Farneticazioni de les italiens

«Le armi sono solo strumenti, non hanno potere intrinseco, non hanno proprietà metafisiche. Sono fatte d’acciaio e legno, costruite per svolgere una funzione. Un’arma non ti da più appoggio morale di quanto te ne possa dare un cacciavite. Saperle usare vuol dire saperne fare a meno».

Questo dice fra sé il commissario Mordenti in un momento di grande tensione dell’ultimo romanzo de les italens, Pessime scuse per un massacro. Quello che succederà subito dopo dipenderà molto da questa massima e dal saperla o non saperla rispettare.
Un’arma non è che un oggetto, quando è posata su un tavolo, scarica, può giusto servire per tener ferma una pila di fogli. Non è molto diversa da un fermacarte. Fintanto che non la si prende in mano.
Io scrivo romanzi polizieschi e ne ho letti tanti, sono sempre stati una mia passione. Non penso che un autore possa scrivere storie di gente che vive con la pistola al fianco se almeno una volta non ne ha tenuta in mano una, non ne ha sentito il peso e non ne ha subito il fascino. Non è esattamente come prendere in mano un telefono o il telecomando della televisione. Nulla ti fa l’effetto di una pistola quando la tieni in mano.
E stiamo parlando di un’arma scarica.
A parte l’aver fatto il militare, c’è un solo altro posto dove una persona qualsiasi può usare una pistola vera e capire cosa significa sparare e cosa comporta: il tiro a segno.
Anni fa ne ho comprata una, ho chiesto un permesso d’acquisto e mi sono regalato LA pistola, quella con la “P” maiuscola: una Colt M1911A1 militare calibro .45. È diversa dalle pistole che si vedono oggi nei film, è sottile, elegante, non è fatta di policarbonato ma di acciaio brunito. È stata costruita dalla Colt nel 1934, ha fatto la Seconda guerra mondiale e in seguito e diventata un oggetto da collezione. Penso sia diventato anche un discreto investimento, essendo completamente originale, il suo valore aumenta col tempo.
E questa è la parte da soprammobile.
Volevo sapere cosa si prova a sparare, volevo che le sensazioni che provano i miei personaggi fossero basate su qualcosa di reale, non soltanto su racconti e supposizioni. Quindi, un bel giorno ho preso la mia Colt e sono andato al poligono di tiro. È solo a questo punto che ho capito cosa sia in realtà una pistola e cosa significhi tenerne in mano un’arma piena di proiettili e pronta a colpire. Non è più un soprammobile ma uno strumento micidiale, in grado di sparare sette colpi calibro .45 in meno di tre secondi. Nel momento stesso in cui infili il caricatore pieno nel calcio dell’arma, ti prende la tremarella. Anche se sei solo, chiuso nella tua cabina di tiro senza nessuno davanti, la mano comincia a tremare. Un attimo prima era ferma, avevi tra le dita un semplice pezzo di metallo. Ora hai una pistola carica, sei pericoloso per te stesso e per gli altri, il tuo batticuore ti dice che potresti uccidere qualcuno. Sarebbe sufficiente una distrazione o un’imprudenza premendo il grilletto.
È una sensazione opprimente, che ti rende insicuro, che ti mette addosso un’agitazione che fai fatica a controllare. Il tremito è così forte che con il primo caricatore a malapena riesci a colpire il grosso bersaglio a venticinque metri di distanza. È solo quando finiscono i colpi e il carrello della Colt rimane aperto che puoi tirare un respiro di sollievo, quando hai di nuovo in mano del metallo inerte.
La prima volta che sono andato a sparare mi ci sono voluti diversi caricatori prima di riuscire a controllare in qualche modo il tiro, riuscendo a fare qualche buco nel cerchio interno del bersaglio. Ma anche in seguito, la pistola carica in mano mi ha sempre fatto paura. Così ho capito che non è facile averne sempre una addosso, che la responsabilità è molto pesante.
Penso che arrivare al punto di portare con naturalezza una pistola ogni giorno della tua vita comporti un addestramento ferreo nei confronti di te stesso. Girare armati dimenticandosi di esserlo non credo sia una cosa da tutti e non credo sia un’attitudine facile da gestire. Una pistola ti attrae, ti chiede di essere presa in mano, di essere maneggiata, guardata, toccata. Il suo fascino fosco è come quello di una sirena e, finché non superi questa attrazione, sarà sempre lei a controllare te.
Non è un caso se in paesi come gli Stati Uniti, dove il diritto di portare un’arma è sacrosanto e sancito perfino dalla costituzione, ogni anno quasi 10.000 persone vengono uccise a colpi di arma da fuoco.

Tutto qui, un paio di pensieri che mi sono venuti in mente mentre scrivevo un brano di uno dei miei romanzi. Il rapporto non passivo che i miei personaggi hanno con la violenza, il modo in cui la subiscono, piuttosto che praticarla, è un particolare della loro personalità su cui mi concentro molto.

