I poster di Lezioni di Tenebra

Cercavo un’idea per scandire il tempo da qui all’uscita di Lezioni di tenebra, la terza inchiesta del commissario Mordenti e dei suoi italiens.
Mi sono venuti utili gli oggetti ai quali ho cambiato il nome per ingannare l’attesa della pubblicazione, liquori, sigarette, quotidiani e quant’altro.
Ne ho fatto dodici poster-avatar che cambierò sul mio profilo di Facebook, una volta a settimana, da qui al giorno dell’uscita in libreria.
Eccoli qui:

 

Ogni poster è composto da un’immagine e da una citazione tratta dal romanzo. Ho cercato di far si che i testi avessero una qualche attinenza con la trama di Lezioni di tenebra, tipo che le sigarette hanno una citazione di Servandoni che fuma, il profumo parla della bella protagonista e via discorrendo.
Spero che li troviate divertenti e, soprattutto, che vi facciano venire un po’ di acquolina in bocca.

Lezioni di Tenebra: habemus papam.

La copertina della prossima inchiesta.

Alla fine, dopo alcune riflessioni con l’editore, la copertina di Lezioni di tenbra, la prossima inchiesta de les italiens,  è finalmente decisa.
Sulla decisione hanno pesato alcune questioni di carattere grafico, altre di carattere commerciale e, non ultime, poche ma decisive questioni di carattere visivo.
Tanto per cominciare, il giallo di fondo è stato fatto più brillante per differenziarlo dall’arancio scuro di Troppo piombo e dalla mano che regge la pistola sono stati tolti tutti gli anelli alle dita tranne uno per rendere la figura meno “metallica”. La fascetta che regge il logo FuoriClasse e che corre sul retro di copertina è diventata azzurra per meglio sposarsi con il giallo del fondo.

Sulla scelta è pesato anche il fatto che tutta la promozione nelle librerie era stata fatta con questa immagine. La donna legata, alla fine era troppo forte e rischiava di scadere in un clichet che abbiamo deciso di evitare anche grazie ai commenti che sono stati fatti da alcuni di coloro che hanno letto e guardato gli articoli sulla copertina e che gentilmente hanno espresso la loro opinione. Quando stavo scrivendo il romanzo, la forza di questo personaggio mi aveva ispirato la copertina (che io ancora trovo molto forte e con una punta perversa che non mi dispiace). Anche la macchia rossa dei capelli è più attraente del rosso delle corde sulla seconda ipotesi proposta.
E così, anche questo problema ce lo siamo levati dalle palle. È ok per me.
Per ringraziare i sostenitori di questa copertina e consolare quelli dell’altra, vi propino un pezzetto di Lezioni di tenebra che, se tutto va bene, sarà in libreria verso la metà di febbraio.

Nella piazza la gente andava e veniva, ce n’era tanta, troppa. Qualcuno mi ha guardato con un risolino. Fermo sull’angolo del marciapiede con l’aria avvilita e quell’impermeabile rosa in mano, dovevo essere irresistibile. Ho rimesso la camicia nei pantaloni e mi son dato una pettinata.
Ingoiando rabbia a ogni respiro sono tornato su rue Réaumur, via dedicata a quel benefattore dell’umanità freddolosa che ha inventato il termometro ad alcol. Stava passando un taxi, così l’ho fermato agitando la tessera di flic.
Il tassista ha inchiodato. Sul sedile dietro erano seduti due esseri di sesso femminile carichi di pacchetti e pacchettini.

«Polizia» ho tuonato aprendo la porta. «Devo requisire questo taxi, scendete prego.»
La più impavida, una bionda, ha cercato di fulminarmi con lo sguardo. «Ma come si permette?» ha strillato, stringendo al petto un sacchetto di Hermès.
«Signora» ho detto paziente, «è già arrivata fin qui a costo zero, le consiglio di non tirare troppo la corda.»
Sono scese dall’auto protestando e hanno ammucchiato i loro prezisi acquisti accanto al marciapiede. Erano proprio in tiro, la gonna giusta, le scarpe di moda, un giro dal coiffeur di grido. Ho premiato con un sorriso il loro patetico sforzo di sembrare signore.
«Vi prego di scusarmi» ho detto salendo sul taxi, «causa di forza maggiore.»
«Ma vai a prenderlo nel culo» ha detto la bruna.
«Dove andiamo, colonnello?» ha chiesto divertito l’autista.
Ho dato l’indirizzo di Gustave, poi gli ho sventolato un biglietto da cinquanta sotto al naso. «Se ci arrivi in meno di cinque minuti, ti pago la corsa di quelle due stronze e in più ti offro un pranzo alla Coupole.»
È partito sgommando, ha fatto un’inversione a «U» da galera a vita, poi ha infilato boulevard Sébastopole e lo ha divorato a centoventi all’ora. Mi sono lasciato andare sul sedile di morbida pelle color champagne, mentre la città scorreva accanto a me a velocità siderale. Mi tremavano le mani e non mi riusciva di fermarle, così le ho ficcate nelle tasche. L’avevo avuta tra le mani, giusto a portata del mio odio, e me l’ero fatta scappare. Ho chiuso gli occhi assecondando i movimenti della vettura, lasciando che mi cullassero almeno loro.

