L’intervista di Marilù Oliva

Qui di seguito la bella e divertente intervista che Marilù Oliva mi ha gentilmente voluto concedere sul suo blog.

Marilù Oliva vive a Bologna dove insegna lettere alle superiori e nel tempo libero legge gialli e saggi di criminologia. Ha scritto diversi saggi e racconti. Nel 2009, per i tipi di Perdisa Pop, ha pubblicato il romanzo Repetita nella collana WalkieTalkie.
Marilù scrive anche sul suo blog Splinder, un sito web a metà strada tra un diario e una rivista letteraria.

ENRICO PANDIANI

Intervista di Marilù Oliva

Attività: Scrittore, Grafico, fotografo, perditempo.

Segni Particolari:Indolente, fantasioso, curioso, disponibile

Lo trovate su: Facebook e su WordPress.com

Sei grafico editoriale e scrittore per passione. Quando scrivi?
Scrivo in qualsiasi momento libero, in auto, in treno, in aereo, in bici, a cavallo, seduto sul water, generalmente con il computer sulle ginocchia. Libero significa dal lavoro e dalle incombenze quotidiane. Ho la capacità di astrarmi completamente da tutto ciò che mi circonda – il mio socio dice che sono autistico – soprattutto perché per me scrivere è una forma straordinaria d’evasione. Quando racconto le storie dei miei personaggi io sono lì con loro, osservo quello che succede e lo descrivo, tipo uno dell’Associated Press.
Credo sia difficile per uno scrittore staccarsi completamente dalla propria creatura, in ogni momento, di giorno e di notte, il suo cervello sta pensando alla storia e a come fare per non dimenticare ciò che gli è venuto in mente.

Ha qualcosa in comune con te la tua creatura latteraria, il commissario Mordenti? Cosa?
A Mordenti piacciono più o meno le cose che piacciono a me, l’arte, la letteratura, il buon vino, le risate e le donne. Come me è una persona disillusa, che affronta ciò che lo circonda in maniera disincantata ma filtrandola con ironia e humour. Saper ridere di sé stessi e di ciò che succede è una qualità che aiuta molto nella vita. Per farla breve, non prendersi troppo sul serio e rivolgersi agli altri con curiosità, cortesia e un certo sentimentalismo. Queste sono le doti che hanno les italiens, sui difetti è meglio sorvolare.
A dire la verità, io mi sono spalmato su tutti loro. Forse il personaggio che mi somiglia di più è Alain Servandoni, calmo, sornione, osservatore, un po’ godereccio e con una forte inclinazione per i piedi sulla scrivania.

In “Troppo piombo” (Instar, 2010) vengono uccise giornaliste di un celebre quotidiano parigino. Cosa ne pensi dei giornalisti, in particolare oggi e in Italia?
Tra una cosa e l’altra, lavoro in un giornale da venticinque anni. Anche se non sono un giornalista, posso dire di aver calpestato la redazione in lungo e in largo e di averne osservato le dinamiche e i personaggi. I giornalisti – ma è un’opinione personale – sono, tra le persone che conosco, quelle che prendono più sul serio il loro lavoro, nel bene e nel male. Ho molti amici tra di loro ma mi è capitato di incontrarne alcuni con i quali, in tutti questi anni, non ho scambiato manco un saluto, nemmeno incontrandosi in corridoio. E io sono un socialone.
Anche in un quotidiano inventato come quello di Troppo piombo, credo che per alcuni la redazione possa essere un luogo pieno di soddisfazioni mentre per altri si trasformi in una pozza di frustrazioni e malumori.
In Troppo piombo c’era un brano, che poi nell’editing è saltato, nel quale Mordenti diceva di avere la sensazione che in un giornale vi siano le caste come in India; i brahmini sono i giornalisti, i vaishya gli impiegati e i shudra gli operai. Gironzolando per un giornale e osservando la gente hai spesso l’impressione che questo possa creare dei casini.

