le tacche di mira sono fisse ma una rotaia Picatinny può essere sistemata davanti al ponticello del grilletto per montre un mirino laser.
Il fusto dell’arma è in polimeri mentre la canna, d’acciaio, ha sei rigature destrorse.
Siccome quasi ogni dettaglio interno e parecchio somigliante a quelli della Glock, nell’interesse della scienza o della stupidità, uno potrebbe essere portato a credere che i vari componenti, che so, la canna per esempio, siano intercambiabili. Ovviamente non è così. Ma asciugate le lacrime e consolatevi, l’Akdal vi costerà sicuramente meno.

“Cinema da Denuncia” per Troppo piombo

Troppo piombo

Recensione di Alessandro Baratti
cinemadadenuncia.splinder.com

Enrico Pandiani, Troppo piombo, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 311, € 14,50

Parigi, 15 dicembre. Rimpiazzati i caduti dell’operazione Chamberat con due acquisti di collaudata affidabilità, la squadra degli italiens si mobilita per un nuovo caso: Thérèse Garcia, caposervizio della cronaca cittadina al quotidiano Paris24h, è stata uccisa nel suo appartamento da qualcuno che l’ha massacrata freddamente per mezz’ora e poi le ha spezzato il collo, lasciando accanto al corpo undici paia di scarpe perfettamente allineate. Capitanati dal commissario Jean-Pierre Mordenti, les italiens si lanciano in un’indagine che li porterà a carambolare tra la redazione del giornale, piccoli trafficanti d’armi che bazzicano il Forum des Halles e relitti industriali della banlieue nord. Mentre il conto dei cadaveri aumenta e il Natale si avvicina, il commissario entra in intimità con Nadège Blanc, redattrice in cronaca cittadina che si occupa di moda. Su tutto una misteriosa sigla che spunta con sospetta insistenza: PPLB.

Avevamo lasciato il commissario senza nome degli Italiens seduto al tavolino di un bistrot, intento a sorseggiare Sancerre e seguire con lo sguardo la bellissima Moët Chamberat che usciva dalla sua vita. Lo ritroviamo nell’appartamento di una donna cui è stato spezzato il collo al termine di un pestaggio di rara ferocia. Ma è solo più tardi, presentandosi alla magnetica e felina Nadège Blanc, che il commissario rivela la propria identità: Jean-Pierre Mordenti, nome che evoca almeno altri due J-P: Belmondo, attore incrociato di sfuggita all’entrata della Brasserie Lipp, e Melville, nume tutelare del genere cinematografico polar (il poliziesco-noir alla francese). Spigliatezza di origine italiana e concretezza di sapore alsaziano (non a caso Jean-Pierre e Nadège vanno da Lipp a mangiare la choucroute) sono gli ingredienti che si mescolano alla perfezione nel personaggio di Mordenti, commissario al comando degli italiens “o, più amichevolmente, quelle teste di cazzo degli italiani” (p.14).

Stavolta il sardonico flic deve vedersela con un assassino che sceglie le sue vittime all’interno della redazione del quotidiano Paris24h, giornale fittizio che riecheggia il settimanale Le Nouvel Observateur. Maledettamente imbrogliata, l’indagine gira inizialmente a vuoto inciampando nella diffidente reticenza dell’ambiente giornalistico, finché non salta fuori l’invito a un défilé di moda organizzato il primo ottobre dell’anno precedente da uno stilista magrebino per celebrare la rivolta nella banlieue. Spazio dell’evento: ex Officine Felissi a Saint-Denis. I fatti accaduti in questo luogo un anno prima sembrano collegarsi ai delitti del Paris24h, costituendone il remoto movente. Da questo momento in poi i segni, gli indizi e le tracce si compattano rapidamente rimandando alla figura di Gaspar Wendling, giornalista del Parisien ucciso cinque mesi prima a Clichy. Tra lui, alcune dirigenti del Paris24h, la sfilata nella banlieue e la catena di omicidi in corso la verità inizia a venire a galla.