 

 

Un’altra copertina per Les italiens

La seconda copertina

Una delle tracce che devono seguire il commissario Mordenti e les italiens nella terza inchiesta della serie, li porta nel sottobosco del sadomasochismo, pratica che sembra essere il collante che tiene insieme i personaggi “cattivi” di Lezioni di Tenebra. Ho intervistato diverse persone che legano o si fanno legare non appena ne hanno lʼoccasione. Se ci si piglia la briga di fare una ricerca su internet, per esempio scrivendo Shibari, si scoprirà che gli appassionati del genere sono una quantità importante. Per questo ho pensato che la figura di una donna legata con un complicato groviglio di corde, come questo passatempo richiede, sarebbe stata unʼimmagine anche più potente della donna mascherata della prima copertina.
Il problema è che certe immagini sono complicate da trovare (come la volevo io) e da disegnare. Comunque mi sono messo alla ricerca e, come sempre, Flickr è stato risolutivo.

La prima a sinistra mi piaceva molto ma dato il tipo di copertina non era per niente adatta. La terza sembrava la più promettente, tagliata in una certa maniera sarebbe stata piuttosto forte. Purtroppo ho perso tempo facendo un tentativo malriuscito con la seconda. Ho cambiato la posizione della testa, lʼho disegnata, scannerizzata, ridisegnata con Illustrator e messa in copertina.
Ecco rapidamente il risultato.

Alla fine non mi piaceva la posizione e il corpo, per via della tetta che si vede a sinistra, pareva bolso e informe. Quindi mi sono messo a lavorare sulla terza immagine che avevo selezionato. Le quattro cose da fare erano trovare lʼangolazione giusta, il taglio più efficace, levare la biancheria intima e la maniera migliore di disegnarla. Ho provato a partire da un disegno su lucido scannerizzato e portato al computer, ma in Illustrator, con tutte le ombrette delle corde, cʼera da diventare scemi. Quindi ho provato a disegnarla a mano con una serie di pennarelli sottili come rapidograph.
Più o meno una cosa del genere.

Il risultato mi ingrifava ma ancora non ero del tutto contento. La posizione era ok, il disegno mi piaceva e lʼespressione della donna, la sua posizione e condizione comunicavano il giusto senso di tensione e disagio. Però la copertina mi sembrava in qualche modo piatta. Mancava qualcosa.
Nel primo tentativo, la sola cosa che mi piaceva era il colore delle corde. Così, ho riaperto il disegno su Illustrator e mi sono messo a tracciare la maschera della parte coperta dalla legatura. Una volta finito lʼho tinta di rosso, proprio come avevo visto in alcune fotografie di bondage Shibari su Flickr. Adesso lʼimmagine schizzava.
Ecco qua.

Insomma sono piuttosto soddisfatto. E anche indeciso, con una moderata tendenza verso questa nuova copertina. Mi sembra più intrigante dellʼaltra.
Ad ogni modo questi sono i soliti colori. Quale sarà quello giusto?
Ci devo ancora pensare.

 

 

La terza inchiesta: Quale copertina?

Finito la terza inchiesta de les italiens, mentre il romanzo se ne stava lì a riposare raffreddandosi in attesa di future molteplici riletture, cambiamenti, editing e quantʼaltro, ho cominciato a pensare quale potesse essere la copertina. La storia, anche se condita con la consueta ironia e abbondante humour, è piuttosto cupa e tocca argomenti piuttosto perversi.
Per questo, in seguito, finita il primo abbozzo di copertina, un’altra immagine più forte ed esplicita della prima ha cominciato a frullarmi in testa cercando di convincermi che sarebbe stata anche meglio della prima. Questi sono i procedimenti che ho seguito per realizzare le due copertine.
Io penso di avere ormai deciso, ma mi piacerebbe sentire qualche altra opinione in proposito. Avanti con la prima.

Cliccando sulle foto le si può ingrandire.

La prima versione della copertina

Nel romanzo uno dei personaggi chiave è questa donna perfida, crudele, unʼassassina a pagamento che maschera il proprio volto con un foulard di seta nera e porta una parrucca di capelli rossi. È un personaggio che mi affascina, quindi ho pensato che la copertina di Lezioni di tenebra potesse essere sua. Lʼho immaginata mentre puntava una pistola sulla sua prossima vittima guardandola con occhi gelidi al di sopra del bordo del foulard che le copre il viso.
Per prima cosa mi sono buttato su internet e ho cercato la foto di una donna mascherata in questa maniera. Come sempre mi è venuto utile Flickr, un sito di archivio fotografico sul quale si può trovare di tutto. Ma proprio di TUTTO.
E infatti è saltata fuori anche la mia bella mascherata.