Che giornali leggi e che giornali non leggi?
Leggo La Stampa e La Repubblica e qualche volta il Corriere della Sera. Non leggo i giornali di destra perchè, pur rispettandone l’opinione, non mi piace la maniera che hanno di esporla.
Trovo che il fascismo oggi sia come una polvere sottile che tende a depositarsi su ogni cosa. Nessuno la nota ma lei è lì e cerca di intossicarci tutti.

Come “Troppo piombo”, anche “Les italiens” (Instar, 2009) è ambientato a Parigi. Il tuo legame con questa città?
Amore totale e incondizionato. Trovo che Parigi e Roma siano le due città più belle del mondo. Roma, purtroppo, la conosco poco, Parigi invece mi calza come un vecchio maglione nel quale ci si sente a casa propria. Mi piace l’enorme quantità di aspetti diversi che riesce a offrire e trovo sbalorditive le sue improvvise aperture. Mi piace la Senna, così grande e ventosa, le isole e i grandi viali. Parigi ti permette di passare dal medioevo al settecento per poi attraversare i primi del novecento e arrivare fino a noi. Mi è capitato di visitare quartieri che mi sono talmente piaciuti da costringermi a inventare brani di romanzi solo per poterli ambientare in quei posti.
La città è un insieme di luoghi molto piacevoli dove girare senza meta o visitando i quartieri nei quali si svolgerà il prossimo romanzo.

Le figure femminili intorno a Mordenti sono molto seducenti. Sulla base di cosa le costruisci? (realtà, tuoi desideri, etc…)
Le donne affascinanti, fatali o non fatali, stanno al poliziesco come le mele stanno alla tarte Tatin. Ne sono parte essenziale. Io cerco di renderle reali, di dare loro un carattere e una personalità sempre diverse. A volte sono gentili e indifese, altre volte sicure di sé e del proprio fascino. Immagino senz’altro di proiettare in queste donne i miei desideri, i miei feticci e le mie passioni, del resto non è per questo che si scrive?
I rapporti che avvengono tra le donne e il mio protagonista mi coinvolgono enormemente. Spesso la loro storia comune, l’evolversi dell’attrazione e della passione, è la parte del racconto che mi interessa di più. Non mi preoccupo molto di quanto possa essere realistico, cosa mi intriga sono le sensazioni che si creano e il gioco della seduzione. Con Moët, ad esempio, anche se lei è una donna molto particolare, quello che mi ha divertito di più è stato proprio l’evolversi della sua relazione con il commissario dal momento in cui sono costretti a fuggire assieme. Subito si detestano, poi, lentamente, scoprono di poter convivere. Questo genera prima un’amicizia e in seguito un’attrazione che scaturisce dall’accettare nell’altro una diversità che non fa più paura.
Le donne nei miei romanzi rappresentano l’intelligenza e la seduzione. Romanticismo e seduzione sono molto importanti nelle relazioni sociali. Anche a me piace sedurre quelle poche volte che mi riesce.

Cosa rispondi a coloro che dicono che parlare di violenza istiga alla violenza?
La violenza è un concetto molto complesso. Penso che la maniera nella quale la descrivo spinga piuttosto ad averne orrore. Anche se a volte mi scappa la mano, cerco di mostrarla in maniera asciutta e impersonale, di svelarne il lato peggiore suggerendo che la maggior parte delle volte farne uso non paga. Inoltre, tendo istintivamente a prendere la parte di chi la subisce piuttosto che di chi la usa.
L’inizio di Troppo piombo doveva essere sconvolgente perchè su quella violenza terribile e veloce si regge l’impalcatura di tutta storia. Immagino che nel lettore, la morte di Thérèse provochi repulsione e condanna più che istigazione.
Leggendo i giornali ci si rende conto che qui da noi succedono cose che vanno ben al di là dell’immaginazione di uno scrittore. La violenza è spesso intolleranza, razzismo, sopraffazione quotidiana. Io cerco di utilizzarla per parlare di concetti che mi stanno a cuore come tolleranza, apertura mentale e scambio d’idee. Quando descrivo la violenza lo faccio per denunciarla non per diffonderla.

