Jeu de rapprochements

La mia carissima amica Catherine, dopo aver letto Troppo piombo, ha lavorato sulla figura molto complessa di Gaspar Wendling, il miserabile giornalista al quale sono dovuti gli accadimenti più raccapriccianti nella vicenda del romanzo.
Wendling non lo vediamo che in un’occasione, per il resto lo sentiamo soltanto nominare. Ma siamo testimoni della sua vigliaccheria e assistiamo alla miseria della sua condizione di uomo debole, avido e privo di principi.
Lo scritto di Catherine è un gioco di accostamenti sulla figura del gaspard, il topo di chiavica, da cui Wendling pare proprio prendere il suo nome.

Gaspar Wendling de Troppo Piombo : un personnage de littérature
Par Catherine Beaunier

On le voit peu. On en parle beaucoup. Celui à cause de qui tout arrive.
Son nom… un symbole : Gaspardus du sanskrit Gathaspa, celui qui vient voir.
Wendling fourre son nez partout, dans la merde de préférence.
Gaspard, surnom donné au rat.
Gaspard-le rat qui, à l’instar des gaspards du film de Pierre Tchernia vivant dans les sous-sols de Paris, évolue dans l’ombre et le glauque (le lugubre, le sinistre, le sordide).
En effet, à ce nom surgissent à l’esprit les égouts, les cachots, les immondices, la peste. L’avarice.

Troppo Piombo: Nous y sommes allées de mille euros chacune que nous lui avons donnés. L’idée de Gaspar était de rassembler un groupe de délinquants de ses amis qui auraient fait passer à Nadège une petite heure de pure terreur.

Wendling est bien un rat. Aussi âpre au gain, ambitieux, cynique, froid, calculateur et délateur que son homonyme de La Fortune de Gaspard de la Comtesse de Ségur; parfois lui aussi troublé par de vagues remords.
A la lecture très descriptive et glaçante de la présence nocturne dans les ex Ateliers Felissi de Nadège d’abord, puis de Daphnée et bien sûr à chaque fois du funeste Gaspar Wendling (seul moment du livre où on le voit et l’entend directement), comment ne pas penser au poème à l’atmosphère cauchemardesque d’Aloysius Bertrand Gaspard de la nuit et à sa mise en musique par Ravel dont la noirceur évoque la mort.

Extraits de Un Rêve d’Aloysius :
Il était nuit… une abbaye aux murailles lézardées par la lune- une forêt percée de sentiers tortueux- et le Morimont* grouillant de capes et de chapeaux.
Ce furent ensuite… le glas funèbre d’une cloche auquel répondaient les sanglots funèbres d’une cellule- des cris plaintifs et des rires féroces dont frissonnait chaque fleur le long d’une ramée- et les prières bourdonnantes des pénitents noirs qui accompagnent un criminel au supplice.
Ce furent enfin…un moine qui expirait couché dans la cendre des agonisants- une jeune fille qui se débattait pendue aux branches d’un chêne- et moi que le bourreau liait échevelé sur les rayons de la roue.

Dans Troppo Piombo, lieux inquiétants aussi : La nuit.
Les bâtiments sombres d’une vieille usine abandonnée et délabrée avec ses machines rouillées, ses ferrailles, ses ordures, les fenêtres sales et cassées comme des bouches édentées, béantes dans l’obscurité (on pense aux monstrueuses gargouilles du Moyen-Age).
La banlieue en une période de troubles, avec des groupes de jeunes qui errent sans but. Atmosphère tendue, voitures en flamme, lueurs d’incendies, bruits d’émeutes, de sirènes.
Dédalle de ruelles
Endroit mal éclairé : une vingtaine de bougies puis trois ou quatre.
Le viol, l’horreur infligé à Daphnée. La réflexion de Gaspar W. aux voyous: Regardez dans quel état vous avez mis cette pauvre fille… mais son esquive.

Daphnée eut envie de vomir, de ne plus sentir la douleur, de ne plus rien sentir… Elle rampait et pleurait…Les tôles lui avaient griffé la peau et avaient lacéré ses vêtements. 

A notre Gaspar Rabelais aurait pu dire:
Science sans conscience n’est que ruine de l’âme.
Comme le célèbre brigand provençal Gaspard Bouis de Besse, il désire faire fortune par ruse, malice et séduction. Il finira lui aussi fait comme un rat, non pas écartelé par la roue et décapité – à chaque époque sa méthode – mais achevé sur un tas d’immondices par un justicier sadique.

*  Place Morimont a Digione, dove avvenivano le esecuzioni con la ghigliottina

Intervista su Nero Café

Un intervista pubblicata dal blog Nero Café sul numero 2 della rivista Knife.
L’intervista è a cura di Francesco G. Lo Polito

Partiamo dalla domanda forse più abusata, quella che tormenta ogni autore dalla notte dei tempi. C’è chi scrive per sedurre il mondo, chi per desiderio di fama e gloria, chi per condividere la sua visione estetica, chi per tante altre ragioni. Perché scrive Enrico Pandiani? E come vive la scrittura?
Sostanzialmente scrivo perché sono un grafomane, perché mi piace raccontare, perché mi permette di evadere da una quotidianità nonostante tutto ripetitiva. Non sono un gran parlatore, mi piace piuttosto ascoltare quello che dicono gli altri. Del resto, ogni volta che apro bocca offendo qualcuno o mi ci metto a litigare. Quindi preferisco star zitto. E scrivo. Sono io il primo a godere delle cose che vengono fuori dalla mia testa, mi piace rileggerle, modificarle, anche se alla fine ho sempre bisogno di qualcuno che mi dica se funzionano o meno. E naturalmente mi fa molto piacere che coloro che leggono i miei romanzi si divertano e passino qualche ora piacevole immersi nelle storie che racconto; senza di loro non sarebbe che un esercizio sterile. La scrittura mi rilassa, mi tranquillizza, mi sistema i bioritmi, almeno per ora non mi preoccupa mai. A parte leggere, è la cosa più coinvolgente che mi capiti di fare con il cervello.

Lei è definito spesso, oltre che scrittore per passione, grafico per necessità. Tuttavia, c’è qualcosa che non torna per chi nota l’aspetto visivo della sua scrittura, ricorda le sue prove sulla rivista Orient Express, e segue sul suo blog il lavoro che c’è dietro le copertine dei suoi libri. Viene da pensare che le due vocazioni siano in realtà molto più legate di quanto sembri a prima vista. In che modo?
Penso che anche la grafica racconti delle storie, soltanto lo fa in maniera diversa dalla scrittura. Dietro l’impaginazione di una rivista o l’illustrazione di una copertina c’è un processo mentale non troppo differente da quello della scrittura. Anziché una serie di parole, si mettono in fila immagini e segni dando in questo modo una chiave di lettura a chi ne fruisce. A seconda di quanto siano riusciti, un impaginato o un disegno possono coinvolgere o lasciare del tutto indifferenti. Così come può capitare di mollare un libro alla decima riga perché la scrittura non ci piace, si può chiudere una rivista o una brochure perché la grafica è brutta o malfatta. Sono entrambi processi creativi, spesso molto legati tra loro, ma la scrittura è forse più intima e coinvolgente. L’aver disegnato per anni storie a fumetti credo mi abbia dato un certo amore per la descrizione visiva, per la scansione veloce, soprattutto nelle scene d’azione, e per la sintesi. Non ho infatti una grande passione per i thriller troppo lunghi.

Parliamo un po’ del commissario Mordenti e dei suoi Italiens. Come sintetizzerebbe il nucleo attorno a cui nascono le storie di questa squadra di poliziotti della Brigata Criminale di Parigi?
Mordenti, Servandoni e Coccioni sono il residuo di un nucleo originario. Sono i sopravvissuti a una specie di guerra quotidiana, gli eredi dell’idea di qualcuno che non c’è più. Sono loro la squadra de les italiens. Quello che cerco di rendere nei miei romanzi è il loro essere una specie di famiglia dove Alain è il vecchio saggio, Jean-Pierre il figlio scavezzacollo e Michel il giullare sempre di buon umore. Forse la storia trita e ritrita dei tre moschettieri, ma con un côté sentimentale tutto loro e un cameratismo in qualche modo di sinistra. Il loro lessico, il non essere né francesi né italiani, la loro goliardia un po’ intellettuale e l’insofferenza per l’autorità e per il potere costituito sono ciò che li fa essere i miei personaggi. Leila, Didier e gli altri flic sono un po’ come i parenti stretti, fanno parte del gruppo ma non ne condividono la storia e il dolore. Vedere questi caratteri emergere romanzo dopo romanzo, sentire che i lettori ne parlano come di persone reali incontrate qualche minuto prima, è un’esperienza che mi lascia senza fiato. Nella stesura di una trama, la maggior parte del tempo la concentro sui personaggi, su ciò che si dicono, su quello che fanno e sulle loro emozioni.

L’ambientazione francese dei suoi romanzi è parsa ad alcuni insolita e ad altri, che hanno colto una certa somiglianza tra Parigi e la sua Torino, logica e coerente. Mi domando però cosa sia questo qualcosa d’indefinito che fa di Parigi uno scenario perfetto per qualsiasi storia e, nel suo caso, per dei romanzi noir. Come lo descriverebbe?
Parigi è un’arma a doppio taglio, una bella donna che ti seduce per tradirti non appena le volti le spalle. Capita che i miei romanzi arrivino in finale ai premi di scrittura ma, salvo un’unica eccezione, il fatto che si svolgano in Francia si rivela perdente; c’è sempre qualcuno che ne ha scritto uno, che so, sulla naja e alla fine vince lui. Scherzi a parte, non so se Parigi abbia alcunché di indefinito, probabilmente sì, ma al di là del fascino indiscutibile è una città nella quale io mi perdo volentieri. Nonostante i quattro milioni di turisti all’anno, esistono ancora molti posti nei quali si può vagare in solitudine cercando l’ispirazione. Puoi scoprire ogni volta luoghi nuovi, scorci meravigliosi, spazi così grandi da mozzare il fiato. Più di una volta mi è capitato di dover inventare una scena solo per poterla ambientare in un luogo che mi era piaciuto in maniera particolare. Con Torino i punti di contatto sono certamente molti; in piccolo forse, ma la somiglianza c’è. Vicoli strettissimi, grandi corsi, aperture inaspettate, molto verde e il fiume che attraversa la città. Ha in più una bellissima collina e la corona delle montagne che la circonda.

Si dice che per uno scrittore è impossibile frequentare per molto tempo gli stessi personaggi senza investire in loro una buona parte di se. A parte Jean-Pierre Mordenti, a quale si sente più legato? Chi potrebbe essere il protagonista di una storia tutta sua?
Più che una frequentazione, alla fine si tratta di una vera e propria convivenza. Mi capita molto spesso di ragionare sui miei personaggi ventiquattr’ore al giorno, soprattutto quando sto lavorando a un nuovo romanzo, vale a dire quasi sempre. Sono loro la parte che mi interessa di più, c’è quindi il bisogno costante di dedicare loro le mie attenzioni, di pensare a quello che faranno, a cosa si diranno, come si trarranno d’impiccio o che piega prenderà la loro storia. Naturalmente entrano in gioco i miei gusti, le mie passioni, le cose che mi piacciono di più, le cose che ho letto e delle quali, loro, tendono ad appropriarsi piuttosto spesso. Di sicuro Mordenti è il mio punto focale, è lui che determina la piega che prenderà il romanzo, lo stato d’animo che ne verrà fuori e la quantità di tensione che legherà tra loro i vari personaggi. Però il mio preferito è Servandoni, la colonna portante della squadra, quello calmo, riflessivo, con più esperienza. È anche il personaggio nel quale tendo di più a identificare me stesso e di sicuro il più adatto per una storia tutta sua.