Queste due sono tra le più interessanti che ho trovato. Ho deciso che la seconda, come punto di partenza, faceva esattamente al caso mio, mi piacevano i riflessi della seta e la posizione un poʼ strafottente della donna, la testa un po’ piegata, lo sguardo freddo, eccetera. A questo punto serviva la pistola. La mia intenzione era di costruire una specie di Frankenstein facendo un collage di pezzi trovati sulla rete.

Ho trovato la foto che mi serviva, ne ho isolato il braccio con la pistola, poi ho cominciato a montare i vari elementi sulla foto che avevo scelto. La mia cattiva cominciava a prendere forma. Nel romanzo, però, porta una parrucca a caschetto di capelli rossi, quindi anche lʼillustrazione di copertina doveva essere così. Quindi ho cercato altre teste in modo da trovare quella che faceva al caso mio per continuare il collage. Ne è uscita fuori una roba del genere.

A questo punto la composizione non era male e il personaggio cominciava a prendere forma, ma ancora non aveva quellʼaria perversa e cattiva che volevo avesse la mia protagonista. Nel romanzo indossa un impermeabile di vinile nero e inoltre i capelli ancora non mi piacevano. Quindi cʼerano altre ricerche da fare.

Ho trovato due foto per lʼimpermeabile (una mi serviva solo per il braccio) e ho finalmente scovato la pettinatura che volevo. Ho montato il tutto in Photoshop e la mia copertina era pronta per essere disegnata in vettoriale su Illustrator.
Per prima cosa dovevo tracciare a mano su carta da lucido i tratti che poi avrei seguito nel disegno vettoriale dando già quella stilizzazione che le linee di Bézier poi accentuano ulteriormente. Quello che in genere ne viene fuori è una cosa del genere.

Una volta terminato il lavoro di ricalco lo si scannerizza e lo si porta in Illustrator come template. Poi inizia il vero e proprio lavoro di illustrazione al computer. Quello che si ottiene alla fine è lʼillustrazione che comparirà sulla copertina, ossia questo.

Sul programma InDesign ho poi impaginato lʼillustrazione per realizzare la copertina definitiva. Eccola qui.

A questo punto, come sempre, ho inziato a scervellarmi su quale potessero essere i colori della nuova copertina. La gamma è pressoché infinita, bisogna provare finchè non si trova la combinazione giusta. Naturalmente si cerca di fare una copertina che attiri l’attenzione dei possibili lettori in un contesto, quello delle librerie, dove il caos regna sovrano. Ecco alcune possibilità.

Qualche tempo dopo, rileggendo il romanzo, un tarlo ha cominciato a rodermi il cervello. Unʼaltra possibile copertina ha cominciato a girarmi per la testa, una copertina più forte e un pelo più perversa. Mi è venuta voglia di realizzarla per poterla vedere accanto allʼaltra e decidere quale mi piaceva di più. Prossimamente ve ne parlo.

I colleghi de les italiens: la scientifica

Attenti a dove lasciate le vostre impronte…

Se vi fate un giretto lungo la Senna e passate sull’Île de la Cité, non ci metterete molto a ritrovarvi davanti alla sede della polizia scientifica di Parigi sul Quai de l’Horloge. Siamo sul bordo settentrionale dell’isola, tra il pont au Change e il Pont-Neuf. I laboratori della Polizia Scientifica di Parigi (LPSP) si trovano al numero 3, dove un paio di gendarmi vi impediranno gentilmente, ma con fermezza di ficcare il naso.
Il Quai de l’Horloge venne iniziato nel 1580 e, a causa a diverse interruzioni dei lavori, terminato solamente nel 1611. Inizialmente vi si trovavano botteghe per lo più occupate da parrucchieri. Nel 1738, Mr. Turgot, l’allora prevosto (il magistrato responsabile dell’amministrazione della città di Parigi, con autorità diretta sulle potenti corporazioni e ampia autonomia giudiziaria) fece allargare le estremità del quai in seguito alla demolizione delle baracche addossate al Palais de Justice.
Il commissario Mordenti ci viene piuttosto spesso, al 3 di Quai de l’Horloge. Vi lavorano i colleghi della scientifica Saunière e Guibert.

