Il romanzo fresco di stampa

Troppo Piombo è stampato.

Finalmente posso tenere in mano il volume, annusarlo, sfogliarlo, guardarlo. Che emozione, che figata, che belli che sono i libri. Soprattutto se sono i tuoi. Finalmente Troppo piombo, la seconda avventura de les italiens, è in dirittura d’arrivo.
E così eccolo qui, bello, compatto, spesso il giusto. L’arancione che si vedeva a video è un poco smorzato dalla carta uso mano della copertina, ma non è male. Pur mantenendo una sua visibilità, il colore ha un che di raffinato, meno squillante del previsto. Il disegno mi piace, fa il suo effetto. L’immagine della bella ragazza di colore con una pistola puntata alla nuca credo faccia venire voglia di leggere la storia, di vedere come andrà a finire. Siamo tutti piuttosto soddisfatti alla Instar Libri.
Troppo piombo sarà in libreria dal 17 di marzo, presto cominceranno gli incontri e le presentazioni. Poi ci sarà il Salone del Libro.
Così ho pensato che una copertina così ganza si prestava per un ingrandimento tridimensionale, tipo quelli di certi film.
Quello che si vede nella foto è il prototipo, fatto con la stampante dello studio e e tagliato a mano. Volevo vedere come veniva fuori e se sarebbe stato d’effetto. Tanto per cominciare mi servirà per chiedere un preventivo.
Quello grande, per le presentazioni importanti e che sarà nello stand al Salone, lo voglio alto un metro. Mi costerà un’occhio, ma magari me lo faccio stampare e poi lo taglio io. Vedremo. In seguito non mi dispiacerebbe farne altre più piccole da portare alle presentazioni.
Intanto sfoglio il mio nuovo romanzo e godo come un riccio.

Le recensioni de La Stampa su Les italiens

La Stampa, 2 giugno 2009 – Pagina 34, sezione Società & Cultura.
Di Bruno Ventavoli.

Con il flic di Pandiani, il “noir” è da vedere

Un proiettile entra dalla finestra di un ufficio di polizia e si conficca nella pancia di un flic. Poi un altro, e un altro ancora. Dodici in tutto. Che frantumano oggetti, scheggiano muri, lacerano corpi. La scena dura sì e no una decina di secondi. E occupa l’intera prima pagina di Les Italiens (Instar Libri) il fortunato romanzo noir d’esordio di Enrico Pandiani. Di professione, lui, nella vita fa il grafico editoriale. Un tempo con matite, pennarelli, chine, sapeva trarre disegni stupendi, ora lo fa con il mouse di un computer. Ma l’estro tracima in tutta la sua esuberanza nella scrittura. Perché la forza di questo romanzo poliziesco, che ha il sapore dei grandi noir francesi con Ventura o Delon, da Melville a Malet, sta proprio nella incisiva visività della scrittura. Ogni frase è come la sequenza di un film, la tavola di una graphic novel. Capace di cogliere il dettaglio d’un bossolo, un fiotto di sangue, la fibbia d’un sandalo, ma anche la sensualità d’un corpo in amore. E di ammanettare il lettore fino all’ultima riga d’una vicenda «à bout de souffle», scritta e osservata in prima persona.
Protagonista è un flic parigino che appartiene a una squadra di colleghi, tutti d’origine italiana, compattati dall’amicizia, dal medesimo gusto per spaghetti e Brassens. Un giorno, per un banale scherzo, piombano nell’inferno. Un paio ci lasciano le penne. Uno, il più coriaceo, il più disincantato, decide di andare fino in fondo e capire perché un cecchino professionista ha sparato quei dodici colpi che hanno seminato morte. Troppo innamorato della verità per farsi illudere dalla giustizia. Come tanti sbirri che l’hanno preceduto nella letteratura poliziesca, s’aggira in una Parigi traslucida di glamour e malata di corruzione, estremismo destrorso, volontà di potenza. E come tutti loro, anch’egli inciampa nel calappio dell’eros, attratto da Moet, un’affascinante transessuale, spumeggiante quanto le bollicine dello champagne omonimo. Dopo cadaveri, busse, zigomi fratturati, sparatorie e inseguimenti, arriva la soluzione del caso, che affonda le radici nel marcio di un segreto famigliare.
Un noir di valore, scritto col piglio impertinente dei classici, ma sorprendente come gli amplessi non convenzionali che esplora – provandone non parco godimento – il protagonista. Ancora una volta, per sfuggire dalla banalità dell’oggi, ci viene in soccorso la letteratura di genere. Che di genere non è.

La Stampa – Tutto Libri, 20 giugno 2009 – Pagina 2.
Di Margherita Oggero.

L’esordio di Pandiani. Les italiens in giallo

Les italiens sono tali soltanto per approssimazione: nati in Francia da genitori italiani, della ex patria conservano un’idea affettuosamente d’antan intrecciata con l’immaginario francese: «Eravamo italiani in modo strano, noi italiens, più per cognome che per altro. Lo eravamo in maniera inventata su quel poco che sapevamo dell’Italia o sull’immagine che ce n’eravamo fatta dai film. Luoghi comuni, perlopiù. Un’italianità terribilmente francese, infarcita di atteggiamenti indulgenti alla Lino Ventura e di sguardi languidi alla Yves Montand. Molto incline a sentimentalismi un po’ meridionali e a un certo gusto per l’indolenza».
Nel bell’esordio di Enrico Pandiani Les italiens (Instar Libri, pp. 257) costituiscono, all’interno della Brigata Criminale, una squadra affiatata e solidale, che viene drasticamente ridotta nelle prime due pagine del libro da un cecchino che spara dall’attico di un palazzo di fronte agli uffici del mitico quai des Orfèvres. Spazzati via Brunazzi, Livi e un paio di comparse, in gioco restano lo sbrigativo Coccioni e il sornione Servandoni, più il loro capo, la voce narrante di cui non trapela il nome. Tutto nasce da un equivoco prodotto da uno scherzo, ma a monte c’è ben altro: la protervia criminale di un movimento politico che ha forti agganci col potere. Tocca ai tre superstiti della squadra venirne a capo, e contemporaneamente proteggere la bellissima pungente e ambigua Moet da pericoli mortali. Scrittura veloce e precisa di taglio cinematografico, grazie alla quale sfilano davanti ai nostri occhi il fascino intramontabile di Parigi e la insidiosa complessità delle periferie; dialoghi concisamente efficaci e, grazie a dio, un finale che non scivola nel miele di un’iperdisponibilità posticcia.