Con Lezioni di tenebra siamo arrivati alla terza inchiesta di Mordenti, che qui tocca il suo lato più oscuro, una sorta di discesa agli inferi, se così si può dire. Sembra quasi che questo stia diventando per lui un gioco al rialzo. Mi è parso di notare atmosfere e temi progressivamente più cupi a partire da Les Italiens, passando per Troppo piombo fino ad arrivare all’ultimo libro. Cosa sta cambiando in Mordenti e in che direzione si muove?
In questo mondo che sta andando a rotoli, dove la democrazia non è più una certezza e tutto quanto ti si sfalda davanti, non mi sembra che ci sia molto da stare allegri. È difficile per me pensare in maniera positiva e questo probabilmente si riflette nei miei romanzi. Mi piace però molto il contrasto tra una storia cupa e l’ironia un po’ cinica che ne frantuma l’oscurità, una buona risata è ancora più piacevole quando è inaspettata. Trovo che in questo momento la gente sia in linea di massima portata all’individualismo, la politica stessa ti impone di farlo, e questo crea un terreno molto fertile per uno che voglia raccontare delle storie. In quanto a Mordenti, beh, il commissario si trovava in bilico tra la figura dello sciupafemmine e quella del ranger solitario, entrambi caratteri che detesto, per questo in Lezioni di tenebra volevo che esplorasse il suo lato oscuro. Gli serviva qualche facciata contro il muro e, soprattutto, doveva consolidare la sua fragilità, se mi passa questa contraddizione in termini, per trovare una solitudine più umana. Questa è la direzione che voglio per lui, una dimensione più reale, dove assieme a cameratismo e divertimento ci siano anche sofferenza, dubbi e malinconia.

Lei ha spesso notato negli autori italiani di gialli e noir un certo eccesso di serietà, quasi di tristezza. Si direbbe che la realtà del nostro Paese in caduta libera non autorizzi l’umorismo. Quali sono i vantaggi dell’ironia in un genere come il noir, e fin dove si può arrivare?
In alcuni romanzi di autori italiani, a prescindere che mi siano piaciuti o meno, ho trovato una certa tendenza all’azione pura e semplice, a un certo compiacimento superficiale della forza bruta, cose che portano a tralasciare gli ingredienti che in un romanzo io amo di più, il sentimentalismo, l’ironia e una buona dose di umorismo. Altri si immergono in storie e atmosfere attorno alle quali si è già letto moltissimo, tentando di dare una nuova verginità a personaggi che difficilmente ne possono avere una. Ne risultano storie tetre, poco credibili e poco coinvolgenti. Del resto ho notato come, al contrario, molti lettori apprezzino queste storie, quindi la mia finisce per essere un’opinione squisitamente personale. A ogni modo immagino sia diventato difficile fare qualcosa di veramente nuovo, il déjà vu è sempre dietro l’angolo. Al contrario, c’è ancora molto spazio per chi si voglia raccontare in maniera personale. Ora dirò una cosa per la quale potrei venire crocifisso: non mi piacciono i romanzi di Jean-Claude Izzo, li trovo troppo melensi e piagnucolosi. Preferisco la secca violenza di Manchette o la graffiante ironia di Malet, i cui personaggi non si piangono addosso. Le storie che preferisco sono quelle non troppo lunghe, con personaggi sfaccettati, a volte fragili, che sbagliano ma sanno ironizzare con humour sui propri errori e sulle proprie debolezze. Non vado matto per il troppo tecnicismo, specie quando trasforma un romanzo in una sorta di documentario e neppure amo i supereroi senza macchia e senzapaura, quelli che sparano con una pistola per mano e che vincono sempre, magari saltando fuori da una buca nella terra profonda tre metri, nella quale il cattivissimo di turno li ha sepolti dopo averli feriti gravemente. L’ironia aiuta a parlare di temi dolorosi e difficili, ma non può nulla contro le esagerazioni alla Tarantino.

In un’intervista fattale dalla scrittrice Marilù Oliva lei ha affermato, a proposito di violenza, che la realtà dei giornali supera ormai la fantasia di qualsiasi scrittore. Solo per fare l’avvocato del diavolo: perché allora scrivere ancora romanzi noir o anche solo realistici, se la vita ormai supera l’arte?
Che sia fisica, verbale o mentale, la violenza è un concetto che ormai viviamo quotidianamente. Si leggono cose sui giornali che fanno accapponare la pelle, che farebbero impallidire la maggior parte degli scrittori di noir. Però, alla fine sono cose crude, fredde, scaturite spesso da motivi banali. Io non sono assolutamente interessato alla cronaca giudiziaria, quando invento una storia parto sempre da un particolare che ha attirato la mia attenzione e sul quale costruisco una trama di fantasia. Cerco naturalmente di rimanere nel limite del credibile, non amo spararle troppo grosse. Voglio che i miei lettori ci pensino su e poi dicano: beh, tutto sommato si potrebbe anche fare. Mi diverte piuttosto far trapelare la cronaca attraverso i giornali che leggono i miei personaggi, magari scherzandoci su e prendendo in giro le notizie. La violenza, invece, è necessaria al genere poliziesco, le mie storie ne sono impregnate, ma mi sforzo perché non diventi mai compiacimento. Bisogna sapersi fermare, basta una parola di troppo per snaturare un’azione rendendola spiacevole e splatter.

Lei ha iniziato con una piccola casa editrice, la Instar, e da poco ha fatto il “salto nel buio” con Rizzoli. Come si vive la scalata ai vertici della grande editoria?
Non mi azzarderei a definirla “scalata”, ancora non ho piantato manco un chiodino nella parete. Il solo fatto che Rizzoli mi abbia cercato e che pubblichino il mio romanzo è già una sensazione indescrivibile. Da lì a fare scalate, credo che la strada sia ancora lunga. Cerco di non pensare al giorno della pubblicazione e di proiettare sul mondo una signorile indifferenza, ma, in realtà, da un lato faccio fatica a contenere l’entusiasmo e dall’altro sono roso dalla tensione. Quello che mi aspetto, uscendo con Rizzoli, è che gli Italiens di Mordenti entrino in migliaia di case e che il mio commissario raccolga un numero sempre maggiore di estimatori. Uno scrittore non è nulla senza i lettori, la loro opinione e i loro consigli sono di estrema importanza. Uno scrittore non è un divo né deve vivere nella sua torre d’avorio, lo scambio con il mondo è essenziale alla sua sopravvivenza. Quindi, la maggior parte delle mie energie viene impiegata a questo fine. Con Instar è stata una bellissima stagione, hanno fatto moltissimo per me e l’amicizia e la riconoscenza che ho con l’editore e la redazione non credo siano state chiuse dietro una porta. Una cosa è certa, per me questo mondo è ancora tutto nuovo e coinvolgente.

Per concludere, la nostra domanda di rito. Enrico Pandiani ha un tavolo prenotato al Nero Cafè. Chi starà aspettando?
Immagino che sul tavolino ci siano quattro bicchieri di Muscadet, quindi non ci sono dubbi, a minuti arriveranno il commissario Sanantonio e gli ispettori Bérurier e Pinaud. Il quarto bicchiere è per me. Nella serie degli incontri impossibili, questo è forse quello che mi divertirebbe di più. Per dirne una, leggendo le loro storie è iniziata la mia passione per la scrittura, e ancora oggi mi sento molto influenzato da ciò che di loro mi è rimasto appiccicato alle dita, il ritmo delle avventure, i dialoghi surreali e le scene platealmente rivoltanti. L’idea di avere davanti a me Bérurier che divora tartine spalmandosele sulla cravatta mi orripila e affascina allo stesso tempo. Per non parlare dello charme maschio, insolente e un po’ cafone di Sanantonio, che chiacchiera infilando le mani su per le gonne della cameriera, o lo spettacolo di Pinuche che si accende il mozzicone di sigaretta dandosi fuoco ai baffi. Sarebbe un gran piacere e sicuramente una serata esilarante.

I posti de les italiens: l’Île aux Cygnes

Quella particolare visione dal basso

Al commissario Mordenti e alla sua squadra piace il fiume, quel grande nastro verdognolo che attraversa Parigi scorrendo sempre per di là. Questo mondo parallelo, seconda via di scorrimento della città, li attrae trasportandoli attraverso una visione urbanistica completamente differente. Una visione dal basso verso l’alto, dove la pietra ti sovrasta e tutto scorre più lentamente, anche il tempo.
Le brutture del mestiere si annidano anche tra le sue sponde, nascondono crimini che devono essere scoperti, corpi che si rivelano all’improvviso in tutta la loro crudezza.
Ogni volta che un battello a motore dell Fluv, la polizia fluviale, li trasporta lungo il Front de Seine, la bellezza dei palazzi visti da quella posizione straordinaria si mescola all’inquietudine per ciò che Mordenti e i suoi ragazzi si stanno recando a vedere. Il lato brutto della vita, quello che per un flic della Crim è pane quotidiano.
In Lezioni di tenebra, (Instar Libri, 2011) questo avviene accanto a un luogo di grande fascino e morbida tranquillità, l’Île aux Cygnes.

