Troppo piombo: Ne parla Giovanni Tesio

Ritornano les italiens di Pandiani

Una recensione di Giovanni Tesio
Torino Sette, 9 aprile 2010 – pag. 69

Tornano «les italiens», i simpatici spostati. Torna il loro autore, Enrico Pandiani. E torna con un nuovo titolo, «Troppo piombo», edito dai torinesi di Instar Libri (pp. 312, euro 14,50), che già hanno tenuto a battesimo il loro esordio di buon conio.
Tra poliziesco e noir, tornano i cinque compari (ma potremmo anche dire i tre più due) che si dimenano come i magnifici sette. Tornano le loro imprese di investigazione celere e anche un po’ balorda. Tornano le citazioni estrosamente postmoderne di film, libri e canzoni. Tornano le atmosfere parigine tra cuore e banlieu (la periferia Nord), questa volta rese più suggestive dall’ ambientazione nivale che contrassegna una larga vigilia natalizia tra piccoli fiocchi e quasi bufera.
Ma con tanti bei ritorni dobbiamo pur registrare qualche segno di cedimento: una scrittura a tratti un po’ più cascante, una tensione un pò più protratta e anche una dose di effetti un po’ più speciali (con tanto di botto finale) di cui «les italiens» non avrebbero di per sé bisogno, perché la loro forza è la solidità del gruppo, il clima di simpatia che riescono a creare, e infine – va sans dire – la leadership del protagonista Jean-Pierre Mordenti.
Ovvero quello che dice io. Quello che va in giro con una Karmann Ghia azzurra. Quello che canticchia i suoi motivi vintage. Quello che veste stropicciato dopo notti di diluvi ormonali. Quello che a proposito di alcune fotografie indiziarie può affermare con piena coscienza del ridicolo: «Erano state scattate in redazione e ne ho dedotto che dovessero essere colleghe. Del resto sono uno sbirro, dedurre è il mio forte». Quello che con il tipico umorismo dei «tombeurs» sentimentali dalla patta ardita può concedersi un peana da caduta libera: «I suoi occhi scuri e penetranti ti passavano
da parte a parte come due proiettili di ossidiana. La bocca, d’altro canto, era un capolavoro di ingegneria labiale. Aveva un aspetto soffice e performante».
Questa volta la scena è la redazione di un giornale, è la lotta spietata per la sopraffazione e per il potere, che innesca tutta una vera e propria cattedrale di vendette – tremende vendette – anche se di più non voglio dire (e tanto meno voglio dire qualcosa che tolga piacere all’intreccio, essenziale in questo tipo di narrazioni). Ci sono delle donne, ci sono degli uomini e ce n’è uno in particolare (non rivelo nulla di indebito) che veste i panni del giustiziere inesorabile. Ma c’è soprattutto il ritmo che nell’insieme trasforma gli inseguimenti, le piste, i depistaggi, gli errori, gli spari in un gioco d’estri e di gusti. Un sound che al bal musette sa mescolare le note di un’infera magia sospesa con humour tra razionalità cartesiane e i molti diavoli capaci di beffarne le misure.

“Cinema da Denuncia” per Troppo piombo

Troppo piombo

Recensione di Alessandro Baratti
cinemadadenuncia.splinder.com

Enrico Pandiani, Troppo piombo, Instar Libri (Collana FuoriClasse), 2010, pp. 311, € 14,50

Parigi, 15 dicembre. Rimpiazzati i caduti dell’operazione Chamberat con due acquisti di collaudata affidabilità, la squadra degli italiens si mobilita per un nuovo caso: Thérèse Garcia, caposervizio della cronaca cittadina al quotidiano Paris24h, è stata uccisa nel suo appartamento da qualcuno che l’ha massacrata freddamente per mezz’ora e poi le ha spezzato il collo, lasciando accanto al corpo undici paia di scarpe perfettamente allineate. Capitanati dal commissario Jean-Pierre Mordenti, les italiens si lanciano in un’indagine che li porterà a carambolare tra la redazione del giornale, piccoli trafficanti d’armi che bazzicano il Forum des Halles e relitti industriali della banlieue nord. Mentre il conto dei cadaveri aumenta e il Natale si avvicina, il commissario entra in intimità con Nadège Blanc, redattrice in cronaca cittadina che si occupa di moda. Su tutto una misteriosa sigla che spunta con sospetta insistenza: PPLB.