Alla seconda prova da romanziere, il cinquantatrenne grafico editoriale torinese Enrico Pandiani alza decisamente il tiro, concependo un intrigo poliziesco molto più elaborato e complesso di quello dispiegato nel libro d’esordio. La complicazione dell’intreccio va di pari passo con l’accrescimento delle dimensioni (311 pagine anziché 256), la proliferazione dei personaggi (più di trenta) e la moltiplicazione dei microcosmi che entrano in rotta di collisione (la polizia, la redazione del Paris24h, la banlieue). Ma lungi dallo scadere nella maniera o nel virtuosismo compiaciuto, Pandiani comunica alla narrazione una vitalità tremendamente contagiosa, tornendo ogni psicologia, intagliando ogni particolare, cesellando ogni dettaglio. Alleggerito da un’ironia che non indietreggia di fronte alle situazioni più estreme e ancorato al territorio parigino con la precisione di una Street View a 360°, Troppo piombo sferra attacchi di puro terrore e descrive attentamente procedure scientifiche, ingaggia dialoghi sferzanti e distilla pause riflessive, intavola interrogatori asfissianti e sciorina azioni adrenaliniche. Senza mai perdere un grammo di incisività o sensualità, come testimoniano le incandescenti pagine dedicate agli omerici amplessi di Jean-Pierre e Nadège.

Fotografie, libri, cibo, armi, musica, film: non c’è un solo elemento che entri nel libro come inerte riempitivo. La scrittura di Pandiani carica qualsiasi oggetto chiamato in causa di valori sensoriali e funzionali: le polaroid à la Hockney non solo colgono l’essenza del soggetto ritratto ma servono all’assassino per documentare il suo progetto punitivo, i volumi letti dai personaggi (Lo straniero, La chambre bleue…) non soltanto armonizzano col carattere di chi li sfoglia ma entrano in risonanza coi risvolti umani dell’indagine, le choucroutes di Lipp e i celestiali gelati di Berthillon non si limitano ad appagare il palato dei personaggi ma stringono un patto sentimentale tra loro. Condivisione.

Eppure l’aspetto più suggestivo di Troppo piombo è un altro: spesso il commissario si distacca dai singoli fatti per costruire un quadro d’insieme. Leggendo le sue riflessioni si percepisce una scossa tellurica, il rovello dello scrittore sulle infinite potenzialità dell’intreccio. Quando Mordenti si interroga sui possibili sviluppi dell’indagine, è Pandiani che parla dell’elaborazione del romanzo stesso. In questi vertiginosi punti di fuga, io dell’autore e io del personaggio si fondono indissolubilmente, entrambi alla ricerca di una verità tanto sfuggente quanto impellente: “In quel momento mi sentivo uno di quegli imbecilli che non l’hanno proprio vista mai. Ma non puoi smettere di cercarla perché la vita a volte te lo impone. Ti ci senti invischiato e prendi a girare su te stesso, annaspando nelle congetture e inciampando nei dubbi” (p.82).
Dubbi sui quali, da lettore, è sublime incespicare.

Teaser n. 5 del nuovo romanzo

Scheletri di cemento: la fabbrica abbandonata.

Mi hanno sempre affascinato questi luoghi deserti, sporchi, lasciati arrugginire, grandi cadaveri che non servono più a nulla. Ne ho visitate alcune, qui e là, e hanno tutte la stessa atmosfera, come relitti abbandonati che con i loro resti raccontano tante storie.
Nel prossimo romanzo de les italiens, che si intitolerà Troppo piombo, il commissario Mordenti e la sua squadra di flic indagano su una serie di omicidi nell’ambiente del giornalismo. Nel corso dell’inchiesta dovranno visitare una fabbrica abbandonata i cui muri scrostati avranno molti segreti da rivelare.
Gironzolare per questi enormi edifici è un’esperienza interessante, corridoi scuri si succedono ad ambienti  più luminosi. A volte parte dei macchinari della fabbrica si trovano ancora al loro posto, grandi strutture di metallo che arrugginiscono nella penombra. Sembra quasi di vedere gli operai ancora al lavoro, puoi quasi sentire i loro passi e le loro voci. In realtà, spesso il silenzio è totale. Nelle lame di luce che sciacquano l’ambiente, strappandolo al buio, la polvere si muove lentamente creando fantasmi che rivelano con diffidenza le forme circostanti. I soffitti sono alti, scuri, spesso sostenuti da lunghe file di colonne.
Nel romanzo Troppo piombo ho cercato di rendere queste atmosfere, di descrivere le cose che ho visto. Ho provato ad accompagnare il lettore attraverso quelle stanze spoglie, in mezzo alla sporcizia e ai rottami. Ho tentato di rendere gli odori, le impressioni, lo stupore.

Leila e io ci siamo guardati. Mi ha fatto un cenno con il capo. Abbiamo attraversato il piazzale davanti alla fabbrica mischiando le nostre impronte alle altre già impresse nella neve. Come in un cimitero di dinosauri meccanici, ovunque erano ammassati macchinari enormi. Il peso di quelli sopra schiacciava come focacce quelli che stavano sotto. Tutto era polveroso e sporco. Siamo passati oltre i brandelli del portone e abbiamo percorso l’androne che portava al primo cortile. Alla luce fioca del giorno il posto sembrava meno inquietante di quanto dovesse apparire in piena notte.