Ho guardato l’acqua verde del fiume che ribolliva di schiuma allontanandosi dalla poppa del battello. Le nuvole riflesse si ondulavano come deformate dal calore, per poi ricomporsi nuovamente poco più in là. Abbiamo incrociato due grandi bateau mouche che risalivano la corrente in direzione del Vert Galant. Stavo guardando distrattamente la mole color ruggine della Tour Eiffel che sfilava accanto a noi quando Wassim mi ha portato una tazza di caffè fumante.
«Per te, commissario» ha detto con un sorriso.
«Grazie» ho detto, «ne ho proprio bisogno.»
Avevo conosciuto Wassim Bedreddine parecchio tempo prima, in circostanze che avevano messo in pericolo la pelle di entrambi. Sbirro della Fluviale e genero di Servandoni, amava l’acqua e quella visione dal basso che offre la città mentre scorre sopra di te come se appartenesse a un altro universo. «Sul fiume, tutto è più pulito» diceva spesso. Quando gli avevo offerto di entrare nella squadra si era semplicemente rifiutato di lasciare il suo lavoro. Per questo, se c’era bisogno di andare in barchetta sulla Senna, Alain chiamava sempre lui.
«Ci metteremo altri dieci minuti» ha detto, «se ti serve qualcosa, sono là davanti.»
Ha raggiunto Servandoni a prua. Il mio socio stava fumando una delle sue pestilenziali sigarette e intanto chiacchierava con il flic al timone. Il sole stava cominciando a picchiare di brutto ma l’aria del fiume era fresca e piacevole.
Siamo passati davanti alla Maison de Radio France, poi il battello si è infilato nel canale tra l’argine del fiume e l’Île aux Cygnes. Il pilota ha ridotto la velocità lasciando il lungo isolotto a babordo. Superato il pont de Grenelle, ha puntato verso i due prefabbricati galleggianti del Port d’Auteuil.
Sull’argine c’erano sbirri a frotte, in divisa e in borghese. Sciamavano sul lungofiume cercando di avere un’aria indaffarata. Due sommozzatori della Fluv stavano entrando nell’acqua in quel momento, calandosi dalla stretta piattaforma a lato di uno dei piccoli edifici flottanti.
Autopattuglie, furgoni e ambulanze erano parcheggiati sul boulevard con i lampeggianti accesi. In quel marasma ho intravisto la figura del dottor Delarche che aspettava diligentemente la fine dei rilievi ben sapendo che le sue pazienti non sarebbero andate da nessuna parte.
Il collega di Wassim ha ridotto al minimo la velocità, poi, mentre la prua del battello si infilava tra il Poton des Glénans e l’altro edificio, ha frenato invertendo la spinta del motore in un ribollire di schiuma biancastra. L’imbarcazione si è fermata di sbieco contro una balaustra di metallo grigio alla quale Wassim l’ha ormeggiata con una cima bianca.
Un fotografo della scientifica stava riprendendo la scena del crimine, appollaiato su uno dei tralicci che tenevano ancorati i casotti alla riva. I cadaveri erano stati abbandonati contro l’argine di pietra, semisommersi nell’acqua torbida del fiume tra rifiuti di ogni genere. Due donne nude, legate schiena contro schiena per il collo, i gomiti, la vita e le caviglie. Una delle due sporgeva sopra il pelo dell’acqua, l’altra era quasi completamente sommersa.

L’antica Île des Cygnes nacque dalla fusione di varie isole minori, l’île des treilles, l’île aux vaches, l’île Maquerelle, l’île de Jérusalem et l’île de Longchamp. Nel 1782 vi si fabbricava l’olio di interiora d’animale, l’huile de tripes, che serviva ad alimentare i réverbères, i lampioni della citta.
Verso la fine del XVIII secolo questa lunga lingua di terra che un tempo ospitava la Riserva Reale dei Cigni e sulla quale era solito passeggiare Russeau, venne incorporata alla riva sinistra (oggi vi sorge il Musée du Quai Branly). Proprio di fronte, era stata intanto edificata una specie di diga che seguiva, dritta come una banchina, il corso del fiume. Gradualmente, nonostante di cigni non ve ne fosse manco l’ombra, quest’isola artificiale lunga e sottile conosciuta come Digue de Grenelle, prese il nome di Isola dei Cigni.
Creata nel 1827, l’isola faceva parte del complesso del Port fluvial de Grenelle, realizzato tra il 1824 e il 1829 secondo il piano urbanistico per la plaine de Grenelle. Artefici del prodigio gli imprenditori e consiglieri municipali (la solita pastetta) Léonard Violet et Alphonse Letellier che, con l’aggiunta di una stazione fluviale e con il pont de Grenelle, completarono il progetto.
Lunga 890 metri e larga 11, dal 1878 l’Île aux Cygnes (la nostra) offre in tutta la sua estensione una bellissima promenade racchiusa tra due quinte vegetali, per un totale di 322 alberi di 61 specie differenti. Il posto è molto particolare, lontano dai rumori della città, estremamente piacevole per passeggiare, pensare, flirtare, riprendersi da una depressione o dimenticare il partners che ti ha cornificato l’ultima volta. Vi si possono incontrare coppiette di innamorati, gente che fa jogging, senzatetto che bivaccano in tende colorate o perdigiorno che osservano il fiume. Se vi serve la quiete pressapoco assoluta, questo è il posto che fa per voi.
Percorrendo l’isola si passano ben tre ponti ai quali serve da basamento centrale, il Pont de Grenelle, che taglia la punta occidentale dell’isola e dal quale si può scendere sulla passeggiata tramite una rampa d’accesso, il Pont Rouelle o pont SNCF-Passy-Grenelle che taglia l’isola a metà e il Pont de Bir-Hakeim che ne taglia la punta orientale e che provvede una seconda discesa al fiume.
Durante l’Exposition internationale des arts et techniques del 1937 L’Île aux Cygnes ospitava gli straordinari padiglioni de la France d’Outre-mer, un variopinto insieme di sontuosi edifici che parevano galleggiare sull’acqua. Peccato non esserci stati.
Sulla punta occidentale dell’isola, solenne sul suo piedistallo, si erge la più grande delle due riproduzioni della Statua della Libertà che si trovano a Parigi (l’altra è al Jardin du Luxembourg). Libby Junior si trova sull’isola dal 1886, tre anni dopo l’installazione della sorella più grande nella baia di New York. Si tratta di una fusione in bronzo ottenuta da un modello di studio originale dello scultore Frédéric Auguste Bartholdi. Fin dal 1884 il Comitato degli Americani di Parigi aveva lanciato una sottoscrizione per farne dono alla Francia e il modello originale in gesso alto 11 metri venne inaugurato nel maggio del 1885 in Place des Etats-Unis. La successiva scultura in bronzo, realizzata due anni più tardi nel corso dell’Esposizione Universale di quell’anno, fu trasportata sull’Île aux Cygnes nel giugno 1889 in occasione del centenario della Rivoluzione francese. Venne inaugurata in pompa magna il 4 luglio dal presidente Carnet.
Non è certamente imponente come la sorellona americana, ma è comunque il punto d’arrivo emozionante di una bellissima passeggiata. Giungendo al fondo dell’isola, quando le chiome degli alberi si aprono sul fiume, la presenza oltre l’arcata del Pont de Grenelle di questa figura così conosciuta in un luogo che non le appartiene, è una visione di emozionante bellezza.  In Lezioni di tenebra, al contrario, per l’amico Mordenti rappresenta la fine di una brutta giornata.

L’alcol mi ha dato una bella botta fissando quelle immagini nella mia testa in maniera indelebile. Un odio come quello non lo avevo provato in tutta la mia vita, riuscivo a toccarlo, potevo plasmarlo e dargli forma. Sembrava vivo.
«Non voglio che sui giornali esca una sola parola di questa specie di messaggio» ho detto cupo. «Non voglio nomi, né fotografie. Soprattutto non voglio che circoli il nome di quella troia, vediamo di non farne un personaggio. Fammi il favore di parlarne a Le Normand.»
Alain ha messo una Gauloise tra le labbra e l’ha accesa sfregando un fiammifero sul ponte. Ha soffiato una nuvoletta bianca che si è stemperata nel sole. «Ci penso io» ha detto.
I due cadaveri sono stati adagiati sull’argine. Il fotografo ha ancora scattato qualche particolare della scritta, dei nodi e dei fori di proiettile. Poi le hanno separate. Delarche si è avvicinato per gli esami di rito, mi ha scorto e ha fatto un segno per dirmi che mi avrebbe chiamato più tardi.
Il mio sguardo ha incrociato quello di Bremond che si trovava accanto al dottore. Come padrone di casa, per ora l’indagine competeva al suo commissariato. Ho risposto al cenno di saluto che mi ha fatto, poi ho indicato le due donne. Poi ho indicato Alain e me. Volevo fosse chiaro che si trattava di roba nostra. Ha assentito cupamente con un leggero movimento del capo.
Un paio di flic hanno isolato la zona con dei paraventi mobili per nascondere i corpi alla vista dei curiosi. Delarche ha aperto la borsa e ha cominciato le sue pratiche disgustose.
«Andiamo via di qui» ho detto a Wassim.
Il suo collega ha acceso il motore e tutto lo scafo si è messo a tremare. La cima d’ormeggio è stata slegata, poi il battello ha rinculato staccandosi dalla riva con uno scossone. Mentre mi rimettevo in piedi, l’aria del fiume mi ha schiaffeggiato violentemente la faccia. Mi sono sporto oltre la murata e ho vomitato nell’acqua, due lunghi conati che mi hanno portato via anche lo stomaco.
Alain ha aspettato che mi pulissi con il fazzoletto poi mi ha ridato la sua fiaschetta. Ho bevuto un bel sorso di rum. È sceso bruciando lungo la gola facendo del suo meglio per rimettermi in sesto.
Il timoniere ha compiuto un ampio giro scivolando al di là dell’isola. Siamo passati davanti alla Statua della Libertà, poi abbiamo messo la prua a nord-est e l’imbarcazione ha cominciato a risalire lentamente la corrente.

Nel 2007 l’Île aux Cygnes è diventata uno scalo del porto autonomo di Parigi con un imbarcadero e un posto d’ormeggio.
Percorrerla nella sua lunghezza ci conduce attraverso un paesaggio urbano che mescola il nuovo con l’antico, la pietra con il ferro e l’acqua con il cielo. Osservando le grandi péniches e le chiatte ormeggiate sulle rive della Senna si ha quasi l’impressione di trovarsi sul ponte di una grande barca di pietra che si muove senza tempo lungo la corrente del fiume.

Le armi de les italiens: la Leica M8

English text below

Un’arma per immortalare la gente

Nei romanzi del commissario Mordenti , in genere si punta e si preme il grilletto. Ma capita che a volte chi punta prema poi un pulsante. In Lezioni di tenebra, la terza inchiesta de les italiens, la sfortunata Martine possiede una Leica M8, oggetto che per tutto il romanzo Mordenti e la sua squadra cercano forsennatamente per scoprire che foto contiene. Eccone un breve brano.

Martine aveva scritto in stampatello Pinturicchio??? Tre punti interrogativi bastavano a rendere la cosa quantomeno interessante. Aveva poi cincischiato attorno alla parola con la biro e l’aveva ripassata diverse volte. Una freccia, ricalcata anch’essa più volte, portava a un’altra breve frase, con il lenzuolo avrebbero dei problemi, che era stata cerchiata nervosamente. Più in basso aveva schizzato un piccolo cristo in croce e una macchina fotografica dall’aria antiquata. Lo faceva sempre, una specie di tic, quando stava al telefono disegnava piccole, deliziose macchine fotografiche. Il crocefisso, invece, era una novità.
«Avete per caso trovato la sua Leica?» ho domandato senza distogliere lo sguardo dal foglio.
«La sua cosa?» ha detto Leila.
«La macchina fotografica di Martine, una Leica M8, se la portava sempre dietro.»
«Mi spiace, qui non abbiamo trovato nulla. A casa hai guardato?»
Ho sospirato. «Non ci ho fatto caso.»
«Questo ti dice niente?» ha detto Alain indicando il foglio.
Sotto alla parola Pinturicchio Martine aveva scritto Lavoro a Torino… parlarne al pistolero? Poi aveva cerchiato la frase diverse volte e infine l’aveva cancellata tirandoci sopra un paio di righe.
«Il pistolero sono io» ho detto, «forse voleva parlarmi di qualcosa, magari del suo lavoro.»
«Non eri il piedipiatti?» ha detto Alain.
«Dipendeva dalle situazioni» ho detto io.