Recensione dal blog Cinemadadenuncia

Lezioni di tenebra

Di Enrico Pandiani, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 359, € 16,00

Parigi, fine giugno, sera. Il volto coperto da un foulard di seta nera, un’assassina dagli occhi troppo azzurri maestra nella tecnica dello Shibari (bondage portato a un eccesso di estetismo), uccide freddamente Martine Delvaux, attuale compagna del commissario Jean-Pierre Mordenti e fotografa del prestigioso studio Art-en-Images. Per il comandante degli italiens non è che l’inizio di un’indagine-labirinto in cui il desiderio di vendetta dovrà fare i conti con gli obblighi ufficiali dell’inchiesta, col seducente affiancamento del bellissimo tenente di polizia Maëlis Deslandes e coi deliri di onnipotenza di un grottesco mecenate torinese. Un viaggio verso la parte scura della sua anima.
Cresce di romanzo in romanzo la statura letteraria di Enrico Pandiani, ideatore della saga de «les italiens», squadra della Crim parigina inzialmente composta da sbirri di origine italiana e integrata all’occorrenza da flic corsi e alsaziani. Se l’eponimo Les italiens metteva in scena in 256 pagine la lotta per la sopravvivenza di un commissario senza nome e le 311 di Troppo piombo assegnavano a Jean-Pierre Mordenti nome, cognome e un’investigazione nell’ambiente del giornalismo, le 359 di Lezioni di tenebra squadernano un’indagine che fa la spola tra sex club dove si pratica il bondage e il mondo dell’arte, offrendo a Mordenti e compagnia sparante una movimentata trasferta torinese. Non si tratta soltanto di crescita quantitativa o di semplice espansione geografica: libro dopo libro, Pandiani si cimenta con trame sempre più intricate e operazioni sempre più rocambolesche senza ripiegare su formule collaudate e schemi rassicuranti, esplorando al contrario territori narrativi contraddistinti dal segno dell’imprevedibilità e del divertimento sfrenato.
Gioca Pandiani, anche quando i toni sembrano farsi più tetri e sinistri. Gioca coi cliché di genere (il protagonista spavaldo e sciupafemmine) per contenerli e ridimensionarli (non è certo fortuito che nel primo capitolo Mordenti venga messo al tappeto e incaprettato da una sconosciuta che gli uccide la donna sotto gli occhi). Gioca con le atmosfere, costantemente attraversate da scariche di ironia e sarcasmo graffiante. Gioca col linguaggio, ora piegandolo verso il tecnicismo fotografico (obiettivi Summilux asferici, banchi ottici Linhof Master Technika) ora sporcandolo col dialetto torinese (la telefonata dell’ispettore Francesco Cat Berro): sempre padroneggiandolo con la sicurezza di uno scrittore di razza. Gioca con la narrazione, autentico pretesto per parlare di ciò che conosce e ama: Parigi in tutte le sue suggestive proiezioni, le armi inconsuete e terribili, la musica (il Couperin delle Leçons ovviamente, ma anche l’immancabile Georges Brassens, i Led Zeppelin, i Jefferson Airplane e molto altro ancora).
Lezioni di tenebra non è soltanto il libro più bello e maturo che Pandiani abbia scritto finora, ma anche il più estremo: più di cinquanta personaggi, teatro dell’azione fortemente dilatato (da Parigi a Torino passando per Le Kremlin-Bicêtre e Troyes), indagini parallele (i Brocs che stanno dietro al famigerato falsario Calogero Vastedda), pratiche erotiche ad alto coefficiente di raffinatezza e sadismo (lo Shibari praticato dalla “dea della perdizione” Madame Satin) e, dulcis in fundo, il delirante progetto di un furto indicibile, tassello conclusivo di una collezione concepita da un individuo in preda alla megalomania e al delirio di onnipotenza (vi ricorda qualcuno?). Ma, soprattutto, il terzo capitolo della saga degli «italiani del cazzo» (denominazione alternativa del gruppo di Mordenti e soci all’interno della Brigata Criminale) è quello in cui il gusto (il piacere e la necessità) dello scrivere sovrasta ogni altra cosa, mettendo in secondo piano la logica dell’intreccio e la linea retta dell’indagine poliziesca.
Lezioni di tenebra, infine, è il Jackie Brown di Pandiani: se i romanzi precedenti mettevano i personaggi sbozzati al servizio dell’intrigo poliziesco e alla descrizione della violenza dilagante, ora il rapporto di forza si ribalta. La narrazione in prima persona di Mordenti non è più il dazio narrativo da pagare alla tradizione del genere, ma diventa voce vera e propria, testimonianza in presa diretta che non rifugge da ammissioni di fragilità (“Ho lasciato la buoncostume per questa mia incapacità di reagire al dolore della gente inerme”), lampi di consapevolezza (“La sera in cui Martine era morta, avevo intrapreso un viaggio verso un’oscurità popolata di ombre incerte”) e sentori di abbrutimento (“Avevo l’impressione che la parte scura della mia anima mi ammorbasse, come se tutta questa tensione stesse cercando di trasformarmi lentamente in una persona peggiore”). Finalmente Mordenti si smarca dal cliché di flic scanzonato e si tramuta in personaggio con luci e ombre. O meglio, come direbbe lui, in “un commissario della polizia francese in missione per conto del mio paese”.