(…) Le due torri medievali della Conciergerie svettavano sopra di me mentre percorrevo a lenti passi il quai de l’Horloge. I loro tetti aguzzi si stagliavano scuri contro un cielo grigio piombo che sembrava promettere una nevicata con i fiocchi. Avevo dormito male e il mio umore era simile a quello di un elettore due mesi dopo la vittoria del suo partito.
Il pomeriggio precedente l’avevo passato in giro per negozi di calzature. Cercavo un paio di stivali simili a quelli chemi aveva descritto Delarche. Li vendevano dappertutto e ce n’erano per tutte le tasche. Una roba da cowboy ma più tozzi, con la punta rinforzata da una placca d’acciaio, che sul corpo di Thérèse era stata devastante. Il cinghietto attraversava il collo del piede ed era fermato da una piccola fibbia che corrispondeva in linea di massima al segno lasciato sul corpo della donna.
L’ufficio di Saunière affacciava sul fiume a pochi passi dal quai des Orfèvres. Non era chic come dall’altra parte dell’isola, ma il posto era tranquillo e poco trafficato. Ho percorso il marciapiede camminando accanto a una fila di furgoni blu della gendarmeria mentre un vento gelido proveniente dal pont Neuf mi schiaffeggiava il viso. Al numero 3 un piantone rintanato nella garitta di vetro verdino mi ha fatto entrare dopo aver dato uno sguardo distratto alla mia tessera tricolore.
François mi dava le spalle quando sono entrato nel laboratorio. Stava appoggiato a un bancone carico di microscopi, centrifughe e altre cianfrusaglie di cui ignoravo la funzione. Ho dato un colpetto di tosse. Sono passati due o tre secondi prima che si voltasse. Secondo me questi scienziati vivono in differita, quello che succede intorno a loro lo ricevono con un impercettibile ritardo. Forse per aiutare la concentrazione. (da Troppo piombo, 2010)

Il Quai de L’Horloge è conosciuto anche con il nomignolo di les Morfondus, gli intirizziti, a causa della sua piena esposizione al vento del Nord che gela e intirizzisce i poveri pedoni che lo percorrono in inverno.
È in questo angolo spesso deserto di Parigi che nel 1985, in seno alla direzione centrale della polizia giudiziaria, venne istituita la sotto-direzione di polizia tecnica e scientifica. Lo scopo era quello di raggruppare all’interno di un’unica entità ben definita i differenti servizi di supporto all’esecuzione delle indagini di polizia.
La sotto-direzione di polizia tecnica e scientifica partecipa attivamente alla ricerca e all’identificazione degli autori di ogni tipo di crimine. Dà inoltre un grosso apporto in campi d’azione quali le ricerche criminali, i casi di identità giudiziaria, il lavoro d’analisi nei laboratori della polizia scientifica e fornisce il materiale informatico. Assicura anche, nei campi specializzati, la formazione iniziale e continua del personale della polizia nazionale.
Collabora infine ad azioni di cooperazione internazionale nel quadro dell’Interpol e dell’Unione Europea, collaborando alla lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato.
La polizia scientifica è composta da cinque servizi:
• la divisione di logistica operativa
• la divisione di studi, collegamento e formazione
• il servizio centrale d’identita giudiziaria
• il servizio centrale di documentazione criminale
• il servizio informatico e di tracciatura tecnologica
L’istituto nazionale di polizia scientifica comprende inoltre il servizio dei laboratori nei quali è centralizzata la documentazione scientifica, gestisce il budget e coordina l’attività dei cinque laboratori di polizia scientifica e del laboratorio di tossicologia della Prefettura di polizia.
I laboratori della scientifica sono divisi nelle seguenti sezioni:
Balistica, studio delle armi, delle munizioni e delle traiettorie
Biologia, analisi di sangue, sperma, capelli, impronte genetiche.
Documenti e tracce, analisi di documenti falsi e calligrafia
• Incendi e esplosioni, studio di esplosivi e liquidi infiammabili
Fisica e chimica, studio di pitture, residui di sparo, vetri e terre
Stupefacenti, analisi di sostanze chimiche (campioni sequestrati, droga, ecc.)
• Tossicologia, ricerca di tracce tossicologiche da campioni biologici.

Alcuni di questi servizi hanno particolarità piuttosto interessanti. Ci sto lavorando su e pubblicherò in seguito alcuni approfondimenti mirati.