Les italiens su cinemadadenuncia.com

Les italiens. “LA” recensione
Splinder: http://cinemadadenuncia.splinder.com/post/20978312/LES+ITALIENS

Questa è la recensione che il mio amico Alessandro ha fatto sul suo blog Cinemadadenuncia, un blog di critica cinematografica e libraria molto interessante e competente.
Consiglio a tutti gli amanti del cinema di fare un giro su questo blog. Ne usciranno intellettualmente molto più ricchi di quanto ne siano entrati.
Alessandro e io siamo diventati amici quando un altro amico mi ha segnalato la sua recensione e io, leggendola, sono rimasto di stucco. Questo è senza dubbio il migliore omaggio che sia stato fatto al mio romanzo. Ecco quello che ha scritto.

Enrico Pandiani, Les italiens, Instar Libri, 2009, pp.256, € 13,50.
Parigi, giovedì mattina di giugno. Un cecchino tempesta di proiettili un ufficio della Brigata Criminale al 36, Quai des Orfèvres, abbattendo una donna che si era presentata a sporgere denuncia e tre poliziotti, due dei quali in forza alla squadra degli italiens, un gruppo formato da sei sbirri di origini italiane. Vistasi la squadra decimata sotto gli occhi, il commissario trentasettenne al comando del gruppo è subito sul piede di guerra, ma il capo della polizia Le Normand gli ordina perentoriamente di occuparsi di Moët Chamberat, una splendida pittrice transessuale di ventiquattro anni a cui, di notte, è stato devastato lo studio. Inizialmente riottoso e recalcitrante, il commissario si trova coinvolto in un’assurda girandola di eventi che lo costringono, insieme alla fascinosa Chamberat, a seminare morti e a scontrarsi coi vertici dell’MNO (Movimento Nazionale Oltranzista) di Léon Lafontaine, “la destra più a destra dell’estrema destra”. Il tiro al bersaglio del cecchino e l’effrazione notturna nello studio della pittrice si riveleranno legati da un filo. Nero.

Strepitoso noir d’esordio del cinquantatreenne Enrico Pandiani, grafico editoriale torinese, Les italiens è uno di quei libri che crescono ad ogni pagina: se l’incipit in medias res, crepitante e micidiale, è tutto giocato sull’azione forsennata (tanto da far pensare ai polar di Olivier Marchal), fin dalle pagine immediatamente successive si capisce che il gusto per l’adrenalina non va affatto a scapito delle psicologie e dell’ambientazione metropolitana. Con la sensibilità di un Chandler catapultato nel terzo millennio e con la precisione di una Google Map irrorata di sangue, Pandiani sbozza personaggi esemplari senza neppure il bisogno di dargli un nome (il commissario protagonista non viene mai nominato), disegna inconfessabili tensioni erotiche a fior di pelle (quella tra lo stesso commissario e Moët) e schizza una cartografia urbana che abbraccia Parigi in tutte le sue dimensioni (dall’Ile de la Cité a Ville-d’Avray passando per l’Ile Saint-Germain e le strade e le piazze del centro).

Approccio ad alzo zero, stile diretto ma non sciatto, rigorosa unità di tempo (tutto si svolge tra il giovedì e il lunedì mattina): con queste premesse, enfatizzate dalle complicazioni politiche che subentrano progressivamente, Les italiens racconta la lotta per la sopravvivenza di due soggetti “diversi” (il commissario di origini italiane e la bella transessuale che ignora l’identità dei veri genitori) sullo sfondo di una Francia sempre più sedotta dalle lusinghe xenofobe e da una ferocia competitiva incline a degenerare in vendetta punitiva (quello di commissario alla Crim è un posto molto più ambito di quanto si sia portati a credere). In questa caccia all’uomo in cui il commissario e Moët si trovano coinvolti malgrado loro, i due braccati possono fare affidamento su ciò che resta degli italiens: l’aiuto assicurato dal collega Alain Servandoni e soci è l’occasione giusta per tratteggiare un rapporto di amicizia virile tanto saldo quanto privo di smancerie e per non condannare indiscriminatamente e semplicisticamente l’intera istituzione poliziesca.

Le armi: senza fascinazione, ma mostrando un’eccezionale conoscenza della materia, Pandiani sciorina un vero e proprio arsenale di armi da fuoco grandi e piccole, vecchie e nuove. Mossberg a pompa, Heckler & Koch PSG-1, Izarra Ruby.32 ACP, Bauer calibro .25, Giat Famas, Remington Woodmaster .30-06, Ingram Mac 10: questi alcuni dei modelli che esplodono colpi nelle pagine del libro, non quale semplice vezzo da armaiolo ma come scrupolo realistico che mette ai personaggi l’oggetto giusto al momento giusto. Credibilità.

La musica: Les italiens ha la sua musica interna, la sua colonna sonora personalizzata. Brani musicali eterogenei fanno capolino qua e là: dalla inaugurale Don’t Wait Too Long di Madeleine Peyroux, posta in esergo al libro a mo’ di dichiarazione d’intenti, a Save Me di Aimee Mann passando per Footstompin’ Music dei Grand Funk e Ballad of Cable Hogue dei Calexico, il noir di Pandiani chiede di essere letto ascoltando i brani citati. Valore aggiunto di un libro che sprigiona sì odore di sangue e cordite, ma che all’occorrenza sa piegarsi alla sensualità erotica e all’intimità sentimentale, come nelle brucianti descrizioni degli amplessi e nelle sfuggenti “esplorazioni” di un’attrazione che, pagina dopo pagina, sgretola inesorabilmente i pregiudizi. Un noir superbamente calibrato.

Teaser n. 5 del nuovo romanzo

Scheletri di cemento: la fabbrica abbandonata.