La Leica M8 è la prima vera macchina fotografica range finder digitale della prestigiosa ditta di Solms, uno sputo di paese su dalle parti di Francoforte in Germania. Non è esattamente una macchina fotografica, è piuttosto un oggetto del desiderio, un mito, la fotografia nuda e cruda. O te ne innamori o la detesti. Una solida struttura in metallo, l’aspetto da fotocamera degli anni 50, tre pulsanti in croce e un automatismo sui tempi d’esposizione, punto e stop. Niente autofocus, niente diaframmi automatici, solo abilità manuale. Devi puntare il soggetto, mettere a fuoco, impostare tempi e diaframmi e poi scattare. E se ti viene, la tua fotografia ti farà fare un balzo per la sua bellezza. A volte l’errore, che in un moderno catafalco automatico non è quasi possibile, dà alla tua foto una sorta di valore aggiunto.
Chi decide di possedere questa meraviglia (che adesso è stata rimpiazzata dalla M9) ha a propria disposizione una gamma enorme di obiettivi che spazia dal 1950 a oggi. Comprando una M8, infatti, si deve essere pronti a intraprendere un lungo, faticoso, costoso ed eccitante viaggio nel tunnel della droga degli obiettivi Leitz. Perché non ne avrai mai abbastanza. Prima ti comprerai i nuovi Summarit che, spaziando tra i 1200 e i 1800 euro, sono, si fa per dire, quelli economici. Ma poi ti metterai a cercare, parlerai con altri leichisti e, prima di potertene accorgere passerai le tue giornate su eBay per comprare un Summicron guadagnando così 0,5 punti di stop. Ma a questo punto sarai ben lungi dall’esserne fuori, perché intanto ti sarà capitato di leggere delle meraviglie possibili con gli obiettivi Summilux Asferici (non ho mai capito che cazzo vuol dire ma pare sa una figata pazzesca), considerati i migliori al mondo. Vuoi non averne almeno uno o magari due, che so, un 50 e un 35? Senza accorgertene sei così passato dai 1500 euro iniziali ai 3000 e fischia delle lenti per fotografare in condizioni critiche di luce. I Summilux, infatti, sono f:1.4, ci fai quasi le foto al buio. Lo sa anche Caron, tecnico della scientifica parigina.

«Come mai è tutto mosso?» ho chiesto indicando a Caron le foto di Vastedda.
Si è schiarito la gola stirando quel suo lungo collo da tacchino. «Le condizioni di luce all’interno della mostra erano critiche» ha detto, «quindi, per avere un tempo di posa accettabile, la signorina Delvaux ha dovuto aprire completamente il diaframma. Questo comporta una profondità di campo estremamente ridotta.»
«Ho capito» ho detto, anche se non era vero. «Martine era una brava fotografa e queste sono tutte mosse.»
«Dall’angolo di ripresa direi che le ha scattate senza portare la fotocamera agli occhi, immagino per non farsi notare. Ci può scommettere le palle che fosse una brava fotografa, l’esposizione è eccellente e il soggetto è perfettamente a fuoco.»
Ci siamo guardati. Ha fatto un sorriso ebete. «Le chiedo scusa» ha detto, poi si è sistemato gli occhiali sul naso.
«Nessun problema. Mi dica, Caron, Si possono fare degli ingrandimenti?»
«Vuole scherzare?» ha detto prendendo in mano la Leica, «Questo obiettivo è un Summilux 35/1.4 asferico, il meglio che si possa trovare sulla piazza. Cosa devo ingrandire?»
Nelle foto Vastedda parlava in tutto con tre persone. Ho chiesto a Caron di farmi un particolare di ciascuna faccia. Le ho riguardate una per una lentamente, chiedendomi cosa mi stesse sfuggendo. La mia cicatrice si è messa a prudere, segno chiarissimo che qualcosa non mi tornava. L’ho massaggiata delicatamente con le dita, guardando le due ultime fotografie. Un uomo e una donna presi di spalle stavano percorrendo una specie di viale alberato. Accanto a loro si vedeva il muro di una chiesa. Nell’ultima fotografia si scorgeva parte della facciata e il tetto coperto di verderame. L’uomo aveva i capelli bianchi e poteva essere Vastedda. La donna, castana ed elegante, non avevo proprio idea di chi diavolo fosse.
Deslandes mi si è avvicinata porgendomi una tazza di caffè. Sorrisi, zero. L’ho ringraziata con un cenno del capo e ho bevuto un sorso di liquido amaro.

Comunque non è mica finita qui. Adesso avete un obiettivo Summilux, lo stato dell’arte della divinità, e il vostro solo problema è non far sapere a vostra moglie quanto vi è costato. Altrimenti vi ammazza. Ma il vostro cervello, ormai segnato dal bollino rosso di Solms, ha intanto scoperto che nell’universo Leica esiste l’oggetto assoluto, la divinità inarrivabile per molti, il santo Graal degli obiettivi fotografici: il leggendario Noctilux 50 mm.
Il Noctilux (solo a dirlo ti si rizzano i peli sulla schiena) è Grosso, nero, pesante, lucido e possente. I modelli passati vanno da f:1.2 a f:1.0 e ormai li si trova quasi esclusivamente sul mercato dell’usato. E chi li vende non li molla certo per un pugno di nocciline; preparatevi a tossire dai 3500 ai 5000 euro. In genere lo hanno persone molto ricche che invece di comprarsi una Canon Powershot da 350 euro si comprano la Leica e il Noctilux e poi fotografano il proprio cagnolino. E questo vi fa incazzare da morire, perché con quell’aggeggio, voi freste delle foto da urlo. A questo punto comincerete a mangiarvi le unghie cercando su Internet il coglione che ve lo venda per sbaglio a 500 euro, ma non lo troverete. Tutt’al più perderete i vostri soldi dandoli a un fellone che non aveva nessun Noctilux da vendere e vi ha inculati alla grande.
Il punto d’arrivo più alto, quello a cui tuti anelano e pochissimi (dentisti per lo più) arrivano, è il nuovo Noctilux 50/0.95. Sissignori, avete letto bene, 0.95. Sarà vostro per soli 7500 euro.
Ma nel momento in cui avrete preso atto che oltre certe cifre non ci potete arrivare, il tunnel della droga è ben lungi dal mostrarvi l’uscita. Gli obiettivi vanno da 12 a 135mm, ce ne sono di ogni tipo, lunghi, corti, larghi, stretti, piccoli, grandi e avrete voglia di provarli tutti. Alla fine vi butterete sui non meno mitici Voigtländer, oggi proprietà della giapponese Cosina, molto meno costosi dei cugini germanici, ma che poco hanno da invidiare in quanto a prestazioni (il mio 28/1.9 non lo cambierei con alcun 28 della Leitz).
Un’ulteriore distrazione del leichista sotto dipendenza sono gli accessori: soft-shutter release, la pelle del corpo macchina, il bollino nero invece che rosso, i vari tipi di tracolla, i grip per tenerla meglio e, soprattutto le custodie in pelle, le halfcase, che proteggono e danno un’aspetto un po’ vintage alla macchina fotografica. Le più famose sono quelle di Luigi Crescenzi, di Roma, che vende in tutto il mondo i suoi costosi prodotti fatti a mano.
Comunque, a un certo punto vi arrenderete e con le tre-quattro lenti che vi sono rimaste comincerete a fare fotografie sul serio. Il primo anno e mezzo lo avete perso nel tunnel della droga e, adesso che ne siete più o meno usciti (continuerete a grattarvi la guancia ogni volta che vedrete un’obiettivo che vi pace) potete finalmente capire cosa avete in mano. A qualsiasi matrimonio vi invitino, ad esempio, gli sposi preferiranno le vostre foto a quelle del fotografo ufficiale. Perché sono più vere, meravigliosamente imperfette, perché lo sfocato è da urlo e perché i bianchi e neri che avete fatto dal negativo digitale (DNG) lo farebbero rizzare anche a un morto.
Perché la Leica M8 (e adesso la M9) è più o meno la stessa fotocamera che utilizzava ai suoi tempi Cartier-Bresson, gli obiettivi sono quelli e tutto funziona nella stessa identica maniera. La sola cosa che è cambiata è che adesso non c’è più la pellicola ma un sensore. Per il resto devi saper fotografare, perché la fotocamera non fa nulla, devi fare tutto tu. Non ti basta puntare e schiacciare un pulsante, nossignore, ci devi pensare, devi valutare e impostare a seconda dell’effetto che vuoi ottenere. Oppure, se vuoi prendere al volo le tue foto, devi essere abbastanza in gamba da saper pre-impostare tempi e diaframmi. E devi diventare un manico con la messa a fuoco.
È un modo antico di fotografare, una cosa tipo l’uomo e la sua macchina fotografica. La fotografia con la Leica non è un’abitudine, è una passione, un apprendistato continuo verso qualcosa a cui non riuscirai mai ad arrivare.

Esiste in rete un Forum fantastico, un posto dove appassionati da ogni parte del mondo(leggi maniaci), professionisti o dilettanti che usano la Leica, si incontrano, chiacchierano, mostrano e commentano le rispettive fotografie. È un posto dove i problemi vengono risolti in brevissimo tempo da membri molto competenti e dove le amicizie spesso diventano reali. È il Leica International User Forum. L’abbonamento è gratuito, ma se volete strafare o diventare membri sostenitori potete cacciare un po’ di euro.

A weapon to immortalize people

In the novels of commissioner Mordenti in general they point and pull the trigger. But it may happen that someone points and clicks the shutter button. In Lessons of darkness, the third investigation of Les Italiens, the unfortunate Martine owns a Leica M8, an object that will be frantically searched for by Mordenti and his team through the entire novel since they want to know what kind of pictures are saved on the card. Here it is a passage.

Martine had written the word Pinturicchio??? Three question marks were enough to make it quite interesting. She had then sketched on the word with a pen and had gone over it again several times. An arrow, several times gone over as well, led to another short sentence, They’ll have some problems with the sheet, that had been nervously circled. On the lower side of the sheet of paper she had sketched a small Christ on the cross and a vintage-looking camera. She was used to that, sort of a fixation; when she was at the phone she drew many small, delicious cameras. The cross was something new.
«Did you find her Leica, by chance?» I asked without looking away from the sheet of paper.
«Her what?» said Leila.
«Martine’s camera, a Leica M8, she used to carry it with her.»
«We didn’t find anything like that here, I’m sorry. Did you look at home?»
I sighed. «I took no notice of that.»
«Is this ringing any bells?» said Alain pointing at the sheet.
Under the word Pinturicchio, Martine had written Job in Turin… Talk about that to the gunman? Then she had circled the sentence several times before erasing it with a couple of lines.
«The gunman it’s me» I said, «maybe she wanted to talk to me about that, maybe about her job.»
«I thought you were the dick» Alain said.
«It depends on circumstances» I said.

