Piero Calò: i due romanzi di Enrico Pandiani

Con queste due righe suggello la “Settimana Pandiani”, dedicata, oltre alle attività ordinarie di lavorare, mangiare, dormire e cercare una nuova casa in affitto (un tre camere e cucina o un due camere e cucina + un monolocale), alla lettura dei due gialli Les Italiens e Troppo piombo.

Piero Calò

Les Italiens

Lettura agevole e avvincente, simpatetica e agrodolce.

Les Italiens è una squadra affiatata di “rital” capitanata dall’io-narrante Jean-Pierre Mordenti che nessuno chiama mai per nome.
Lui è i ruoli che gioca, tanti.
È un poliedrico, allo stesso tempo comandante adorato dai suoi; amante “convenzionale” e fiero della preda, la borghesissima e charmante Oceane; meno convenzionale e medio-borghesemente combattuto per la relazione con il bellissimo e frizzante transessuale Moet (poteva essere altrimenti, con quel nome?); figlio scapestrato del suo patron, l’uom di granito Le Normand, un pelo frocio con le sue sigarette colorate, il bocchino dorato e il cannone di Napoleone che fa il fuoco; teppista del Bene quando si abbassa al livello della mela marcia Saint-Claude, del picchiatore Benoit e del fanatico Lafontaine.
Perché Mordenti è un democratico, come lo accusa implicitamente Moet, scende tutti i gradini della scala umana per condividere il linguaggio con ognuno, non è un aristocratico “che non si cur di loro ma guarda e passa”, tanto per citare Dante come fa Wassim, uno dei suoi ragazzi.
L’inizio del romanzo miscela il tono della narrazione. È un tiro al piccione che “colpisce alle palle” les Italiens. Ne diventiamo tifosi fin dalla prima riga. Da rimarcare il sapiente uso dello shaker, quello strumento nevralgico e qui usato con mano sicura che non si è tirata indietro nelle descrizioni più splatter, in quel trionfo di cannoni da passeggio e vasti campionari di ferite lacero-contuse che vengono mantenute nel binario dell’eleganza mai però reticente.
È sicuramente riuscita la giostra caleidoscopica micro/macro, il rimbalzo continuo tra la piccola storia e la grande, quella che riflette sull’abbrutimento dei costumi, sul marketing politico, sull’onda lunga dei populismi. Il destino di Moet si incrocia con quello della Francia, si corteggiano, si cercano, pur consapevoli che non c’è futuro per loro, destinati a lasciare tracce di minor conto rispetto alle tastiere di Jon Lord nella storia del rock.
Romanzo di struttura, imbrigliata dall’io narrante, il nostro eroe che ne sa sempre quanto noi, tutti insieme pronti a stupirsi, a congetturare, a zero suspence, tutta adrenalina. E scommesse. L’autore ne gioca due, pesanti:
1. evita la soluzione di comodo, il coinvolgimento della malavita italiana, che gli avrebbe offerto uno schema comodo: gli italiani all’estero, cialtroni, indolenti, vendicativi e con tanto di macchia di sugo sui pantaloni. È, diciamo, la formula adottata da Tonino Benacquista per i suoi anti-eroi un po’ stucchevoli.
2. mette in scena una “pupa” che, alla fine della fiera, è un uomo. Mette in crisi il nostro eroe e di rimando noi, i suoi lettori che, peggio anche di Mordenti, c’interroghiamo sulla nostra virilità, angosciati da dubbi e interrogativi che sono la deriva del nostro tempo.
In entrambi i casi, la scommessa è vinta.

Troppo piombo: les Italiens, atto II

Tornano les Italiens. La squadra, decimata nel primo romanzo, si ricostruisce con una campagna acquisti mirata e aggressiva. In pratica sono promosse le comparse dell’atto primo che si uniscono ai veterani Coccio e Servandoni, ancora capitanati da Jean-Pierre Mordenti di cui solo adesso scopriremo il nome, scandito insieme al cognome, ogni qual volta risponde al telefono.
Questo secondo episodio della commedia umana si trasferisce nella redazione di un quotidiano, Paris24h.
Il traino è una foto di gruppo, quattro donne che, ignare, sorridono, mentre qualcuno sta lavorando sodo per cancellare tutta quest’allegria.
Anche in Troppo piombo (slang giornalistico per evidenziare una pagina “troppo scritta”) il lettore si trova spiazzato fin dalla prima riga dalla descrizione di un’aggressione insieme violenta e scientifica, raccapricciante e a mani nude.
C’è un salto di qualità evidente in questa storia: Les Italiens poggiava sulle armi automatiche, su una invasività meccanica e ben oleata che faceva scivolare lo svolgimento verso il comportamentismo più puro, una linea continua di stimoli-risposta, quasi una giustapposizione di tanti “mezzogiorno di fuoco”. Al punto che il vero giallo, cioè quell’elemento di induzioni e inferenze che ne sono il sale, erano, ottimamente, spostate sulla “guerra dei sessi” tra il commissario e il transessuale.
Troppo piombo ha un  piano di consistenza più riflessivo; i cattivi non sono legione su cui sparare comodamente nel mucchio; adesso è questione di una mente fredda, raffinata, che odia (dunque è ben determinata o, come si dice nell’orrendo linguaggio dell’impiego, “motivata”) e ha disegnato una sciarada a prova di piombo (quello delle armi). Prova ne è l’unica occasione in cui la storia “perde il controllo” e risponde istintivamente, a mitraglia, allo stimolo come ai bei tempi che furono. Ma il risultato questa volta è tragico.
La storia d’amore, il mantra di Mordenti, quello che “almeno una volta l’anno le donne cadono ai miei piedi”, diventa puramente fisica, un bisogno di abbandono, di de-responsabilizzazione, di ritorno nell’utero da cui si proviene, un ritaglio vitale di una pausa ad un stato di veglia perenne che spossa i nostri due eroi (lei è la bellissima Nadege).
L’autore si conferma bravissimo manipolatore di codici, oltre il giallo anche il rosa, quello dei sentimenti in tutte le sue gradazioni sesso/amore, fisico/cerebrale.
Si potrebbe quasi dire che inventa un genere nuovo che, dopo la Moet de Les Italiens, cala l’asso di una nuova eroina tragica dei nostri giorni: Daphne Van Dantzig.

Piero Calò

L’occhio di porco

Non è molto che Piero Calò e io ci conosciamo, è successo perché entrambi scriviamo per la stessa casa editrice, Instar Libri. Pierò è una persona che immediatamente emana amicizia, parli con lui ed è come se ci si conoscesse da sempre. Nel suo tono di voce ritrovi i suoi libri, il suo bellissimo modo di scrivere che è anche il suo modo di parlare. Ha voluto leggere i miei romanzi e le righe qui sopra sono ciò che mi ha scritto dopo averlo fatto. Le ho pubblicate sul mio blog (spero che Piero non me ne voglia) perchè dopo averle lette e rilette, dopo aver lisciato il pelo al mio ego enorme, ho pensato che fosse giusto dividerle con gli altri. Vorrei essere capace di fare altrettanto con lui.
Per Instar Libri, Piero Calò ha pubblicato recentemente L’occhio di porco, un romanzo scritto in maniera magistrale, intenso e scanzonato allo stesso tempo. Una storia del sud che si trascina cotta dal sole e recitata da personaggi che girano l’uno attorno all’altro alla ricerca di una verità che forse non esiste. Il racconto di una violenza che, come spesso accade, diventa una cosa normale.

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