Mi hanno sempre affascinato questi luoghi deserti, sporchi, lasciati arrugginire, grandi cadaveri che non servono più a nulla. Ne ho visitate alcune, qui e là, e hanno tutte la stessa atmosfera, come relitti abbandonati che con i loro resti raccontano tante storie.
Nel prossimo romanzo de les italiens, che si intitolerà Troppo piombo, il commissario Mordenti e la sua squadra di flic indagano su una serie di omicidi nell’ambiente del giornalismo. Nel corso dell’inchiesta dovranno visitare una fabbrica abbandonata i cui muri scrostati avranno molti segreti da rivelare.
Gironzolare per questi enormi edifici è un’esperienza interessante, corridoi scuri si succedono ad ambienti  più luminosi. A volte parte dei macchinari della fabbrica si trovano ancora al loro posto, grandi strutture di metallo che arrugginiscono nella penombra. Sembra quasi di vedere gli operai ancora al lavoro, puoi quasi sentire i loro passi e le loro voci. In realtà, spesso il silenzio è totale. Nelle lame di luce che sciacquano l’ambiente, strappandolo al buio, la polvere si muove lentamente creando fantasmi che rivelano con diffidenza le forme circostanti. I soffitti sono alti, scuri, spesso sostenuti da lunghe file di colonne.
Nel romanzo Troppo piombo ho cercato di rendere queste atmosfere, di descrivere le cose che ho visto. Ho provato ad accompagnare il lettore attraverso quelle stanze spoglie, in mezzo alla sporcizia e ai rottami. Ho tentato di rendere gli odori, le impressioni, lo stupore.

Leila e io ci siamo guardati. Mi ha fatto un cenno con il capo. Abbiamo attraversato il piazzale davanti alla fabbrica mischiando le nostre impronte alle altre già impresse nella neve. Come in un cimitero di dinosauri meccanici, ovunque erano ammassati macchinari enormi. Il peso di quelli sopra schiacciava come focacce quelli che stavano sotto. Tutto era polveroso e sporco. Siamo passati oltre i brandelli del portone e abbiamo percorso l’androne che portava al primo cortile. Alla luce fioca del giorno il posto sembrava meno inquietante di quanto dovesse apparire in piena notte.

I vetri delle finestre erano per la maggior parte rotti. In alto, attraverso l’apertura della volta la neve spinta dal vento entrava a folate isteriche nell’edificio. Avevo l’impressione di essere in un film di fantascienza da quattro soldi; la solita base abbandonata, piena di esseri striscianti che ti succhiano il cervello bevendo Martini dry.
Ci siamo fermati al centro di quello spazio immenso. Faceva meno freddo che all’esterno ma dalla tintarella integrale eravamo ancora lontani. Ai piedi dell’edificio che circondava il cortile si apriva una serie passaggi scuri. Brandelli di attrezzature erano ancora appesi al loro posto lungo le pareti. Probabilmente servivano a convogliare il materiale grezzo che veniva caricato sui camion.
Ho percepito un movimento. Poi due occhi che ci guardavano dalla penombra. Poi un paio di colpi di tosse. (da Troppo Piombo)

Ricordo che girando per la fabbrica abbandonata che poi mi è servita per ambientare parte del romanzo, la cosa che più mi stupiva era la sensazione di desolazione che impregna ogni muro, ogni colonna, ogni strumento. Muoversi in quegli ambienti è un’esperienza opprimente ed esaltante allo stesso tempo. Ogni angolo offre spunti e inquadrature. I particolari ti rimangono impressi indelebilmente nella testa.
Ho scritto Troppo piombo circa un paio d’anni dopo aver visitato la fabbrica, eppure descrivendo il vagabondare dei miei personaggi non facevo alcuna fatica a ricordare ogni ambiente, ogni oggetto come se ci fossi appena stato. Penso che le prime idee per il romanzo mi siano venute allora.
Sono rimaste un po’ di tempo a gironzolare nella mia testa, poi, alla fine, sono uscite.

Skeletons of concrete: the abandoned factory

I’ve always been fascinated by those dirty, deserted places, eaten by the rust, huge useless corpses. I have been visiting a couple of them, one here, one there, and all of them have the same atmosphere, like abandoned relics that tell many stories with their remains.
In my next novel of les italiens, whose title is
Troppo piombo, commissioner Mordenti and his flic’s team have to investigate on a series of murders in the circle of journalism. Sometime during the inquiry, they will have to visit an abandoned factory whose peeling walls have many secrets to reveal to them.
Wandering around these big buildings is an interesting experience, dark corridors and more luminous ambients follow one another. Sometime, huge machinery are still hanging in their places, large metal structures rusting in the shadow. You can steel se the workers still busy, hear their steps and their voices. Actually, the silence is often complete. In the light blades that wash the ambient tearing the darkness, the dust moves lazily creating ghosts that cautiously reveal the surrounding forms. Ceilings are tall, dark, often supported by long lines of columns.
In my novel
Troppo piombo, i tried to render these atmospheres, to describe the things I saw. I made an effort to take the reader through these large empty rooms, amid dirt and wastes. I tried to render smells, feelings and astonishment.

Leila and I looked at each other. With the head she made a signe to me. We crossed the large square in front of the factory mixing our footprints to the other already impressed in the snow. Huge machineries were piled everywhere like in a cemetery of mechanic dinosaurs. The weight of the scraps above was crushing those under them. Anything was dirty and dusty. We passed over the remains of a large door and run through the hall that took to the first courtyard. At the pale light of the day, the place looked less disquieting then it would have been at night. A great part of the glasses in the windows were broken. Above, the snow pushed by the wind blasted restless inside the building through the aperture of the vault. I had the feeling that I was in one of those B Sci-Fi movies; the usual abandoned space base full of crawling monsters drinking some Martini cocktails waiting to eat your brain away.
We stopped in the middle of that huge place. It was less cold than outside, but we were still pretty far from a full sun-tan. At the base of the building surrounding the courtyard there were some dark passages. Shred of equipments were still hanging in their places along the walls. They were probably used to convey the raw material to be loaded on the trucks.
I perceived a movement. A pair of eyes were staring at us. Then a couple coughs.
(From
Troppo Piombo)

I remember that walking around the abandoned factory that i’ve later used to set part of the novel, what amazed me more was the feel of desolation that soak any wall, any column and any tool. Moving in those spaces is an experience both oppressing and exciting. Any corner can give you hints and framings. Any detail remain impressed in your memory in an indelible way.
I wrote
Troppo piombo about two years after visiting the factory, but when describing the moves of my characters inside it was very easy to remember any ambient, any object, as i had just been there.
I think at that time I had the first inspiration for the novel. Ideas roamed around my head for some time, then, in the end, they jumped out.