Il Mucchio e La Sicilia, due recensioni

Recensione di Carlo Bordone
Il Mucchio, aprile 2010, pag. 143

Troppo piombo
Instar Libri, pp. 311, euro14,50

Gli incipit delle storie degli italiens, la squadra di poliziotti parigini con cognomi da paisà inventati da Enrico Pandiani, swmbrano un po’ quelle dei Ramones, 1-2-3-4 e sei già nel vivo della storia. Con un bang! o con un crash! Se l’esordio eponimo, pubblicato l’anno scorso, partiva in quarta con una bella sparatoria nella quale la parte del bersaglio spettava proprio ai nostri piedipiatti presi di mira da un cecchino spietato, Troppo piombo ci trasporta subito sul luogo del delitto, eseguito, contrariamente a quello che farebbe pensare il titolo, a mani nude. Un assassinio portato a termine con efferata bestialità, del quale non ci viene risparmiato nessun dettaglio horror da medicina legale. La vittima è una giornalista del giornale centrista/liberale Paris 24h, bella, rampante e carrierista. Una stronza, insomma, odiata dall’intera redazione tranne che dalle sue tre amiche, carrieriste rampanti e stronze proprio come lei. Proprio come lei, invischiate in una strana vicenda iniziata mesi prima con una sfilata di moda “alternativa” mentre nella banlieue si accendevano i fuochi della rivolta. E, proprio come lei, destinate a una gran brutta fine. Sulle tracce del Killer di giornaliste stronze si mette il commissario Mordenti, con al seguito la sua squadra di italiens; il caso sembra impossibile, vista l’assenza totale di indizi, ma Mordenti non ci metterà molto a trovare il bandolo della matassa, non prima, naturalmente, di portarsi a letto la bellissima Nadège, responsabile delle pagine di moda.
Rispetto al primo romanzo, il commissario/voce narrante guadagna, oltre che un nome, anche una maggior ricchezza di sfumature, pur rimanendo intenzionalmente nel canone del pulotto un po’ disilluso, un po’ romantico, un po’ (molto) autoironico: tra Sanantonio e Philip Marlowe, con qualche spruzzata di Lino Ventura, sotto il cielo di una Prigi invernale e a tratti pennachiana. Pandiani sa dosare con grande abilità non solo i meccanismi del genere poliziesco, ma sopratutto i suoi stereotipi, utilizzati con notevole vena umoristica e un gran senso el ritmo. Insomma: se non ci si diverte con storie come queste, si merita di essere sbattuti a dirigere il traffico.

STACCO

Recensione di Carlotta Romano
La Sicilia, 27 aprile 2010, pag. 18

Due morti e un pizzico d’ironia

Les italiens (2009, Instar Libri), il primo libro di Enrico Pandiani, è il nome di una squadra di poliziotti di origine italiana che lavora alla Brigata Criminale della polizia di Parigi. Amano Brassens e gli spaghetti. Sono serviti all’autore per sganciarsi sia dagli italiani che dai francesi: Parigi come intrigante ambientazione sulla quale far muovere personaggi di origine italiana. Vero appassionato della capitale francese, Pandiani si apre alle sue suggestioni, trae dagli angoli della città spunti per storie noir che sanno tenere il lettore inchiodato alla pagina. Les italiens seguivano la storia di una fuga e tornano ora in Troppo piombo (sempre Instar Libri) per indagare sulla morte di due giornaliste di un immaginario giornale parigino, uccise in modo particolarmente violento. Prima che le indagini prendano una direzione precisa c’è spazio per la storia personale, per parlare dei rapporti, dei flirt, dei luoghi. Ciò che maggiormente sembra interessare l’autore è proprio l’intreccio dei personaggi. Insieme a fare qualcosa di diverso dal noir italiano, spesso triste e problematico, seguendo una scrittura che, ad esempio, recuperi più evidentemente il senso del divertimento.

Le armi de les italiens: Manurhin MR 73

Il revolver made in France

La Manurhin MR 73 è un revolver a singola e doppia azione francese messo in produzione nel 1973 e fabricato inizialmente dalla Manurhin negli stabilimenti di Mulhouse. Si tratta del primo revolver costruito in Francia dal 1892. Il progetto è stato sviluppato per rispondere alla domanda di una pistola a tamburo da parte della Polizia Nazionale e della Gendarmeria, in particolar modo per le unità speciali. Nel 2008 è uscito nelle sale cinematografiche il fil di Olivier Marechal MR 73, con Daniel Auteuil e Olivia Bonamy.
Esistono due versioni di questa pistola, una in calibro 357 magnum e una in calibro 9mm Parabellum. Il peso va dagli 860 grammi al chilogrammo a seconda della lunghezza della canna (3, 4 e 5,25 pollici). Il tamburo porta sei colpi.
L’acciaio del castello e del tamburo provengono dalle acciaierie Aubert & Duval. Le camere del tamburo sono realizzate per tornitura. Secondo il costruttore possono teoricamente accettare un sovraccarico superiore a due volte la potenza delle munizioni.
La rigatura e le finiture della canna sono ottenute per martellatura a freddo. Stando ai documenti d’armeria della Gendarmeria Mobile di Maison Alfort, numerose MR 73 dei GIGN (le teste di cuoio della Gendarmeria) hanno sparato più di 150.000 cartucce con la sola sostituzione della molla principale.