Avevamo lasciato il commissario senza nome degli Italiens seduto al tavolino di un bistrot, intento a sorseggiare Sancerre e seguire con lo sguardo la bellissima Moët Chamberat che usciva dalla sua vita. Lo ritroviamo nell’appartamento di una donna cui è stato spezzato il collo al termine di un pestaggio di rara ferocia. Ma è solo più tardi, presentandosi alla magnetica e felina Nadège Blanc, che il commissario rivela la propria identità: Jean-Pierre Mordenti, nome che evoca almeno altri due J-P: Belmondo, attore incrociato di sfuggita all’entrata della Brasserie Lipp, e Melville, nume tutelare del genere cinematografico polar (il poliziesco-noir alla francese). Spigliatezza di origine italiana e concretezza di sapore alsaziano (non a caso Jean-Pierre e Nadège vanno da Lipp a mangiare la choucroute) sono gli ingredienti che si mescolano alla perfezione nel personaggio di Mordenti, commissario al comando degli italiens “o, più amichevolmente, quelle teste di cazzo degli italiani” (p.14).

Stavolta il sardonico flic deve vedersela con un assassino che sceglie le sue vittime all’interno della redazione del quotidiano Paris24h, giornale fittizio che riecheggia il settimanale Le Nouvel Observateur. Maledettamente imbrogliata, l’indagine gira inizialmente a vuoto inciampando nella diffidente reticenza dell’ambiente giornalistico, finché non salta fuori l’invito a un défilé di moda organizzato il primo ottobre dell’anno precedente da uno stilista magrebino per celebrare la rivolta nella banlieue. Spazio dell’evento: ex Officine Felissi a Saint-Denis. I fatti accaduti in questo luogo un anno prima sembrano collegarsi ai delitti del Paris24h, costituendone il remoto movente. Da questo momento in poi i segni, gli indizi e le tracce si compattano rapidamente rimandando alla figura di Gaspar Wendling, giornalista del Parisien ucciso cinque mesi prima a Clichy. Tra lui, alcune dirigenti del Paris24h, la sfilata nella banlieue e la catena di omicidi in corso la verità inizia a venire a galla.

Alla seconda prova da romanziere, il cinquantatrenne grafico editoriale torinese Enrico Pandiani alza decisamente il tiro, concependo un intrigo poliziesco molto più elaborato e complesso di quello dispiegato nel libro d’esordio. La complicazione dell’intreccio va di pari passo con l’accrescimento delle dimensioni (311 pagine anziché 256), la proliferazione dei personaggi (più di trenta) e la moltiplicazione dei microcosmi che entrano in rotta di collisione (la polizia, la redazione del Paris24h, la banlieue). Ma lungi dallo scadere nella maniera o nel virtuosismo compiaciuto, Pandiani comunica alla narrazione una vitalità tremendamente contagiosa, tornendo ogni psicologia, intagliando ogni particolare, cesellando ogni dettaglio. Alleggerito da un’ironia che non indietreggia di fronte alle situazioni più estreme e ancorato al territorio parigino con la precisione di una Street View a 360°, Troppo piombo sferra attacchi di puro terrore e descrive attentamente procedure scientifiche, ingaggia dialoghi sferzanti e distilla pause riflessive, intavola interrogatori asfissianti e sciorina azioni adrenaliniche. Senza mai perdere un grammo di incisività o sensualità, come testimoniano le incandescenti pagine dedicate agli omerici amplessi di Jean-Pierre e Nadège.