venerdì, 4 febbraio 2011
http://cinemadadenuncia.splinder.com/post/23987842/lezioni-di-tenebra

 

I poster di Lezioni di Tenebra

Cercavo un’idea per scandire il tempo da qui all’uscita di Lezioni di tenebra, la terza inchiesta del commissario Mordenti e dei suoi italiens.
Mi sono venuti utili gli oggetti ai quali ho cambiato il nome per ingannare l’attesa della pubblicazione, liquori, sigarette, quotidiani e quant’altro.
Ne ho fatto dodici poster-avatar che cambierò sul mio profilo di Facebook, una volta a settimana, da qui al giorno dell’uscita in libreria.
Eccoli qui:

 

Ogni poster è composto da un’immagine e da una citazione tratta dal romanzo. Ho cercato di far si che i testi avessero una qualche attinenza con la trama di Lezioni di tenebra, tipo che le sigarette hanno una citazione di Servandoni che fuma, il profumo parla della bella protagonista e via discorrendo.
Spero che li troviate divertenti e, soprattutto, che vi facciano venire un po’ di acquolina in bocca.

I colleghi de les italiens: la scientifica

Attenti a dove lasciate le vostre impronte…

Se vi fate un giretto lungo la Senna e passate sull’Île de la Cité, non ci metterete molto a ritrovarvi davanti alla sede della polizia scientifica di Parigi sul Quai de l’Horloge. Siamo sul bordo settentrionale dell’isola, tra il pont au Change e il Pont-Neuf. I laboratori della Polizia Scientifica di Parigi (LPSP) si trovano al numero 3, dove un paio di gendarmi vi impediranno gentilmente, ma con fermezza di ficcare il naso.
Il Quai de l’Horloge venne iniziato nel 1580 e, a causa a diverse interruzioni dei lavori, terminato solamente nel 1611. Inizialmente vi si trovavano botteghe per lo più occupate da parrucchieri. Nel 1738, Mr. Turgot, l’allora prevosto (il magistrato responsabile dell’amministrazione della città di Parigi, con autorità diretta sulle potenti corporazioni e ampia autonomia giudiziaria) fece allargare le estremità del quai in seguito alla demolizione delle baracche addossate al Palais de Justice.
Il commissario Mordenti ci viene piuttosto spesso, al 3 di Quai de l’Horloge. Vi lavorano i colleghi della scientifica Saunière e Guibert.

(…) Le due torri medievali della Conciergerie svettavano sopra di me mentre percorrevo a lenti passi il quai de l’Horloge. I loro tetti aguzzi si stagliavano scuri contro un cielo grigio piombo che sembrava promettere una nevicata con i fiocchi. Avevo dormito male e il mio umore era simile a quello di un elettore due mesi dopo la vittoria del suo partito.
Il pomeriggio precedente l’avevo passato in giro per negozi di calzature. Cercavo un paio di stivali simili a quelli chemi aveva descritto Delarche. Li vendevano dappertutto e ce n’erano per tutte le tasche. Una roba da cowboy ma più tozzi, con la punta rinforzata da una placca d’acciaio, che sul corpo di Thérèse era stata devastante. Il cinghietto attraversava il collo del piede ed era fermato da una piccola fibbia che corrispondeva in linea di massima al segno lasciato sul corpo della donna.
L’ufficio di Saunière affacciava sul fiume a pochi passi dal quai des Orfèvres. Non era chic come dall’altra parte dell’isola, ma il posto era tranquillo e poco trafficato. Ho percorso il marciapiede camminando accanto a una fila di furgoni blu della gendarmeria mentre un vento gelido proveniente dal pont Neuf mi schiaffeggiava il viso. Al numero 3 un piantone rintanato nella garitta di vetro verdino mi ha fatto entrare dopo aver dato uno sguardo distratto alla mia tessera tricolore.
François mi dava le spalle quando sono entrato nel laboratorio. Stava appoggiato a un bancone carico di microscopi, centrifughe e altre cianfrusaglie di cui ignoravo la funzione. Ho dato un colpetto di tosse. Sono passati due o tre secondi prima che si voltasse. Secondo me questi scienziati vivono in differita, quello che succede intorno a loro lo ricevono con un impercettibile ritardo. Forse per aiutare la concentrazione. (da Troppo piombo, 2010)

