Jeu de rapprochements

La mia carissima amica Catherine, dopo aver letto Troppo piombo, ha lavorato sulla figura molto complessa di Gaspar Wendling, il miserabile giornalista al quale sono dovuti gli accadimenti più raccapriccianti nella vicenda del romanzo.
Wendling non lo vediamo che in un’occasione, per il resto lo sentiamo soltanto nominare. Ma siamo testimoni della sua vigliaccheria e assistiamo alla miseria della sua condizione di uomo debole, avido e privo di principi.
Lo scritto di Catherine è un gioco di accostamenti sulla figura del gaspard, il topo di chiavica, da cui Wendling pare proprio prendere il suo nome.

Gaspar Wendling de Troppo Piombo : un personnage de littérature
Par Catherine Beaunier

On le voit peu. On en parle beaucoup. Celui à cause de qui tout arrive.
Son nom… un symbole : Gaspardus du sanskrit Gathaspa, celui qui vient voir.
Wendling fourre son nez partout, dans la merde de préférence.
Gaspard, surnom donné au rat.
Gaspard-le rat qui, à l’instar des gaspards du film de Pierre Tchernia vivant dans les sous-sols de Paris, évolue dans l’ombre et le glauque (le lugubre, le sinistre, le sordide).
En effet, à ce nom surgissent à l’esprit les égouts, les cachots, les immondices, la peste. L’avarice.

Troppo Piombo: Nous y sommes allées de mille euros chacune que nous lui avons donnés. L’idée de Gaspar était de rassembler un groupe de délinquants de ses amis qui auraient fait passer à Nadège une petite heure de pure terreur.

Wendling est bien un rat. Aussi âpre au gain, ambitieux, cynique, froid, calculateur et délateur que son homonyme de La Fortune de Gaspard de la Comtesse de Ségur; parfois lui aussi troublé par de vagues remords.
A la lecture très descriptive et glaçante de la présence nocturne dans les ex Ateliers Felissi de Nadège d’abord, puis de Daphnée et bien sûr à chaque fois du funeste Gaspar Wendling (seul moment du livre où on le voit et l’entend directement), comment ne pas penser au poème à l’atmosphère cauchemardesque d’Aloysius Bertrand Gaspard de la nuit et à sa mise en musique par Ravel dont la noirceur évoque la mort.

Extraits de Un Rêve d’Aloysius :
Il était nuit… une abbaye aux murailles lézardées par la lune- une forêt percée de sentiers tortueux- et le Morimont* grouillant de capes et de chapeaux.
Ce furent ensuite… le glas funèbre d’une cloche auquel répondaient les sanglots funèbres d’une cellule- des cris plaintifs et des rires féroces dont frissonnait chaque fleur le long d’une ramée- et les prières bourdonnantes des pénitents noirs qui accompagnent un criminel au supplice.
Ce furent enfin…un moine qui expirait couché dans la cendre des agonisants- une jeune fille qui se débattait pendue aux branches d’un chêne- et moi que le bourreau liait échevelé sur les rayons de la roue.

Dans Troppo Piombo, lieux inquiétants aussi : La nuit.
Les bâtiments sombres d’une vieille usine abandonnée et délabrée avec ses machines rouillées, ses ferrailles, ses ordures, les fenêtres sales et cassées comme des bouches édentées, béantes dans l’obscurité (on pense aux monstrueuses gargouilles du Moyen-Age).
La banlieue en une période de troubles, avec des groupes de jeunes qui errent sans but. Atmosphère tendue, voitures en flamme, lueurs d’incendies, bruits d’émeutes, de sirènes.
Dédalle de ruelles
Endroit mal éclairé : une vingtaine de bougies puis trois ou quatre.
Le viol, l’horreur infligé à Daphnée. La réflexion de Gaspar W. aux voyous: Regardez dans quel état vous avez mis cette pauvre fille… mais son esquive.

Daphnée eut envie de vomir, de ne plus sentir la douleur, de ne plus rien sentir… Elle rampait et pleurait…Les tôles lui avaient griffé la peau et avaient lacéré ses vêtements. 

A notre Gaspar Rabelais aurait pu dire:
Science sans conscience n’est que ruine de l’âme.
Comme le célèbre brigand provençal Gaspard Bouis de Besse, il désire faire fortune par ruse, malice et séduction. Il finira lui aussi fait comme un rat, non pas écartelé par la roue et décapité – à chaque époque sa méthode – mais achevé sur un tas d’immondices par un justicier sadique.

*  Place Morimont a Digione, dove avvenivano le esecuzioni con la ghigliottina

I posti de les italiens: l’Île aux Cygnes

Quella particolare visione dal basso

Al commissario Mordenti e alla sua squadra piace il fiume, quel grande nastro verdognolo che attraversa Parigi scorrendo sempre per di là. Questo mondo parallelo, seconda via di scorrimento della città, li attrae trasportandoli attraverso una visione urbanistica completamente differente. Una visione dal basso verso l’alto, dove la pietra ti sovrasta e tutto scorre più lentamente, anche il tempo.
Le brutture del mestiere si annidano anche tra le sue sponde, nascondono crimini che devono essere scoperti, corpi che si rivelano all’improvviso in tutta la loro crudezza.
Ogni volta che un battello a motore dell Fluv, la polizia fluviale, li trasporta lungo il Front de Seine, la bellezza dei palazzi visti da quella posizione straordinaria si mescola all’inquietudine per ciò che Mordenti e i suoi ragazzi si stanno recando a vedere. Il lato brutto della vita, quello che per un flic della Crim è pane quotidiano.
In Lezioni di tenebra, (Instar Libri, 2011) questo avviene accanto a un luogo di grande fascino e morbida tranquillità, l’Île aux Cygnes.

Ho guardato l’acqua verde del fiume che ribolliva di schiuma allontanandosi dalla poppa del battello. Le nuvole riflesse si ondulavano come deformate dal calore, per poi ricomporsi nuovamente poco più in là. Abbiamo incrociato due grandi bateau mouche che risalivano la corrente in direzione del Vert Galant. Stavo guardando distrattamente la mole color ruggine della Tour Eiffel che sfilava accanto a noi quando Wassim mi ha portato una tazza di caffè fumante.
«Per te, commissario» ha detto con un sorriso.
«Grazie» ho detto, «ne ho proprio bisogno.»
Avevo conosciuto Wassim Bedreddine parecchio tempo prima, in circostanze che avevano messo in pericolo la pelle di entrambi. Sbirro della Fluviale e genero di Servandoni, amava l’acqua e quella visione dal basso che offre la città mentre scorre sopra di te come se appartenesse a un altro universo. «Sul fiume, tutto è più pulito» diceva spesso. Quando gli avevo offerto di entrare nella squadra si era semplicemente rifiutato di lasciare il suo lavoro. Per questo, se c’era bisogno di andare in barchetta sulla Senna, Alain chiamava sempre lui.
«Ci metteremo altri dieci minuti» ha detto, «se ti serve qualcosa, sono là davanti.»
Ha raggiunto Servandoni a prua. Il mio socio stava fumando una delle sue pestilenziali sigarette e intanto chiacchierava con il flic al timone. Il sole stava cominciando a picchiare di brutto ma l’aria del fiume era fresca e piacevole.
Siamo passati davanti alla Maison de Radio France, poi il battello si è infilato nel canale tra l’argine del fiume e l’Île aux Cygnes. Il pilota ha ridotto la velocità lasciando il lungo isolotto a babordo. Superato il pont de Grenelle, ha puntato verso i due prefabbricati galleggianti del Port d’Auteuil.
Sull’argine c’erano sbirri a frotte, in divisa e in borghese. Sciamavano sul lungofiume cercando di avere un’aria indaffarata. Due sommozzatori della Fluv stavano entrando nell’acqua in quel momento, calandosi dalla stretta piattaforma a lato di uno dei piccoli edifici flottanti.
Autopattuglie, furgoni e ambulanze erano parcheggiati sul boulevard con i lampeggianti accesi. In quel marasma ho intravisto la figura del dottor Delarche che aspettava diligentemente la fine dei rilievi ben sapendo che le sue pazienti non sarebbero andate da nessuna parte.
Il collega di Wassim ha ridotto al minimo la velocità, poi, mentre la prua del battello si infilava tra il Poton des Glénans e l’altro edificio, ha frenato invertendo la spinta del motore in un ribollire di schiuma biancastra. L’imbarcazione si è fermata di sbieco contro una balaustra di metallo grigio alla quale Wassim l’ha ormeggiata con una cima bianca.
Un fotografo della scientifica stava riprendendo la scena del crimine, appollaiato su uno dei tralicci che tenevano ancorati i casotti alla riva. I cadaveri erano stati abbandonati contro l’argine di pietra, semisommersi nell’acqua torbida del fiume tra rifiuti di ogni genere. Due donne nude, legate schiena contro schiena per il collo, i gomiti, la vita e le caviglie. Una delle due sporgeva sopra il pelo dell’acqua, l’altra era quasi completamente sommersa.

L’antica Île des Cygnes nacque dalla fusione di varie isole minori, l’île des treilles, l’île aux vaches, l’île Maquerelle, l’île de Jérusalem et l’île de Longchamp. Nel 1782 vi si fabbricava l’olio di interiora d’animale, l’huile de tripes, che serviva ad alimentare i réverbères, i lampioni della citta.
Verso la fine del XVIII secolo questa lunga lingua di terra che un tempo ospitava la Riserva Reale dei Cigni e sulla quale era solito passeggiare Russeau, venne incorporata alla riva sinistra (oggi vi sorge il Musée du Quai Branly). Proprio di fronte, era stata intanto edificata una specie di diga che seguiva, dritta come una banchina, il corso del fiume. Gradualmente, nonostante di cigni non ve ne fosse manco l’ombra, quest’isola artificiale lunga e sottile conosciuta come Digue de Grenelle, prese il nome di Isola dei Cigni.
Creata nel 1827, l’isola faceva parte del complesso del Port fluvial de Grenelle, realizzato tra il 1824 e il 1829 secondo il piano urbanistico per la plaine de Grenelle. Artefici del prodigio gli imprenditori e consiglieri municipali (la solita pastetta) Léonard Violet et Alphonse Letellier che, con l’aggiunta di una stazione fluviale e con il pont de Grenelle, completarono il progetto.
Lunga 890 metri e larga 11, dal 1878 l’Île aux Cygnes (la nostra) offre in tutta la sua estensione una bellissima promenade racchiusa tra due quinte vegetali, per un totale di 322 alberi di 61 specie differenti. Il posto è molto particolare, lontano dai rumori della città, estremamente piacevole per passeggiare, pensare, flirtare, riprendersi da una depressione o dimenticare il partners che ti ha cornificato l’ultima volta. Vi si possono incontrare coppiette di innamorati, gente che fa jogging, senzatetto che bivaccano in tende colorate o perdigiorno che osservano il fiume. Se vi serve la quiete pressapoco assoluta, questo è il posto che fa per voi.
Percorrendo l’isola si passano ben tre ponti ai quali serve da basamento centrale, il Pont de Grenelle, che taglia la punta occidentale dell’isola e dal quale si può scendere sulla passeggiata tramite una rampa d’accesso, il Pont Rouelle o pont SNCF-Passy-Grenelle che taglia l’isola a metà e il Pont de Bir-Hakeim che ne taglia la punta orientale e che provvede una seconda discesa al fiume.
Durante l’Exposition internationale des arts et techniques del 1937 L’Île aux Cygnes ospitava gli straordinari padiglioni de la France d’Outre-mer, un variopinto insieme di sontuosi edifici che parevano galleggiare sull’acqua. Peccato non esserci stati.
Sulla punta occidentale dell’isola, solenne sul suo piedistallo, si erge la più grande delle due riproduzioni della Statua della Libertà che si trovano a Parigi (l’altra è al Jardin du Luxembourg). Libby Junior si trova sull’isola dal 1886, tre anni dopo l’installazione della sorella più grande nella baia di New York. Si tratta di una fusione in bronzo ottenuta da un modello di studio originale dello scultore Frédéric Auguste Bartholdi. Fin dal 1884 il Comitato degli Americani di Parigi aveva lanciato una sottoscrizione per farne dono alla Francia e il modello originale in gesso alto 11 metri venne inaugurato nel maggio del 1885 in Place des Etats-Unis. La successiva scultura in bronzo, realizzata due anni più tardi nel corso dell’Esposizione Universale di quell’anno, fu trasportata sull’Île aux Cygnes nel giugno 1889 in occasione del centenario della Rivoluzione francese. Venne inaugurata in pompa magna il 4 luglio dal presidente Carnet.
Non è certamente imponente come la sorellona americana, ma è comunque il punto d’arrivo emozionante di una bellissima passeggiata. Giungendo al fondo dell’isola, quando le chiome degli alberi si aprono sul fiume, la presenza oltre l’arcata del Pont de Grenelle di questa figura così conosciuta in un luogo che non le appartiene, è una visione di emozionante bellezza.  In Lezioni di tenebra, al contrario, per l’amico Mordenti rappresenta la fine di una brutta giornata.