Fotografie, libri, cibo, armi, musica, film: non c’è un solo elemento che entri nel libro come inerte riempitivo. La scrittura di Pandiani carica qualsiasi oggetto chiamato in causa di valori sensoriali e funzionali: le polaroid à la Hockney non solo colgono l’essenza del soggetto ritratto ma servono all’assassino per documentare il suo progetto punitivo, i volumi letti dai personaggi (Lo straniero, La chambre bleue…) non soltanto armonizzano col carattere di chi li sfoglia ma entrano in risonanza coi risvolti umani dell’indagine, le choucroutes di Lipp e i celestiali gelati di Berthillon non si limitano ad appagare il palato dei personaggi ma stringono un patto sentimentale tra loro. Condivisione.

Eppure l’aspetto più suggestivo di Troppo piombo è un altro: spesso il commissario si distacca dai singoli fatti per costruire un quadro d’insieme. Leggendo le sue riflessioni si percepisce una scossa tellurica, il rovello dello scrittore sulle infinite potenzialità dell’intreccio. Quando Mordenti si interroga sui possibili sviluppi dell’indagine, è Pandiani che parla dell’elaborazione del romanzo stesso. In questi vertiginosi punti di fuga, io dell’autore e io del personaggio si fondono indissolubilmente, entrambi alla ricerca di una verità tanto sfuggente quanto impellente: “In quel momento mi sentivo uno di quegli imbecilli che non l’hanno proprio vista mai. Ma non puoi smettere di cercarla perché la vita a volte te lo impone. Ti ci senti invischiato e prendi a girare su te stesso, annaspando nelle congetture e inciampando nei dubbi” (p.82).
Dubbi sui quali, da lettore, è sublime incespicare.

I posti de les italiens: Saint-Denis

La Torre Oscura del commissario Mordenti

Seine-Saint-Denis, periferia nord di Parigi. Un luogo incerto attorno al quale si dipana l’indagine che les italiens conducono nel romanzo Troppo piombo. Saint-Denis è la Mordor verso la quale una specie di moderna compagnia dell’anello, formata dal commissario e dai suoi compagni, è inesorabilmente attratta nel tentativo di far luce su una serie di delitti.
Jean-Pierre Mordenti, Alain Servandoni, Michel Coccioni, Didier Cofferati e la bella Leila Santoni le girano attorno aggrappati ai margini di un gorgo gelato che lentamente li trascinerà nella violenta oscurità di una tragedia annunciata.
Al centro di questa terra desolata, dove tutto può accadere, si erge la loro Torre Oscura, un ambiente freddo e maleodorante nelle profondità del quale tutto ha avuto inizio e dove la soluzione del caso si cela nascosta dalla polvere e dal tempo passato. Una soluzione dolorosa e difficile da trovare.

La periferia nord di Parigi si avvicinava un metro alla volta, spietata come una brutta malattia. Alla radio passavano una musichetta allegra. Cha-cha twist o qualcosa di simile. In breve, la storia edificante di un tizio che cerca la sorella e poi siccome papà dorme e la sua vecchia non è in giro, invita un po’ di amici e insieme distruggono la casa.
Fuori continuava a nevicare. La quantità di fiocchi che il buon dio ci buttava di sotto era diminuita ma ancora sufficiente a impedirmi grandi velocità. L’Autoroute du Nord era pulita. Una flottiglia di grandi spazzaneve stava accatastando la neve sui bordi spargendo sale sulla carreggiata.
Eravamo sulla strada che una fatidica sera aveva portato i protagonisti di questa storia a quello che sui libri per educande chiamano l’appuntamento con il destino. Nelle ultime ore avevo saputo più cose di quante ne avessi potute immaginare nei giorni precedenti.
Troppe. Mi erano cadute addosso dapprima lentamente, poi sempre più in fretta, come gli anelli della catena di un’ancora, trascinati in acqua dal loro stesso peso.
«Cosa pensi di trovare in quel posto?» ha chiesto Leila.
Stavamo passando accanto allo Stadio di Francia. Poi ci sarebbe stata quell’ampia curva che voltava verso est e, per finire, l’uscita sull’avenue du Docteur Lamaze, il sant’uomo al quale uno stuolo di mamme riconoscenti deve l’introduzione in Francia del metodo psicoprofilattico per il parto indolore.
«Tracce» ho detto. «Forse qualcosa di più».