Il Quai de L’Horloge è conosciuto anche con il nomignolo di les Morfondus, gli intirizziti, a causa della sua piena esposizione al vento del Nord che gela e intirizzisce i poveri pedoni che lo percorrono in inverno.
È in questo angolo spesso deserto di Parigi che nel 1985, in seno alla direzione centrale della polizia giudiziaria, venne istituita la sotto-direzione di polizia tecnica e scientifica. Lo scopo era quello di raggruppare all’interno di un’unica entità ben definita i differenti servizi di supporto all’esecuzione delle indagini di polizia.
La sotto-direzione di polizia tecnica e scientifica partecipa attivamente alla ricerca e all’identificazione degli autori di ogni tipo di crimine. Dà inoltre un grosso apporto in campi d’azione quali le ricerche criminali, i casi di identità giudiziaria, il lavoro d’analisi nei laboratori della polizia scientifica e fornisce il materiale informatico. Assicura anche, nei campi specializzati, la formazione iniziale e continua del personale della polizia nazionale.
Collabora infine ad azioni di cooperazione internazionale nel quadro dell’Interpol e dell’Unione Europea, collaborando alla lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato.
La polizia scientifica è composta da cinque servizi:
• la divisione di logistica operativa
• la divisione di studi, collegamento e formazione
• il servizio centrale d’identita giudiziaria
• il servizio centrale di documentazione criminale
• il servizio informatico e di tracciatura tecnologica
L’istituto nazionale di polizia scientifica comprende inoltre il servizio dei laboratori nei quali è centralizzata la documentazione scientifica, gestisce il budget e coordina l’attività dei cinque laboratori di polizia scientifica e del laboratorio di tossicologia della Prefettura di polizia.
I laboratori della scientifica sono divisi nelle seguenti sezioni:
Balistica, studio delle armi, delle munizioni e delle traiettorie
Biologia, analisi di sangue, sperma, capelli, impronte genetiche.
Documenti e tracce, analisi di documenti falsi e calligrafia
• Incendi e esplosioni, studio di esplosivi e liquidi infiammabili
Fisica e chimica, studio di pitture, residui di sparo, vetri e terre
Stupefacenti, analisi di sostanze chimiche (campioni sequestrati, droga, ecc.)
• Tossicologia, ricerca di tracce tossicologiche da campioni biologici.

Alcuni di questi servizi hanno particolarità piuttosto interessanti. Ci sto lavorando su e pubblicherò in seguito alcuni approfondimenti mirati.

“Cinema da Denuncia” per Troppo piombo

Troppo piombo

Recensione di Alessandro Baratti
cinemadadenuncia.splinder.com

Enrico Pandiani, Troppo piombo, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 311, € 14,50

Parigi, 15 dicembre. Rimpiazzati i caduti dell’operazione Chamberat con due acquisti di collaudata affidabilità, la squadra degli italiens si mobilita per un nuovo caso: Thérèse Garcia, caposervizio della cronaca cittadina al quotidiano Paris24h, è stata uccisa nel suo appartamento da qualcuno che l’ha massacrata freddamente per mezz’ora e poi le ha spezzato il collo, lasciando accanto al corpo undici paia di scarpe perfettamente allineate. Capitanati dal commissario Jean-Pierre Mordenti, les italiens si lanciano in un’indagine che li porterà a carambolare tra la redazione del giornale, piccoli trafficanti d’armi che bazzicano il Forum des Halles e relitti industriali della banlieue nord. Mentre il conto dei cadaveri aumenta e il Natale si avvicina, il commissario entra in intimità con Nadège Blanc, redattrice in cronaca cittadina che si occupa di moda. Su tutto una misteriosa sigla che spunta con sospetta insistenza: PPLB.

Avevamo lasciato il commissario senza nome degli Italiens seduto al tavolino di un bistrot, intento a sorseggiare Sancerre e seguire con lo sguardo la bellissima Moët Chamberat che usciva dalla sua vita. Lo ritroviamo nell’appartamento di una donna cui è stato spezzato il collo al termine di un pestaggio di rara ferocia. Ma è solo più tardi, presentandosi alla magnetica e felina Nadège Blanc, che il commissario rivela la propria identità: Jean-Pierre Mordenti, nome che evoca almeno altri due J-P: Belmondo, attore incrociato di sfuggita all’entrata della Brasserie Lipp, e Melville, nume tutelare del genere cinematografico polar (il poliziesco-noir alla francese). Spigliatezza di origine italiana e concretezza di sapore alsaziano (non a caso Jean-Pierre e Nadège vanno da Lipp a mangiare la choucroute) sono gli ingredienti che si mescolano alla perfezione nel personaggio di Mordenti, commissario al comando degli italiens “o, più amichevolmente, quelle teste di cazzo degli italiani” (p.14).