Escalier A, troisième étage. La “Crim”

La leggendaria Brigata Criminale

La brigata criminale o, come la chiamano in centinaia di film, telefilm e romanzi, la “Crim”, è senza dubbio la più celebre brigata della polizia giudiziaria francese e una delle più famose del mondo.
Erede dei servizi della Sûreté, quella dell’ispettore Cluseau, la Crim è stata creata con un decreto ministeriale il 29giugno del 1912. Ma all’epoca non era che la prima sezione di una brigata più vasta che contava già oltre trecento poliziotti. La seconda sezione era incaricata della repressione dei furti e la terza si occupava di truffe, imbrogli e falsificazione di moneta.
L’atto di nascita ufficiale della Crim, risale dunque al primo dicembre del 1924 con il nome di Brigata Speciale n. 1, ma occupava già i locali nei quali si trova attualmente; terzo e quarto piano, scala A al 36 del quai des Orfèvres. Un indirizzo mitico che ha fatto sognare generazioni di scrittori e cineasti. Uno per tutti, il celeberrimo film di Henry Georges Clouzot 36 quai des Orfèvres nel quale il grande Louis Jouvet interpretava un vecchio ispettore principale alla vigilia della pensione.
Ma il primo a rendere famoso questo edificio grigio e serioso è stato Georges Simenon che, all’epoca, come giornalista di cronaca dell’Intransigeant, saliva frequentemente i 148 scalini ricoperti di vecchio linoleum nero che portano agli uffici della Crim.
L’allora patron della brigata si chiamava monsieur Nicolle e fumava oviamente la pipa. Questo signore, senza saperlo, divenne il modello del commissario Maigret. «Il personaggio del commissario Maigret costituisce d’altra parte uno dei più grandi falsi nella storia della brigata» racconta Maurice Gouny, ufficiale di polizia dal 1946 al 1963 e memoria vivente della Crim, «poichè nei suoi romanzi ha sempre lavorato da solo. Nella realtà, alla brigata criminale non esiste che il lavoro d’equipe.»
Questo non ha naturalmente impedito a Simenon di rendere immortale questa brigata nella quale, nemmeno a farlo apposta, molti dei patrons che si sono succeduti al comando fumavano la pipa.
È stato subito dopo la Liberazione, al fine di evitare una confusione con quelle sinistre brigate collaborazioniste che davano la caccia alla resistenza e agli ebrei, che la Brigata Speciale n.1 è diventata la Brigata Criminale. Il suo primo patron, monsieur Pinault (il cui nome ricorda stranamente il Pinaud di San-Antonio) si è insediato nel famoso “ufficio 315″ il 22 agosto 1944 mentre alla periferia di Parigi ancora si combatteva contro i tedeschi.
Molti altri hanno occupato quell’ufficio dopo di lui. Alcuni di loro sono divenuti Prefetti, come la celebre e bellissima Martine Monteil, autrice dell’interessante best seller Flic tout simplement, altri si sono rifatti un nome in letteratura. Altri ancora hanno terminato la loro carriera all’IGS, l’Inspection Générale des Services,  gli Affari Interni della polizia francese, che viene anche chiamato Il cimitero degli elefanti.
L’elitismo non si trova nei corridoi della Crim, tut’al più un bricciolo di vanteria compare nelle parole dei più anziani. I giovani flic della brigata preferiscono parlare delle condizioni di lavoro oggi molto migliori e, soprattutto del fattore tempo che permette di dedicarsi interamente ad ogni inchiesta. «Noi lavoriamo sulla durata» racconta una investigatrice, «abbiamo la possibilità di dedicarci totalmente a un singolo caso di omicidio, in caso di bisogno, anche per lunghi mesi. alla Crim il tempo non conta, la sola cosa importante è il risultato.» E questo è positivo nel 70% dei casi, un record invidiato dalle polizie di molti paesi.
Un record costato anche parecchio sangue. Ogni primo novembre la Crim onora i propri morti in servizio.

Teaser n.4 del prossimo romanzo

Parigi sotto la neve.

Terminato Les italiens, mi sono trovato in una specie di limbo nel quale non sapevo bene come muovermi.  Quando si finisce di scrivere un romanzo, e per me quella era la prima volta, ti prende una sensazione simile a quella che si prova quando si termina di leggere un libro che ci è piaciuto molto. Dopo un breve periodo di spaesamento hai subito il desiderio di leggerne un’altro. E infatti io avevo una grandissima voglia di cominciare un nuovo romanzo.
Avevo i miei personaggi e una immensa tela bianca sulla quale inventarmi una storia nella quale farli muovere. E una montagna di dubbi. Il più grosso era rappresentato dal personaggio di Moët, la giovane pittrice transessuale che alla fine del primo romanzo si lascia in maniera piuttosto amara con il commissario. Moët è un personaggio che mi è piaciuto moltissimo, mi è piaciuto costruirla, darle un carattere, una vita, i ricordi, i dolori e i piaceri. Così, mi spiaceva molto doverla abbandonare per strada.
Il secondo dubbio era se trovare o meno un nome al protagonista che nel primo romanzo non ne ha uno. Ma intanto dovevo inventare una storia.
Da circa trent’anni, con alcuni periodi di fuga, collaboro con il quotidiano La Stampa. Conosco tante persone all’interno del giornale, giornalisti, poligrafici, impiegati. In tanti anni mi sono fatto un’idea, giusta o sbagliata che sia, di quali possano essere le dinamiche di una vita di redazione. Basandomi sulle mie esperienze personali ho deciso che l’avrei raccontata. In più mi sembrava un ambiente interessante del quale la gente sa poco o nulla. Lentamente si è andata formando una storia che ruotava attorno a un quotidiano parigino, che naturalmente mi sono inventato, all’interno del quale avvengono una serie di omicidi sui quali deve indagare l’equipe degli italiens.
Les italiens si svolgeva in estate, in giro per una Parigi rovente, quindi per questo nuovo romanzo mi sarebbe piaciuto un rigido inverno.  Per giunta, la storia che avevo in testa si prestava ad ad una lenta e inesorabile caduta in un gelo senza fine.
All’inizio ho deciso di provare a mantenere il personaggio di Moët. Siccome verso la fine del romanzo precedente il commissario, tornando finalmente a casa, trovava lo sfratto nella buca delle lettere, ho pensato che all’inizio della nuova avventura lui poteva essersi trasferito in una specie di dependance della bellissima casa di Moët pagandole un modesto affittato. Una specie di convivenza senza implicazioni, tipo che tra i due è rimasto l’affetto, ma si è spenta la fiamma del peccato.
Con questa premessa ho cominciato a scrivere, infoiato come un pazzo e felice come un cane che si rotola su una merda di mucca bella fesca.
Nel frattempo, messo alle strette, dovevo trovare un nome per il commissario. Tutti lo volevano, il mio editore, alcuni lettori e, pare, persino qualche editore straniero. Così, man mano che andavo avanti, accumulavo nomi e cognomi.
Ci voleva qualcosa di accattivante e, naturalmente, nome francese e cognome italiano.
La storia intanto procedeva tra alti e bassi. A volte non ti viene un’idea a pagarla un milione, altre volte non smetteresti di scrivere nemmeno di notte. Per giunta, il racconto stava prendendo uno strano ritmo, molto somigliante alla famosa pallina di neve dei cartoni animati che si trasforma rapidamente in un’enorme valanga. Avvenimenti che si succedevano sempre più incalzanti, scoprendo piano piano una storia terrificante e violenta, all’interno della quale tutti i personaggi venivano trascinati in un gigantesco gorgo gelato.
Ad un certo punto mi sono reso conto che la presenza di Moët nel contesto del romanzo non c’entrava assolutamente nulla. Mi trovavo costretto a far tornare a casa il commissario (che nel frattempo era stato battezzato Jean-Pierre Mordenti) perchè lei potesse comparire e dire qualche battuta. In più, tra una tenerezza e l’altra, mi veniva voglia di farli scopare di nuovo e tutto questo complicava le cose, anche perchè Jean-Pierre intanto si dava da fare su altri fronti. Insomma, mi sono reso conto che la presenza della bella transessuale, anche se solo in versione padrona di casa, era totalmente pretestuosa. Per questo sono stato costretto a levarla di mezzo. Cosa che non solo mi ha pemesso di sveltire l’azione, ma anche di evitare che l’attenzione del lettore venisse distolta continuamente dal filo del racconto.
Comunque aspettatevi pure scintille. Troppo piombo, così si intitolerà il romanzo, è una storia dura, senza vincitori nè vinti, il cui amaro pessimismo è salvato solamente dall’ironia e dal consueto humour de les italiens.