Saint-Denis è un comune di quasi 100.000 abitanti a nord di Parigi nella regione dell’Île-de-France. I suoi abitanti si chiamano dionysiens. Il nome viene dal latino Dionysius, Dionigi in italiano.
È qui che il primo novembre del 2005 è veramente esplosa la rivolta delle banlieues cominciata a Clichy-sur-Bois il 27 ottobre. Notti di violenza e devastazioni che sancivano la rabbia del popolo delle periferie contro il sistema e la miseria nella quale erano costretti a vivere.
Saint-Denis è divisa in tre cantoni, Nord-Est, Nord-Ovest e Sud. Nel cantone Sud, confinante con Parigi, si trova il famoso mercato delle pulci di Saint-Ouen, meta di milioni di visitatori ogni anno. A Saint-Denis sono nati il celebre poeta francese Paul Eluard, uno dei maggiori esponenti del movimento surrealista, e il compositore Pierre de Geyter, famoso per aver scritto la musica dell’Internazionale. Vi hanno anche abitato famosi artisti come Stanislas Lépine, Claude Monet, Paul Signac e Maurice Utrillo.
Uno dei luoghi più particolari è la Casa d’Educazione della Legion d’Onore, che si trova a fianco della basilica, dove i discendenti di coloro che hanno ottenuto la prestigiosa decorazione, se lo desiderano, vengono educati.
L’abbazia di Sain-Denis, edificio gotico di straordinaria bellezza, è senza dubbio la perla di questo luogo. San Dionigi fu il patrono di Francia e, secondo la leggenda, il primo vescovo di Parigi. Sul suo luogo di sepoltura venne inizialmente eretto un piccolo santuario, finché Dagoberto I, re dei Franchi dal 628 al 637, fondò l’abbazia di Saint-Denis, come monastero benedettino.
L’abbazia era anche il sacrario dei re di Francia; tutti i re dal X secolo al 1789, tre esclusi, vennero sepolti qui. L’abbazia contiene, del resto, alcuni notevoli esempi di monumenti sepolcrali.
Durante la Rivoluzione francese le tombe vennero profanate e i resti dei re gettati in fosse comuni.

È in questo luogo, dove si mescolano il sacro e il profano e dove violenza e tristezza vanno a braccetto,  che la storia di Troppo piombo prende forma allontanandosene per poi ritornare verso la sua desolazione in una ricerca che trascinerà les italiens all’interno di un vortice gelido di dolore e sofferenza.

Guidando in silenzio attraverso quel paesaggio spoglio, che la neve non poteva che migliorare, mi sentivo come una pallina d’acciaio attratta da una gigantesca calamita.
Sbucando da un viale costeggiato di alberi scheletrici ci sono apparse all’improvviso le Officine Felissi per la produzione del talco. Attraverso la neve che cadeva avevano l’aspetto minaccioso di una roccaforte abbandonata.
La fabbrica, un insieme di grandi edifici di cemento scuro, era contornata da un alto muro di cinta e coperta da una gigantesca volta di traliccio metallico e lamiera ondulata. Mi sono fermato e l’abbiamo osservata in silenzio. Era immensa.
Qualcuno alle nostre spalle ha dato un colpetto di clacson. Scusandomi con un gesto della mano ho svoltato sul boulevard.
Facendo incazzare un mucchio di automobisti abbiamo percorso un paio di centinaia di metri contromano per infilare la via che portava all’ingresso principale.