L’alcol mi ha dato una bella botta fissando quelle immagini nella mia testa in maniera indelebile. Un odio come quello non lo avevo provato in tutta la mia vita, riuscivo a toccarlo, potevo plasmarlo e dargli forma. Sembrava vivo.
«Non voglio che sui giornali esca una sola parola di questa specie di messaggio» ho detto cupo. «Non voglio nomi, né fotografie. Soprattutto non voglio che circoli il nome di quella troia, vediamo di non farne un personaggio. Fammi il favore di parlarne a Le Normand.»
Alain ha messo una Gauloise tra le labbra e l’ha accesa sfregando un fiammifero sul ponte. Ha soffiato una nuvoletta bianca che si è stemperata nel sole. «Ci penso io» ha detto.
I due cadaveri sono stati adagiati sull’argine. Il fotografo ha ancora scattato qualche particolare della scritta, dei nodi e dei fori di proiettile. Poi le hanno separate. Delarche si è avvicinato per gli esami di rito, mi ha scorto e ha fatto un segno per dirmi che mi avrebbe chiamato più tardi.
Il mio sguardo ha incrociato quello di Bremond che si trovava accanto al dottore. Come padrone di casa, per ora l’indagine competeva al suo commissariato. Ho risposto al cenno di saluto che mi ha fatto, poi ho indicato le due donne. Poi ho indicato Alain e me. Volevo fosse chiaro che si trattava di roba nostra. Ha assentito cupamente con un leggero movimento del capo.
Un paio di flic hanno isolato la zona con dei paraventi mobili per nascondere i corpi alla vista dei curiosi. Delarche ha aperto la borsa e ha cominciato le sue pratiche disgustose.
«Andiamo via di qui» ho detto a Wassim.
Il suo collega ha acceso il motore e tutto lo scafo si è messo a tremare. La cima d’ormeggio è stata slegata, poi il battello ha rinculato staccandosi dalla riva con uno scossone. Mentre mi rimettevo in piedi, l’aria del fiume mi ha schiaffeggiato violentemente la faccia. Mi sono sporto oltre la murata e ho vomitato nell’acqua, due lunghi conati che mi hanno portato via anche lo stomaco.
Alain ha aspettato che mi pulissi con il fazzoletto poi mi ha ridato la sua fiaschetta. Ho bevuto un bel sorso di rum. È sceso bruciando lungo la gola facendo del suo meglio per rimettermi in sesto.
Il timoniere ha compiuto un ampio giro scivolando al di là dell’isola. Siamo passati davanti alla Statua della Libertà, poi abbiamo messo la prua a nord-est e l’imbarcazione ha cominciato a risalire lentamente la corrente.

Nel 2007 l’Île aux Cygnes è diventata uno scalo del porto autonomo di Parigi con un imbarcadero e un posto d’ormeggio.
Percorrerla nella sua lunghezza ci conduce attraverso un paesaggio urbano che mescola il nuovo con l’antico, la pietra con il ferro e l’acqua con il cielo. Osservando le grandi péniches e le chiatte ormeggiate sulle rive della Senna si ha quasi l’impressione di trovarsi sul ponte di una grande barca di pietra che si muove senza tempo lungo la corrente del fiume.

I posti de les italiens: I Grands Boulevards

I grandi archi gialli di Ludovico Magno

Spesso il turista si comporta come uno di quei ronzini che trascinano per tutta la vita la loro carrozzella in alcune delle gradi città europee, con dei bei paraocchi che gli permettono di vedere quello che sanno, ignorando stoicamente tutto ciò che non conoscono o di cui non hanno mai sentito parlare. Basta mettergli un secchiello di biada davanti al naso e dargli una pedata nel sedere.
Il turista non si lascia quasi mai trasportare dal venticello, camminando qui e là dove ti porta l’estro, preferisce arrivare in città, spalancare la guida e mettersi in coda per visitare questo, quest’altro, quello e quell’altro ancora. Non si pone nemmeno il problema che ci siano cose non segnalate sulla sua Baedeker che vale magari la pena di vedere. Parigi è piena di posti ignorati, alcuni sono delle solenni minchiate, altri ti lasciano di stucco.
Un giorno di parecchi mesi fa mi trovavo a Parigi con moglie e figlio, moglie che aveva un cantiere in corso e, di conseguenza un’occupazione, e figlio che bramava per fare qualcosa con il paparino suo.
Decidiamo di andare al cinema a vedere non so più cosa, che, per combinazione davano al Grand Rex, cinema di cui avevo sentito parlare e che da tempo bramavo vedere. Siccome ne parlo abbastanza diffusamente qui, al momento lo tralasciamo.
Fatto sta che assieme al pupo mi ritrovo in un posto da urlo. Per la cronaca, questa avventura si svolge nel decimo arrondissément su in alto, nella zona dei Grands Boulevards, dove la gente va in genere a vedere quella puttanata di Musée Grevin delle cere e non si accorge, di regola, del posto strabiliante che gli sta attorno. Ci si arriva con una quantità industriale di metropolitane, qualcuna più in qua e qualcuna più in là, ma anche se dovete fare qualche passo pour y aller, non c’è mica da strapparsi i capelli. Parigi è bella tutta, ogni passo è un oh di meraviglia.
Ad ogni modo, il giorno seguente ho spedito il pargolo in cantiere con la mamma e io sono tornato a passare una mezza giornata gironzolando in quei posti. Stavo scrivendo Lezioni di tenebra e avevo giusto bisogno di un bel posto dove ambientare una delle scene clou.
Le vedettes della zona sono due meravigliosi archi trionfali, quello della Porte Saint-Martin e quello della Porte Saint-Senis. Sono grandi, gialli, imponenti, carichi di storia e di decorazioni. Al contrario degli archi di trionfo canonici sono costruiti parallelamente al corso. Distano tra loro circa duecento metri e sono divisi dal boulevard de Sébastopol che, diventando poi de Strasbourg, forma un’arteria che attraversa la parte alta di Parigi dall’Hôpital Saint-Lazare fin giù alla Senna.
Leggiamoci un pezzetto da Lezioni di Tenebra, la terza esplosiva inchiesta de les italiens, poi vi rompo i coglioni con un po di storia.

Ho aspettato qualche secondo, poi sono uscito dal bistrot per non farmelo scappare. Davanti al teatro non c’era più nessuno, lo sconosciuto era sparito. Ho preso rabbiosamente a calci un pacchetto vuoto di sigarette che qualcuno aveva gettato per terra. Coglione di uno sbirro, se avessi avuto una macchina fotografica, in mezza giornata avrei saputo chi era quell’uomo. Martine me lo diceva continuamente: «Dammi retta, piedipiatti, portati sempre in tasca una di quelle compatte.»
Martine…
Gustave stava camminando a passi spediti lungo boulevard Saint-Denis. Continuava a guardarsi alle spalle come se adesso avesse l’impressione di essere seguito.
Ho attraversato la strada per continuare il pedinamento dal marciapiede opposto, tanto lo sapevo bene dove stava andando. Camminava veloce, ravviandosi continuamente i capelli con aria inquieta. All’altezza dell’arco della Porte Saint-Denis ha attraversato boulevard de Bonne Nouvelle con il semaforo rosso, scatenando un putiferio di clacson. Poi, senza rallentare, è salito a passo svelto su per rue Beauregard.
Non c’era molto passaggio, da quelle parti, così gli ho lasciato un buon vantaggio prima di infilare a mia volta la salita. Sentivo i suoi passi echeggiare davanti a me, sempre più veloci e lontani. Sono arrivato in cima giusto in tempo per vederlo entrare nel portone di casa.
Il sottomarino, un furgone grigio con dipinta in giallo sui fianchi la ragione sociale di una ditta di lavori idraulici, era parcheggiato una decina di metri più avanti. Ho superato il portone e gli sono passato di lato dando due piccoli colpi sulla portiera. Dall’interno altri due colpetti hanno risposto al mio saluto.
Metz aveva fermato la Rénault Scénic sulla pista ciclabile dall’altra parte della strada. Ho percorso rapidamente l’isolato che ci separava e sono montato chiudendomi la porta alle spalle. Mi sono lasciato andare contro lo schienale con un sospiro insoddisfatto.
Constance e Maëlis si sono voltate a guardarmi.
«Pensavamo l’avessi perso» ha detto una. «Che diavolo è successo» le ha fatto eco l’altra.
«Ha incontrato un tizio» ho borbottato, «giù alla Porte Saint-Martin.»
«Uno dello studio?» ha detto Maëlis.
«Macché, mai visto prima. Si sono parlati e Gustave si è messo a fare il diavolo a quattro. Ho paura che ci sia dentro fino al collo, mi sa che aveva ragione lei, tenente.»
«Che cosa si sono detti?»
«Non ne ho la più pallida idea, ero troppo lontano.» Ho abbassato il finestrino per far entrare un po’ d’aria, poi mi sono sfilato la giacca. «Quell’uomo ha cercato di calmarlo, ma Gustave sembrava fuori dalla grazia di dio.»
Cercando di stringere ho raccontato quel poco che avevo potuto vedere. Un camioncino coperto di ruggine e polvere si è fermato davanti al portone di casa Deshayes. Ne sono scesi due uomini che hanno scaricato quattro grandi cristalli dopo averli liberati dall’intelaiatura che li sorreggeva. Da una finestra del secondo piano si è affacciata una signora anziana che li ha salutati. Due minuti dopo gli ha aperto il portone. Scambio di battute, risate, pacche sulle spalle, poi i vetrai hanno afferrato un paio di cristalli ciascuno e sono entrati in casa tutti insieme.

La Porte Saint-Denis e relativo arco monumentale, il più bello dei due, si trova all’incrocio tra la cosa, la rue Saint-Denis (dopo l’arco, rue du Faubourg-Saint-Denis) e i boulevard de Bonne-Nouvelle e Saint-Denis. È vidente che da queste parti il santo andava fortissimo, quasi tutto porta il suo nome.
Per altro, la cosa, la rue Saint-Denis è una delle strade più antiche di Parigi, e pare risalga addirittura all’epoca romana. Era la via che nell’antichità conduceva i pellegrini alla basilica omonima che si trovava fuori dalle mura della città.
Siccome santi e madonne non erano proprio ben visti, nel periodo della Rivoluzione francese, la cosa, la rue Saint-Denis venne chiamata rue deFranciade. Risalendola, cosa per altro piacevolissima da fare a piedi, si arriva dritti dritti alla porta in questione. L’arco di trionfo pare sia stato ispirato dall’arco di Tito a Roma. Siccome Parigi si stava ingrandendo, la cinta fortificata di Carlo V venne sostituita da una sorta di barriera fiscale che si materializzò sotto forma di un muro e di qualche boulevard. Le porte fortificate che risalivano al medioevo vennero così sostitutite da archi di trionfo.
La grande scritta dorata sulla sommità dell’arco, Ludovico Magno, indica che l’arco della Porte Saint-Denis venne eretto, naturalmente a spese della comunità, su ordine di Luigi XIV dall’architetto François Blondel, molto raccomandato a corte e direttore nientemeno che de l’Académie Royale d’Architecture. Dovendo celebrare le vittorie che, stando comodamente seduto a palazzo, il Re aveva avuto sul Reno e nel Franche-Comté venne riccamente e, bisogna dire, magnificamente addobbato dallo scultore Michel Anguier. Due grandi obelischi si elevano ai lati dell’arco, ricoperti di trofei, mentre ai loro piedi due figure sedute, scolpite dai disegni di Lebrun, rappresentano le Province unite. I bassorilievi sopra l’apertura raccontano l’attraversamento del Reno e le figure allegoriche del reno e dell’Olanda vinti sotto forma di una donna afflitta.
Verso la fine del pomeriggio, quando la luce del sole si tinge di arancione, le sue lame di luce rendono questo monumento straordinariamente godibile. Tutta la zona circostante è fantastica, un pezzo della città bello e variegato con piccole vie che si arrampicano in salita, collegate tra loro da piccole scalinate e i grandi corsi dalle fogge più disparate. Magnifico il boulevard Saint-Martin con i suoi marciapiedi rialzati, che dalla Porte Saint-Martin conduce a place de la République.
Interruzione pubblicitaria :)