All’uscita di una cantina i cui muri erano ricoperti di grafiti multicolori la fila si è nuovamente fermata.
Ombra ha azionato la pompa del suo schioppo mettendo una cartuccia in canna. Si è allontanato da noi per raggiungere gli sbirri in testa alla fila. Patornay ci si è avvicinato.
«Ci siamo» ha bisbigliato «ci troviamo sotto l’edificio.» Mi ha indicato una scala di cemento che s’arrampicava nella penombra oltre la porta della cantina. «Saliamo da quella parte e procediamo piano per piano, non so se mi spiego.»
Servandoni ha estratto la sua Manurhin con canna da tre pollici e ha controllato i proiettili nel tamburo. Io ho sfilato la Colt dalla fondina. Schiocchi metallici dappertutto, l’orchestra stava accordando gli strumenti.
Davanti, qualcuno ha sollevato un braccio e ha fatto un paio di segni. La fila s’è rimessa in moto attraversando il pavimento di cemento a passi lenti. La scala era ampia e ripida. Due rampe portavano al piano terra, altre due al primo piano e così via. I ballatoi erano di legno e affacciavano sulla tromba delle scale.
Gli uomini di Chantonna hanno preso posizone, le armi puntate verso l’alto, mettendosi in modo da difendere tutto il perimetro.
L’avanguardia ha ricominciato a salire le scale con cautela. Servandoni e io ci siamo accodati. Superato il piano terra abbiamo proseguito verso il paradiso. Coccioni era più avanti con Ombra e Chantonna. Patornay li ha raggiunti facendo i gradini due alla volta.
Io non avevo nessuna fretta. I posti bui non mi sono mai piaciuti, specialmente quelli in cui stanno nascosti diciotto individui pronti a riempirti il culo di piombo. Gli sbirri che mi stavano davanti erano armati fino ai denti, pieni zeppi di tecnologia e indossavano giubbotti antiproiettile. Non vedevo la necessità di mettergli fretta o di fare il primo della classe. Alain, al mio fianco, sembrava pensarla esattamente come me.

(Anticipazione da un futuro romanzo de les italiens)

Un tamburo specifico permetteva di sparare, con la Manurhin 73, proiettili calibro 9mm Parabellum (calibro .355/.356) una munizione solitamente utilizzata nelle pistole semi automatiche. Tale insolito accessorio permette il tiro di addestramento con munizioni meno costose di quelle calibro .357 Magnum. Ma l’utilizzo di pallottole 9mm Parabellum mostrò presto una serie di limiti pratici, per esempio l’estrazione dei bossoli e il caricamento tattico dell’arma. Inoltre, nel tiro sportivo, faceva passare la MR 73 dalla 4a alla 1a categoria, essendo le 9 Para, per la legge francese, munizioni da guerra. Per questo, dall’inizio degli anni ’80, la produzione è stata limitata al calibro .357 Magnum.
Da trent’anni quest’arma è utilizzata dai Gruppi d’Intervento della Gendarmeria Nazionale (GIGN) che dai Gruppi d’Intervento della Polizia Nazionale (GIPN) e dall’USP lussemburghese. Nel passato, la Manurhin 73 è stata anche in dotazione al RAID, un’unità anti-terrorismo della polizia francese, ai gruppi d’intervento della polizia spagnola (GEO) e al GEK Cobra (Gendarmerieeinsatzkommando) della gendarmeria austriaca.
È un revolver potente e ben costruito che nulla ha da invidiare alle più celebri e fighette sorelle americane.

Fioccano le recensioni; ecco TuttoLibri

Un giallo per cinefili: «Troppo Piombo» di Pandiani
Recensione di Francesco Troiano (La Stampa – Tutto Libri, sabato 17 aprile, pag. III)