The Leica M8 is the first real digital range finder camera from the famous company in Solms, a small town close to Frankfurt in Germany. It’s not really a camera, it is more an object of desire, a myth, photography at its purest essence. You will either fall in love with it or you will hate it. A solid metal body, a fifties camera look, three simple buttons and some auto mode for exposure, just that. No autofocus, no automatic stops, just manual skill. You have to point the subject, focus, set the aperture and shutter speed and then shoot. That simple. And if the picture comes out ok you will be surprised by its beauty. Sometimes, an error, not possible on one of those huge automatic plastic monsters, will give your picture a special value.
Those who decide to own this marvel (that has been replaced by the new M9) have a wide variety of lenses to choose from, ranging from those made in the fifties to the most recent ones. When you buy an M8, in fact, you have to be ready to join in a long, wearing, expensive and exciting journey in the tunnel of drug addiction of the Leitz lenses. Because you will never have enough of them. You will first buy the new Summarit lenses that being between 1400 and 1800 dollars are the cheapest ones. But you will then begin to talk with other Leica users and before you can be aware of it you will spend your days on eBay searching for a Summicron so as to gain those bloody 0.5 points of stop. At this time you’re still far from being out of it, because in the meantime you happened to read about the wonders of the Summilux Aspherical lenses, reputed the best in the world. And you will want at least one of them or maybe two, the 50 and the 35. In short, you switched from the original 1400 to the present 3000 dollars and more of those lenses for critical light conditions (it sounds so cool). The Summiluxes, in fact, are f:1.4 and you can almost take pictures in the dark. Even Caron of the police forensics, in the novel Lessons of Darkness, knows it.

«How come that everything is blurred?» I asked Caron pointing at Vastedda’s pictures.
He cleared his voice stretching his long turkey neck. «Light conditions inside the exhibition were critical» he said, «this is why miss Delvaux had to fully increase the aperture in order to gain a correct exposure. That means a quite reduced depth of field.»
«I’ve got it» I said even if I didn’t at all. «but Martine was a good photographer and all of those pictures are blurred.»
«Given the vantagepoint I’d say she shot without taking the camera to the eye, I suppose not to be spotted. You can bet your balls she was a good photographer,  exposure is excellent and the subject is perfectly in focus.»
We looked at each other. He smiled dully. «I’m sorry» he said then he arranged his spectacles on his nose.
«Don’t worry about it. Tell me, Caron, can you make any enlargements out of these pictures?»
«You gotta be kidding» he said taking the Leica from my hands, «this is a Summilux 35/1.4 Aspherical, the best lens you can find on the market. What do you want me to enlarge?»
In the pictures Vastedda was talking with three different persons. I asked Caron to enlarge each face. I slowly looked at them again asking myself what I was missing. My scar started itching, a quite evident sign that something didn’t make sense. I gently rubbed it with my fingers looking at the last two pictures. A man and a woman taken from behind while strolling along a sort of a tree-lined road. Beside of them there was the wall of a church. In the last picture I could see part of the façade and the roof covered with verdigris. The man’s hair was white and he could even be Vastedda. The woman had brown hair and was quite elegant. I didn’t have the faintest who the hell they were.
Deslandes came close to me offering a mug of coffee. No smiles at all. I thanked her with a nod and i drank a sip of the bitter drink.

Anyway, it is still a long way to go. You now have your Summilux lens, the state of the art of the divinity, and your only problem is hiding from wife how much you have paid for it. Otherwise she would kill you. But in the meanwhile your brain, now marked with the Leica red dot, has discovered the absolute object, the divinity unattainable to many, the Holy Grail of photographic lenses: the legendary Noctilux 50mm.
The Noctilux (at only naming I shiver) is big, black, heavy, slick and powerful. Old models go from f:1.2 to f:1.0 and today you can only find them on the used market. And those who sell them do not slacken their hold just for pennies. Be prepeared to part from 4000 to 5500 of your beloved dollars. Generally speaking, very rich people, instead of buying a $ 350 Canon Powershot, buy a Leica and a Noctilux just to take pictures of their sweet little dog. And this makes you furious, because you would take some helluva good pictures with that lens. So you will start eating your nails looking on the internet for that moron that, for mistake, will sell you his Noctilux for no more than 700 dollars. That’s how you will end up loosing your money giving it to the felon that have no Noctilux to sell and fucked you in style.
However, the highest edge anybody tend but very few reach (mostly dentists) is the brand new Noctilux 50/0.95. Yes, my friends, it is correct, 0.95. It will be yours for only 10 grand.
Anyway, the moment you will take note of not being able to go beyond a certain amount of money, the tunnel of drugs is far from showing the light of the exit. Lenses go from 12 to 135 mm, any kind is available, short, long, wide, narrow, small, big and you will want to try them all. In the end you will switch to the not less legendary Voigtländer lenses, nowadays a property of Cosina Japan, much less expensive but with often nothing to envy in performance to their German cousins (I would not change my Ultron 28/1.9 with any Leitz one).
A further distraction for the Leica user under addiction are the accessories: soft-shutter release, the vulcanite skin, black dot instead of the red one, straps, grips and, above all, the leather half cases that protect and give your camera that pretty vintage look. The most famous are from Mr. Luigi Crescenzi in Rome that sells worldwide his hand made expensive products.
Anyhow, at a certain point you will give up and with the 3-4 lenses you have you seriously start taking pictures. You’ve lost the first year and a half in the Leica lenses tunnel of drug addiction and now that more or less you’re out of it (you will keep on rubbing your cheek any time you see a lens you like), you can now understand what you have in your hands. The married couple at any of the several marriages you are invited will always prefer your pictures to those of the official big-Canon/Nikon photographer. Because they are more true, so wonderfully defective, because the out of focus areas are so sexy and the B&W pictures you made converting your color digital negatives (DNG) would give even a dead man an erection.
That’s because the Leica M8 (and now the M9) is more or less the same camera Cartier-Bresson used to shoot with, those are the lenses and everything still works in the same way. The only difference is you no longer have film, you have a sensor. And you must be be good at taking pictures because it’s you that have to set everything, not the camera. Pressing the shutter button is not enough, no Sir, you have to think, evaluate and set everything according to the effect you want to gain. Or if you want to take action pictures you have to know how to pre-set stop and time. And you must gain a strong skill at hand focusing.
It is an old way of taking pictures, something like a man and his camera. With Leica, photography is not a habit, is a passion, an endless apprenticeship toward something you will probably never reach.

On the Net there is a fantastic Forum, a place where people from all over the world (read maniacs), pros or amateurs using Leica props, meet and chat, show and comment each other pictures. It’s a place where problems are quickly solved by very competent members and where friendship often become real. It is the Leica International Users Forum.

Dicono di Mordenti

Monsieur Mordenti vu par madame Catherine

Un commissaire de police, Le commissaire, efficace, beau gosse, sympathique à ses collègues, aux femmes et même peut-être à ses ennemis.
Le fait qu’il soit le narrateur de ses aventures entraîne l’auteur à faire de lui un personnage complexe, aux multiples facettes puisque c’est par ses yeux que sont décrits, non seulement ses propres actes, réactions et sentiments, mais aussi les autres personnages, leur physique, leurs particularités, leurs tics, leur façon de s’habiller, leurs agissements, leurs relations avec lui et encore les lieux.
En bon mousquetaire plein d’énergie, il est toujours prêt à débusquer les criminels, les fourbes, les salauds. Rien ne l’arrête, ni le risque de prendre des coups, de se faire descendre, ni celui d’enfreindre les ordres supérieurs de modération et de strict respect des lois. Il n’est pas vantard mais il sait, bien qu’effleuré par quelques doutes, qu’il finira par attraper les coupables grâce à son flair, à la chance qui souvent lui sourit, à son équipe qui lui fait confiance et le seconde avec diligence et efficacité, à son supérieur hiérarchique –haut en couleur- qui, malgré ses mises en garde et ses appels à la modération, le laisse agir à sa guise et le couvre.
Cependant, tout autre que tête brûlée, il agit par devoir, poussé par son sens de la justice et non par désir effréné et téméraire d’en découdre avec des assassins armés par des hommes de grande envergure protégés par leur position sociale. Notre commissaire s’impose de (est aussi amené à), non seulement supprimer les tueurs, mais faire rendre gorge aux individus ignobles qui tirent leur puissance, leur renommée, leur richesse, de comportements illicites, présomptueux, vengeurs.
Un fonceur qui, pourtant, n’est jamais aussi heureux que lorsqu’il peut se détendre en dégustant un bon vin, un bon plat. Les lieux qu’il fréquente et qu’il découvre sont décrits avec intérêt. Il est sensible (très évidemment comme l’auteur) au climat, aux couleurs de la nature, aux effets de lumière, à la beauté, aux œuvres d’art, aux femmes, aux femmes belles et élégantes. Rien n’échappe à son regard séduit et bienveillant : la forme du corps, l’odeur, la couleur des yeux et des cheveux, les détails, les vêtements, les chaussures, les accessoires, le comportement, les pulsions.
Un homme au cœur sensible donc, un esthète confronté à des situations difficiles, à des scènes de massacre très pénibles à supporter par le lecteur, qu’il décrit avec autant de minutie qu’il décrit celles de ses ébats amoureux. Un dur au mal, un révolté contre les abus sociaux et contre ceux qui les pratiquent et en jouissent et dont il dénonce les agissements, dans un langage fleuri, cru, plein de comparaisons amusantes et même désopilantes.
Quelqu’un que rien n’étonne, surtout pas les coups de théâtre, nombreux au cours de l’histoire. Et là, nous nous situons sur deux niveaux :
• le récit du commissaire et ce que lui-même comprend et perçoit des événements,
• ce que le lecteur en reçoit, peut en déduire et sa possibilité d’anticiper – avant même le commissaire peut-être- la suite de l’intrigue.

È piaciuto a les italiens: Jan Costin Wagner

Questa non vuole essere una recensione, non ne sono capace e non mi interessa farne. È semplicemente un insieme di pensieri e commenti su un libro che ho letto e mi è piaciuto, un romanzo che mi ha lasciato delle cose e me ne ha insegnate altre.