Ho raggiunto Michel che arrancava affaticato. Assieme a lui c’erano due giovani flic della Crim.
«Piantiamo tutto» ho detto infilando la giacca, «adesso li imbarchiamo e li portiamo dentro per interrogarli.»
«Così, di punto in bianco?»
«Esatto, fatevi aprire il portone e andate su a prenderli.»
«E per quel cane cosa facciamo?» ha chiesto uno dei suoi accompagnatori.
«Quale cane?» ho chiesto.
«Qualche stronzo ha abbandonato un cane lungo la via» ha detto Coccioni indicando con il pollice alle proprie spalle. «Voglio chiamare la protezione animali per farlo prelevare.»
Mi è preso un bel batticuore, tipo i tamburi della giungla misteriosa.
«Di che cazzo di cane state parlando?» ho rantolato.
«Un botolo bianco e nero» ha detto Coccio,
«Con tutto il culo rosa» ha detto il suo scudiero.
«Andate su da quei due» ho urlato correndo giù per la strada, «e fate venire qualcuno per frugare l’appartamento.»
Al fondo della discesa sono passato accanto al cagnetto bianco e nero. Vedendomi passare di corsa ha abbaiato un paio di volte. La troia lo aveva attaccato a uno di quei paletti di metallo nero che impediscono alle auto di parcheggiare.
Ho aumentato l’andatura sbucando sulla spianata della Porte Saint-Denis. Mi sono guardato intorno; se aveva un’auto, tanti saluti, ma c’era la possibilità che fosse diretta al metro. Ho scavalcato la ringhiera del marciapiede e sono saltato sul selciato sottostante, poi via di corsa verso la fermata Strasbourg-Saint-Denis.
L’ho vista mentre attraversavo il boulevard, una macchia rosa che spariva inghiottita dalle scale della metropolitana. Avevo recuperato un po’ di vantaggio ma da lì ad acchiapparla era tutta un’altra storia. Scendendo a precipizio gli scalini dell’ingresso sapevo già di averla persa. La stazione era piena zeppa di gente che entrava e usciva dalle gallerie. Mi sono fermato un secondo, dovevo ragionare in fretta.
Tre linee, la 9, la 8 e la 4, nemmeno a testa o croce potevo fare. La 9 e la 8 tagliavano in diagonale andando verso le periferie mentre la 4 portava verso il centro. Ho scelto quella.
Scavalcando il tornello con un balzo mi sono fatto di corsa il tragitto fino alla pensilina, direzione Porte d’Orléans. Ho divorato l’ultima scala quattro gradini alla volta, mentre la sirena segnalava la chiusura delle porte. Sono salito sul treno per un pelo, la giacca m’è rimasta presa tra gli sportelli, un piccolo spettacolo extra per i pendolari.
Siamo partiti. Nel vagone nessun impermeabile rosa, ammesso che non lo avesse buttato in un bidone dell’immondizia prima di salire sul treno. La fermata successiva è arrivata in un minuto e mezzo, una stazione enorme, il labirinto perfetto per scomparire in un baleno. Non appena si sono aperte le porte sono schizzato fuori. Ero sudato e il mio cuore andava a mille. La banchina era affollata, gente che saliva sul treno o diretta verso le uscite e le coincidenze. Ho infilato la mano sotto la giacca chiudendo le dita attorno al calcio della pistola e, chino come un cammello, ho percorso il treno nella sua lunghezza.
Era sul terz’ultimo vagone e mi ha colto quasi di sorpresa. C’è stato uno sparo amplificato dalle pareti della galleria, quasi un boato. Il finestrino davanti a me è andato in mille pezzi. Un tizio che avevo di fianco è crollato lungo e tirato senza emettere un suono.

Sempre costruita su ordine di Luigi XIV, è firmata Ludovico Magno pure questa, la Porte Saint-Martin è meno grandiosa dell’altra, ma con i suoi tre archi, due piccoli e uno grande, porta con una certa grazia il suo fascino asciutto ed essenziale. Venne eretta nel 1674 dall’architetto Pierre Bullet, già allievo di François Blondel. Si tratta di na costruzione in pietra calcarea a sbalzo con la sommità in marmo. Le due facciate sono ornate da quattro allegorie a bassorilievo.
Tutto è suggestivo in questo quartiere, vi si trovano pure alcune di quelle antiche gallerie di passaggio che vale veramente la pena visitare. Per i maniaci della cucina francese, esiste nelle vicinanze un posto strepitoso che si chiama le Bouillon Chartier. Lo si trova al 7 di rue du Faubourg Montmartre e si tratta di un’esperienza unica nel suo genere. Se vi piacciono la folla, la buona cucina e spendere relativamente poco, Chartier è il ristorante che fa per voi. Parlando di cifre, dalla sua apertura ai nostri giorni, le Bouillon Chartier ha già attraversato cento anni nei quali si sono succeduti soltanto quattro proprietari.
Aperta 365 giorni all’anno, questa sala è classificata monumento storico dal 1989 (ci hanno messo solo trecento anni ad accorgersi che valeva la pena). Non è dunque un esagerazione presentare Chartier come una vera istituzione della capitale e un condensato dello spirito parigino. Eccellente il famoso bouillon di carne e legumi che un tempo si poteva consumare al bancone pagando quattro soldi.
Insomma alla fine, gira e rigira si finisce sempre con le gambe sotto al tavolo. E con questo mi taccio e do un taglio a tutta questa storia. Ma se, la prossima volta che sarete a Parigi, avrete voglia di passare un mezzo pomeriggio in questi luoghi, di sicuro non ve ne pentirete.

Intervista su Il Sole 24 Ore Nord Ovest

Intervista di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore Nord Ovest (mercoledì 30 marzo, pag. 25)

«I miei personaggi? Nati sul Tgv»

Tre romanzi in tre anni, più di 12mila copie vendute e una saga noir – quella degli «italiens» della brigata criminale di Parigi – destinata a crescere. Tanto che il quarto capitolo delle avventure del commissario Mordenti e della sua squadra, dopo i primi tre pubblicati con la torinese Instar (Les italiens nell’aprile del 2009, Troppo piombo nel marzo 2010 e Lezioni di tenebra lo scorso febbraio), uscirà per Rizzoli. È tutta in ascesa la carriera letteraria di Enrico Pandiani, torinese, classe 1956, grafico per necessità e scrittore per passione.

Ha esordito tardi, ma ora sta bruciando le tappe.
«In realtà ho iniziato a scrivere, quando ero molto giovane, con le storie a fumetti pubblicate su alcune riviste, come il Mago e Orient Express. Poi ho tolto le vignette e sono rimaste le parole».

Come sono nati Les italiens?
«In 25 anni ho avviato una mezza dozzina di romanzi, rimasti a metà, che raccontavano la fuga di due personaggi antitetici: mi interessava il rapporto fra di loro e il tema della tolleranza. A scrivere mi divertivo, e mi diverto, tantissimo, ma lo facevo senza convinzione. Poi ho deciso di provarci davvero: ho scritto la prima pagina di Les italiens su un Tgv di ritorno da Parigi la mattina dell’1 gennaio 2007 e in sette mesi l’ho finito. Ed ero così entusiasta che ho iniziato subito il secondo».

Pensava che Les italiens sarebbe stato il suo romanzo d’esordio?
«Quando l’ho finito sentivo di aver lavorato meglio del solito. Ho fatto leggere il manoscritto a un’amica che ha una piccola casa editrice e lei mi ha incoraggiato. Così l’ho proposto alla Instar e loro non solo hanno deciso di pubblicarlo, ma con il mio romanzo hanno anche inaugurato una nuova collana. È stato stupendo».
E ora il passaggio a Rizzoli.

«È un salto nel buio, anche perché con Instar lavoro molto bene e vorrei continuare a farlo. Ma uno scrittore sogna che le sue pagine siano lette da più persone possibili e con Rizzoli spero che questo accada».

Progetti per il futuro?
«Ne ho una montagna: vorrei scrivere storie a fumetti sulle vicende dei personaggi “minori” dei miei romanzi; mi hanno proposto di fare una trasposizione cinematografica di Les italiens; poi sto lavorando a un libro per bambini con mio figlio, che ha otto anni; vorrei anche scrivere storie per ragazzi. Ma non ho tempo: quello dello scrittore è un lavoro per ricchi scapoli, mentre io ho un lavoro e una famiglia. Per fortuna»

Le armi de les italiens: la Leica M8

English text below

Un’arma per immortalare la gente

Nei romanzi del commissario Mordenti , in genere si punta e si preme il grilletto. Ma capita che a volte chi punta prema poi un pulsante. In Lezioni di tenebra, la terza inchiesta de les italiens, la sfortunata Martine possiede una Leica M8, oggetto che per tutto il romanzo Mordenti e la sua squadra cercano forsennatamente per scoprire che foto contiene. Eccone un breve brano.

Martine aveva scritto in stampatello Pinturicchio??? Tre punti interrogativi bastavano a rendere la cosa quantomeno interessante. Aveva poi cincischiato attorno alla parola con la biro e l’aveva ripassata diverse volte. Una freccia, ricalcata anch’essa più volte, portava a un’altra breve frase, con il lenzuolo avrebbero dei problemi, che era stata cerchiata nervosamente. Più in basso aveva schizzato un piccolo cristo in croce e una macchina fotografica dall’aria antiquata. Lo faceva sempre, una specie di tic, quando stava al telefono disegnava piccole, deliziose macchine fotografiche. Il crocefisso, invece, era una novità.
«Avete per caso trovato la sua Leica?» ho domandato senza distogliere lo sguardo dal foglio.
«La sua cosa?» ha detto Leila.
«La macchina fotografica di Martine, una Leica M8, se la portava sempre dietro.»
«Mi spiace, qui non abbiamo trovato nulla. A casa hai guardato?»
Ho sospirato. «Non ci ho fatto caso.»
«Questo ti dice niente?» ha detto Alain indicando il foglio.
Sotto alla parola Pinturicchio Martine aveva scritto Lavoro a Torino… parlarne al pistolero? Poi aveva cerchiato la frase diverse volte e infine l’aveva cancellata tirandoci sopra un paio di righe.
«Il pistolero sono io» ho detto, «forse voleva parlarmi di qualcosa, magari del suo lavoro.»
«Non eri il piedipiatti?» ha detto Alain.
«Dipendeva dalle situazioni» ho detto io.

La Leica M8 è la prima vera macchina fotografica range finder digitale della prestigiosa ditta di Solms, uno sputo di paese su dalle parti di Francoforte in Germania. Non è esattamente una macchina fotografica, è piuttosto un oggetto del desiderio, un mito, la fotografia nuda e cruda. O te ne innamori o la detesti. Una solida struttura in metallo, l’aspetto da fotocamera degli anni 50, tre pulsanti in croce e un automatismo sui tempi d’esposizione, punto e stop. Niente autofocus, niente diaframmi automatici, solo abilità manuale. Devi puntare il soggetto, mettere a fuoco, impostare tempi e diaframmi e poi scattare. E se ti viene, la tua fotografia ti farà fare un balzo per la sua bellezza. A volte l’errore, che in un moderno catafalco automatico non è quasi possibile, dà alla tua foto una sorta di valore aggiunto.
Chi decide di possedere questa meraviglia (che adesso è stata rimpiazzata dalla M9) ha a propria disposizione una gamma enorme di obiettivi che spazia dal 1950 a oggi. Comprando una M8, infatti, si deve essere pronti a intraprendere un lungo, faticoso, costoso ed eccitante viaggio nel tunnel della droga degli obiettivi Leitz. Perché non ne avrai mai abbastanza. Prima ti comprerai i nuovi Summarit che, spaziando tra i 1200 e i 1800 euro, sono, si fa per dire, quelli economici. Ma poi ti metterai a cercare, parlerai con altri leichisti e, prima di potertene accorgere passerai le tue giornate su eBay per comprare un Summicron guadagnando così 0,5 punti di stop. Ma a questo punto sarai ben lungi dall’esserne fuori, perché intanto ti sarà capitato di leggere delle meraviglie possibili con gli obiettivi Summilux Asferici (non ho mai capito che cazzo vuol dire ma pare sa una figata pazzesca), considerati i migliori al mondo. Vuoi non averne almeno uno o magari due, che so, un 50 e un 35? Senza accorgertene sei così passato dai 1500 euro iniziali ai 3000 e fischia delle lenti per fotografare in condizioni critiche di luce. I Summilux, infatti, sono f:1.4, ci fai quasi le foto al buio. Lo sa anche Caron, tecnico della scientifica parigina.

