Il bacio della principessa nera

Questo mio racconto è uscito sulle pagine torinesi di Repubblica il 21 agosto 2010 nell’iniziativa Un giallo in cento righe ideata dalla redazione per il periodo estivo.
Il racconto in origine si intitolava semplicemente Principessa. Il titolo è stato cambiato per esigenze redazionali.
Assieme al mio racconto ne sono stati pubblicati altri che potete trovare a questo indirizzo: Un giallo in cento righe

Il bacio della principessa nera
di Enrico Pandiani

Sono poco più che un pappone. Una volta ero uno sbirro, vestivo un’uniforme da poveraccio suo malgrado e fingevo di far parte dei buoni. È durato finché non ho conosciuto Sganzerla. Adesso porto le sue battone nere a clienti eccellenti che non hanno neppure il tempo di andarsele a cercare.
La scuderia Sganzerla, le più belle. Per me non sono che negre, hanno un odore diverso, un colore diverso e sono tutte uguali. Ma mi pagano e quindi va bene così.
Il corridoio puzzava. Saranno anche state il meglio, ma la loro tana aveva odore di umanità poco pulita. Nadifa era nuova, andava dressata, così ha detto Platania. Giusto l’altro giorno ho assistito a un bel pestaggio, due negre picchiate a sangue. È così che le fanno rigare dritto. Volevo dire qualcosa ma poi non l’ho fatto, non sono cazzi miei.
Ho aperto la porta della stanza. Nadifa si stava vestendo e si è coperta il seno con uno straccetto d’argento.
«Una battona che ha paura di farsi vedere nuda?» ho detto.
«Non sono una battona» ha detto lei.
Buon italiano, begli occhi, bella bocca, meglio delle altre. «E cos’è che sei, una principessa?»
Mi ha fissato senza espressione. «Aspettami fuori» ha detto asciutta.
Non avevo voglia di discutere, così mi sono chiuso la porta alle spalle. Ho fumato due sigarette prima che sua altezza si degnasse di uscire.
Porta Palazzo era scura, resa lucida da una pioggerella spray che rifletteva lampi vaghi e giallastri. Il mio umore, simile alla sporcizia che mi stava attorno, era anche peggiore della voglia di tirare avanti. Nadifa mi camminava accanto sul selciato umido, il portamento fiero di quelle zulù dei film di Tarzan. Il vestito di paillettes d’argento le stava come verniciato sulla pelle, pareva cromata. Mi è pure venuto duro nei pantaloni.
«Com’è che parli italiano così bene?» ho chiesto.
«Sono in Italia da tre anni, prima stavo a Milano.»
«Hai sempre fatto la puttana?»
«Ti ho detto che non sono una puttana.»
«Vai a letto con i clienti, no, com’è che lo chiami?»
«Non l’ho mai fatto, ero la donna di Sganzerla.»
«Sei caduta in disgrazia?» ho chiesto sogghignando.
Non mi ha risposto. Siamo saliti in auto e ho messo in moto.
«Beh, questa sera ti tocca, principessa» ho detto, «ti scopi uno stronzo di avvocato.»
«Ti sbagli» ha sussurrato.
Ha continuato a guardare davanti a sé mentre mi infilavo in corso Regina. Alle due di notte la città era deserta. Questa gente vive solo il fine settimana, specie quando il tempo fa schifo. Ho svoltato in via Vanchiglia, passato piazza Vittorio e proseguito per corso Cairoli.
Mi si sono affiancati al semaforo del ponte. Erano in due, Insalaco e il Rossi. Ho tirato giù il finestrino.
«Ciao Arnaud» ha detto Rossi, «cambiamento di programma. Entra nel Valentino e ferma dopo l’arco.»
«Platania non mi ha detto niente» ho borbottato.
«Lo ha detto a noi, non rompere e fai come ti dico.»
Intanto era scattato il verde. Ho attraversato il viale e superato quello schifo di arco coi muli e i cannoni. Mi sono fermato all’altezza della Latteria Svizzera. Loro mi sono venuti dietro, sono scesi dall’auto e Insalaco ha aperto la porta dalla parte del passeggero.
«Forza bella, smonta» ha detto tirando la principessa per un braccio.
I nostri sguardi si sono incontrati. È stato un attimo, i suoi occhi erano quelli di una bestia braccata. Poi è scesa.
«Gira l’auto e smamma» ha detto Rossi chinandosi sul mio finestrino.
«Cosa le volete fare?» ho chiesto.
«Non sono cazzi tuoi. Ti chiamerà Platania, adesso fila.»