Paris under the snow

When finished the novel Les italiens, i found myself in that sort of limbo in which I did not exactly know how to behave. When you write a novel and you’re through with it, that was the first time to me, you feel the same as when you are through reading a book you loved. After a short moment of despair, you want to start with another one. In fact I starved for writing a new novel.
I had my characters and a huge, white canvas on which invent a new story for them to move in. And an amount of doubts. The greatest of them was reperesented by the character of Moët, the young transexual painter that at the end of the first novel parts from the protagonist in a quite bitter way. Moët is a character I loved very much, I loved building her, giving her a temper, a life, memories, pleasures and pains. Because of this I was unhappy to let her go.
The second doubt was to decide if the protagonist, that didn’t have one in the first novel, should have a name. But meanwhile, I had to invent a plot.
I’ve been working in the Turin’s newspaper La Stampa for almost the last twentyfive years, with some short getaway once in a while. I know many peoples inside the newspaper, journalists, printworkers, employees. In these many years I’ve build my own idea, right or wrong that is, of whic kind of dynamics life can have in an editorial office. I’ve decided to tell that based on my own experiences on the field. Plus i think that people knows little or nothing about it.
Slowly, a story begun to form around a newspaper in Paris, that I obviously invented, where some omicides occur and on which the police team of les italiens have to investigate. The novel Les italiens took place in the Summer, in the streets of a red-hot Paris, so for this new novel I wanted an ice-cold Winter. In addition, the story itself was perfect for a slow, hopeless fall into an endless chill.
In the beginning I thought I could keep the character of  Moët. Since in the end of the previous novel, the commissioner, when he gets home in the end, finds an eviction order in the mailbox, I thought that in the beginning of the new novel he could rent part of the beautiful mansion of Moët outside Paris, paying for it a modest rent. A sort of cohabitation without sexual implications, kind of when there is still affiction, but the passion is gone.
With these premises, I started again writing, strongly aroused and happy like a dog rolling itself in a big, fresh cow shit.
Meanwhile, I was pushed to find a name for the protagonist. Anybody wanted it, my publisher, most of the readers, and even some foreign publishers. So, while I was going on writing, I made out a list of names and surnames.
I needed a strong name, and obviously a French name with an Italian surname.
In the meanwhile, the novel went on with good and bad moments. There are times which you do not have an idea paying gold for it and other times which you could write even the night away. In addition, the story was taking a weird rhythm, something like the small snowball of the cartoons that quickly turns into an avalanche. Events following one another very quickly unveiling a violent and terrifying story, inside which the characters were dragged into a huge, icy maelstrom.
Unfotunately, at a certain point, I realized that in the plot of the novel, the character of Moët was totally unnecessary. I often found myself pushing the protagonist (that in the meantime had been named Jean-Pierre Mordenti) to get back home once i a while just to make her appear and say something. Besides, between a tenderness and the other, i felt I wanted to make them fuck again and this was furthermore complicating things. Even because meanwhile, Jean-Pierre was having some fun with another girl. This is why in the end I was forced to get rid of her. Her presence was slowing the action and was repeatedly taking the attention of the reader away from the plot.
Anyway, expect a lot of sprkles. Troppo Piombo, this will be the title of the second novel, is a tough story with neither victors nor vanquished, which bitter pessimism is only saved by the irony and the usual humour of  les italien
s.

L’intervista sul Mucchio Selvaggio

Questa è l’intervista che Carlo Bordone mi ha fatto per la rivista Mucchio Selvaggio

Numero di novembre 2009

Come nasce la decisione di scrivere un romanzo, e come si è formata la storia di Les Italiens?
Il desiderio di scrivere seriamente credo sia nato un giorno di tanti anni fa quando un mio zio, piuttosto incline alle spiritosaggini, mi regalò un romanzo del commissario Sanantonio, allora di recente pubblicazione in Italia. Sanà è stato per me una specie di fulmine a ciel sereno. Da allora credo di parlare addiritura come lui e ho cominciato a scrivere. Dopo una mezza dozzina di romanzi mai finiti, sono arrivati les italiens. Ho avuto in testa per un bel pezzo quell’inizio fulminante, ma la vera storia è cominciata con l’apparire di Moët. Sulla sua contrastata relazione con il commissario ho costruito man mano il romanzo. Volevo parlare di intolleranza, di razzismo, di preconcetti e di come ancora oggi molte persone non abbia alcun rispetto per quelli diversi da loro. Per dirla come Brassens, «Mais les brav’s gens n’aiment pas que l’on suive une autre route qu’eux…»

L’ambientazione parigina è un tributo al “polar”, oppure deriva da una tua fascinazione personale per la città e la cultura francese? Oppure semplicemente l’idea originaria era quella degli “italiens”,e quindi l’ambientazione era obbligata?
Parigi è sempre stata una meta di famiglia e, per me, un luogo di enorme attrazione. In realtà avevo pensato a Torino, ma poi è saltata fuori la storia della squadra di poliziotti francesi di origine Italiana e così li ho installati al quai des Orfèvres. Parigi è come un insieme di città diverse tra loro, girandola ti sembra di cambiare epoca in continuazione e così non finisci mai di scoprirla. Amo la letteratura e il cinema francesi e conosco molto bene Parigi. Ambientarvi i miei romanzi è un po’ come viverci dentro.

