I posti de les italiens: la gelateria Berthillon

Una costosa libidine

1954. Tutto comincia nel cuore di Parigi quando Raymond Berthillon, che ha appena compiuto trent’anni, conduce assieme alla moglie e alla suocera un cafè hôtel al 31 di rue Saint-Louis en l’île. Sempre alla ricerca di nuove idee, Raymond pensa di rimettere in funzione la macchina per gelati che aveva acquistato alcuni anni prima.
Quel giorno, senza alcun dubbio, nasceva la leggenda del più celebre gelataio di Parigi. Raymond Berthillon aveva trovato la sua vera vocazione.
Egli ha sempre preparato i suoi gelati con prodotti di alta qualità: latte intero, uova, crème fraîche che tutti i giorni all’alba va lui stesso ad acquistare alle Halles, al pavillon Baltard della rue Berger.
Raymond rilancia il sorbetto, un prodotto di origine orientale: il sorbetto del sultano, senza crema, solo frutta e zucchero.
I suoi primi estimatori, i più semplici ma anche i più esigenti, sono gli allievi delle tre scuole che si trovano sull’île Saint-Louis. Si spingono per comprare i suoi coni gelato, abbondantemente serviti da Aimée-Jeanne Berthillon e da madame Dangles.
Sul menu c’era già il sorbetto di fragoline di bosco che ancora oggi rappresenta un vanto della Maison.
Molto in fretta i genitori, gli amici e i parenti dei ragazzi cominciano ad apprezzare questi meravigliosi gelati. È così che la rinomata notorietà di berthillon comincia a uscire dai confini del “villaggio” dell’Île Saint-Louis per invadere la Ville Lumière.

Camminare era piacevole, Moët mi indicava le cose veramente importanti del boulevard. Al 143 l’Hôtel Madison dove Malraux passò l’inverno del ’37. Al 166 la Rhumerie, bar spesso frequentato da Antonin Artaud. E al 3 di cour de Rohan, giusto lì dietro, il pezzo forte, l’appartamento che Balthus affittava da George Bataille.
«Ci pensi» ha detto, «lui abitava lì…»
Siamo arrivati al pont de la Tournelle senza che nessuno ci inseguisse. O ci sparasse. L’Île Saint-Louis era affollata. Ci siamo fatti un gelato da Berthillon e l’abbiamo mangiato seduti sul muretto guardando la Senna. Bateaux-mouche di duecento metri passavano sotto di noi come mostruose mignatte cariche di turisti. Erano tutti indaffarati. Scattavano foto, indicavano cose. Succhiavano Parigi come un’ostrica.
Noi invece perdevamo tempo, attività piuttosto rilassante. Il quai aux Fleurs era deserto come sempre. Siamo scesi lungo la scaletta che portava all’acqua e ci siamo seduti sugli ultimi gradini. Mancava un quarto d’ora all’appuntamento. Una lama di sole ci tagliava il viso e l’acqua scorreva calma sotto i nostri piedi.
Dall’altra parte del fiume l’Hôtel de Ville stava accucciato al sole con quella sua aria improbabile da castello di Disneyland. Moët era seduta un gradino sotto di me.
Le ho guardato i piedi. Anche quei sandali da quattro soldi addosso a lei sembravano roba di lusso.

(da Les italiens, Instar Libri 2009)

1961. Henry Gault e Christian Millau, i più famosi critici gastronomici del momento, scrivono: «Questo straordinario gelataio che si nasconde in un bistrot dell’Île Saint-Louis.»
Un complimento ben meritato, sufficiente a far si che, alla fine, tutta Parigi si precipiti al 31 di rue Saint-Louis en l’Île.
Così passano gli anni e cresce la famiglia. In gamba come sempre, nel 2003 Raymond Berthillon spegne ottanta candeline sulla sua torta di compleanno e l’anno seguente festeggia i cinquant’anni della Maison. Benchè l’intenzione di Raymond sia quella di conservare per la sua impresa uno spirito artigianale e di famiglia, la ditta si conforma alle direttive della Comunità Europea senza tuttavia perdere quei valori immutabili dell’artigianato francese di razza. Qualità dei prodotti, ambizione al capolavoro, creatività e trasmissione del savoir-faire alle giovani leve.
Il gelato di Berthillon rinmane a tutt’oggi una dei più meravigliosi peccati di gola che si possano commettere a Parigi. Difficile passare davanti all’ex Café de Bourgogne della rue Saint-Louis en l’Île, oggi sede della Gelateria Berthillon, senza vedere una lunga coda di persone che aspettano pazientemente il loro turno per assaporare il sorbetto di fragoline di bosco o il gelato all’agenaise oppure il delizioso caramel au beur salé. Ma preparate pure beaucoup d’argent, perchè Berthillon di sicuro il suo gelato non ve lo regala; per quattro palline di paradiso dovrete tossire una decina di euro.
E vi assicuro che ne vale la pena.

Alain si stava mordicchiando distrattamente un’unghia. «Una cosa è certa» ha detto con un sospiro, «fregandoci quel ritratto, il bastardo ce l’ha messa nel culo un’altra volta.»
«Con nostra piena collaborazione» l’ho corretto. «Siamo proprio dei cazzoni. Dovrebbe esserci una legge per impedire a quelli come noi di fare i poliziotti. Sai cosa ti dico, sarei pronto per un altro bel chilo di gelato.»
«Sei così depresso? Pensavo che la tua nuova amichetta…»
«E tu che ne sai della mia nuova amichetta?»
«Tutto quel che c’è da sapere» ha detto pulendo gli occhiali e rimettendoli sul naso. «A volte investigo.»
«Sui cazzi miei?»
«Anche» ha riso. «Qualcuno dovrà pur tenerti d’occhio.»
Una chiatta lunga come un transatlantico è passata sotto di noi a velocità sostenuta, ha curvato con una manovra impeccabile e s’è infilata tra le due isole senza rallentare. Un timoniere con quattro palle.
Non ricordavo quando fosse successo, tre anni prima, forse quattro. Era una sera di metà giugno quando Alain e io ci eravamo abbandonati a quella che avevamo battezzato una masturbazione alimentare. Eravamo passati da Berthillon per comprare una vaschetta di gelato da un chilo e mezzo, scegliendo i gusti più pesanti tra quelli a disposizione, i più gratificanti. Poi, con il nostro costoso fardello eravamo scesi sulla riva del fiume. E lì, completamente soli, con le gambe penzoloni sull’acqua, avevamo fatto fuori quel ben di dio con enorme soddisfazione.
Un vero tripudio di gusti; agenaise, caramel au gingembre, chocolat du mendiant, l’adorabile Grand-Marnier, gianduja orange con turrón de Jijona e lo sbalorditivo caramel au beurre salé. Era stata una prova esaltante, proprio una robetta per i trecento di Leonida, mica bazzecole per stomaci delicati, soprattutto la parte notturna che entrambi avevamo passato seduti sul cesso.
Una di quelle puttanate che si possono inventare solo con un vecchio amico.
«Dall’altra parte del ponte c’è Berthillon» ho detto.
Alain mi ha guardato per qualche secondo. «Va bene» ha detto, «se questo servirà a farti stare meglio…Ma ne prendiamo solo mezzo chilo.»
«Mezzo chilo è ok per me. Sarà sufficiente per aiutarmi a pensare.»
Abbiamo passato il ponte. Attraverso la vetrina sull’altra sponda, la cameriera di Berthillon ci ha visti arrivare e ha cominciato a tirarsi su le maniche.

(da Troppo piombo, Instar Libri 2010)

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