Il terzo leone arriva d’inverno
Un romanzo di Jan Costin Wagner
Einaudi, 2010

Kimmo Joentaa, Tuomas Heinonen, Kai-Petteri Hämäläinen, Ari Pekka Sorajärvi, Salme Salonen, Olli Latvala. Sono questi i nomi con cui un lettore si trova a doversi confrontare quando si addentra nel fenomeno del momento: il giallo nordico.
Sono nomi che, a prescindere che il romanzo ti piaccia o meno, fanno si che una vocina nella tua testa ti dica in continuazione «ma che cacchio sto leggendo?»
Io non ne ho letti molti, lo confesso, un paio di Staalesen, due o tre norvegesi, il secondo della famosa trilogia e due romanzi di Jan Costin Wagner editi da Einaudi, Il silenzio (2008) e Il terzo leone arriva d’inverno (2010). Questi ultimi due mi sono assai piaciuti, soprattutto il secondo.
Wagner, scrittore tedesco nato a Langen nel 1972, è riuscito a inventarsi qualcosa di nuovo. Niente serial killers di bambini, niente mamme problematiche, niente sparatorie e nemmeno cadaveri squartati e analizzati da zelanti medici legali. Solamente dei sani polizieschi lenti e riflessivi.
Una sola cosa ci perplette iniziando la lettura e una domanda sorge spontanea: ma perché diavolo Jan Costin ha deciso di ambientare i suoi romanzi in Finlandia? L’unico a poter rispondere a questa domanda è l’autore, ma per ovvie ragioni la cosa non mi sorprende. Perché mai un autore deve per forza ambientare i suoi libri nella propria terra natia? Il mondo è di tutti, quindi è giusto che ci si sposti. Una cosa è comunque certa, la Finlandia è piuttosto in alto, di conseguenza i romanzi di Wagner si possono tranquillamente infilare nel filone nordico.
Il terzo leone arriva d’inverno è un bel romanzo rilassante. La sola cosa che non mi è piaciuta, faccio che dirlo subito, è l’utilizzo del tempo presente in alcuni capitoli nei quali seguiamo i movimenti e i pensieri di un certo personaggio. Questo fa un po’ “maniera”, è una cosa già vista, un’espediente troppo comune e quindi stride, a mio avviso, con la fresca narrazione della storia. Il resto del romanzo è molto piacevolmente scorrevole, sempre sospeso in una delicata malinconia che si direbbe propria di quei luoghi.
Il protagonista, come già ne Il silenzio, è il poliziotto Kimmo Joentaa, sbirro riflessivo, tristanzuolo, e solitario. Già dal romanzo precedente sappiamo che ancora non è riuscito a superare il dolore per la morte della moglie Sanna, avvenuta per malattia alcuni anni prima. Elaborare il lutto, per Kimmo, è impresa tremendamente più ardua del risolvere le sue intricate indagini.
Eppure, contrariamente a quanto avviene ne Il silenzio, dove si strugge per tutto il romanzo straziandosi nel ricordo, questa volta Kimmo inizia le danze con una scopata come si deve. La bella Larissa, giovane prostituta dai modi alquanto folli, entra prepotentemente nella sua vita, tipo la notte di Natale o giù di lì, gli dà una bella ripassata e lo aiuta a mettere palline e angioletti sull’albero.
Ma l’idilio viene bruscamente interrotto dal lavoro. Patrick Laukkanen (fateci l’abitudine, i nomi sono tutti così), medico legale della polizia di Turku, una delle più importanti città finlandesi, viene trovato ucciso a coltellate. Qualcuno lo ha aggredito con una certa furia mentre faceva la sua passeggiata mattutina in sci di fondo. Tempo prima, la vittima era stata ospite in televisione nella celebre trasmissione del giornalista Kai-Petteri Hämäläinen (sic!), una specie di Marzullo finlandese, ma molto più famoso. Al talk show era presente una terza persona, Harri Mäkelä, abilissimo costruttore di finti cadaveri per il cinema.
Manco a dirlo, mentre Kimmo si destreggia tra il ricordo astratto della moglie e le tette molto reali di Larissa, l’assassino gli fulmina pure il secondo. Anche per lui qualche bella coltellata ben data, fuori dalla sua casa laboratorio a Helsinki.
La trasmissione televisiva sembra dunque essere il filo che lega fra loro i due omicidi e Kimmo da bravo sbirro, ci si butta a capofitto seguendo il suo istinto fino alla soluzione finale. Il plot ha quel tanto di romantico e irreale da poter piacere a chi rifugge la cronaca nera nuda e cruda preferendo piuttosto la ricerca psicologica dell’animo umano che porta sempre con sé una certa irrealtà.
La scrittura di Wagner è netta, pulita, a tratti affilata ma mai noiosa. I personaggi, soprattutto i poliziotti colleghi di Kimmo, dei quali vi risparmio i nomi impronunciabili, hanno un loro spessore fatto di determinazione, debolezza, rabbia, vizi, incertezze e un umanità freddina ma tutt’altro che spiacevole.
Il romanzo scorre con incalzante lentezza, calibrata alla perfezione per portare avanti il lettore, appassionandolo al procedere dell’indagine ma senza distrarlo dai movimenti, dai dialoghi e dai sentimenti dei protagonisti. Kimmo Joentaa è una figura piuttosto nuova nel panorama degli sbirri letterari. È un uomo fragile, melanconico, un poliziotto gentile che non alza mai il tono della voce. Il suo carattere riflessivo diventa vincente perché lo salva dal pragmatismo un po’ ottuso dei suoi colleghi permettendogli di vedere e intuire cose che agli altri sono precluse.
La Finlandia è bella e gelida, la sua natura selvaggia è il palcoscenico perfetto per questa storia che va a scavare nel dolore della perdita per trovare l’origine di una violenza alla quale, tuttavia, non dà una giustificazione.
Siccome siamo molto fighi, a un certo punto del romanzo intuiamo chi è l’assassino, ne comprendiamo le motivazioni e nonostante questo Wagner ci porta avanti senza che la nostra curiosità venga meno, perché le cose il furbastro ce le propina con sapiente parsimonia. Le centelliniamo fino in fondo rimanendo comunque mangnetizzati dalla narrazione e assorbiti da una fortissima empatia.

Recensione dal blog Cinemadadenuncia

Lezioni di tenebra

Di Enrico Pandiani, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 359, € 16,00

Parigi, fine giugno, sera. Il volto coperto da un foulard di seta nera, un’assassina dagli occhi troppo azzurri maestra nella tecnica dello Shibari (bondage portato a un eccesso di estetismo), uccide freddamente Martine Delvaux, attuale compagna del commissario Jean-Pierre Mordenti e fotografa del prestigioso studio Art-en-Images. Per il comandante degli italiens non è che l’inizio di un’indagine-labirinto in cui il desiderio di vendetta dovrà fare i conti con gli obblighi ufficiali dell’inchiesta, col seducente affiancamento del bellissimo tenente di polizia Maëlis Deslandes e coi deliri di onnipotenza di un grottesco mecenate torinese. Un viaggio verso la parte scura della sua anima.
Cresce di romanzo in romanzo la statura letteraria di Enrico Pandiani, ideatore della saga de «les italiens», squadra della Crim parigina inzialmente composta da sbirri di origine italiana e integrata all’occorrenza da flic corsi e alsaziani. Se l’eponimo Les italiens metteva in scena in 256 pagine la lotta per la sopravvivenza di un commissario senza nome e le 311 di Troppo piombo assegnavano a Jean-Pierre Mordenti nome, cognome e un’investigazione nell’ambiente del giornalismo, le 359 di Lezioni di tenebra squadernano un’indagine che fa la spola tra sex club dove si pratica il bondage e il mondo dell’arte, offrendo a Mordenti e compagnia sparante una movimentata trasferta torinese. Non si tratta soltanto di crescita quantitativa o di semplice espansione geografica: libro dopo libro, Pandiani si cimenta con trame sempre più intricate e operazioni sempre più rocambolesche senza ripiegare su formule collaudate e schemi rassicuranti, esplorando al contrario territori narrativi contraddistinti dal segno dell’imprevedibilità e del divertimento sfrenato.
Gioca Pandiani, anche quando i toni sembrano farsi più tetri e sinistri. Gioca coi cliché di genere (il protagonista spavaldo e sciupafemmine) per contenerli e ridimensionarli (non è certo fortuito che nel primo capitolo Mordenti venga messo al tappeto e incaprettato da una sconosciuta che gli uccide la donna sotto gli occhi). Gioca con le atmosfere, costantemente attraversate da scariche di ironia e sarcasmo graffiante. Gioca col linguaggio, ora piegandolo verso il tecnicismo fotografico (obiettivi Summilux asferici, banchi ottici Linhof Master Technika) ora sporcandolo col dialetto torinese (la telefonata dell’ispettore Francesco Cat Berro): sempre padroneggiandolo con la sicurezza di uno scrittore di razza. Gioca con la narrazione, autentico pretesto per parlare di ciò che conosce e ama: Parigi in tutte le sue suggestive proiezioni, le armi inconsuete e terribili, la musica (il Couperin delle Leçons ovviamente, ma anche l’immancabile Georges Brassens, i Led Zeppelin, i Jefferson Airplane e molto altro ancora).
Lezioni di tenebra non è soltanto il libro più bello e maturo che Pandiani abbia scritto finora, ma anche il più estremo: più di cinquanta personaggi, teatro dell’azione fortemente dilatato (da Parigi a Torino passando per Le Kremlin-Bicêtre e Troyes), indagini parallele (i Brocs che stanno dietro al famigerato falsario Calogero Vastedda), pratiche erotiche ad alto coefficiente di raffinatezza e sadismo (lo Shibari praticato dalla “dea della perdizione” Madame Satin) e, dulcis in fundo, il delirante progetto di un furto indicibile, tassello conclusivo di una collezione concepita da un individuo in preda alla megalomania e al delirio di onnipotenza (vi ricorda qualcuno?). Ma, soprattutto, il terzo capitolo della saga degli «italiani del cazzo» (denominazione alternativa del gruppo di Mordenti e soci all’interno della Brigata Criminale) è quello in cui il gusto (il piacere e la necessità) dello scrivere sovrasta ogni altra cosa, mettendo in secondo piano la logica dell’intreccio e la linea retta dell’indagine poliziesca.
Lezioni di tenebra, infine, è il Jackie Brown di Pandiani: se i romanzi precedenti mettevano i personaggi sbozzati al servizio dell’intrigo poliziesco e alla descrizione della violenza dilagante, ora il rapporto di forza si ribalta. La narrazione in prima persona di Mordenti non è più il dazio narrativo da pagare alla tradizione del genere, ma diventa voce vera e propria, testimonianza in presa diretta che non rifugge da ammissioni di fragilità (“Ho lasciato la buoncostume per questa mia incapacità di reagire al dolore della gente inerme”), lampi di consapevolezza (“La sera in cui Martine era morta, avevo intrapreso un viaggio verso un’oscurità popolata di ombre incerte”) e sentori di abbrutimento (“Avevo l’impressione che la parte scura della mia anima mi ammorbasse, come se tutta questa tensione stesse cercando di trasformarmi lentamente in una persona peggiore”). Finalmente Mordenti si smarca dal cliché di flic scanzonato e si tramuta in personaggio con luci e ombre. O meglio, come direbbe lui, in “un commissario della polizia francese in missione per conto del mio paese”.

venerdì, 4 febbraio 2011
http://cinemadadenuncia.splinder.com/post/23987842/lezioni-di-tenebra

 

I luoghi de les italiens: Picpus

I monaci, la Rivoluzione e Victor Hugo. Una storia di pulci.