Stavolta il sardonico flic deve vedersela con un assassino che sceglie le sue vittime all’interno della redazione del quotidiano Paris24h, giornale fittizio che riecheggia il settimanale Le Nouvel Observateur. Maledettamente imbrogliata, l’indagine gira inizialmente a vuoto inciampando nella diffidente reticenza dell’ambiente giornalistico, finché non salta fuori l’invito a un défilé di moda organizzato il primo ottobre dell’anno precedente da uno stilista magrebino per celebrare la rivolta nella banlieue. Spazio dell’evento: ex Officine Felissi a Saint-Denis. I fatti accaduti in questo luogo un anno prima sembrano collegarsi ai delitti del Paris24h, costituendone il remoto movente. Da questo momento in poi i segni, gli indizi e le tracce si compattano rapidamente rimandando alla figura di Gaspar Wendling, giornalista del Parisien ucciso cinque mesi prima a Clichy. Tra lui, alcune dirigenti del Paris24h, la sfilata nella banlieue e la catena di omicidi in corso la verità inizia a venire a galla.

Alla seconda prova da romanziere, il cinquantatrenne grafico editoriale torinese Enrico Pandiani alza decisamente il tiro, concependo un intrigo poliziesco molto più elaborato e complesso di quello dispiegato nel libro d’esordio. La complicazione dell’intreccio va di pari passo con l’accrescimento delle dimensioni (311 pagine anziché 256), la proliferazione dei personaggi (più di trenta) e la moltiplicazione dei microcosmi che entrano in rotta di collisione (la polizia, la redazione del Paris24h, la banlieue). Ma lungi dallo scadere nella maniera o nel virtuosismo compiaciuto, Pandiani comunica alla narrazione una vitalità tremendamente contagiosa, tornendo ogni psicologia, intagliando ogni particolare, cesellando ogni dettaglio. Alleggerito da un’ironia che non indietreggia di fronte alle situazioni più estreme e ancorato al territorio parigino con la precisione di una Street View a 360°, Troppo piombo sferra attacchi di puro terrore e descrive attentamente procedure scientifiche, ingaggia dialoghi sferzanti e distilla pause riflessive, intavola interrogatori asfissianti e sciorina azioni adrenaliniche. Senza mai perdere un grammo di incisività o sensualità, come testimoniano le incandescenti pagine dedicate agli omerici amplessi di Jean-Pierre e Nadège.

Fotografie, libri, cibo, armi, musica, film: non c’è un solo elemento che entri nel libro come inerte riempitivo. La scrittura di Pandiani carica qualsiasi oggetto chiamato in causa di valori sensoriali e funzionali: le polaroid à la Hockney non solo colgono l’essenza del soggetto ritratto ma servono all’assassino per documentare il suo progetto punitivo, i volumi letti dai personaggi (Lo straniero, La chambre bleue…) non soltanto armonizzano col carattere di chi li sfoglia ma entrano in risonanza coi risvolti umani dell’indagine, le choucroutes di Lipp e i celestiali gelati di Berthillon non si limitano ad appagare il palato dei personaggi ma stringono un patto sentimentale tra loro. Condivisione.

Eppure l’aspetto più suggestivo di Troppo piombo è un altro: spesso il commissario si distacca dai singoli fatti per costruire un quadro d’insieme. Leggendo le sue riflessioni si percepisce una scossa tellurica, il rovello dello scrittore sulle infinite potenzialità dell’intreccio. Quando Mordenti si interroga sui possibili sviluppi dell’indagine, è Pandiani che parla dell’elaborazione del romanzo stesso. In questi vertiginosi punti di fuga, io dell’autore e io del personaggio si fondono indissolubilmente, entrambi alla ricerca di una verità tanto sfuggente quanto impellente: “In quel momento mi sentivo uno di quegli imbecilli che non l’hanno proprio vista mai. Ma non puoi smettere di cercarla perché la vita a volte te lo impone. Ti ci senti invischiato e prendi a girare su te stesso, annaspando nelle congetture e inciampando nei dubbi” (p.82).
Dubbi sui quali, da lettore, è sublime incespicare.

I posti de les italiens: Saint-Germain

L’ombellico di Parigi

Il boulevard Saint-Germain, sulla rive gauche, è uno dei grandi boulevards, e forse il più famoso di Parigi. Una lunga arteria pulsante che si snoda per circa tre chilometri, spalmando i suoi trenta metri di larghezza dal Pont de Sully al Pont de la Concorde.
Saint-Germain inizia dal quai Saint-Bernard sulla Senna, di fronte all’île Saint-Loui nel V arrondissement. Seguendo obliquamente il fiume per qualche centinaio di metri sotto la montagne Sainte-Geneviève, attraversa il VI arrondissement per poi ritornare sulla Senna all’altezza del quai d’Orsay, nel VII arrondissement.
Il boulevard attraversa parecchi quartieri. È la strada principale del Quartiere latino, attraversa il quartiere di Saint-Germain-des-Prés, da cui prende il nome e taglia il faubourg Saint-Germain con i suoi palazzi eleganti descritti da Proust nella Recherche.
È proprio all’angolo di rue Bonaparte che  incontra l’abbazia di Saint-Germain-des-Prés, così chiamata per distinguerla da Saint-Germain-l’Auxerrois che si trova accanto al Palazzo delle Tuileries