Quali sono gli autori che hanno nutrito la tua passione per il poliziesco? C’è qualcuno a cui ti sei ispirato, in particolare?
Di Sanà abbiamo già detto, poi senza dubbio Simenon ma soprattutto Jean-Patrick Manchette, scoperta tardiva e affascinante. In realtà quello che ho cercato di fare è stato miscelare la forza e la violenza del noir attuale con il sentimentalismo e quel certo romanticismo dei romanzi di Philip Marlowe. Manchette in parte c’era riuscito, ma in maniera forse troppo asciutta. Il mio commissario è un sentimentale disilluso, è indolente, ma sa riconoscere i propri limiti. Non crede in dio, ma crede in maniera ingenua e romantica nell’amicizia e nelle persone.

Certi passaggi della trama, spesso anche lo stile di scrittura, mi hanno ricordato stranamente Pennac. La voce narrante a volte pare un Benjamin Malaussène mischiato a Lino Ventura. Che ne pensi?
Sono entrambi nel mio cuore e nella mia testa. Ventura mi manca da morire e Malaussène è stato una stagione fantastica che si è consumata troppo in fretta. Pennac ha scritto alcuni di quei libri che una volta finiti vorresti dimenticare per poterli leggere di nuovo. Nei miei personaggi, soprattutto in Servandoni, c’è molto Lino ventura, la sua pazienza, gli sguardi, i silenzi e la sua rude sintesi nel parlare. E c’è il fatalismo di Malaussène.

Come vedi il panorama del genere polziesco/noir, oggi? Il tuo romanzo è ambientato nella contemporaneità ma profuma di cinema e di situazioni anni 60/70: dato che la criminalità e la stessa polizia sono cambiati, come credi che il genere possa raccontarne le vicende, oggi?
Ho letto cose recenti e meravigliose di scrittori anglosassoni, noir ricchi di humor e ironia, ingredienti per me essenziali in questo genere di letteratura. E ho sempre in mente il cinema poliziesco americano degli anni ’70. In Italia vedo una tendenza verso il nero triste, senza speranza, tetro e angosciante come le città in cui viviamo. Pur raccontando i fantasmi e le intolleranze della società, ho cercato di far ridere, di ironizzare sulle situazioni e di prendermi in giro. Non credo di aver inventato nulla di nuovo, mi sono solo installato su un binario un po’ arrugginito e ho cercato di dargli una bella lucidata.

Il personaggio di Moet è caratterizzato in modo molte forte, è di quelli che rimangono impressi nella memoria. Nei ringraziamenti dici di esserti ispirato alla vita di una tua amica: puoi raccontarci qualcosa di più?
Amo molto Moët, è lei la vera forza del romanzo. Credo sia un personaggio nuovo e molto, molto forte. Forse ancora inconcepibile in una società come la nostra ma chissà… Mentre costruivo il personaggio ho chattato per mesi con transessuali e travestiti che mi hanno raccontato di sé, qualcuno più volentieri altri meno. Tutte persone straordinarie, intelligenti e spesso molto colte, alcune anche più belle di Moët. Melissa è una conoscenza di Internet. Lei è stata fantastica, mi ha regalato tutta la sua vita, i suoi pensieri, le sue storie. Anche i quadri che descrivo nel romanzo sono ispirati a disegni suoi. Senza di lei Moët non sarebbe stata così reale.

Hai già in testa altre storie, magari con gli stessi protagonisti?
Il prossimo romanzo degli Italiens dovrebbe uscire in aprile. È una storia molto drammatica, in una Parigi invernale insolitamente avvolta da un sudario di neve. Sto anche lavorando a una terza avventura e, assieme a un amico molto in gamba, a una serie a fumetti con altri personaggi.

Nel romanzo citi Calexico, Madeleine Peyroux, Uriah Heep ecc. Qual è il tuo rapporto con la musica?
La musica è costantemente presente nella mia giornata. Nella vita, così come nei romanzi che scrivo, ho bisogno di una colonna sonora. Non ho un genere preferito, la mia passione è ad ampio spettro, con un debole per i Led Zeppelin. Scrivendo ascolto sempre musica. Mi è capitato di inventare alcune situazioni perchè il pezzo che stavo ascoltando me le ha ispirate. Partendo da una canzone di Madeleine Peyroux dolce e nostalgica ho addirittura scritto un intero romanzo sul quale, però, sto ancora lavorando.

English Translation of the Interview.

This is an interview that Carlo Bordone did to me on the music magazine Mucchio Selvaggio (Wild Bunch)
November 2009

How did you happen to write a novel and how did you develop the story of Les italiens?
I believe the desire of seriously writing was born in me one day of many years ago when an uncle of mine, quite inclining to humour, gave me a novel of the commissioner San-Antonio, at the time freshly issued in Italian. Reading San-Antonio was a sort of a lightning that struck me right in the brain. Since then, i think I’m talking as he does and I’ve begun writing. After half dozen never ended novels, Les italiens arrived. I had that all-action incipit in my mind for a long time, but the true story begun when Moët came to my mind. On her difficult relationship with the commisioner I’ve built the entire novel. I wabnted to talk about intolerance, racism, preconceived ideas and about how many people doesn’t have any respect for those different from them. In the word of Brassens, «Mais les brav’s gens n’aiment pas que l’on suive une autre route qu’eux..

Is setting the action in Paris an “ommage” to the “polar” (the French detective novels), or it comes from your personal fascination about that town and the French culture? Or was that of Les italiens an original idea since the beginning and then the setting in Paris was due?
P
aris has always been a family destination to me, a place I’ve always been deeply attracted. In the beginning I thought to set the novel in Turin, but in the end I had in mind this story of a team of the french police whose members were all of Italian descent and so I’ve installed them at the Quai des Orfèvres. Paris is like an ensemble of many different cities. Walking around is like passing repeatedly through different ages and so you neve stop discovering it. I love French literature and movies and I know very well Paris. Setting the action there is like living in that beautiful town.