I vetri delle finestre erano per la maggior parte rotti. In alto, attraverso l’apertura della volta la neve spinta dal vento entrava a folate isteriche nell’edificio. Avevo l’impressione di essere in un film di fantascienza da quattro soldi; la solita base abbandonata, piena di esseri striscianti che ti succhiano il cervello bevendo Martini dry.
Ci siamo fermati al centro di quello spazio immenso. Faceva meno freddo che all’esterno ma dalla tintarella integrale eravamo ancora lontani. Ai piedi dell’edificio che circondava il cortile si apriva una serie passaggi scuri. Brandelli di attrezzature erano ancora appesi al loro posto lungo le pareti. Probabilmente servivano a convogliare il materiale grezzo che veniva caricato sui camion.
Ho percepito un movimento. Poi due occhi che ci guardavano dalla penombra. Poi un paio di colpi di tosse. (da Troppo Piombo)

Ricordo che girando per la fabbrica abbandonata che poi mi è servita per ambientare parte del romanzo, la cosa che più mi stupiva era la sensazione di desolazione che impregna ogni muro, ogni colonna, ogni strumento. Muoversi in quegli ambienti è un’esperienza opprimente ed esaltante allo stesso tempo. Ogni angolo offre spunti e inquadrature. I particolari ti rimangono impressi indelebilmente nella testa.
Ho scritto Troppo piombo circa un paio d’anni dopo aver visitato la fabbrica, eppure descrivendo il vagabondare dei miei personaggi non facevo alcuna fatica a ricordare ogni ambiente, ogni oggetto come se ci fossi appena stato. Penso che le prime idee per il romanzo mi siano venute allora.
Sono rimaste un po’ di tempo a gironzolare nella mia testa, poi, alla fine, sono uscite.

Skeletons of concrete: the abandoned factory

I’ve always been fascinated by those dirty, deserted places, eaten by the rust, huge useless corpses. I have been visiting a couple of them, one here, one there, and all of them have the same atmosphere, like abandoned relics that tell many stories with their remains.
In my next novel of les italiens, whose title is
Troppo piombo, commissioner Mordenti and his flic’s team have to investigate on a series of murders in the circle of journalism. Sometime during the inquiry, they will have to visit an abandoned factory whose peeling walls have many secrets to reveal to them.
Wandering around these big buildings is an interesting experience, dark corridors and more luminous ambients follow one another. Sometime, huge machinery are still hanging in their places, large metal structures rusting in the shadow. You can steel se the workers still busy, hear their steps and their voices. Actually, the silence is often complete. In the light blades that wash the ambient tearing the darkness, the dust moves lazily creating ghosts that cautiously reveal the surrounding forms. Ceilings are tall, dark, often supported by long lines of columns.
In my novel
Troppo piombo, i tried to render these atmospheres, to describe the things I saw. I made an effort to take the reader through these large empty rooms, amid dirt and wastes. I tried to render smells, feelings and astonishment.

Leila and I looked at each other. With the head she made a signe to me. We crossed the large square in front of the factory mixing our footprints to the other already impressed in the snow. Huge machineries were piled everywhere like in a cemetery of mechanic dinosaurs. The weight of the scraps above was crushing those under them. Anything was dirty and dusty. We passed over the remains of a large door and run through the hall that took to the first courtyard. At the pale light of the day, the place looked less disquieting then it would have been at night. A great part of the glasses in the windows were broken. Above, the snow pushed by the wind blasted restless inside the building through the aperture of the vault. I had the feeling that I was in one of those B Sci-Fi movies; the usual abandoned space base full of crawling monsters drinking some Martini cocktails waiting to eat your brain away.
We stopped in the middle of that huge place. It was less cold than outside, but we were still pretty far from a full sun-tan. At the base of the building surrounding the courtyard there were some dark passages. Shred of equipments were still hanging in their places along the walls. They were probably used to convey the raw material to be loaded on the trucks.
I perceived a movement. A pair of eyes were staring at us. Then a couple coughs.
(From
Troppo Piombo)

I remember that walking around the abandoned factory that i’ve later used to set part of the novel, what amazed me more was the feel of desolation that soak any wall, any column and any tool. Moving in those spaces is an experience both oppressing and exciting. Any corner can give you hints and framings. Any detail remain impressed in your memory in an indelible way.
I wrote
Troppo piombo about two years after visiting the factory, but when describing the moves of my characters inside it was very easy to remember any ambient, any object, as i had just been there.
I think at that time I had the first inspiration for the novel. Ideas roamed around my head for some time, then, in the end, they jumped out.