Nel 1941, per la fortunata serie del commissario Maigret, Georges Simenon scrisse il romanzo Signé Picpus, dal quale sono stati tratti due film, Picpus, di Richard Pottier nel 1942 e Signé Picpus di Jacques Fansten nel 2003. Volendo, dunque, cominciare con un po’ di pedanteria, Picpus è il 46esimo quartiere amministrativo di Parigi. Nella classifica dei nomi strani, tuttavia, lo ritengo il primo. Lo trovate nel XII arrondissement; il nome gli viene dall’omonima rue che già nel XVI secolo era calpestata da un mucchio di bifolchi. Sempre per amore di precisione, confina a sud con il quartiere di Bercy, a nord con quello della Charonne, a ovest con il Quinze-Vingts (secondo in classifica per nome strano) e a est con il quartiere di Bel-Air.
I quartieri di Picpus e Bel-Air appartenevano originariamente al comune di Saint-Mondé. Quando nel 1844 furono edificate le fortificazioni di Parigi vennero a trovarsi all’interno della cinta muraria della città, alla quale furono annesse nel 1860 quando le mura divennero il confine ufficiale parigino.
In origine, al tempo della sua appartenenza ai comuni di Bercy e Saint-Mandé, la rue de Picpus era un antico cammino in terra battuta che attorno al XVI secolo attraversava il luogo detto di Piquepusse. All’epoca vi si installarono alcune comunità religiose, i preti non mancano mai, e la zona vide nel contempo un certo sviluppo demografico. La storia del convento du Petit Picpus, tuttavia, è piuttosto particolare, poiché si tratta di un convento immaginario che appariva nei Miserabili di Victor Hugo. In fuga dal perfido Javert, infatti, Jean Valjean e l’amata Cosette si rifugiano nel convento inventato da Hugo, sotto la protezione di monsieur Fauchelevent, un carrettiere al quale Valjean aveva precedentemente salvato la vita.
L’origine del nome Picpus è incerta, se ne sono dette di tutti i colori. Secondo un certo monsieur Jacques Hillairet, al quale evidentemente piaceva levarsi facilmente d’impiccio, quest’origine è «imprecisabile». Le etimologie proposte nel corso del tempo sono generalmente piuttosto fantasiose: la guarigione miracolosa da parte di un monaco di un’epidemia le cui lesione cutanee somigliavano a punture di pulci, o ancora il coleur pouce del mantello dei monaci del quartiere.
Un erudito del XVIII secolo che aveva del tempo da perdere, nel suo volume Bibliothèque des sciences et des beaux arts, assolutamente da non perdere, propone un’etimologia più elaborata partendo dalle parole celtiche pud o pod che designavano una montagna, un poggio aguzzo, una collina; da lì a Pique Puce il passo è breve. Puce, lo sanno anche i sassi, è un’alterazione di pud o pod.
Comunque, è in questo quartiere che si conclude la parte parigina di Lezioni di tenebra. Il commissario Mordenti e il tenente Maëlis Deslandes, la sua formosa collega, vi arrivano sulle tracce di un misterioso falsario. Ce ne leggiamo un pezzettino, poi parliamo del cimitero che è piuttosto interessante.

Passando accanto al cimitero, dove secondo Hugo si troverebbe il convento nel quale si nascondeva Jean Valjean, la linea di superficie della metropolitana tagliava in due il boulevard de Picpus. Percorrendo buona parte del lungo viale siamo giunti all’altezza della fermata Bel-Air, di fronte alla quale si trovava il numero 11.
Intorno al 1575, il boulevard non era che una larga striscia di fango che attraversava un territorio miserabile e spoglio. Quel ridicolo nome lo fanno risalire a un’epidemia scoppiata nella periferia di Parigi e manifestatasi con foruncoli simili a punture d’insetto. Leggenda vuole che la piaga venisse miracolosamente sgominata da un religioso fermatosi nel villaggio che da questo episodio prese il nome di Picque-Puce.
Rogliatti si è fermato dalla parte opposta della strada accanto al muro della stazione di superficie decorato con vecchi mattoni in paramano. l cancello spalancato di metallo grigio mostrava l’imbocco di una stradina di cemento. Scendeva leggermente verso il basso costeggiando un alto muro di cinta dietro al quale crescevano piante d’alto fusto.
Un paio di treni hanno sferragliato sopra le nostre teste, uno partiva, l’altro arrivava. Tolto Rogliatti, che prendeva tutto per routine, in auto c’era parecchia tensione.
Maëlis mi ha guardato. Qualche gocciolina di sudore le imperlava il labbro superiore. Nonostante i finestrini abbassati, in auto faceva caldo.
Ho battuto sulla spalla di Rogliatti. «Forza, bello» ho detto, «infilati in quel portone altrimenti qui ci facciamo la sauna.»
Siamo scesi a passo d’uomo per quella specie di viottolo curvo, stretti tra il muro del giardino e il retro delle case che affacciavano sul boulevard. La nostra corsa è finita davanti a una lunga fila di box dalle porte arrugginite che sbarravano un ampio spiazzo di terra battuta coperto di erbacce.
Oltre il tetto piatto dei garage, al di là dei grandi alberi, si scorgevano gli ultimi piani dei palazzi lungo il viale. A sinistra un edificio di pietra piuttosto male in arnese si ergeva addossato al muro di cinta, un magazzino o un laboratorio la cui antica bellezza era sfiorita col passare del tempo. Le finestre erano chiuse da persiane scrostate. Anche la porta d’ingresso, che si trovava su un’ampia terrazza di cemento armato, era sprangata. Vi si accedeva salendo una scala di metallo arrugginito e legno dall’aria traballante.
Su un balcone del secondo piano una signora stava stendendo la biancheria. Si è interrotta per darci un’occhiata distratta poi ha ripreso il suo lento lavoro. Sul piazzale di terra battuta il sole creava un grande riquadro incandescente che faceva scaturire un riflesso verdastro dalla vegetazione circostante. La luce era accecante.
Maëlis e Rogliatti sono rimasti accanto alla macchina. Saliti gli scalini, ho attraversato il terrazzo e mi sono avvicinato alla porta fermandomi davanti ai due battenti di legno scuro e consunto. Per terra c’erano diversi mozziconi di sigaretta, qualcuno recente, altri più vecchi ingialliti dalla pioggia.
Una targhetta e un cartoncino, entrambi parecchio frusti, erano attaccati sulla porta. Sul biglietto spiccava il logotipo Bdm accompagnato dal capitello jonico stilizzato, lo stesso che c’era sulla busta di quei ritagli di lino. La targhetta, in spesso cartoncino bristol color crema, portava le lettere sbiadite C. e V. scritte con un grosso pennarello marrone e una certa perizia calligrafica.
Senza dubbio il nostro amico Vastedda del quale non sembrava però esserci l’ombra.
Ho provato a spingere ma il battente era sprangato come la mente di uno che passa le giornate a parlare di football.
«Che succede?» ha chiesto Deslandes ad alta voce.
«Vastedda viveva qui» ho detto, «ma tanto per cambiare, direi che siamo in ritardo.»
(Lezioni di Tenebra, edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse, febbraio 2011)

Stretto tra la rue de Picpus e l’omonimo boulevard si trova il cimetière de Picpus, il solo cimitero privato della città di Parigi. È stato creato nel giugno del 1794 su un terreno già di proprietà del convento delle Chanoinesses de Saint’Augustin, che ne erano state cacciate due anni prima durante la prima fase della Rivoluzione francese, quando i religiosi li prendevano a calci e anche peggio. All’ingresso si trova la cappella detta Notre-Dame-de-la -Paix de Picpus.
Il cimitero è situato a quattro passi da place de la Nation, allora ribattezzata piazza del Trono Rovesciato, dove fu eretta la ghigliottina durante il periodo del Terrore. L’aggeggio infernale lavorava a tempo pieno, tant’è che tra il 13 giugno e il 28 luglio 1794, 55 persone al giorno vi furono decapitate. Ai bordi del giardino fu scavata una fossa comune nella quale furono gettati i corpi decapitati di nobili, suore, mercanti, soldati, operai e albergatori, tutti assieme senza fare antipatiche discriminazioni. Piena la prima, ne fu scavata una seconda. Lo scavo di una terza fossa destinata ad accogliere altra gente condannata del terrore fu scoperto nel 1929, ma nessun cadavere vi fu rinvenuto. I nomi di più di 1300 persone che vi furono seppellite sono scritti sui muri della cappella. Per puro piacere di statistica, tra i 1.109 uomini figurano: 108 nobili, 108 ecclesiastici, 136 monaci, 178 militari e 579 popolani. Tra le 197 donne: 51 nobili, 23 suore e 123 popolane. Tra le donne, le sedici carmelitane del convento di Compiègne, di età tra i 29 e i 78 anni, condannate per macchinazioni contro la Repubblica furono condotte insieme all’esecuzione, che affrontarono serenamente cantando inni religiosi, ballando e, visto che le stava facendo accoppare, glorificando a gran voce il buon dio. Come magra consolazione, furono beatificate nel 1906.
La mattanza ebbe fine quando Robespierre stesso perdette definitivamente la testa. Fosse e giardino furono allora circondate da un muro.
Nel 1797, il giardino fu venduto in segreto alla principessa Amélie de Salm de Hohenzollern-Sigmaringen, sorella di una delle vittime che vi erano sepolte. Poi, nel 1803, un certo numero di famiglie imparentate con alcuni dei giustiziati comperarono il resto del terreno al fine di stabilirvi un secondo cimitero presso le due fosse comuni. Molte di queste famiglie nobili utilizzano ancora il cimitero come luogo di inumazione. Alcune epigrafi sono state poste in memoria di membri di queste famiglie che furono deportati e morirono nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale.
Marie-Joseph Paul Yves Roch Gilbert du Motier, Marchese de La Fayette, morto nel suo letto, riposa nel cimitero di Picpus, una bandiera americana sventola sopra alla sua tomba. Ogni 4 luglio, l’ambasciata degli Stati Uniti d’America manda qualcuno dei suoi a mettersi sull’attenti, fare il saluto militare, fischiettare l’inno e tutte quelle cose che si fanno quando sotto terra ci sta un eroe. La Fayette è sepolto a fianco di sua moglie; una delle quattro sorelle, la madre Henriette d’Aguesseau e la sua nonna paterna, Catherine de Cossé-Brissac figurano tra coloro che furono decapitati e gettati nelle fosse comuni.
L’entrata del cimitero è situata al n. 35 rue de Picpus. Nella cappella molto semplice, tenuta dalle suore del Sacro Cuore, si può vedere una piccola scultura di Notre Dame de la Paix del XV secolo, che ha la reputazione di aver guarito, tra gli altri, Luigi XIV da una grave malattia.
Picpus è quindi un luogo di meditazione e di perdono per gli eccessi degli uomini sviati dalle ideologie materialiste e, con la partecipazione della Congregazione delle Suore, un legame d’amore tra gli uomini, di speranza nel futuro e compagnia bella. A parte tutto, è un luogo emozionante dove, se avrete voglia di farci un salto, sentirete aleggiare la storia.
Metro: Nation, Picpus, Bel-Air e Daumesnil.

I luoghi de les italiens: la Tour Saint-Jacques

Una torre d’avorio nel cuore di Parigi

La Tour Saint-Jacques è una torre in stile niente popò di meno che gotico fiammeggiante. In Lezioni di tenebra Jean-Pierre Mordenti ci passa solamente di fianco, non è che una visione, un piccolo punto cardinale in un mare di parole. Però è un gran bell’oggetto e quindi vale la pena che ve la racconti. Tra l’altro è un sopravvissuto alla Rivoluzione Francese alla quale è scampata solo grazie alla sua mirabolante bellezza. Se ne sta lì, piantata in un giardino del IV arrondissement di Parigi, alta e sottile come un raffinato oggetto d’avorio scolpito da uno scultore stravagante. Risplende candida alla luce del sole ergendosi tra le piante a pochi passi dal Theatre du Châtelet come un tempio strano e un poco misterioso. Vi si può salire in cima e la vista di Parigi dall’alto delle sue mura è mozzafiato.
La torre, opera di Jean de Félin, è caratterizzata da strette bifore che si alternano a nicchie, sormontate da guglie e pinnacoli, entro le quali numerose statue guardano con antica pazienza lo scorrere dell’eternità. Sulla sommità della torre svetta una statua di San Giacomo Maggiore, opera dello scultore Paul Chenillon, che rimpiazza quella fulminata da Robespierre, Desmoulins e compagni durante la Rivoluzione.
Adesso vi annoierò con un po’ di storia, ma prima ci spariamo un brano da Lezioni di Tenebra.