Which writers fed your passion for the detective novels? Is there somebody that inspired you in particular?
We already talked about San-Antonio, then there sure was Simenon but, above all Jean-Patrick Manchette, a late and surprising discovery. Actually, what i tried to do in my novel is to mix the strenght and violence of the modern “noir” with the sentimentalism and that certain romanticism of the Hard-Boiled novels of Philip Marlowe. Manchette someway managed to do this but he was still too much dry. My commissioner is a disenchanted sentimental, he’s indolent but he knows how to see his own limits. He doesn’t believe in god, but he in friendship and in people in a romantic and naive way.

Some passage in the plot and often the writing style too, reminded me of Pennac. The voiceover narration looks sometime like Benjamin Malaussène mixed with Lino Ventura. What do you think about this?
They are both in my heart and my mind. I miss very much Lino Ventura and Malaussène was an outstanding season that ended too fast. Pennac wrote some of those book you would like to forget just to be able to read them again. In my characters, Servandoni in particular, there is a lot of Lino Ventura, his forberance, the looks, the silences and the rude shyntesis when talking. And there is the fatalism of Malaussène.

How do you see the survey of the noir-detective novels literature today? Your novel is set in a contemporary environment but smells of cinema and situations of the 60es and 70es: since police and criminals are changed, how can a writer tell about what happens today?
I’ve red some recent and wonderful novels by anglo-saxon writers, mysteries rich in humour and irony, in my opinion the principal ingredients in this kind of literature. And I always have in mind the american detective movies of the 70es. In Italy I see a tendency toward an hopeless sadness, gloomy and distressing like the towns we live in. Even when telling about the phantasms and the intolerance of our society, I tried to make the reader laugh, to ironize on situations and to joke about myself. I don’t think I invented something new, I’ve just put myself on an old rusty track and try to give it a good polish.

The cahracter of Moët is built very well. Is one of those character that remain fixed in one’s memory. In the thanks you were inspired from the life of a friend of yours: Can you tell us something more about this?
I’m deeply in love with Moët, she is the real strenght of the novel. I think she is a brand new and strong character. Maybe she’s still inconceivable in our society but who knows… While building up the character i’ve chatted with a number of transsexuals and transvestites that kindly told me about their lives, some more willingly, some other less. They were all outstanding people, intelligent and often very well cultured. Some were even more beautiful than Moët. Melissa is an internet aquaintance. She’s fantastic and gave me her life, her thoughts and her stories. Even the paintings described in the novel comes from the paintings she did. Without Melissa, Moët would have never been there.

Do you still have other novels in mind, maybe with the same characters?
Next novels of Les italiens should be out in march 2010. It is a quite dramatic story, in a winter Paris unusually wrapped in a shroud of snow. I’m also working on a third adventure and, with a skilled friend, on a series of comics with different characters.

In your novel you quote Calexico, Madeleine Peyroux, Uriah Heep, etc. Which kind of relationship do you have with music?
Music is constantly present during my day. In my life as well as in the novels I write, i need a soundtrack. There is no kind of music I prefer, mine is a wide spectrum passion with a penchant for Led Zeppelin. I always listen at music while writing. I sometimes happen to invent a situation because the music i’m listening to inspired it to me. Starting from a song by Madeleine Peyroux, sweet and nostalgic, I’ve even built an entire novel. However, I’m still working on it.

Socio onorario del Karmann Ghia Club Italiano



Oggi, con mio grande piacere, il personaggio dei miei romanzi, il commissario Jean-Pierre Mordenti della Brigata Criminale di Parigi è diventato socio onorario del Karmann Ghia Club Italiano. Naturalmente, sia lui che io consideriamo questo un piacere oltre che un grande onore.

Fin dalla sua prima avventura, Les italiens, edita da Instar Libri nella collana FuoriClasse, il commissario Mordenti guida una Karmann Ghia azzurra che ha ereditato dal padre, ex sbirro della Police Moto, morto anni prima schiacciato dalla sua motocicletta che ancora guidava alla tenera età di 80 anni.
La Karmann Ghia è una delle due auto che ho sempre desiderato avere – l’altra è la Volvo P1800 coupé – ma che purtroppo sono rimaste un desiderio. Per questo quando ho inventato il personaggio del commissario ho deciso che lui, invece, ne avrebbe avuta una.
Molti detectives del cinema e dei fumetti hanno guidato vecchie auto sportive, fa parte dell’aura un po’ blasé che devono avere. Lew Harper guidava una vecchia Porsche Speedster nel bellissimo Detective’s Story (1966), Dan Tanna parcheggiava in salotto la sua Ford Thunderbird del ’56 nella famosa serie Tv Vegas (1978), Frank Bullitt inseguiva i cattivi al volante della sua fantastica Mustang verde bottiglia nello stupefacente Bullitt (1968). Il giornalista-detective Ric Roland (Ric Hochet in francese) si spostava attraverso Parigi sulla sua Volvo P 1800, prima e su una Porsche 911 Targa poi, nelle omonime avventure a fumetti. Naturalmente Simon Templar guidava una Volvo P18oo e James Bond non ha mai avuto che l’imbarazzo della scelta. Anche Topolino, se vogliamo, possiede una spider sportiva.
E così, il commissario Mordenti, capo della squadra degli italiens della Crim ha avuto la sua Karmann Ghia, un’auto dalla forma meravigliosa e dal rombo simile a un sacco pieno di lattine vuote.
Magari un giorno ne avrò una anch’io, per ora sono socio del club che raccoglie molti fortunati che la posseggono.
Mi sembra un ottimo inizio. Un grazie di cuore al Presidente e a tuti i soci.
Per chi volesse visitare il ricchissimo sito del Karmann Ghia Club Italia, ecco il link: http://www.karmannghia.it

Today, with my great pleasure, the character of my detective novels, the commissioner Jean-Pierre Mordenti of the Criminal Brigade in Paris has been made Honorary Member of the Italian Karmann Ghia Club. Obviously we both consider this a great pleasur as well than a great honour.