«Come mai è tutto mosso?» ho chiesto indicando a Caron le foto di Vastedda.
Si è schiarito la gola stirando quel suo lungo collo da tacchino. «Le condizioni di luce all’interno della mostra erano critiche» ha detto, «quindi, per avere un tempo di posa accettabile, la signorina Delvaux ha dovuto aprire completamente il diaframma. Questo comporta una profondità di campo estremamente ridotta.»
«Ho capito» ho detto, anche se non era vero. «Martine era una brava fotografa e queste sono tutte mosse.»
«Dall’angolo di ripresa direi che le ha scattate senza portare la fotocamera agli occhi, immagino per non farsi notare. Ci può scommettere le palle che fosse una brava fotografa, l’esposizione è eccellente e il soggetto è perfettamente a fuoco.»
Ci siamo guardati. Ha fatto un sorriso ebete. «Le chiedo scusa» ha detto, poi si è sistemato gli occhiali sul naso.
«Nessun problema. Mi dica, Caron, Si possono fare degli ingrandimenti?»
«Vuole scherzare?» ha detto prendendo in mano la Leica, «Questo obiettivo è un Summilux 35/1.4 asferico, il meglio che si possa trovare sulla piazza. Cosa devo ingrandire?»
Nelle foto Vastedda parlava in tutto con tre persone. Ho chiesto a Caron di farmi un particolare di ciascuna faccia. Le ho riguardate una per una lentamente, chiedendomi cosa mi stesse sfuggendo. La mia cicatrice si è messa a prudere, segno chiarissimo che qualcosa non mi tornava. L’ho massaggiata delicatamente con le dita, guardando le due ultime fotografie. Un uomo e una donna presi di spalle stavano percorrendo una specie di viale alberato. Accanto a loro si vedeva il muro di una chiesa. Nell’ultima fotografia si scorgeva parte della facciata e il tetto coperto di verderame. L’uomo aveva i capelli bianchi e poteva essere Vastedda. La donna, castana ed elegante, non avevo proprio idea di chi diavolo fosse.
Deslandes mi si è avvicinata porgendomi una tazza di caffè. Sorrisi, zero. L’ho ringraziata con un cenno del capo e ho bevuto un sorso di liquido amaro.

Comunque non è mica finita qui. Adesso avete un obiettivo Summilux, lo stato dell’arte della divinità, e il vostro solo problema è non far sapere a vostra moglie quanto vi è costato. Altrimenti vi ammazza. Ma il vostro cervello, ormai segnato dal bollino rosso di Solms, ha intanto scoperto che nell’universo Leica esiste l’oggetto assoluto, la divinità inarrivabile per molti, il santo Graal degli obiettivi fotografici: il leggendario Noctilux 50 mm.
Il Noctilux (solo a dirlo ti si rizzano i peli sulla schiena) è Grosso, nero, pesante, lucido e possente. I modelli passati vanno da f:1.2 a f:1.0 e ormai li si trova quasi esclusivamente sul mercato dell’usato. E chi li vende non li molla certo per un pugno di nocciline; preparatevi a tossire dai 3500 ai 5000 euro. In genere lo hanno persone molto ricche che invece di comprarsi una Canon Powershot da 350 euro si comprano la Leica e il Noctilux e poi fotografano il proprio cagnolino. E questo vi fa incazzare da morire, perché con quell’aggeggio, voi freste delle foto da urlo. A questo punto comincerete a mangiarvi le unghie cercando su Internet il coglione che ve lo venda per sbaglio a 500 euro, ma non lo troverete. Tutt’al più perderete i vostri soldi dandoli a un fellone che non aveva nessun Noctilux da vendere e vi ha inculati alla grande.
Il punto d’arrivo più alto, quello a cui tuti anelano e pochissimi (dentisti per lo più) arrivano, è il nuovo Noctilux 50/0.95. Sissignori, avete letto bene, 0.95. Sarà vostro per soli 7500 euro.
Ma nel momento in cui avrete preso atto che oltre certe cifre non ci potete arrivare, il tunnel della droga è ben lungi dal mostrarvi l’uscita. Gli obiettivi vanno da 12 a 135mm, ce ne sono di ogni tipo, lunghi, corti, larghi, stretti, piccoli, grandi e avrete voglia di provarli tutti. Alla fine vi butterete sui non meno mitici Voigtländer, oggi proprietà della giapponese Cosina, molto meno costosi dei cugini germanici, ma che poco hanno da invidiare in quanto a prestazioni (il mio 28/1.9 non lo cambierei con alcun 28 della Leitz).
Un’ulteriore distrazione del leichista sotto dipendenza sono gli accessori: soft-shutter release, la pelle del corpo macchina, il bollino nero invece che rosso, i vari tipi di tracolla, i grip per tenerla meglio e, soprattutto le custodie in pelle, le halfcase, che proteggono e danno un’aspetto un po’ vintage alla macchina fotografica. Le più famose sono quelle di Luigi Crescenzi, di Roma, che vende in tutto il mondo i suoi costosi prodotti fatti a mano.
Comunque, a un certo punto vi arrenderete e con le tre-quattro lenti che vi sono rimaste comincerete a fare fotografie sul serio. Il primo anno e mezzo lo avete perso nel tunnel della droga e, adesso che ne siete più o meno usciti (continuerete a grattarvi la guancia ogni volta che vedrete un’obiettivo che vi pace) potete finalmente capire cosa avete in mano. A qualsiasi matrimonio vi invitino, ad esempio, gli sposi preferiranno le vostre foto a quelle del fotografo ufficiale. Perché sono più vere, meravigliosamente imperfette, perché lo sfocato è da urlo e perché i bianchi e neri che avete fatto dal negativo digitale (DNG) lo farebbero rizzare anche a un morto.
Perché la Leica M8 (e adesso la M9) è più o meno la stessa fotocamera che utilizzava ai suoi tempi Cartier-Bresson, gli obiettivi sono quelli e tutto funziona nella stessa identica maniera. La sola cosa che è cambiata è che adesso non c’è più la pellicola ma un sensore. Per il resto devi saper fotografare, perché la fotocamera non fa nulla, devi fare tutto tu. Non ti basta puntare e schiacciare un pulsante, nossignore, ci devi pensare, devi valutare e impostare a seconda dell’effetto che vuoi ottenere. Oppure, se vuoi prendere al volo le tue foto, devi essere abbastanza in gamba da saper pre-impostare tempi e diaframmi. E devi diventare un manico con la messa a fuoco.
È un modo antico di fotografare, una cosa tipo l’uomo e la sua macchina fotografica. La fotografia con la Leica non è un’abitudine, è una passione, un apprendistato continuo verso qualcosa a cui non riuscirai mai ad arrivare.

Esiste in rete un Forum fantastico, un posto dove appassionati da ogni parte del mondo(leggi maniaci), professionisti o dilettanti che usano la Leica, si incontrano, chiacchierano, mostrano e commentano le rispettive fotografie. È un posto dove i problemi vengono risolti in brevissimo tempo da membri molto competenti e dove le amicizie spesso diventano reali. È il Leica International User Forum. L’abbonamento è gratuito, ma se volete strafare o diventare membri sostenitori potete cacciare un po’ di euro.

A weapon to immortalize people

In the novels of commissioner Mordenti in general they point and pull the trigger. But it may happen that someone points and clicks the shutter button. In Lessons of darkness, the third investigation of Les Italiens, the unfortunate Martine owns a Leica M8, an object that will be frantically searched for by Mordenti and his team through the entire novel since they want to know what kind of pictures are saved on the card. Here it is a passage.

Martine had written the word Pinturicchio??? Three question marks were enough to make it quite interesting. She had then sketched on the word with a pen and had gone over it again several times. An arrow, several times gone over as well, led to another short sentence, They’ll have some problems with the sheet, that had been nervously circled. On the lower side of the sheet of paper she had sketched a small Christ on the cross and a vintage-looking camera. She was used to that, sort of a fixation; when she was at the phone she drew many small, delicious cameras. The cross was something new.
«Did you find her Leica, by chance?» I asked without looking away from the sheet of paper.
«Her what?» said Leila.
«Martine’s camera, a Leica M8, she used to carry it with her.»
«We didn’t find anything like that here, I’m sorry. Did you look at home?»
I sighed. «I took no notice of that.»
«Is this ringing any bells?» said Alain pointing at the sheet.
Under the word Pinturicchio, Martine had written Job in Turin… Talk about that to the gunman? Then she had circled the sentence several times before erasing it with a couple of lines.
«The gunman it’s me» I said, «maybe she wanted to talk to me about that, maybe about her job.»
«I thought you were the dick» Alain said.
«It depends on circumstances» I said.

The Leica M8 is the first real digital range finder camera from the famous company in Solms, a small town close to Frankfurt in Germany. It’s not really a camera, it is more an object of desire, a myth, photography at its purest essence. You will either fall in love with it or you will hate it. A solid metal body, a fifties camera look, three simple buttons and some auto mode for exposure, just that. No autofocus, no automatic stops, just manual skill. You have to point the subject, focus, set the aperture and shutter speed and then shoot. That simple. And if the picture comes out ok you will be surprised by its beauty. Sometimes, an error, not possible on one of those huge automatic plastic monsters, will give your picture a special value.
Those who decide to own this marvel (that has been replaced by the new M9) have a wide variety of lenses to choose from, ranging from those made in the fifties to the most recent ones. When you buy an M8, in fact, you have to be ready to join in a long, wearing, expensive and exciting journey in the tunnel of drug addiction of the Leitz lenses. Because you will never have enough of them. You will first buy the new Summarit lenses that being between 1400 and 1800 dollars are the cheapest ones. But you will then begin to talk with other Leica users and before you can be aware of it you will spend your days on eBay searching for a Summicron so as to gain those bloody 0.5 points of stop. At this time you’re still far from being out of it, because in the meantime you happened to read about the wonders of the Summilux Aspherical lenses, reputed the best in the world. And you will want at least one of them or maybe two, the 50 and the 35. In short, you switched from the original 1400 to the present 3000 dollars and more of those lenses for critical light conditions (it sounds so cool). The Summiluxes, in fact, are f:1.4 and you can almost take pictures in the dark. Even Caron of the police forensics, in the novel Lessons of Darkness, knows it.

«How come that everything is blurred?» I asked Caron pointing at Vastedda’s pictures.
He cleared his voice stretching his long turkey neck. «Light conditions inside the exhibition were critical» he said, «this is why miss Delvaux had to fully increase the aperture in order to gain a correct exposure. That means a quite reduced depth of field.»
«I’ve got it» I said even if I didn’t at all. «but Martine was a good photographer and all of those pictures are blurred.»
«Given the vantagepoint I’d say she shot without taking the camera to the eye, I suppose not to be spotted. You can bet your balls she was a good photographer,  exposure is excellent and the subject is perfectly in focus.»
We looked at each other. He smiled dully. «I’m sorry» he said then he arranged his spectacles on his nose.
«Don’t worry about it. Tell me, Caron, can you make any enlargements out of these pictures?»
«You gotta be kidding» he said taking the Leica from my hands, «this is a Summilux 35/1.4 Aspherical, the best lens you can find on the market. What do you want me to enlarge?»
In the pictures Vastedda was talking with three different persons. I asked Caron to enlarge each face. I slowly looked at them again asking myself what I was missing. My scar started itching, a quite evident sign that something didn’t make sense. I gently rubbed it with my fingers looking at the last two pictures. A man and a woman taken from behind while strolling along a sort of a tree-lined road. Beside of them there was the wall of a church. In the last picture I could see part of the façade and the roof covered with verdigris. The man’s hair was white and he could even be Vastedda. The woman had brown hair and was quite elegant. I didn’t have the faintest who the hell they were.
Deslandes came close to me offering a mug of coffee. No smiles at all. I thanked her with a nod and i drank a sip of the bitter drink.