In unaParigi all’ultimo respiro

E’ decisamente feroce, la pagina iniziale di Troppo piombo (Instar Libri, pp. 312, e 14,50): un omicidio a mani nude, calci e pugni, il modus operandi d’un assassino che prende di mira le redattrici di un quotidiano parigino.
L’incipit shockante pare marchio di fabbrica di Enrico Pandiani, grafico di professione ed abile scrittore di noir: c’era già nel suo fortunato esordio, Les italiens, vincitore del premio Belgioioso Giallo 2009. In questa nuova prova, ritroviamo la squadra d’italiani in forza alla Brigata Criminale, al quai des Orfèvres: protagonista è, ancora, il commissario Jean-Pierre Mordenti, quarantenne atletico, fascinoso, di buone letture.
Se le coordinate letterarie restano le medesime (l’ironia di Fréderic Dard, l’aggressività di Jean-Patrick Manchette e, tra gli statunitensi, la vividezza di Horace McCoy), Troppo piombo è libro su tutto innervato di celluloide: non è certo per caso che Mordenti, entrando nella brasserie Lipp con la femme fatale Nadège Blanc, s’imbatta in un invecchiato e spiritoso Jean-Paul Belmondo, né che sia boutdesouffle il nome utente dell’account creato dal killer per comunicare con la polizia.
L’intiero racconto, in verità, sembra un omaggio a certo polar cinematografico d’oltralpe, quello di José Giovanni e di Henri Verneuil: è, quest’ultimo, il regista di Peur sur la ville (Il poliziotto della Brigata Criminale, 1975), interpretato proprio da uno scatenato «Bebel», che – incentrato sullo scontro fra un commissario tanto sopra le righe quanto scanzonato ed un maniaco che uccide donne – è probabilmente stato tra le fonti d’ispirazione per Pandiani.
Ma, al di là di citazioni e di riferimenti, è il ritmo narrativo ad esser cinematografico: tra una sparatoria in un condominio ed uno stupro collettivo, la storia non perde un colpo. Rispetto alla tradizione del noir indigeno, infine, dal superbo Scerbanenco in avanti, lo scrittore torinese preferisce la sottolineatura ironica alla cupezza d’ordinanza: neanche nel finale, che paga pegno alla tradizione dello sbirro eroico per amore, vi rinunzia del tutto («Saresti davvero rimasto davanti a me fino alla fine?» – «Ma starai mica scherzando?»).
Ed è una choucroute, oltre a un bel corpo di donna, il pagano premio per il guerriero stanco.

Troppo piombo: Ne parla Giovanni Tesio

Ritornano les italiens di Pandiani

Una recensione di Giovanni Tesio
Torino Sette, 9 aprile 2010 – pag. 69

Tornano «les italiens», i simpatici spostati. Torna il loro autore, Enrico Pandiani. E torna con un nuovo titolo, «Troppo piombo», edito dai torinesi di Instar Libri (pp. 312, euro 14,50), che già hanno tenuto a battesimo il loro esordio di buon conio.
Tra poliziesco e noir, tornano i cinque compari (ma potremmo anche dire i tre più due) che si dimenano come i magnifici sette. Tornano le loro imprese di investigazione celere e anche un po’ balorda. Tornano le citazioni estrosamente postmoderne di film, libri e canzoni. Tornano le atmosfere parigine tra cuore e banlieu (la periferia Nord), questa volta rese più suggestive dall’ ambientazione nivale che contrassegna una larga vigilia natalizia tra piccoli fiocchi e quasi bufera.
Ma con tanti bei ritorni dobbiamo pur registrare qualche segno di cedimento: una scrittura a tratti un po’ più cascante, una tensione un pò più protratta e anche una dose di effetti un po’ più speciali (con tanto di botto finale) di cui «les italiens» non avrebbero di per sé bisogno, perché la loro forza è la solidità del gruppo, il clima di simpatia che riescono a creare, e infine – va sans dire – la leadership del protagonista Jean-Pierre Mordenti.
Ovvero quello che dice io. Quello che va in giro con una Karmann Ghia azzurra. Quello che canticchia i suoi motivi vintage. Quello che veste stropicciato dopo notti di diluvi ormonali. Quello che a proposito di alcune fotografie indiziarie può affermare con piena coscienza del ridicolo: «Erano state scattate in redazione e ne ho dedotto che dovessero essere colleghe. Del resto sono uno sbirro, dedurre è il mio forte». Quello che con il tipico umorismo dei «tombeurs» sentimentali dalla patta ardita può concedersi un peana da caduta libera: «I suoi occhi scuri e penetranti ti passavano
da parte a parte come due proiettili di ossidiana. La bocca, d’altro canto, era un capolavoro di ingegneria labiale. Aveva un aspetto soffice e performante».
Questa volta la scena è la redazione di un giornale, è la lotta spietata per la sopraffazione e per il potere, che innesca tutta una vera e propria cattedrale di vendette – tremende vendette – anche se di più non voglio dire (e tanto meno voglio dire qualcosa che tolga piacere all’intreccio, essenziale in questo tipo di narrazioni). Ci sono delle donne, ci sono degli uomini e ce n’è uno in particolare (non rivelo nulla di indebito) che veste i panni del giustiziere inesorabile. Ma c’è soprattutto il ritmo che nell’insieme trasforma gli inseguimenti, le piste, i depistaggi, gli errori, gli spari in un gioco d’estri e di gusti. Un sound che al bal musette sa mescolare le note di un’infera magia sospesa con humour tra razionalità cartesiane e i molti diavoli capaci di beffarne le misure.