Si sono allontanati verso l’orto botanico. Lei si è voltata ancora a guardarmi ma Rossi l’ha tirata via con uno strattone. Alla luce dei fari le paillettes d’argento parevano le squame di una sirena.
Avevo il batticuore. «È solo una negra» mi sono detto. Facendo manovra mi tremavano le mani sul volante, mi sono accorto che era rabbia. Ho fatto cento metri, poi ho spento i fari e ho parcheggiato. La pistola mi premeva contro il fianco. «Affanculo» mi son detto.
Sono smontato e ho rifatto il percorso in senso inverso. Il giardino era deserto e le mie scarpe di gomma non facevano rumore. Erano là davanti a me, diretti verso il fiume.
Camminando rasente la cancellata li ho seguiti fin oltre l’Armida e la Cerea. Non c’era un’anima e le vecchie canoe parevano strani animali addormentati nell’ombra. Il ticchettio dei sandali di Nadifa era il solo suono nel silenzio della notte. Li ho visti scendere in un giardinetto sotto al castello di Architettura.
Li ho osservati al riparo dei cespugli. Discutevano a bassa voce e non riuscivo a sentire cosa stavano dicendo. D’improvviso Rossi l’ha colpita con un ceffone cattivo. Le gambe della principessa si sono piegate ma è rimasta in piedi. Un altra sberla ed è caduta in ginocchio.
Mentre Rossi urlava incazzato, Insalaco l’ha spinta con un piede e l’ha buttata a terra, poi l’ha colpita con un paio di calci. Da quel mucchietto d’argento non è uscito neppure un lamento. Anche Rossi ha cominciato a prenderla a calci.
Allora ho deciso che bastava così.
«Cosa cazzo vi salta in mente» ho gridato facendomi sotto, «la volete ammazzare?»
Si sono girati di scatto. «Che diavolo ci fai qui?» ha berciato Rossi, «ti avevo detto di sparire.»
«Adesso basta» ho detto gelido, «lasciatela stare.»
Insalaco è venuto verso di me. «Sparisci, pezzente» ha grugnito.
Ero furibondo. Gli ho fracassato il naso con una testata e prima che potesse banfare gli ho affondato un ginocchio tra le gambe. Poi con due montanti l’ho sdraiato lungo e tirato per terra.
Con la coda dell’occhio ho visto che Rossi si frugava nel giubbotto. Ho estratto la .38 e gli ho sparato due volte. Lungo e tirato pure lui. Mi sono chinato sul suo corpo e gli ho sentito la gola. Morto stecchito, io sparo da dio.
Nadifa si stava rialzando. Mi sono accucciato accanto a Insalaco e gli ho preso il mento fra le dita. Era una maschera di sangue. Ha aperto gli occhi e qualcosa mi ha morso sul fianco. Sono caduto indietro mentre lui cercava di colpirmi ancora con il coltello. Gli ho sparato in faccia e nel collo. Bastardo.
Il fianco bruciava da morire e sentivo la camicia bagnata. Lei mi si è avvicinata. Un filo di sangue le scendeva dal naso. «Dammi una mano, principessa» ho balbettato, «dobbiamo filare.»
Con il suo aiuto mi sono alzato.
«Grazie» ha mormorato.
Siamo tornati alla macchina senza incontrare nessuno. Il dolore stava diventando lancinante e cominciava a scendere lungo la gamba. Sul sedile ho chiuso gli occhi per qualche momento. Poi ho messo in moto e sono partito. In corso Cairoli abbiamo incrociato due pantere a sirene spiegate.
«Conosco un posto dove ti possono aiutare» ho detto. Parlare mi costava fatica. «Potrai smettere di fare la puttana.»
«Io non sono una puttana» ha detto. La sua voce aveva una nota triste.
Ho vagato per una Torino addormentata e mi sono fermato davanti alla casa di accoglienza. La via era deserta.
«Ci siamo, principessa, prova a suonare» ho ansimato, «qualcuno ti farà entrare.»
Lei ha aperto la portiera. Prima di scendere si è voltata verso di me. Stava piangendo.
«Perché lo hai fatto?» ha chiesto.
«Per rabbia» ho detto, «o per nostalgia. Adesso vai.»
Si è chinata e mi ha baciato sulla bocca. Le sue labbra erano grandi e morbide. E non è vero che aveva un odore diverso, il suo profumo era buono e mi è rimasto nelle narici mentre la guardavo attraversare la strada. Non sentivo più il dolore e la mia testa era leggera. Non mi sono nemmeno accorto che stava arrivando il buio.

Sperlonga, giugno 2010

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