Since his first adventure, Les italiens, published by Instar Libri i, the FuoriClasse collection, commissioner Mordenti drive a pale blue Karmann Ghia that herited from his father, a cop of the Motorcycle Police, dead under the weight of its byke that he was still driving at age 80.
The Karmann Ghia is one of the two cars that I’ve always dreamed to have – the other one is the Volvo P 1800 coupé – but that unfortunately I didn’t make it to buy. This is why when I invented the character of the commissioner, i’ve decided that he would have had one.
Many detectives in the history of cinema and comics drove vintage sport cars, it is part of the someway “blasé” mood that they have. Lew Harper drove an old Porsche Speedster in the beautiful movie
Harper (1966), the P.I. Dan Tanna was used to park his ’56 Ford Thunderbird in his own home livingroom in the well known Tv series Vegas (1978), Frank Bullitt pursued the bad guys at the wheel of his fantastic bottle-green Ford Mustang in the outstanding Bullitt (1968). The journalist-detective Ric Hochet was cruising around Paris on his Volvo P 1800, before and on a Porsche 911 Targa later, in the homonymous comic series. Obviously, Simon Templar drove a Volvo P 1800 and James Bond only had an embarrassingly wide choice. Even Mickey Mouse, at least, hadve a sport car.
And so, the commissioner Mordenti, chief of the
Italiens Team at the Crim, have his Karman Ghia, a beautifully shaped car whose roar is similar to that of a sack full of empty cans.
Maybe one day I will have one myself. So far I’m a member of the Club that gathers many of the lucky owners.
It looks like a great beginning. Heartfelt thanks to the President and to all the members.
For those who want to visit the web site of the Karman Ghia Italian Club, here it is the link: http://www.karmannghia.it

Teaser n.3 del prossimo romanzo

La prima idea di copertina
Questa era la bozza per la copertina che ho realizzato mentre stavo scrivendo il romanzo Troppo Piombo. È colpa del mio mestiere originario di grafico, anche facendo degli sforzi, non riesco proprio ad allontanarmene. Naturalmente la copertina del libro non sarà questa. Appena sarà stampato vi farò vedere quella definitiva ;-)
Mi piace l’idea di raccogliere alcuni elementi della storia e metterli insieme per inventare un’immagine che possa rappresentare la storia e l’atmosfera del libro senza raccontare troppo. Immaginavo che questo potesse essere il tavolino accanto al letto sul quale il commissario Jean-Pierre Mordenti posa le proprie cose nei rari momenti del romanzo in cui si trova a casa sua. Ci sono tutti gli elementi del noir, la pistola, le manette, i proiettili, la tessera della madama e il cellulare. Vi si vedono anche due elementi forti della storia, un disco di George Brassens e il quotidiano Paris24h attorno al quale si svolge tutta la storia.
La vita all’interno di un grande quotidiano è complessa, piena di sfumature, relazioni, fatti grandi e piccoli che coinvolgono tutte le persone che ci lavorano. È un mondo diviso in caste, i giornalisti, i poligrafici e gli impiegati. Tre mondi separati che più che interagire si sfiorano. In questo secondo romanzo de les italiens non ho raccontato, se non in parte, la mia esperienza all’interno di un quotidiano, ma vi ho descritto piuttosto le storie, le dinamiche e i sentimenti che ho colto frequentando per anni la redazione e molte persone che nel giornale hanno lavorato. Ho cercato di dare un’idea di come funziona e di quali intrecci vi si possano creare. Ho comunque inventato parecchio, alcune cose le ho peggiorate, altre le ho rese migliori. Altre ancora sono esattamente come le ho percepite. Devo dire che mi sono divertito.

The first cover layout
This is the first Layout I did for the cover whil writing the novel Troppo Piombo (literally Too Much Lead, an expression used in the world of newspapers to point out that a page has to much writing therefore it is to gray and heavy). This is because of my original job, the graphic design that I can’t leave, even makin an effort. However, this will be not the final cover of the book. As soon as it will be printed, I’ll show you the final one ;-)
I like to gather some elements of the story and put them together to create an image that could represent the plot and the atmpsphere of the book without telling too much. I thought this one could be the small night table aside the bed on which commissioner Jean-Pierre Mordenti could lay its everyday object in those rare moments along the novel which he’s resting at home. We can find all the elements of the noir novel, the gun, the handcuffs, the bullets, the police badge and the mobile. we can also find two strong elements of the plot, a Cd of Georges Brassens and the newspaper Paris24h whic is the place around whic all the story takes place.
Life in a big newspaper is complex, full of shades, relationships great and small facts that involve all the people working inside. It is a worls divided i casts, journalists, print workers and employees. Three separated worlds that skim over themselves more than interact. In this second novel of
les italiens I havent exactly told about my long working experience inside a newspaper company. I’ve rather described the stories, the dynamics and the feelings I’ve catched while working for years in an editorial office with newspaper people. I’ve tried to give the reader the idea of how it works and what can happen inside. However I’ve invented a lot, made something worst and something better than it is. Something else exactly as I’ve thought it were. I must say that I had a great fun.

Teaser n.2 del prossimo romanzo

Nadège Blanc è una giornalista di colore, una creatura selvaggia e affascinante, che sa ciò che vuole e di regola se lo prende.
Tra le cose che desidera ultimamente c’è anche il commissario Jean-Pierre Mordenti, impegnato con i suoi colleghi italiens in un’indagine senza quartiere.
Nadège è bella e brava ma non tutti al giornale le sono amici. Lei stessa sembra nascondere qualcosa, un segreto che nemmeno il commissario, ubriaco della sua bellezza, riesce bene a inquadrare.
Occhi leggermente a mandorla con l’angolo esterno rivolto delicatamente all’insù e le iridi marroni appena striate di sottili pagliuzze dorate. Il naso era dritto, appena allargato alla radice. Aveva la pelle scura come il tabacco e la luce fredda della redazione evidenziava le curve morbide degli zigomi e della fronte.
Questa è la donna che Mordenti trova sulla sua strada. Il suo fascino avvolgente lo accompagnerà per tutto il romanzo verso un finale sorprendente e imprevisto.
Sembrava di ebano. I suoi denti erano talmente bianchi che quando schiudeva le labbra ci volevano gli occhiali scuri. Indossava una semplice maglia scollata a «V» di lana leggera grigio verde sopra un’ampia gonna pantalone di seta bianca che le cadeva morbida sulle caviglie.
L’attrazione che il commissario prova per lei lo distrae, il suo fascino morbido e avvolgente lo porta ad allontanarsi dall’indagine e dai suoi doveri per sprofondarsi tra le lenzuola. Ma Nadège, è veramente quello che dice di essere?