I posti de les italiens: i Deux Magots

Quando Hemingway prendeva il caffè

Boulevard Saint-Germaine sull’angolo con la piazza Jean-Paul Sartre et Simone de Beauvoir, uno dei salotti buoni di Parigi, dove turisti e indigeni si mescolano per lavorare, guardare, fare acquisti e, naturalmente sedere alla terrasse di uno dei più celebri caffè della città.
Il nome Les Deux Magots trae origine dall’insegna di un negozio di mode che occupava un tempo lo stesso angolo, due figurine cinesi che ancora si possono vedere nella sala principale del caffè.

Verso il 1885 il negozio di mode leva le tende lasciando insegna  e locali a una rivendita di liquori con annesso caffè, nella quale Verlaine, Rimbaud, Mallarmè, e altri famosi personaggi, prenderanno presto l’abitudine di incontrarsi.
Da allora, il caffè Les Deux Magots ha sempre giocato un ruolo importante nella vita culturale di Parigi. Il premio letterario dei Deux Magots, istituito nel 1933, ne sancirà definitivamente la vocazione culturale.
Frequentato da illustri artisti tra i quali Elsa Triolet, André Gide, Jean Giraudoux, Pablo Picasso, Jacques Prévert, Hernest Hemingway, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, giusto per citarne alcuni, questo celebre café accolse i surrealisti, sotto l’egida di André Breton, ben prima che gli esistenzialisti si mettessero a fare le ore piccole nelle cantine del quartiere.
In Troppo piombo, Mordenti vi incontra un giornalista del quotidiano Paris24h con il quale ha un colloquio che si trasforma rapidamente in una gara a chi dei due riesca a essere più evasivo.

Stavo per entrare quando qualcuno mi ha chiamato. Mi sono voltato e ho visto un tizio che veniva verso di me con un bel maglione norvegese, i jeans e una giacca di tweed blu. L’ho aspettato sulla porta e lui mi si è fermato davanti.
«Non ci hanno ancora presentati» ha detto tendendo la mano. «Sono Michel Kahane, redattore capo qui dentro, tanto per dire.» Ha indicato la porta. «Non voglio farle perdere tempo» ha detto con un sorriso. «L’ho vista arrivare e ho pensato che avremmo potuto prendere un caffè assieme.»
I suoi occhi sorridevano. Era un pelo più basso di me ma il fisico ce l’aveva anche lui. Quando sorrideva due fossette gli si formavano sulle guance. Se fossi stato una donna probabilmente mi sarei messa a balbettare.
Ci siamo presi le misure. «Vada per un caffè» ho detto.
Abbiamo attraversato l’incrocio e siamo entrati ai DeuxMagots. C’era un sacco di gente, aver accettato il suo invito mi è sembrata subito una pessima idea. Abbiamo trovato un tavolino vicino alla vetrina. Un cameriere che sembrava il butler di Lord Hamilton ha preso l’ordinazione.
«Tanto per dire, ho sentito che avete avuto una discussione burrascosa con Denise Florian» ha detto sorridendo.
«Le notizie corrono» ho brontolato.
«Voci di corridoio. C’è gente in redazione che avrebbe voluto assistere, tanto per dire» ha detto sarcastico. «Non mi fraintenda, io devo essere sopra le parti. Mi piacerebbe sapere perché avete torchiato proprio loro, c’è un motivo particolare?»
Ho sollevato la tazzina. Sarà anche stato il locale più famoso del mondo, ma il caffè era meno che qualunque.

Oltre al mondo dell’arte e della letteratura, Les Deux Magots è frequentato oggi da quelli della moda e della politica. Fiero di essere uno dei caffè più antichi di Parigi, ha conservato nel servizio il suo carattere originale. I camerieri in abito nero e bianco, come vuole la tradizione, vi serviranno vini, champagne, e alcol pregiati, versandoli al vostro tavolo dopo avervi presentato elegantemente la bottiglia. Vi si può anche gustare una deliziosa cioccolata preparata come una volta sciogliendo nel latte tavolette di cioccolato fondente.

Nel 1973, è sotto le tende verdi dei Deux Magots che si incontrano Veronica e Alexandre, i protagonisti di La maman et la putain, ultimo emblematico film della Nouvelle Vague diretto da Jean Eustache. Sempre nel ’73, nel film Les Aventures de Rabbi Jacob di Gérard Oury, con un brillante Louis De Funes, è proprio davanti ai Deux Magots che il personaggio di Slimane viene rapito dalla polizia segreta del suo paese, proprio come qualche anno prima, davanti alla brasserie Lipp, era successo a Mehdi Ben Barka, oppositore in esilio al regime del suo paese.
Insomma, un locale ricco di storia e di cultura. Se vi capita di trovarvi davanti alla chiesa di Saint-Germain-des-Pres, sedetevi a un tavolino dei Deux Magots e fatevi un caffè e un millefoglie. Non ve ne pentirete, anche se il vostro borsellino si metterà le mani nei capelli.