Siamo usciti sul boulevard Saint-Germain e abbiamo attraversato rue de Rennes dove c’è quella scultura che sembra il buco dal quale è uscita la talpa gigante.
Il sole era molto caldo. Ho comprato due paia di occhiali neri in un negozietto. Li abbiamo indossati.
Mademoiselle de Rothschild e il suo personal flic.
Si stava bene scendendo lentamente verso Saint-Michel. Mancava parecchio tempo all’ora dell’appuntamento con Servandoni, così ho deciso di passare dall’Île Saint-Louis. Da quelle parti abbondavano i turisti e nessuno avrebbe fatto caso a noi. A Parigi la madama è discreta, ma ha mille occhi. Siamo passati dalla parte in ombra della strada.
Faceva più fresco. Si stava anche meglio.
(…)
Camminare era piacevole, Moët mi indicava le cose veramente importanti del boulevard. Al 143 l’Hôtel Madison dove Malraux passò l’inverno del ’37. Al 166 la Rhumerie, bar spesso frequentato da Antonin Artaud. E al 3 di cour de Rohan, giusto lì dietro, il pezzo forte, l’appartamento che Balthus affittava da George Bataille.
«Ci pensi» ha detto, «lui abitava lì…»
Siamo arrivati al pont de la Tournelle senza che nessuno ci inseguisse. O ci sparasse.

Les italiens, Instar Libri (2009), pagg. 108-109

Attorno a Saint-Germain-des-Pres si trovano alcuni dei locali più famosi di Parigi, il cosiddetto Triangolo d’Oro. Ai tre angoli della strada potete vedere il caffè Les Deux Magots, la Bresserie Lipp, celebre per essere frequentata da personalità politiche e dello spettacolo, e il Café de Flore, uno dei più famosi caffè letterari, dove si incontrano i vincitori del Goncourt, poeti di tutte le generazioni, e per il quale sono passati ideologi della rivoluzione russa e di quella cinese, nonché molte tra le maggiori personalità letterarie francesi. .

Entrando da Lipp sono andato a sbattere contro Jean-Paul Belmondo. Stava uscendo in compagnia di una bionda un po’ attempata. Ha urtato la pistola che avevo sotto la giacca e si è tirato indietro sorpreso. Anche così, tutto scassato e con il bastone, era sempre il vecchio Bébel.
Mentre si allontanava ha alzato le mani e mi ha fatto il suo famoso sorriso con gli occhi obliqui. Poi ha finto di spararmi con la punta delle dita.
«Lo conosci?» mi ha chiesto Nadège.
«Andavamo a scuola insieme» ho detto.
Si è messa a ridere. «Ma smettila, ha trent’anni più di te.»
«Studiava poco» ho detto.
Mi ha preso sottobraccio ridendo e, stringendomisi contro, mi ha spinto attraverso la porta girevole.

Troppo piombo, insatar Libri (2010), pagg. 68-69

Il boulevard Saint-Germain fa parte dei progetti voluti personalmente dal barone Haussmann durante i grandi lavori di trasformazione di Parigi nella seconda metà del XIX secolo. Nel suo studio per la ristrutturazione della viabilità parigina, il boulevard completava sulla rive gauche i tracciati dei grands boulevards che si trovano nella rive droite, e serviva i quartieri centrali sulla riva sinistra nel percorso est-ovest.
L’apertura del boulevard Saint-Germain comportò la demolizione di molte delle antiche residenze del faubourg Saint-Germain e la modifica degli assetti viari preesistenti. Il suo tracciato assorbì la parte orientale della rue Saint-Dominique, mentre i numeri dispari tra rue de Rennes e rue des Saints-Pères corrispondono a un lato dell’antica rue Taranne (oggi scomparsa).
Sul boulevard Saint-Germain si svolsero parte degli eventi del Maggio 1968, con le barricate della Sorbona.
Il quotidiano Paris24h nel quale si svolge buona parte del romanzo Troppo piombo, si trova sul boulevard Saint-Germain proprio davanti alla chiesa di Saint-Germain-des-Pres.

L’auto si è messa in moto. Leila guidava tranquilla, abbiamo attraversato il fiume sul Pont Saint-Michel diretti verso Saint-Germain.
La sede di Paris.24h occupava gli ultimi quattro piani di un palazzo molto chic davanti alla chiesa di Saint-Germain-des-Près.
Paris.24h, il prestigioso quotidiano fondato da André-Jaques Munster de Château-Blamont alla fine degli anni cinquanta. Come foglio liberale aveva un certo seguito a Parigi e diversi affezionati nel resto del Paese. Rappresentando quella parte di elettorato che non vuole cadere troppo a sinistra ma non si vuole nemmeno inclinare troppo a destra, era considerato un quotidiano di una certa influenza.
L’attuale direttore, Hubert Clément, diretto successore del fondatore, aveva una settantina d’anni e, contrariamente al suo nome, era considerato un tiranno duro ed esigente. Pareva che i balletti fossero cosa frequente all’interno della redazione. Tipo che oggi sei caposervizio e domani galoppino.
E magari vai a rompere il collo a quella che ti ha soffiato il posto.