Anyway, it is still a long way to go. You now have your Summilux lens, the state of the art of the divinity, and your only problem is hiding from wife how much you have paid for it. Otherwise she would kill you. But in the meanwhile your brain, now marked with the Leica red dot, has discovered the absolute object, the divinity unattainable to many, the Holy Grail of photographic lenses: the legendary Noctilux 50mm.
The Noctilux (at only naming I shiver) is big, black, heavy, slick and powerful. Old models go from f:1.2 to f:1.0 and today you can only find them on the used market. And those who sell them do not slacken their hold just for pennies. Be prepeared to part from 4000 to 5500 of your beloved dollars. Generally speaking, very rich people, instead of buying a $ 350 Canon Powershot, buy a Leica and a Noctilux just to take pictures of their sweet little dog. And this makes you furious, because you would take some helluva good pictures with that lens. So you will start eating your nails looking on the internet for that moron that, for mistake, will sell you his Noctilux for no more than 700 dollars. That’s how you will end up loosing your money giving it to the felon that have no Noctilux to sell and fucked you in style.
However, the highest edge anybody tend but very few reach (mostly dentists) is the brand new Noctilux 50/0.95. Yes, my friends, it is correct, 0.95. It will be yours for only 10 grand.
Anyway, the moment you will take note of not being able to go beyond a certain amount of money, the tunnel of drugs is far from showing the light of the exit. Lenses go from 12 to 135 mm, any kind is available, short, long, wide, narrow, small, big and you will want to try them all. In the end you will switch to the not less legendary Voigtländer lenses, nowadays a property of Cosina Japan, much less expensive but with often nothing to envy in performance to their German cousins (I would not change my Ultron 28/1.9 with any Leitz one).
A further distraction for the Leica user under addiction are the accessories: soft-shutter release, the vulcanite skin, black dot instead of the red one, straps, grips and, above all, the leather half cases that protect and give your camera that pretty vintage look. The most famous are from Mr. Luigi Crescenzi in Rome that sells worldwide his hand made expensive products.
Anyhow, at a certain point you will give up and with the 3-4 lenses you have you seriously start taking pictures. You’ve lost the first year and a half in the Leica lenses tunnel of drug addiction and now that more or less you’re out of it (you will keep on rubbing your cheek any time you see a lens you like), you can now understand what you have in your hands. The married couple at any of the several marriages you are invited will always prefer your pictures to those of the official big-Canon/Nikon photographer. Because they are more true, so wonderfully defective, because the out of focus areas are so sexy and the B&W pictures you made converting your color digital negatives (DNG) would give even a dead man an erection.
That’s because the Leica M8 (and now the M9) is more or less the same camera Cartier-Bresson used to shoot with, those are the lenses and everything still works in the same way. The only difference is you no longer have film, you have a sensor. And you must be be good at taking pictures because it’s you that have to set everything, not the camera. Pressing the shutter button is not enough, no Sir, you have to think, evaluate and set everything according to the effect you want to gain. Or if you want to take action pictures you have to know how to pre-set stop and time. And you must gain a strong skill at hand focusing.
It is an old way of taking pictures, something like a man and his camera. With Leica, photography is not a habit, is a passion, an endless apprenticeship toward something you will probably never reach.

On the Net there is a fantastic Forum, a place where people from all over the world (read maniacs), pros or amateurs using Leica props, meet and chat, show and comment each other pictures. It’s a place where problems are quickly solved by very competent members and where friendship often become real. It is the Leica International Users Forum.

I posti de les italiens: Montmartre

Alla ricerca di un tempo perduto

Montmartre, o la Butte de Montmartre, è il luogo giusto, se siete un po’ arroganti, per poter guardare Parigi dall’alto in basso. Comune piuttosto antico del dipartimento della Senna, venne annesso alla capitale nel 1860. Da allora, buona parte dei suoi edifici abbarbicati sulla collina formano il XVIII arrondissemet. Il resto fa parte del comune di Saint-Ouen. Come accennato in partenza, i suoi 130,53 metri di altitudine sul livello del mare non fanno di Montmartre un concorrente diretto del Monte Bianco ma lo rendono senz’altro il punto topografico più elevato di Parigi (la Tour Eiffel e la Tour Montparnasse, infatti, sono più alte). Vi si accede tramite una funicolare che sembra uscita da un film di fantascienza degli anni ’50 o trascinandosi su per i 222 scalini che portano in cima.
Per i maniaci della storia, Montmartre è stato per lungo tempo un villaggio fuori dalla cerchia muraria della capitale. Manco a dirlo, una delle etimologie ne fa risalire il nome al latino Mons Martis, il Monte di Marte. In epoca gallo-romana, quando Asterix e Obelix visitavano Lutèce, un tempio dedicato a Marte sorgeva difatti sulla collina. Altra brillante ipotesi è quella di Mont du Martyre, Monte del Martirio, poiché Saint-Denis, primo vescovo di Parigi e vittima delle persecuzioni anti cristiane, venne decapitato sulla collina assieme ad alcuni altri fedeli. La leggenda racconta che il sant’uomo, certamente un buontempone, raccolse da terra la propria testa e, tenendola sotto braccio, si fece una bella passeggiata fino al luogo in cui oggi sorge l’omonima basilica, dove si fece infine seppellire. Una delle vie storiche che portano a Montmartre si chiama difatti rue des Martyrs.
Come ben sa Umberto Eco, che ne parla nel suo Cimitero di Praga, Montmartre è stato uno dei luoghi importanti durante la Comune di Parigi nel 1871. L’idea di costruire quell’ammasso di panna montata chiamato basilica del Sacré-Coeur prese inesorabilmente forma dopo la guerra franco-prussiana del 1870. La costruzione venne decretata da un’infelice votazione dell’Assemblea Nazionale il 23 luglio 1873 per «espiare i crimini dei Comunardi» e per rendere omaggio ai numerosi cittadini francesi deceduti durante la guerra.
Le vie di Montmartre si arrampicano su per la collina in una ragnatela confusa e tortuosa. A salire a piedi ci si fa il mazzo, l’orientamento è difficoltoso e non è detto che al primo colpo si riesca ad arrivare dove si voleva. Luoghi di antica bellezza si mescolano a dozzinali attrazioni turistiche e spesso, orrendi negozi di ciarpame assediano luoghi mozzafiato. Tralasciando il Sacré-Coeur, meta di milioni di fotografi della domenica, torme di cinesi che guardano il mondo attraverso lo schermo delle loro macchine fotografiche e altra varia umanità in posa sulla scalinata accanto a finte sculture viventi un po’ patetiche, se volete veramente vivere Montmartre ci dovete andare nei periodi in cui i turisti se ne stanno a casa loro. Momenti rarissimi a Parigi, ma che capita di cuccare. Solo allora, in una maggiore solitudine, la Butte de Montmartre vi svelerà il suo fascino particolare. Posti magici che sfilano uno dietro l’altro.
Place du Tertre, tanto per dirne uno, dove nel 1814, al restaurant de La Mère Catherine comparve per la prima volta la parola “bistro” (presto), coniata dagli esuli russi che abitavano la butte. L’ Eglise St-Jean-de-Montmartre, costruita ne 1901 da Anatole de Baudot, dove, se vi tira vedere quel genere di cose, potete ammirare le tre grandi vetrate policrome disegnate dal pittore dell’Art Nuveau Pascal Blanchard. Le Lapin Agile, in precedenza Cabaret des Assassins, dove si ritrovavano artisti come Alphonse Allais, Caran d’Ache o André Gill, al quale si deve la pitura che dà il nome al locale (Le Lapin à Gill). Le Lapin fu in seguito acquistato dal chansonnier e scrittore Aristide Bruant che accoglieva artisti squattrinati come Picasso, Modigliani e Utrillo.
Prima o poi, trascinando i piedi per la fatica, finirete per trovarvi nella bellissima Place des Abbesses con il suo giardino le botteghe e l’omonima via molto trafficata. Su uno de muri della piazza si trova un grande murale in piastrelle con le parole “je t’aime” ripetute in dozzine di lingue. Se volete far colpo sulla ragazza, quello è il posto che fa per voi. La fermata della metropolitana Abbesses è la più profonda di Parigi; per prendere il treno dovete scendere di una quarantina di metri verso il centro della terra.
È proprio in questa piazza che inizia il terzo romanzo del commissario Mordenti, Lezioni di Tenebra. Tanto per non perdere l’abitudine leggiamoci l’incipit.

Uno.

«Comincia a salire» ha detto, «cerco un parcheggio e ti raggiungo.»
Giunti sotto casa non c’era un posto a pagarlo un milione così Martine aveva fermato la Karmann Ghia davanti al portone. Place des Abbesses era ancora piena di gente.
«Hai una faccia» ha detto.
«Sei di cattivo umore?» le ho chiesto sforzandomi di parlare. «Questa sera sembravi assente.» Un fiotto di nausea mi si è arrampicato su per la gola.
«Non è nulla, sono solamente stanca.»
«Problemi in studio?»
«Mi hanno affidato un paio di contratti importanti, te ne parlo appena starai meglio.»
Ho soffocato un conato. «Nient’altro?»
«Non fare lo sbirro con me, ragazzo» ha riso, «vai a metterti sotto le coperte.»
Sono sceso con la stessa agilità di un ippopotamo che scavalca una staccionata. Nonostante i piedi per terra, la piazza continuava a ruotare attorno a me come un vortice di colori. Ho aspettato che rallentasse prima di chiudere lo sportello. Martine mi ha mandato un bacio sulla punta delle dita.
L’ho guardata partire, poi sono strisciato fino al portone. Ho battuto il codice sul tastierino e sono entrato nell’androne illuminato. Niente ascensore così per trascinarmi fino al terzo piano m’è toccato scalare i gradini aggrappato al mancorrente.
La nausea è una brutta bestia, lo sapeva bene Sartre. Ti s’insinua su per la gola impedendoti di parlare, di muoverti e di pensare, non la puoi combattere, né le puoi resistere.
Sul pianerottolo avvolto dal suono discreto del silenzio ho trovato la porta di casa solo accostata. Ho fatto un respiro profondo. Il mondo si è fermato per qualche istante, poi ha ripreso a girare. Ci mancava l’appartamento svaligiato.
Ho guardato le chiavi che avevo in mano prima di rimetterle in tasca, poi ho spinto il battente. Cassetti aperti, libri sul pavimento, mobili spalancati. Dal soggiorno proveniva una luce fioca. Mi ci sono diretto fermando la parete con una mano per evitare che tutta la casa ricominciasse a girare.
La lampada a piantana accanto al divano era accesa. Qualcosa si è mosso nell’ombra.
Mi sono avvicinato di un passo e una figura è apparsa nel cono di luce. Un metro e settantacinque, impermeabile di vinile nero stretto in vita da una cintura. I capelli erano rossi, tagliati a caschetto. Il resto del viso era nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca.
Una strana pistola ha brillato alla luce della piantana. Era piatta e larga, un’arma che non avevo mai visto. Un fiotto di adrenalina mi ha attraversato le viscere e questo mi ha permesso di fare altri due passi verso di lei.
Lezioni di Tenebra, di Enrico Pandiani. Instar Libri (2011)

Insomma, come tutti i posti troppo famosi, troppo visitati, troppo fotografati, anche Montmartre ha perso parte del suo fascino. Eppure è ancora capace di stupire il visitatore attento, quello che non cerca le false atmosfere di una volta e che sa che i grandi pittori non ci sono più. Dimore meravigiose aspettano solo di essere riscoperte, piccoli giardini di grandi privilegiati si nascondono dietro a muri di cinta che il tempo ha soltanto scalfito. Se siete curiosi e non avete paura che la vostra testa rimanga bloccata tra le stanghe di un vecchio cancello, vedrete case di campagna in piena città, viali alberati che formano prospettive accanto a piccoli boschi tranquilli. Roba da ricchi, direte voi. Temo di sì.
Con poco sforzo potrete allontanarvi dalla folla, ritrovandovi magari su un sentiero tra gi alberi che vi leva il fiato portandovi verso la cima della collina. Quando la vostra lingua toccherà per terra, potrete fermarvi su piccole terrazze dalle quali avrete una vista sublime sui tetti digradanti verso il centro della città. Una pausa al bistrot Le Consulat, sperando che sulla piazzetta non ci siano milleduecento persone per metro quadro, poi, snobbando finti pittori bohemiens, falsi locali tipici e tonnellate di negozietti di ciarpame, possiamo cominciare a scendere, dando ovviamente per scontato che del Sacré-Coeur non ce ne frega un beneamato cazzo.
Ai piedi della sua scalinata, ad ogni modo, si trovano due dei posti più incredibili che mi sia capitato di vedere a Parigi, il magasin Tissus Reine e soprattutto il Marché Saint-Pierre, il tempio dei tessuti a Parigi. Quattro piani in un vecchio edificio bianco dove potrete trovare tutte le stoffe del mondo. Migliaia di colori, disegni, pattern e chi più ne ha ne metta. Aggirarsi in queste grandi stanze, tra massaie francesi, cinesi, africane è un divertimento sopraffino. Se riuscite a uscire dal Marché Saint-Pierre senza una pezza di stoffa vuol dire che il vostro animo è gelido come il pirillo di un esquimese.
Giusto lì di fronte, ai Tissus Reine, sopra ogni banco è esposto un manichino in miniatura addobbato con le pezze in vendita. Sono soltanto tagli di tessuto ma rendono perfettamente l’idea di un vestito. È meno sbalorditivo del Marché Saint-Pierre ma vale comunque un giro.
Se non siete dei lumaconi senza guscio, mentre l’ora volge al desio, una lunga, bellissima passeggiata vi porterà con calma verso il centro. Vedrete la città cambiare colore mentre il sole si ritira, la luce si tingerà pian piano d’arancio per lasciare infine il posto a un’ombra violetta che si arrampica sulle facciate delle case. Sarete stanchi ma felici e nessuno vi impedirà a un certo punto di saltare su un taxi o di infilarvi nella metropolitana. Da qualche parte vi porterà di certo.