Cosa cerchi in un libro, quando leggi?
In un libro cerco tante cose, soprattutto che aggiunga qualcosa al mio bagaglio culturale. E questo può farlo qualsiasi libro se colpisce la corda giusta. Io sono convinto che molti libri abbiano cambiato in meglio la mia vita e la mia visione del mondo. Camus, Proust, Perec, Pennac, Tolstoj, i Roth (tutti quanti), Dostoevskij, Melville, Moravia, Calvino, ma anche Salgari, Fenimore Cooper, Molnár, Stevenson, Saint-Exupery, Manchette, San-Antonio, loro e mille altri mi hanno sicuramente ampliato lo spirito, influenzando radicalmente il mio carattere e il mio modo di pensare e relazionarmi con gli altri.
Io sono molto contento di essere stato un lettore accanito, ai libri devo tantissimo della mia vita, soprattutto questa gioia tardiva e emozionante di veder pubblicati i miei romanzi.

Cosa ti fa chiudere un libro e cosa ti fa proseguire con entusiasmo?
Me lo fa chiudere l’insoddisfazione di non trovare quello che cerco o la maniera in cui un libro è stato scritto, lo stile o il tempo della narrazione. Una volta ne abbandonavo di meno, oggi accade più spesso perchè quando cominci a sentire le fiamme sotto al sedere ti rendi conto che tempo per leggere non te ne rimane molto. Così sono diventato più selettivo. Generalmente li lascio andare alla deriva dopo le prima pagine.
Quello che mi fa proseguire, invece, la possiamo chiamare un’affinità elettiva che si crea tra me e le parole che sto leggendo. Questa è composta da piacere, interesse, curiosità, umorismo, ironia, tensione, bellezza e, a volte, estasi.

Scrivi per un dizionario la voce: SCRITTORE
s. m. [f. -trice]. Essere generalmente asociale, spesso non privo di boria, ma capace di trasmettere pensieri e concetti ad altre persone, provocando in loro interesse, curiosità, piacere, libidine, rabbia, orrore o tutte quante queste cose insieme, nel qual caso viene definito “scrittore della madonna”.
Lo scrittore, che può essere di sesso maschile o femminile, tende, tramite una serie di apparecchiature, a utilizzare le mani per permettere a pensieri più o meno elevati di depositarsi, sotto forma di lettere in sequenza, su una base di cellulosa in forma rettangolare detta libro (vedi). C’è anche chi lo fa coi piedi.

É stato difficile pubblicare? Ci racconti la tua storia? (a chi hai spedito, se hai ricevuto a che rifiuto, etc…)
Premetto che la gestazione di Les italiens è durata trent’anni sotto forma di diversi romanzi – iniziati e mai finiti – che si sono poi sublimati nel canovaccio del libro che infine è stato pubblicato.
Terminato Les italiens, ero ben lungi dal pensare che avrebbe avuto un amplesso con una macchina da stampa.
La prima ad averlo letto è stata un’amica “nel ramo” che mi ha spinto a darmi da fare perchè “qualcuno lo avrebbe pubblicato”. Mio fratello mi ha in seguito costretto a cambiare il finale chiedendomi se “ero diventato cretino a finirlo in un modo così ridicolo”. In effetti il finale definitivo è molto migliore.
Il manoscritto è stato spedito a tre o quattro case editrici dalle quali è tornato un solo riscontro positivo, finito però nel nulla. Nel frattempo, portando la sera il cane a pisciare, avevo incontrato l’editore di Instar Libri impegnato nel mio stesso delicato compito alle undici e mezzo di sera. Passeggiando gli ho detto che avevo scritto un romanzo e che magari lui aveva voglia di dargli un’occhiata. Mi ha detto “è il mio mestiere, dammelo pure”. Ho poi saputo che in quel momento ha pensato: “madonna mia, anche Pandiani si è messo a scrivere romanzi…”
Nel frattempo tutto taceva. Altra sera, altra pisciata del cane (ciao Tica, mi manchi tanto), altro incontro con l’editore. Mi ha detto che lo aveva letto, che gli era piaciuto ma che non era convinto che rientrasse nella loro linea editoriale. Al che l’ho ringraziato e ci ho messo una pietra sopra.
Un mese dopo, invece, mi ha chiamato e mi ha detto che avevano deciso di fare una nuova collana inaugurandola con Les italiens. Il più bel giorno della mia vita.