Troppo piombo, insatar Libri (2010), pag. 16

Teaser n. 7 del nuovo romanzo

Troppo piombo. Una seconda versione per la copertina.

Qualche mese fa, si stava seriamente avvicinando la pubblicazione del secondo romanzo de les italiens, Troppo piombo, e ancora non c’era un’idea precisa di quale avrebbe potuto essere la copertina. Siccome quella di Les italiens era piaciuta molto, la mia intenzione era di continuare a utilizzare un’immagine forte e molto grafica e che comunque avesse un riferimento diretto alla trama del romanzo.
Mi dovevo quindi allontanare parecchio dall’idea do copertina che avevo realizzato mentre scrivevo Troppo piombo, una fotografia che raccoglieva, sopra un tavolo , tutti gli elementi della storia senza dire troppo (http://lesitaliens.wordpress.com/2009/12/02/teaser-n-3-del-prossimo-romanzo ). In quel momento nessun editore aveva ancora accettato di pubblicare il mio primo romanzo, quindi la realizzazione di una copertina fotografica era una specie di gioco che avveniva nella mia testa, in pratica, il grafico che dà una mano allo scrittore.
Quando mi sono messo a pensare ala vera copertina, invece, esisteva già una collana e Les italiens era ormai uscito da parecchi mesi. Così la linea grafica da seguire era certa, ciò che bisognava inventare era l’immagine. Eccola qui.

Sulla copertina di Les italiens c’era la tipica sagoma da tiro a segno della polizia, un’immagine che richiamava immediatamente il genere poliziesco e il ruolo da bersagli in fuga dei due protagonisti. Era un’immagine sobria e forte allo stesso tempo e il fondo rosso cupo portava alla memoria il sangue e la violenza, facendosi nel contempo notare sullo scaffale di una libreria. Quindi, per Troppo piombo ci voleva un’immagine altrettanto forte.
La storia si svolge dentro e fuori da un giornale, brutali omicidi nei quali alcune giornaliste vengono pestate a sangue e uccise da un assassino molto incazzato. Investigazioni e notizie, pistole e carta stampata. Così mi è venuta fuori l’idea della rivoltella con la canna che diventa una stilografica. Il fondo verde marcio mi sembrava si intonasse bene con il bianco e nero secco dell’immagine e ho messo insieme la copertina.
L’abbiamo valutata per un po’ di tempo, cambiato il colore di fondo un paio di volte, pensando che sì, era bellina, molto pulita e sicuramente parlava degli elementi del romanzo. Ma…
Alla fine abbiamo deciso che il revolver penna era un po’ freddo e che avrebbe potuto sviare l’eventuale lettore dando l’impressione di un saggio che so, sui poteri forti che impongono le scelte al giornalismo. Ragionando con la redazione dell’editore, abbiamo pensato che  ci voleva una figura umana, magari coinvolta in un momento molto drammatico, dall’esito incerto, che invogliasse l’eventuale lettore a prendere il libro dallo scaffale per portarselo via e vedere come andava a finire.
Così mi sono rimesso al lavoro e ho prodotto la copertina definitiva di cui parlerò fra qualche giorno.