Per chiudere, un elenco di tipi famosi che hanno vissuto a Montmartre.
Marcel Aymé, scrittore
Georges Braque, pittore e scultore
Louis-Ferdinand Céline, scrittore
Georges Clemenceau, giornalista, politico, sindaco di Montmartre (1870)
Dalida, Cantante e attrice. Rue d’Orchampt
Dominique Field, liutaio di chitarre classiche
La Goulue, danzatrice al Moulin Rouge
Max Jacob, poeta, romanziere, saggista e pittore francese
Jean Marais, attore e scultore
Georges Michel, detto Michel de Montmartre, primo pittore di Montmartre
Michou, artista e direttore di cabaret
Monique Morelli, chanteuse
Hector Berlioz, compositore
Pablo Picasso, pittore
Fontenay de Saint-Affrique, pittore
Erik Satie, compositore e pianista
Henri de Toulouse-Lautrec, pittore
Tristan Tzara, scrittore
Maurice Utrillo, pittore
Suzanne Valadon, pittore
Vincent Van Gogh, pittore. Stava dal fratello Théo al 54 di rue Lepic
Boris Vian, scrittore, poeta, paroliere, cantante, musicista di jazz
Jacques Prévert, poeta e scenografo. Stesso pianerottolo di Vian, al 6b di Cité Véron

I colleghi de les italiens: la Balistica

Che cosa diavolo è la balistica?

A Parigi la trovate in place Mazas, dalle parti del quai de la Rapée, proprio accanto alla morgue e all’Istituto di Medicina Legale. Divide gli uffici con il laboratorio di tossicologia, ci svela i segreti delle traiettorie e il suo pane quotidiano è l’ultimo grido del bum bum.
Pare assodato che la balistica sia una scienza fisica che studia il movimento dei corpi lanciati nello spazio. Il che non significa astronauti buttati a calci fuori da una nave spaziale, ma piuttosto la traiettoria attraverso l’aria di un “proiettile”, in particolare quelli sparati dalle armi da fuoco. E comunque non è così semplice.
Secondo questi competenti signori, lo spostamento di un proiettile, dall’istante in cui viene espulso dall’arma al suo impatto sul bersaglio comprende ben tre fasi distinte:

  • la balistica interna, che si occupa dello spostamento del proiettile nella canna dell’arma;
  • la balistica esterna, che si occupa dello spostamento del proiettile nell’aria tra l’uscita dalla canna e il momento in cui colpisce il bersaglio;
  • la balistica terminale (è il caso di dirlo) che si occupa degli effetti del proiettile sul bersaglio.

Adesso, ci leggiamo un pezzetto da Lezioni di Tenebra, poi,  tanto per fare un po’ di accademia, le vediamo in dettaglio.

Ho guidato fino a place Mazas e parcheggiato nei pressi del Laboratorio di Tossicologia. Dopo aver mostrato la patacca al gendarme di servizio, sono salito alla sezione balistica. De Clock era seduto alla scrivania del suo ufficio. Mi sono accomodato davanti a lui. Il piano del tavolo era ingombro di carte, documenti, dossier e libri. C’era anche una scatola di plastica trasparente con dentro una pistola ceca CZ Mod. 97 B, due caricatori e una trentina di proiettili dum dum calibro .45. La pistola sembrava nuova di zecca e aveva il carrello aperto.
Ho preso uno dei proiettili. La pallottola, camiciata in rame fino a metà, lasciava scoperta la punta cava di piombo. Già così sarebbe stata micidiale, ma qualcuno ne aveva pure inciso profondamente l’estremità con un coltello.
«Dove hai preso questa roba?»
«L’hanno sequestrata a un grosso spacciatore, pensano sia l’arma usata per una serie di omicidi.»
«Mi auguro di non trovarmi mai davanti qualcuno che spara nespole come questa.»
«Sarebbe decisamente un brutto incontro» ha detto con un piccolo cenno del capo.
Mi sono rigirato tra le dita quell’oggetto diabolico osservandone i bagliori sinistri riflessi dal bossolo d’ottone. Ci potevi vedere tante cose in quei lampi, il passato, il presente e il futuro. Con un piccolo sforzo, ci potevi anche vedere la parte peggiore di te stesso.
«Ti spiace se ne prendo uno?»
Mi ha squadrato per diversi secondi lisciando con due dita uno dei suoi baffi a manubrio.
«Fai pure» ha detto senza levare gli occhi dai miei. «Vedi di farne buon uso.»
«Lo terrò come portafortuna» ho detto infilandolo in tasca. «Di cosa mi volevi parlare?»
Si è messo comodo sulla sua poltroncina. Da lontano sono arrivate due o tre esplosioni ovattate, un tecnico che sparava in un tunnel d’arresto. Maurice ha preso un quinterno pinzato da una graffa metallica e lo ha fatto scivolare verso di me.
«C’è un riscontro interessante sul proiettile che ho cavato fuori dal pavimento di Martine» ha detto sfogliando una copia del documento che mi aveva messo in mano.
«Stessa pistola?» ho chiesto scorrendo il dattiloscritto. Ho colto una serie di parole che hanno acceso altrettanti campanelli: Torino, duplice omicidio, restauratori d’arte.
«Uno dei miei ragazzi lo ha scovato su segnalazione dell’Interpol. Un paio di omcidi a Torino. Due restauratori d’arte ammazzati con la stessa pistola che ha ucciso Martine.»
«Che altro sai di quei due?»
«Due noti culattoni, famosi anche come restauratori. In biblioteca ti ho recuperato le edizioni della Stampa uscite nei giorni successivi al ritrovamento dei cadaveri. Purtroppo non c’è molto, per avere maggiori dettagli dovrai chiamare la Questura di Torino.»
Gli ultimi quattro fogli del documento che avevo in mano erano articoli di quotidiano stampati da microfilm. Una sera di un paio di mesi prima, qualcuno aveva ucciso Attilio Beltramo e Roberto De Medici. Già che c’era, aveva dato alle fiamme il loro laboratorio. I pompieri non erano riusciti a salvare che parte della villa. La polizia aveva seguito fin dall’inizio la pista del sottobosco omosessuale. Il resto degli articoli non diceva nient’altro di interessante.
(Lezioni di tenebra, la terza inchiesta de les italiens, edita da Instar Libri nella collana FuoriClasse. Febbraio 2011)

Allora, stavamo parlando di tutte quelle balistiche differenti, vediamole rapidamente in dettaglio.

La balistica interna
È un soggetto piuttosto complicato. Si potrebbe dire che si interessa alle variabili, studia infatti la dimensione, il diametro, la quantità di polvere, la massa della cartuccia e compagnia bella, in  modo da poter fabbricare i migliori proiettili possibili a seconda del rendimento che si vuole ottenere su un determinato bersaglio. Sembra difficile, ma stringendo, significa che se volete buttare giù un elefante vi serve un proiettile bello grosso.
Nelle questioni relative a idagini criminali, la sezione balistica è parecchio interessata a questa scienza, ma non per le ragioni sopra descritte. Prende infatti in esame tutti i segni lasciati dall’arma su una pallottola o un bossolo durante la fuoriuscita, particolari, questi, che li rendono assolutamente unici.
Un proiettle sparato da un’arma, proviene sempre da munizioni costituite di un bossolo riempito di polvere da sparo e chiuso da una pallottola. Perché una pallottola corra in linea retta fino al bersaglio, è indispensabile che giri su sé stessa. Come sanno anche i bambini, la rotazione gli viene data da una rigatura a spirale incisa all’interno della canna. Siccome il diametro della pallottola è leggermente più grande di quello della canna, nel passaggio queste rigature si imprimono indelebilmente su di essa. Sembra una minchiata, invece a seconda del numero di rigature  trovate sul proiettile, alla loro larghezza e inclinazione, si può identificare senz’ombra di dubbio l’arma dalla quale è stata sparata. Ogni arma, anche nel caso di pistole dello stesso modello e con matricola sequenziale, lascia segni unici e distinguibili.
È tuttavia possibile che sulla scena di un crimine la pallottola non si possa trovare, vuoi perché attraversando il corpo della vittima si è persa chissà dove oppure perché si è distrutta nell’impatto. È questo il caso in cui fa tanto comodo ritrovare il bossolo, perché anche questo porterà tracce uniche e caratteristiche. Sul fondello, infatti, l’arma lascia segni precisi come quello del percussore, e striature da contatto che permettono l’identificazione dell’arma. Quando viene sparato un colpo, la pallottola parte in un senso e il bossolo parte nell’altro. Anche l’estrattore di un’arma automatica o semi automatica lascia dei segni, così come, in quantità minore, il percussore di un revolver.
Nel caso pensiate di poterla fare franca dopo aver sparato al vostro socio, sappiate che ci sono parecchi sistemi per risalire alla pistola che avete usato.

Le balistiche esterna e terminale
Queste due scienze, chiamiamole così, come vi potrà confermare anche il mio amico Maurice De Clock, non sono molto utilizzate dagli esperti balistici dei laboratori di polizia. Questa gente, infatti, utilizza la balistica esterna solamente per determinare la posizione del tiratore in modo da ritrovarne la posizione. Questo, lo capirebbe anche un gendarme, viene fatto perché sul sito da cui sono stati sparati i colpi è molto probabile che si possano trovare dei bossoli.
Per ricreare le traiettorie sulla scena di un crimine, ci si serve di raggi laser, bacchette di plastica e spaghi sottili. In seguito i dati raccolti vengono elaborati da un computer che ricostruisce la scena nei minimi dettagli. Per determinare una traiettoria si utilizzano cose nauseabonde come i fori di entrata e uscita in un cadavere, buchi nei vetri, nelle carrozzerie delle auto, in sedili imbrattati di sangue, eccetera eccetera. La scientifica usa queste stesse tecniche per ritrovare proiettili e affini conficcati i muri, porte, alberi o simili.
La balistica terminale, come dice la parola stessa, studia principalmente i fori di proiettile sui cadaveri. Disgraziatamente, questo tipo di scienza è al giorno d’oggi ancora piuttosto fumosa, nonostante siano stati fatti enormi progressi nelle tecnologie  della fotografia a raggi X e dei test di simulazione.
Nelle sue giornate fortunate, a un tecnico della balistica può pure capitare di dover assistere il medico legale durante un’autopsia, magari subito dopo aver pranzato. Di una cosa, quindi, possiamo comunque essere sicuri, certa gente fa proprio un mestiere di merda.