Due tuoi pregi e due difetti
I miei pregi migliori sono senza dubbio l’indolenza e l’irascibilità. I peggiori difetti l’educazione e la gentilezza.

L’ultima volta che ti sei arrabbiato
Quando mi è morto il disco del computer con sopra tutte le mie fotografie da due anni a questa parte.

L’ultima volta che hai pensato: “Questa non ci voleva!”
Quando mi è morto il disco del computer con sopra tutte le mie fotografie da due anni a questa parte.

L’ultima volta che hai pensato: “Fantastico!”
Quando il mio amico Maurizio mi ha detto che riusciva a recuperare dal disco morto tutte le mie foto degli ultimi due anni.

L’ultima volta che hai avuto paura
Quando è arrivato mio figlio Sergey e ho pensato che non sarei riuscito a essere un buon padre.

L’ultimo bacio che hai dato
A Sergey che usciva per andare a scuola questa mattina. Beh, in realtà ho anche baciato mia moglie questo pomeriggio uscendo di casa dopo pranzo. O forse non era lei? Ultimamente sono distratto.

Un commento al tuo lavoro che ti ha colpito
Questo commento chiude la recensione a Troppo piombo che un amico ha fatto ieri sul suo blog. Ho trovato che per notare una cosa del genere doveva averlo letto proprio con attenzione e questo mi ha fato un immenso piacere:
(…) Spesso il commissario si distacca dai singoli fatti per costruire un quadro d’insieme. Leggendo le sue riflessioni si percepisce una scossa tellurica, il rovello dello scrittore sulle infinite potenzialità dell’intreccio. Quando Mordenti si interroga sui possibili sviluppi dell’indagine, è Pandiani che parla dell’elaborazione del romanzo stesso. In questi vertiginosi punti di fuga, l’io dell’autore e l’io del personaggio si fondono indissolubilmente, entrambi alla ricerca di una verità tanto sfuggente quanto impellente: “In quel momento mi sentivo uno di quegli imbecilli che non l’hanno proprio vista mai (la libertà ndr). Ma non puoi smettere di cercarla perché la vita a volte te lo impone. Ti ci senti invischiato e prendi a girare su te stesso, annaspando nelle congetture e inciampando nei dubbi” (p.82).
Dubbi sui quali, da lettore, è sublime incespicare.

Progetti?
Ah beh, non c’è che l’imbarazzo della scelta, scrivere un best seller, fare un film con Olivier Marechal, prendere il posto di Berlusconi per tenere sulle ginocchia la Carfagna, tanti progetti e tante aspettative che non credo si concretizzeranno.
Ad ogni modo sto lavorando a due nuovi romanzi di Mordenti, uno che avevo scritto aspettando la publicazione di Les italiens, una storia di omicidi nell’Île de France il cui movente ha origine ai tempi del Maquis, e un secondo che inizia a Parigi e terminerà nella mia città, Torino, che Mordenti descriverà con gli occhi di una persona che non la conosce.

Salutaci in parigino
À bientôt, mes amis, je vous attend à Paris.

Adesso salutaci come ci saluterebbe la squadra de Les italiens
L’ho afferrato per una manica del paletò trascinandolo dietro l’angolo e, dopo averlo sbattacchiato per bene contro il muro, gli ho ficcato una ginocchiata nei gioielli di famiglia.
Si è afflosciato sibilando come un canotto che ha perso il tappo. È diventato tutto rosso, poi tutto bianco e infine grigio. Da una narice è colato del moccio.
Ho aspettato quei dieci minuti che si riprendesse, poi gli ho messo in mano il mio bicchiere di Muscadet. Ne ha bevuto un sorso sbrodolandosi dappertutto, poi ne ha bevuto un’altro. Alle fine ha ripreso un po’ di colore.
«Ringrazia il cielo che non mi sono incazzato» ho detto, «e adesso fila.»

Grazie Marilù!

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