La Colt M1911A1 calibro .45

La miglior pistola militare in senso assoluto mai fabbricata

La Colt M1911 calibro .45 è una pistola semi automatica, ad azione singola, a sette colpi contenuti in un caricatore estraibile dal calcio. È possibile portarla con un ottavo colpo in canna, il cane sollevato in posizione di sparo e la sicura inserita (Cocked and locked). Semi automatica significa che non è possibile sparare a raffica, ad ogni colpo il carrello, rinculando, espelle il bossolo vuoto, ricarica il meccanismo di sparo e, ritornando al proprio posto mette una nuova pallottola in canna. Questo avviene ogni volta che si preme il grilletto.
Progettata da John Browning, è stata la pistola d’ordinanza dell’Esercito degli Stati Uniti dal 1911 al 1985. Venne largamente usata nella prima e nella seconda guerra mondiale, in Corea e in Vietnam.
Il progetto di Browning è così tecnicamente perfetto che ancora oggi le pistole denominate Modello 1911A1 vengono costruite nella stessa identica maniera. Sono naturalmente cambiati i materiali, ma il meccanismo è sostanzialmente lo stesso.
Nonostante il grosso calibro il rinculo non è eccessivo e la precisione piuttosto sorprendente. Anche a trenta metri di distanza è difficile non centrare un cerchio di venticinque centimetri di diametro. È una pistola indubbiamente pesante, ma decisamente più sottile rispetto alle semi automatiche che vengono prodotte oggi.
L’arma venne ufficialmente adottata dall’esercito nel 1911, con la designazione di M1911. Le denominazioni muteranno poi nel 1940 prendendo la designazione formale di Automatic Pistol, Caliber .45, M1911 per il modello originale del 1911 e di Automatic Pistol, Caliber .45, M1911A1 per la M1911A1, adottata nel 1924. Inizialmente la produzione di quest’arma fu affidata esclusivamente alla Colt, ma prima del 1914 anche l’arsenale di Springfield fu attrezzato a questo scopo.
L’esperienza maturata sul campo durante il conflitto portò, nel 1924, a piccole modifiche esteriori e il nuovo modello venne denominato M1911A1. Si distingueva per un grilletto più corto, due sgusci sul castello che agevolano l’azione dell’indice sul grilletto stesso, la sede della molla del cane – che costituisce la parte inferiore del dorso dell’impugnatura – più arcuata, lo sperone posteriore dell’impugnatura, facente parte della sicura automatica dorsale, più lungo, il mirino anteriore più largo e la zigrinatura delle guancette senza i rombi a rilievo tipici della prima versione.
Coloro che non hanno famigliarità con il progetto non notano quasi le differenze. Non venne effettuato alcun cambiamento interno e le parti rimangono intercambiabili tra le due versioni.
Con la seconda guerra mondiale la richiesta legata all’arma crebbe notevolmente tanto che, sul finire del 1945, ne erano stati prodotti 1,8 milioni di esemplari, in diversi stabilimenti (Springfield, Ithaca, Singer, Remington). Dopo il 1945, l’arma rimase in dotazione come pistola d’ordinanza ed attraversò la guerra di Corea e quella in Vietnam, fino ad essere utilizzata, solo da alcuni reparti, anche nell’operazione Tempesta nel deserto del 1991. Nel 1985, una commissione dell’aviazione statunitense ha decretato l’adozione di un nuovo modello Beretta, la 92FS calibro 9 mm parabellum.
Il modello in fotografia, una M91911A1 USGI (United State Government Issue), secondo i marchi incisi sul metallo, è stato consegnato dalla Colt all’armeria di Springfield nel 1943. Fa parte di una fornitura di armi (lend lease) all’Unione Sovietica all’alba dell’invasione della Germania. Quasi certamente un’ufficiale russo se l’è venduta dopo la guerra. La pistola porta infatti i punzoni che ne certificano l’affidabilità per il mercato tedesco.

Absolutely the best military pistol ever built

The Colt M1911 is a single-action, semi-automatic, single action, recoil-operated handgun chambered for the .45 ACP cartridge. It carries seven rounds in a butt magazine but can be carried with an eighth round in the breech, the hammer cocked and the safe on (cocked and locked). Semi-automatic means that at any shot, the recoil of the slide pull the fired case off the barrel, recock the hammer and getting back in place put another round in the breech. This happens any time the trigger is pulled.
Designed by John Browning, it was the ordenance pistol of the United States Armi from 1911 to 1985. It was widely used in WWI and in WWII, in Corea and Vietnam. Browning’s design is so technically perfect that still today those pistols going under the name of M1911A1 are built in the same way. Materials are obviously changed, but the machanism is almost the same.
Despite the big caliber, the recoil is not too strong and accuracy of fire is surprising. Even at thirty meters it is hard not to center a target of twentyfive centimeters in diameter. It is undoubtedly an heavy weapon, but quite more slim if compared to those semi-auto pistols built today.
The weapon was officially adopted by the army in 1911, with the name M1911. The name will change formal designation as of 1940 to Automatic Pistol, Caliber .45, M1911 for the original Model of 1911 and Automatic Pistol, Caliber .45, M1911A1 for the M1911A1, adopted in 1924.
In the beginning, only the Colt was producing this weapon, but as of 1914 even the Springfield Arsenal was equipped to do this.
Battlefield experience in the First World War led to some more small external changes, completed in 1924. The new version received a modified type classification, M1911A1. Changes to the original design were minor and consisted of a shorter trigger, cutouts in the frame behind the trigger, an arched mainspring housing, a longer grip safety spur (to prevent hammer bite), a wider front sight, a shorter spur on the hammer, and simplified grip checkering by eliminating the “Double Diamond” reliefs. Those unfamiliar with the design are often unable to tell the difference between the two versions at a glance. No significant internal changes were made, and parts remained interchangeable between the two.
With the beginning of WWII, the demand for this weapon increased considerably, so that as of the end of 1945 1.8 milions of pieces had been produced in several factories (Springfield, Ithaca, Singer, Remington). At the end of 1945 the weapon remaind as the army ordenance pistol, going through the wars of Corea and Vietnam, until being even used, only by special detachments, in the operation Desert Storm in 1991. In 1985, a commission of the US Air Force decreed the adoption of the new model Beretta 92FS caliber 9mm Parabellum.
The model in the pictures, a M91911A1 USGI (United State Government Issue), according with the marks, was delivered by Colt to the Springfield Armory in 1943. Then it was part of a group of pistols lend leased to USSR at the eve of the invasion of Germany. It was probably sold by a Russian officer at the end of the war. The pistol has got the marks that certify the affordability on the german market.