Le armi de les italiens: la MSP silenced

Quando vi serve il peto di coniglio

Nel 1972, guidati dall’irrefrenabile desiderio di stirare i propri nemici senza fare baccano, sia il KGB, sia l’esercito sovietico, decisero di utilizzare una dotazione di armi silenziate, il Silenced Weapon Complex, che includeva le munizioni SP-3, in calibro 7,62 mm. e la pistola a due canne sovrapposte (tipo Derringer) MSP.
La MSP integrava e in parte sostituiva la più ingombrante S4M, di design simile ma grossa come un cannone anticarro, e che sparava pallottole dello stesso calibro, più massicce e pesanti.
MSP sta per Malogabaritnyj Spetsialnyj Pistolet (pistola speciale di piccolo calibro). È una delle rarissime pistole veramente silenziose. Quando si tira il grilletto, il solo suono udibile è il click del percussore che picchia sulla cartuccia. Silenzio totale, signori miei, a momenti potete sparare a uno sul tram e nessuno sente niente. Il peto di coniglio.
Intanto che vi riprendete dallo sbalordimento vi propino un breve brano dall’incipit di Lezioni di tenebra, la terza inchiesta di Jean-Pierre Mordenti.

La lampada a piantana accanto al divano era accesa. Qualcosa si è mosso nell’ombra.
Mi sono avvicinato di un passo e una figura è apparsa nel cono di luce. Un metro e settantacinque, impermeabile di vinile nero stretto in vita da una cintura. I capelli erano rossi, tagliati a caschetto. Il resto del viso era nascosto da un foulard di seta nera annodato dietro la nuca.
Una strana pistola ha brillato alla luce della piantana. Era piatta e larga, un’arma che non avevo mai visto. Un fiotto di adrenalina mi ha attraversato le viscere e questo mi ha permesso di fare altri due passi verso di lei.
Si è mossa in silenzio. Non mi è piaciuto come teneva la pistola, aveva l’aria di quella che non sta affatto improvvisando. Un insetto dalle zampe gelate si è messo a passeggiare su e giù per la mia schiena. La stanza si è fermata e per qualche istante tutto è diventato nitido e immobile.
«Voltati» ha detto asciutta.
Con una velocità che ha sorpreso anche me le ho afferrato il polso armato allontanando la pistola dal mio petto finemente cesellato. È partito un colpo che ha fatto molto meno rumore di un peto di zanzara. Con la mano libera le ho afferrato una spalla; l’intenzione era quella di sgambettarla e spingerla per terra, ma qualcosa non ha funzionato perché tutta la stanza si è messa a girare vorticosamente e mi sono ritrovato lungo e tirato sul pavimento. L’intera Encyclopédie di Diderot e D’Alembert mi è caduta sulla testa mentre la mia schiena andava in mille pezzi.
Adesso lei era china su di me e la canna della pistola stava a pochi centimetri dal mio naso. I suoi occhi erano troppo azzurri.
Mi ha posato un piede sul petto per tenermi fermo. Sandali a tacco basso e smalto rosso scuro sulle unghie. Ha sollevato la parte anteriore della pistola e ne ha estratto due bossoli tenuti assieme da una piastrina metallica. Li ha lasciati cadere nella borsetta che aveva a tracolla, poi ne ha tirati fuori altri due con i quali ha ricaricato l’arma. Ha fatto scattare il cane con una specie di leva che sporgeva dal calcio, poi si è nuovamente chinata su di me. Portava dei sottili guanti di lattice, così trasparenti che sul momento non li avevo notati.
La nausea si è di nuovo fatta sentire, m’è salita in gola come un’onda di marea. Ho anche pensato che stesse per spararmi in faccia, invece non l’ha fatto. Ha frugato in una tasca dell’impermeabile e ha tirato fuori una corda marroncina.
«Sei mai stato legato da una donna?» ha chiesto.
Il tono era sarcastico, vagamente ovattato dalla seta del foulard, probabilmente stava mascherando la sua vera voce.
Mi ha afferrato per una spalla e mi ha voltato a pancia sotto. A legarmi mani e piedi non ci ha messo più di un paio di minuti. Io potevo vedere solamente il pavimento che girava attorno a me mentre le corde mi si stringevano attorno a polsi e caviglie. Poi mi ha fatto piegare le gambe e mi ha incaprettato.

Lezioni di Tenebra (2011), edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse.

Eppure questa piccola, micidiale pistola non è dotata di un silenziatore. Roba da matti, direte voi, fantascienza purissima. Nossignore, il semplice genio di qualche maniaco omicida che, mentre voi perdevate tempo guardando Rintintin in televisione, si scervellava su come sparare a qualcuno senza farsi sentire e senza girare con una pistola silenziata lunga un metro.
Il segreto, mesdames et messieurs, sta nella cartuccia. Al momento di tirare il grilletto, il percussore colpisce il fulminante che da fuoco alle polveri e fin qui non c’è nulla di sensazionale, funzionano tutte così le pallottole. Ma nel momento in cui avviene lo scoppio all’interno del bossolo, a spingere la pallottola fuori dalla canna non sono i gas dello sparo ma un pistone che nel contempo sigilla il bossolo impedendo ai gas di fuoriuscire. Siccome a fare baccano, quando si spara, sono proprio i gas compressi che escono dalla canna, la MSP, non avendone, è totalmente silenziosa.
La MSP è una pistola di dimensioni contenute e di forma compatta e schiacciata, perfetta per essere nascosta su di sé e usata sorprendendo l’avversario che non avrà nemmeno il tempo di mandarvi a quel paese. Come abbiamo detto, ha due canne sovrapposte, niente tamburo o caricatore, è un’arma a due colpi. Le cartucce sono montate due a due, tenute insieme da una clip in acciaio e vengono inserite assieme nella pistola. Non c’è estrattore o espulsore e sia i bossoli sparati, sia le eventuali pallottole inutilizzate vengono levati dall’arma per mezzo della famosa clip. Questo serve ad assicurare che nessun bossolo venga lasciato sulla scena del crimine, evitando tutte quelle conseguenze che ben conoscono coloro che sbavano davanti alle prodezze di Grissom e compagni.
Il grilletto è ad azione singola, con due cani interni separati, che vengono armati con una leva che sporge in avanti dal ponticello del grilletto e che deve essere tirata con le dita verso il basso. Una volta che l’arma è stata caricata e chiusa, la leva dev’essere azionata per armare il cane.
Una sicura può essere inserita quando l’arma è carica e con il cane armato. In questo modo eviterete di spararvi in un piede. Siccome non fa rumore non ve ne accorgereste e potreste morire dissanguati.
Le semplici tacche di mira sono fissate alla pistola e sono intese per un uso a bruciapelo. Infatti, a causa del sistema a cartuccia silenziata, il proiettile esce dalla canna a una velocità di soli 200 metri al secondo, cosa che, se corre proprio in fretta, permette alla vittima di farla franca. Non è vero, ma se dovete sparare a vostra suocera con questo arnese, il consiglio è: fatelo da vicino.

Riepilogando;
Tipo: azione singola
Calibro: 7.62×38 SP-3
Peso (scarica): 530 gr.
Lunghezza: 115 mm.
Lunghezza canna: 66 mm.
Carico: 2 pallottole in canne separate

 

Philippe Djian: la carne viva della scrittura

Incidenze

Un romanzo di Philippe Djan, Voland Editore, 2011

È probabile che anni fa molta gente abbia apprezzato Philippe Djian senza saperlo. In Italia infatti, Philippe è stato preceduto dalla fama dei suoi libri quando Betty Blue, il film di Beineix tratto dal suo romanzo 37°2 le matin, per una lunga stagione è diventato film di culto. Si trattava del terzo romanzo di Philippe, già carico dei suoi temi prediletti, gli anti eroi complessi, i mondi strappati che si portano dentro, il loro gusto per l’assoluto e la vana ricerca di un briciolo di felicità. Elementi che ritroviamo, se possibile ancora più intensi e definitivi, in Incidenze.
L’inizio di Incidenze mi ha ricordato un altro grande romanzo che comincia con la morte accidentale di un’amante che il proprio compagno si ritrova morta nel letto, Domani nella battaglia pensa a me di Xavier Marias. Nel romanzo di Philippe Djian, Barbara, una ragazza dall’aria per bene, muore nel letto di Marc, il protagonista, dopo una notte passata a bere e a scopare. In entrambi i romanzi sono queste morti improvvise a scatenare gli avvenimenti che daranno forma alla vicenda, in Marias la ricerca di identità e di ruoli, in Djian una discesa negli inferi della coscienza, che porterà inevitabilmente il protagonista verso il suo destino.
A cinquantatre anni, Marc è professore di letteratura applicata in un’università, non meglio identificata, da qualche parte in Francia. Ma potrebbe anche essere l’America. Ha scoperto di esercitare un fascino quasi animale sulle sue studentesse, alle quali non lesina umiliazioni e stroncature, e naturalmente ne approfitta portando avanti una serie di avventure sessuali con la sola preoccupazione di tenere il più possibile nascosta questa sua infrazione alle ferree regole dell’istituto. La nemesi di Marc è Richard, grigio e insulso direttore del dipartimento di letteratura che gli sta con gli occhi addosso cercando un pretesto per licenziarlo e ne insidia la sorella.
Marc è un uomo stanco, disilluso. È cattivo con se e con gli altri. Si muove come un automa impazzito in un ambiente che conosce bene, nel quale è nato e cresciuto e ha sofferto. Ha il terrore della lombaggine e si lascia andare a piccole astuzie da disonesto, come quando riceve per errore una manica a vento in forma di pesce gatto e la tiene senza pagarla negando di averla mai ricevuta. Il gioco delle parti è in questo romanzo, ai suoi massimi livelli.
Il sesso pare essere il cemento che ancora tiene in piedi il muro sgretolato che è la sua vita. Marc è un uomo che ha riscoperto la propria mascolinità e ne gode apertamente. L’amore e la tenerezza non sono contemplate, non fanno parete del suo mondo. L’infanzia terribile che ha avuto, le cose che fa e ha dovuto fare gliele hanno portate via.
Fuma come un turco, insegna ciò che ritiene di non essere capace a fare e scopa con le sue studentesse. Per il resto del tempo corre con la sua 500 che lo porta dal lavoro alla casa di famiglia che divide con una sorella anoressica, con la quale ha un rapporto morboso e insofferente che Djian ci svelerà sapientemente nel corso del romanzo, senza fretta. Del loro presente e del loro passato ci lascia indovinare solamente i contorni permettendoci di intravedere i traumi che ne hanno costellato le vite. Marc è un personaggio sfaccettato che a momenti ispira simpatia e poche righe più avanti ci disgusta. Ognuno dei due ha i suoi spazi ma i bisogni e le insofferenze si sovrappongono, creano un clima pesante squarciato da brevi spasmi di un affetto senza sbocco. La ferocia di questo rapporto è esasperata dalla sua apparente normalità.
La morte di Barbara manda in pezzi questo meccanismo quasi perfetto. Per una quantità di motivi più o meno condivisibili, Marc decide di far sparire il cadavere della ragazza. Questa decisione scatena una serie di avvenimenti che porteranno il protagonista verso un finale esplosivo che ne vaporizzerà le emozioni in un fuoco d’artificio triste e colorato. Il luogo stesso nel quale Marc getterà il cadavere è allo stesso tempo utero e pattumiera,
Reduce da un’infanzia segnata scandita da drammi e miserie, il protagonista ha ormai capito come comportarsi nella vita. Ha rinunciato a scrivere accontentandosi di insegnare ai suoi studenti ciò che non si può insegnare: il mistero della creazione. Non gli rimangono, dunque, per rendere più sopportabile la vita, che le avventure sessuali con le sue giovani allieve, delle quali nemmeno riesce a ricordare il nome.
Fino al momento in cui Myriam entra nella sua vita, Marc ha diviso la sua sofferente esistenza soltanto con Marianne. Myriam appare una mattina. È la matrigna di Barbara e vuole sapere, vuole conoscerla attraverso i ricordi di Marc. Il rapporto tra i due è difficile, a volte soffocante, diviso tra un amore freddo e l’insofferenza bestiale di due vite insoddisfatte. Si cercano, si lasciano, si ritrovano, scopano. Del loro presente e del loro passato Philippe ci lascia indovinare solamente i contorni permettendoci di intravedere i traumi che hanno costellato le loro vite. Marc è un personaggio sfaccettato che a momenti ispira simpatia e poche righe più avanti ci disgusta. Il suo autolesionismo è pari all’enormità di ciò che ci nasconde.
Per tutto il corso del romanzo la tragedia incombe sulla testa dei protagonisti. A volte possiamo quasi toccarla con mano, altre volte pare allontanarsi, ma è sempre lì. Il ritmo affannato della narrazione tiene il lettore costantemente in tensione. Incidenze è un romanzo crudo e crudele, dal quale non si esce indifferenti. Ci mostra i muscoli e i nervi dell’esistenza, ne scopre la carne viva. Ce ne sbatte in faccia la fluida complessità attraverso i gesti e i pensieri di Marc. Non c’è un solo momento che sia banale o scontato. Ogni pagina è una sorpresa, ogni gesto è inaspettato e ci confonde.
Con un’abilità estrema Djian si permette persino alcuni passaggi di barocca bellezza, quasi volesse coinvolgerci in una festa goliardica che caracolla diabolica tra le tombe di un cimitero. Ce ne fa sentire le urla, le perplessità, la sofferenza fisica, ci schiaffeggia con un formidabile simbolismo. I pochi momenti di apparente serenità stridono come la lama di un badile che gratta sul cemento.
Chiudere l’ultima pagina strappa un sospiro di sollievo, ti permette finalmente di riprendere a respirare. Lentamente esci da quell’abisso senza fondo dal quale sei stato assorbito, ma ti rendi conto che qualche cicatrice ti è rimasta addosso.