Uscendo dalla Grande Bôite siamo stati avvolti dalla luce del sole che ci ha accompagnati come un’onda luminosa alla mia auto. Senza volerlo mi sono trovato ad aprirle la portiera.
«Non c’è alcun bisogno di queste gentilezze» ha detto con un sorriso, «la prego di trattarmi come farebbe con qualsiasi altro collega.»
Mi sono accomodato al volante, ho allacciato la cintura e siamo partiti. Ho infilato il boulevard du Palais e abbiamo traversato il fiume sul Pont au Change. Il boulevard de Sébastopol era intasato quindi siamo avanzati lentamente. Nessuno dei due ha aperto bocca fino all’altezza della Tour Saint-Jacques.
«Io non le piaccio» ha detto finalmente.
Mi ha scrutato talmente a fondo che deve aver visto anche il colore delle mie mutande. Quantomeno la tensione si è allentata.
«Senta» ho detto, «sono mortificato per le mie parole, non intendevo offenderla. E non potevo immaginare che mi avrebbe sentito.»
«Mettiamo le cose in chiaro» ha detto guardando fuori dal finestrino. «Neppure io vado pazza per lavorare con persone che non conosco, soprattutto su un caso che sarebbe di competenza mia e del mio commissariato. Il fatto è che ho avuto degli ordini e non sta a me decidere cosa sia o non sia meglio fare.»
Ho assentito brevemente. Non c’era proprio niente da dire, aveva ragione da vendere.
«Cos’è che non le piace di me, commissario?» ha chiesto brusca. «La maniera in cui mi vesto? Come mi pettino? O piuttosto il mio tenore di vita?»
«Non c’è nulla in lei che non mi piaccia» ho brontolato, «è senza dubbio la sventola più sconvolgente che abbia mai messo piede nella mia auto. Vorrei solo lavorare con la mia squadra come faccio abitualmente, tutto qui. Ma del resto anch’io ho avuto degli ordini e quindi vedrò di farmeli andar bene. Sono un uomo dalle mille risorse.»
Silenzio. Altra tensione. Abbiamo superato rue de Rivoli e tirato dritto verso il Polo Nord.
(Lezioni di tenebra, un romanzo de les italiens, Instar Libri 2011)

La Tour, non è nient’altro che l’edificio campanario, e unica testimonianza rimasta, della chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie, consacrata a San Giacomo Maggiore. Il santuario possedeva una reliquia di San Giacomo, assolutamente autentica, ve lo garantisco, e fu meta di pellegrinaggio, come testimonia la Guida del pellegrino, che tuttavia non menziona la città.
Secondo la Chronique de Turpin la chiesa fu fondata da Carlo Magno e questo fatto le ha valso nel 1998, insieme ad altre 70 località della Francia, l’iscrizione al patrimonio mondiale dell’UNESCO al titolo dei Camini di Santiago de Compostela.
Nel 1648 il matematico e fisico francese Blaise Pascal vi condusse esperimenti sulla pressione atmosferica e sulla densità dell’aria: per commemorarli il vecchio Blaise è stato posto in effigie a fare da guardia alla base della torre, Nel 1891 vi fu pure installato un laboratorio meteorologico nel quale non risulta però che Pascal si sia mai fatto vedere, un po’ per la marmorea rigidità delle sue membra e in parte per il compito di sorveglianza che la sua statua pare abbia preso piuttosto seriamente.
La chiesa fu demolita nel 1793, nel corso della Rivoluzione Francese, mentre il campanile fu conservato, in quanto anche quel manipolo di esaltati che ha cambiato l’Europa facendo perdere la testa a un mucchio di gente lo ha giudicato di notevole valore architettonico. Una certa sfiga ha comunque perseguitato la Tour Saint-Jacques che, pur essendo scampata alla distruzione, subì due incendi, nel 1819 e nel 1823, che le arrecarono ingenti danni.
Il campanile, acquistato da alcuni fabbricanti di palline di piombo (evidentemente è un lavoro che rende), venne restaurato dagli architetti Ballu e Boguet e le statue che erano andate distrutte furono sostituite grazie all’intervento degli scultori Cavelier, Dantan, Protet, Cordier e Froget. Nel 1856 l’edificio venne posto su un basamento rialzato in modo da ripristinare la sua altezza originale, e fu attorniato dagli attuali giardini.

Sotto la Torre è passata addirittura la Regina Vittoria che durante la visita ufficiale nel 1854, già che c’era, ha dato il nome alla vicina via. Classificata come Monumento storico nel 1862, La Tour Saint-Jacques fu riacquistata nel 1883 dal comune di Parigi su richiesta del prefetto Haussmann. La superba bellezza di questo monumento ispirò lo scrittore Alexandre Dumas, che nel 1856 compose il dramma La Tour-Saint-Jacques-la-Boucherie.
Ultimamente, dopo un restauro durato un paio di milioni di anni, il monumento è stato riportato al suo primitivo splendore. Durante gli interminabili lavori è emerso che molte delle decorazioni oggi esistenti non sono frutto dei restauri ottocenteschi, ma risalgono all’epoca tardo-medievale in cui la torre fu costruita. Dal 2009 è nuovamente aperta al pubblico e innumerevoli oh! di meraviglia risuonano nuovamente per le anguste scale. La sua figura longilinea brilla luminosa nelle giornate di sole e risplende di luce nelle notti dello Châtelet. È il destino che l’ha messa lì, nessun conflitto e nessuna rivoluzione sono riusciti ad abbatterla, quindi, credetemi, vale la pena di andarla a vedere.

Le armi de les italiens: Akdal Ghost

La pistola della Mezzaluna

L’Akdal Ghost TR01 è una pistola semi-automatica compatta disegnata e prodotta dalla Ucylidiz Arms (Akdal Arms) in Turchia. Evidentemente la madama turca aveva bisogno di una nuova berta e l’Akdal, senza farselo dire due volte, ha preso una Glock 17 e l’ha scopiazzata quasi spudoratamente. Difatti condivide con la sorella austriaca diverse caratteristiche.
La Ghost TR01 è stata progettata per supplire al bisogno di una pistola per il personale della sicurezza e per le forze di polizia piuttosto che per un uso militare. Pare, infatti, che i militari turchi preferiscano usare la Yavuz 16, un aggeggio scopiazzato, tanto per cambiare, dalla Beretta, che ha la stessa aria goffa, ha passato incredibilmente le prove di affidabilità, è in servizio presso diversi regimenti, eccetera eccetera.
La TR01 è stata messa sul mercato nel 1990 e non dev’essere proprio così male se ancora oggi stanno li a costruirla.

Seduti ai quattro lati di un tavolo nel confortevole salotto di quella specie di rifugio antiatomico siamo rimasti in silenzio per qualche momento. Ancora non riuscivo a credere di avere Calogero Vastedda davanti a me, anche se non sembrava molto in vena di confidenze.
«Lei non sa nulla, commissario» ha detto con un lieve dolcissimo accento siciliano, «mi ha trovato, è vero, ma questo la lascia esattamente al punto di partenza.»
«So più cose di quanto lei creda» ho detto giocherellando con la Akdal Ghost calibro 9 che avevo trovato sulla libreria. Dopo averla scaricata l’avevo posata sul tavolo in mezzo a noi. «Per cominciare so che lei e Gustave avete deciso di farvi un lavoretto per conto vostro senza dirlo al ai vostri amici. Loro lo hanno saputo e vi ha messo quella donna alle calcagna.»
«Quale donna?» ha domandato fingendo curiosità.
Il posto offriva ogni tipo di confort: libri, liquori, una grande televisione, una cucina perfettamente attrezzata e una camera da letto nella quale mi sarei chiuso volentieri con la mia collega per una mezz’oretta di relax.
«Andiamo, Calogero, lei ha paura» ho detto sventolandgli sotto al naso l’automatica turca, «e questa pistola me lo conferma. So che la conosce bene, se la lasciassi girare per Torino le farebbe la pelle senza batter ciglio. Per sua fortuna l’abbiamo trovata prima noi.»
Ha fatto spallucce fissandomi con un sorriso. Aveva fascino da vendere l’amico, era uno di quegli uomini che rimangono belli fino alla tomba. «Guardi, io non ho proprio nulla da dire, né a lei né ai suoi colleghi italiani. Non sono nemmeno sicuro che abbiate in mano qualcosa per trattenermi più a lungo delle formalità del caso, quindi la prego di non insistere.»
In cambio di un sopportabile ronzio, il generatore elettrico nascosto sotto il laboratorio della villa garantiva luce e aria pulita. Probabilmente il gasolio non sarebbe durato in eterno, ma i bisogni di Vastedda erano pochi e l’amico sembrava piuttosto fatalista.
(Da
Lezioni di tenebra, terza inchiesta de les italiens, edito da Instar Libri nella collana FuoriClasse. Febbraio 2011)

Chi ha disegnato la Akdal Ghost si è premurato di renderla qualitativamente ergonomica dotandola di un’impugnatura confortevole e ben bilanciata e di un sacco di altre caratteristiche che si è trovato belle pronte sui blueprint della Glock. L’arma utilizza un meccanismo a corto rinculo di canna tale e quale la Glock 17, basato sul sistema Browning, nel quale la canna si innesta sulla slitta tramite una singola aletta che entra nella finestra di espulsione. La pistola utilizza un percussore pre-armato che diminuisce il carico di lavoro sul grilletto. In soldoni, per sparare un colpo non c’è bisogno di essere l’incredibile Hulk ma basta sfiorare il grilletto con una leggera presione. Una roba tipo del genere. Non so a che diavolo serva se non ad aumentare le probabilità di spararsi da soli.
La Akdal Ghost è dotata di una serie di sistemi di sicurezza che servono appunto a prevenire spari accidentali o scaricamento indesiderato dell’arma. Questi includono una sicurezza sul grilletto, una sullo spillo del percussore, un indicatore di cane armato, uno di pallottola in canna, eccetera eccetera. Il caricatore bifilare contiene quindici pallottole calibro 9×19. Le tacche di mira sono fisse ma una rotaia Picatinny può essere sistemata davanti al ponticello del grilletto per montre un mirino laser.
Il fusto dell’arma è in polimeri mentre la canna, d’acciaio, ha sei rigature destrorse.
Siccome quasi ogni dettaglio interno e parecchio somigliante a quelli della Glock, nell’interesse della scienza o della stupidità, uno potrebbe essere portato a credere che i vari componenti, che so, la canna per esempio, siano intercambiabili. Ovviamente non è così. Ma asciugate le lacrime e consolatevi, l’Akdal vi costerà sicuramente meno.