Di Philippe Djian, Voland ha già pubblicato 37°2 al mattino (Betty Blue) e Imperdonabili

I luoghi de les italiens: Picpus

I monaci, la Rivoluzione e Victor Hugo. Una storia di pulci.

Nel 1941, per la fortunata serie del commissario Maigret, Georges Simenon scrisse il romanzo Signé Picpus, dal quale sono stati tratti due film, Picpus, di Richard Pottier nel 1942 e Signé Picpus di Jacques Fansten nel 2003. Volendo, dunque, cominciare con un po’ di pedanteria, Picpus è il 46esimo quartiere amministrativo di Parigi. Nella classifica dei nomi strani, tuttavia, lo ritengo il primo. Lo trovate nel XII arrondissement; il nome gli viene dall’omonima rue che già nel XVI secolo era calpestata da un mucchio di bifolchi. Sempre per amore di precisione, confina a sud con il quartiere di Bercy, a nord con quello della Charonne, a ovest con il Quinze-Vingts (secondo in classifica per nome strano) e a est con il quartiere di Bel-Air.
I quartieri di Picpus e Bel-Air appartenevano originariamente al comune di Saint-Mondé. Quando nel 1844 furono edificate le fortificazioni di Parigi vennero a trovarsi all’interno della cinta muraria della città, alla quale furono annesse nel 1860 quando le mura divennero il confine ufficiale parigino.
In origine, al tempo della sua appartenenza ai comuni di Bercy e Saint-Mandé, la rue de Picpus era un antico cammino in terra battuta che attorno al XVI secolo attraversava il luogo detto di Piquepusse. All’epoca vi si installarono alcune comunità religiose, i preti non mancano mai, e la zona vide nel contempo un certo sviluppo demografico. La storia del convento du Petit Picpus, tuttavia, è piuttosto particolare, poiché si tratta di un convento immaginario che appariva nei Miserabili di Victor Hugo. In fuga dal perfido Javert, infatti, Jean Valjean e l’amata Cosette si rifugiano nel convento inventato da Hugo, sotto la protezione di monsieur Fauchelevent, un carrettiere al quale Valjean aveva precedentemente salvato la vita.
L’origine del nome Picpus è incerta, se ne sono dette di tutti i colori. Secondo un certo monsieur Jacques Hillairet, al quale evidentemente piaceva levarsi facilmente d’impiccio, quest’origine è «imprecisabile». Le etimologie proposte nel corso del tempo sono generalmente piuttosto fantasiose: la guarigione miracolosa da parte di un monaco di un’epidemia le cui lesione cutanee somigliavano a punture di pulci, o ancora il coleur pouce del mantello dei monaci del quartiere.
Un erudito del XVIII secolo che aveva del tempo da perdere, nel suo volume Bibliothèque des sciences et des beaux arts, assolutamente da non perdere, propone un’etimologia più elaborata partendo dalle parole celtiche pud o pod che designavano una montagna, un poggio aguzzo, una collina; da lì a Pique Puce il passo è breve. Puce, lo sanno anche i sassi, è un’alterazione di pud o pod.
Comunque, è in questo quartiere che si conclude la parte parigina di Lezioni di tenebra. Il commissario Mordenti e il tenente Maëlis Deslandes, la sua formosa collega, vi arrivano sulle tracce di un misterioso falsario. Ce ne leggiamo un pezzettino, poi parliamo del cimitero che è piuttosto interessante.

Passando accanto al cimitero, dove secondo Hugo si troverebbe il convento nel quale si nascondeva Jean Valjean, la linea di superficie della metropolitana tagliava in due il boulevard de Picpus. Percorrendo buona parte del lungo viale siamo giunti all’altezza della fermata Bel-Air, di fronte alla quale si trovava il numero 11.
Intorno al 1575, il boulevard non era che una larga striscia di fango che attraversava un territorio miserabile e spoglio. Quel ridicolo nome lo fanno risalire a un’epidemia scoppiata nella periferia di Parigi e manifestatasi con foruncoli simili a punture d’insetto. Leggenda vuole che la piaga venisse miracolosamente sgominata da un religioso fermatosi nel villaggio che da questo episodio prese il nome di Picque-Puce.
Rogliatti si è fermato dalla parte opposta della strada accanto al muro della stazione di superficie decorato con vecchi mattoni in paramano. l cancello spalancato di metallo grigio mostrava l’imbocco di una stradina di cemento. Scendeva leggermente verso il basso costeggiando un alto muro di cinta dietro al quale crescevano piante d’alto fusto.
Un paio di treni hanno sferragliato sopra le nostre teste, uno partiva, l’altro arrivava. Tolto Rogliatti, che prendeva tutto per routine, in auto c’era parecchia tensione.
Maëlis mi ha guardato. Qualche gocciolina di sudore le imperlava il labbro superiore. Nonostante i finestrini abbassati, in auto faceva caldo.
Ho battuto sulla spalla di Rogliatti. «Forza, bello» ho detto, «infilati in quel portone altrimenti qui ci facciamo la sauna.»
Siamo scesi a passo d’uomo per quella specie di viottolo curvo, stretti tra il muro del giardino e il retro delle case che affacciavano sul boulevard. La nostra corsa è finita davanti a una lunga fila di box dalle porte arrugginite che sbarravano un ampio spiazzo di terra battuta coperto di erbacce.
Oltre il tetto piatto dei garage, al di là dei grandi alberi, si scorgevano gli ultimi piani dei palazzi lungo il viale. A sinistra un edificio di pietra piuttosto male in arnese si ergeva addossato al muro di cinta, un magazzino o un laboratorio la cui antica bellezza era sfiorita col passare del tempo. Le finestre erano chiuse da persiane scrostate. Anche la porta d’ingresso, che si trovava su un’ampia terrazza di cemento armato, era sprangata. Vi si accedeva salendo una scala di metallo arrugginito e legno dall’aria traballante.
Su un balcone del secondo piano una signora stava stendendo la biancheria. Si è interrotta per darci un’occhiata distratta poi ha ripreso il suo lento lavoro. Sul piazzale di terra battuta il sole creava un grande riquadro incandescente che faceva scaturire un riflesso verdastro dalla vegetazione circostante. La luce era accecante.
Maëlis e Rogliatti sono rimasti accanto alla macchina. Saliti gli scalini, ho attraversato il terrazzo e mi sono avvicinato alla porta fermandomi davanti ai due battenti di legno scuro e consunto. Per terra c’erano diversi mozziconi di sigaretta, qualcuno recente, altri più vecchi ingialliti dalla pioggia.
Una targhetta e un cartoncino, entrambi parecchio frusti, erano attaccati sulla porta. Sul biglietto spiccava il logotipo Bdm accompagnato dal capitello jonico stilizzato, lo stesso che c’era sulla busta di quei ritagli di lino. La targhetta, in spesso cartoncino bristol color crema, portava le lettere sbiadite C. e V. scritte con un grosso pennarello marrone e una certa perizia calligrafica.
Senza dubbio il nostro amico Vastedda del quale non sembrava però esserci l’ombra.
Ho provato a spingere ma il battente era sprangato come la mente di uno che passa le giornate a parlare di football.
«Che succede?» ha chiesto Deslandes ad alta voce.
«Vastedda viveva qui» ho detto, «ma tanto per cambiare, direi che siamo in ritardo.»
(Lezioni di Tenebra, edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse, febbraio 2011)

Stretto tra la rue de Picpus e l’omonimo boulevard si trova il cimetière de Picpus, il solo cimitero privato della città di Parigi. È stato creato nel giugno del 1794 su un terreno già di proprietà del convento delle Chanoinesses de Saint’Augustin, che ne erano state cacciate due anni prima durante la prima fase della Rivoluzione francese, quando i religiosi li prendevano a calci e anche peggio. All’ingresso si trova la cappella detta Notre-Dame-de-la -Paix de Picpus.
Il cimitero è situato a quattro passi da place de la Nation, allora ribattezzata piazza del Trono Rovesciato, dove fu eretta la ghigliottina durante il periodo del Terrore. L’aggeggio infernale lavorava a tempo pieno, tant’è che tra il 13 giugno e il 28 luglio 1794, 55 persone al giorno vi furono decapitate. Ai bordi del giardino fu scavata una fossa comune nella quale furono gettati i corpi decapitati di nobili, suore, mercanti, soldati, operai e albergatori, tutti assieme senza fare antipatiche discriminazioni. Piena la prima, ne fu scavata una seconda. Lo scavo di una terza fossa destinata ad accogliere altra gente condannata del terrore fu scoperto nel 1929, ma nessun cadavere vi fu rinvenuto. I nomi di più di 1300 persone che vi furono seppellite sono scritti sui muri della cappella. Per puro piacere di statistica, tra i 1.109 uomini figurano: 108 nobili, 108 ecclesiastici, 136 monaci, 178 militari e 579 popolani. Tra le 197 donne: 51 nobili, 23 suore e 123 popolane. Tra le donne, le sedici carmelitane del convento di Compiègne, di età tra i 29 e i 78 anni, condannate per macchinazioni contro la Repubblica furono condotte insieme all’esecuzione, che affrontarono serenamente cantando inni religiosi, ballando e, visto che le stava facendo accoppare, glorificando a gran voce il buon dio. Come magra consolazione, furono beatificate nel 1906.
La mattanza ebbe fine quando Robespierre stesso perdette definitivamente la testa. Fosse e giardino furono allora circondate da un muro.
Nel 1797, il giardino fu venduto in segreto alla principessa Amélie de Salm de Hohenzollern-Sigmaringen, sorella di una delle vittime che vi erano sepolte. Poi, nel 1803, un certo numero di famiglie imparentate con alcuni dei giustiziati comperarono il resto del terreno al fine di stabilirvi un secondo cimitero presso le due fosse comuni. Molte di queste famiglie nobili utilizzano ancora il cimitero come luogo di inumazione. Alcune epigrafi sono state poste in memoria di membri di queste famiglie che furono deportati e morirono nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale.
Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marchese de La Fayette, morto nel suo letto, riposa nel cimitero di Picpus, una bandiera americana sventola sopra alla sua tomba. Ogni 4 luglio, l’ambasciata degli Stati Uniti d’America manda qualcuno dei suoi a mettersi sull’attenti, fare il saluto militare, fischiettare l’inno e tutte quelle cose che si fanno quando sotto terra ci sta un eroe. La Fayette è sepolto a fianco di sua moglie; una delle quattro sorelle, la madre Henriette d’Aguesseau e la sua nonna paterna, Catherine de Cossé-Brissac figurano tra coloro che furono decapitati e gettati nelle fosse comuni.
L’entrata del cimitero è situata al n. 35 rue de Picpus. Nella cappella molto semplice, tenuta dalle suore del Sacro Cuore, si può vedere una piccola scultura di Notre Dame de la Paix del XV secolo, che ha la reputazione di aver guarito, tra gli altri, Luigi XIV da una grave malattia.
Picpus è quindi un luogo di meditazione e di perdono per gli eccessi degli uomini sviati dalle ideologie materialiste e, con la partecipazione della Congregazione delle Suore, un legame d’amore tra gli uomini, di speranza nel futuro e compagnia bella. A parte tutto, è un luogo emozionante dove, se avrete voglia di farci un salto, sentirete aleggiare la storia.
Metro: Nation, Picpus, Bel-Air e Daumesnil.